Dal Canada al Messico lungo la costa USA del Pacifico
Nota. Il racconto di questo viaggio è stato pubblicato sulla magnifica rivista italiana: Cicloturismo (Pedalando sulla via del Pacifico).

Perché scegliere questo viaggio? Un giro tranquillo nell’est canadese tra le provincie del Québec e dell’Ontario permetterà di apprezzare lo charme della natura, visitare delle metropoli trepidanti e immergersi nella cultura nordica del Canada.
Noi consigliamo la partenza nella città di Québec, ricca di storia e dallo charme francese, per poi attraversare la tranquilla campagna fino a Montréal, una metropoli multiculturale. Ottawa, la capitale canadese dove si può fare una pausa culturale visitando il Parlamento federale e numerosi musei. Poi si arriva a Kingston dove è d’obbligo una breve crociera lungo il San Lorenzo per ammirare le 1000 isole. Toronto, una delle più grandi città canadesi, cosmopolita e bike friendly (piacevole da attraversare in bicicletta). La visita delle cantine lungo La route des vins della Niagara Valley sarà l’ultimo sforzo prima dell’arrivo alle cascate del Niagara, una classica destinazione turistica ma spettacolare.
Difficoltà e durata del viaggio
- Il sito ciclistico più utilizzato è quello dell’ACA (American Cycling Association) con cartine a pagamento, informazioni varie e giri organizzati.
- Il libro «Cycling the Pacific Coast – The complete guide from Canada to Mexico» di Bill Thorness, da ottimi i suggerimenti che evitano le strade più trafficate (a volte diverse dall’ACA) e danno indicazioni logistiche per i ciclisti fai-da-te.
- Durante il percorso si vedono spesso i cartelli della Pacific Coast Bike Route (PCBR) che facilitano la navigazione. Consigliabile sempre fare il percorso da nord a sud causa vento dominante, partenza “ufficiale” Vancouver o confine Canada – Stati Uniti (Peace Arch State Park) o Seattle.
- Differenza tra i parchi “County” e “State”. I County Parks sono più cari (35 $ in Oregon nel 2022), gli State Parks costano pochissimo, 8$ in Oregon e 5-10 $ in California. Quelli dell’Oregon sono i migliori, generalmente hanno gli armadietti per la ricarica dei gadget elettronici e le docce sono gratis. In California le docce sono a tempo (munirsi di monete da 25¢ e/o biglietti di piccolo taglio per prendere i tokens). Attenzione che i timer sono spesso mal tarati e si rischia di restare insaponati e senza acqua.
- Per chi usa molta elettronica, portarsi dei battery pack, le prese elettriche sono rare negli State Parks, c’è chi usa le prese dei bagni, ma a proprio rischio. Il segnale Internet, anche con una SIM americana non è sempre disponibile. Alcuni parchi, vicino alla reception, offrono WiFi gratis.
- Freeway = autostrada, ma si può percorrere in bici salvo segnalazione contraria. Attenzione dopo Encinitas, informarsi bene se e come attraversare la base militare (https://www.pendleton.marines.mil/Base-Access/Recreational-Bicycling/).
- Si viaggia quasi sempre sulla US 101 e SR 1, spesso si viene superati da camper di 12 metri o mega roulottes con autisti incapaci.
- Prima di attraversare tunnel o ponti ci sono quasi sempre dei pulsanti che accendono dei lampeggianti per segnalare alle auto la presenza dei ciclisti.
- Dobbiamo ammettere che sulla costa abbiamo trovato automobilisti molto rispettosi del ciclista; ci siamo spaventati, e molto, due sole volte su 3.000 chilometri. In mancanza di ciclabili, la corsia dedicata alle bici od una corsia di emergenza (shoulder) molto larga sono presenti su circa l’80 % del percorso. Bisogna essere sempre ben visibili.
- In caso di necessità non aspettare l’ultimo minuto, fuori dalle grandi città gli atelier di riparazione bici sono rari. Una menzione particolare meritano: Bike Envy di Warrenton (OR) bravissimi meccanici e High Hill di Golden Beach (OR) gentilissimi.
- Nei campeggi attenzione al cibo, non è una leggenda che gli orsetti lavatori ed altri animali selvatici ti vengano a trovare di notte se lasci il cibo o lo sporco a portata di… zampa. Attenzione anche agli homeless che a volte sono ospitati dai rangers nei campeggi, legare sempre la bici.
Cose da fare e da vedere
Seattle, San Francisco, Los Angeles. Per ogni città un giro extra-pedalata vale sempre la pena.
Il viaggio
Immerso nella lettura di un libro alla ricerca di informazioni per il nostro prossimo viaggio, mi colpisce la frase di un cicloturista americano. Matt Pierle dice che la bici da turismo è come un tappeto volante, un magico modo di viaggiare che apre gli occhi e le porte a nuovi orizzonti e nuove amicizie. Il nostro viaggio sulla Pacific Coast Bike Route è stato un bell’esempio e la conferma di questo pensiero.
L’itinerario che dal Canada scende fino al confine messicano attraversando gli stati di Washington, Oregon e California e passando tra le più famose città della costa ovest, è forse il più conosciuto del Nord-America grazie alla diversità e bellezza dei panorami, al clima gradevole e alla logistica adattata ai cicloturisti. Una sgroppata di circa 3.000 chilometri con oltre 30.000 metri di dislivello positivo.
Poco prima di partire contattammo per qualche domanda extra Bill Thorness, un giornalista di Seattle autore di un libro-guida sul percorso e fu così che al nostro arrivo, ci siamo ritrovati a pedalare per le strade della sua città con lui come guida. Soste d’obbligo in downtown ed al Pike Place Market con la lunga coda davanti alla sede storica di Starbucks. Seattle è una piacevole città, moderna, piuttosto ricca (pensare a dove sono le sedi di Amazon, Microsoft, Boeing, etc.), ma anche con il contrasto dei senzatetto che campeggiano lungo i tanti canali cittadini. Bill ci dice che l’amministrazione cittadina chiude un occhio fino a quando gli assembramenti diventano problematici.






La prima giornata passa velocemente e ci prepariamo per la vera partenza. La Olympic Peninsula è percorribile in due modi, facendo il periplo completo in senso antiorario o tagliando direttamente verso sud-ovest, noi scegliamo la via più breve. L’inizio del viaggio prevede di utilizzare il traghetto tra il centro città e Bremerton con una traversata di circa un’ora per poi pedalare su strade secondarie, ma avere meno auto spesso comporta delle salite che sembrano rampe di un garage e non un percorso per bici da oltre 30 kg.
Dopo una notte nel campeggio del Belfair State Park, arriviamo in un RV park che merita una menzione particolare. All’Elma RV Park and Campgroud ci aspettiamo di pagare una quarantina di dollari come succede mediamente in un campeggio privato, invece per i cicloturisti la tariffa è di 5 $. Il sito è su un prato, di fronte al blocco sanitario, con un armadio per la ricarica dei gingilli elettronici e, ciliegina sulla torta, un sacchetto di biscottoni casalinghi come omaggio della ditta. Mai vista una cosa del genere! Qui incontriamo Emilio, un messicano che sta viaggiando con il figlio quindicenne che pur essendo perennemente in chat con gli amici, preferisce le fatiche della bici ai videogiochi.





La mattina seguente si ricomincia sempre direzione sud, il primo ostacolo del viaggio sarà il ponte di Astoria. Lungo quasi 7 chilometri è molto trafficato e con pendenza finale del 7%; lo passiamo indenni grazie ai lavori in corso e ad un operaio addetto alla circolazione che ci blocca le auto più a lungo. Dirigendoci verso il campeggio di questa sera abbiamo il primo incontro animalesco, un giovane cervo di un paio d’anni sta brucando tranquillo in parte alla ciclabile e non si preoccupa minimamente dei due umani che lo filmano a 2-3 metri di distanza.
Vicino alla città di Astoria dormiremo nel primo hike and bike campsite di un parco statale. Questi siti sono a basso costo, riservati esclusivamente a chi arriva in bici o a piedi e senza bisogno di prenotazione. I migliori li abbiamo trovati in Oregon: 8 $, doccia gratuita, armadietti in acciaio con presa elettrica, utili anche per proteggere il cibo dalle incursioni notturne degli animali o di bipedi del genere sapiens. Da qui in avanti li troveremo quasi sempre, di qualità variabile, ma molto apprezzati per la facilità di avere un posto assicurato ogni notte, considerando che in estate i campeggi della costa sono sempre al completo.
Giorno dopo giorno incontreremo gente diversa, a volte socievole a volte solitaria. Alla reception del campeggio di Brookings incrociamo per la prima volta un ciclista che arriva pochi minuti prima di noi. Questo tizio arriva velocemente, quasi senza salutare, paga, si dirige al suo sito e monta la tenda, piuttosto fisicato e… fighetto. Boh, in viaggio si incontrano ciclisti di ogni tipo.






I paesaggi che abbiamo incontrato nella prima settimana sono magnifici, la mattina si parte sempre con una fastidiosa nebbia, molto umida, che ci obbliga ad una tenuta autunnale, ma dopo qualche ora arriva il sole che asciuga tutto. A pranzo, non è raro poter mangiare seduti su una panchina vicino al mare o seduti sui sassi di una spiaggia immensa sentendo il rumore delle onde che non vediamo a causa della nebbia bassa. Sono trascorsi solo dieci giorni dalla partenza, ma la Pacific Coast ci affascina ad ogni chilometro.
Passando il confine tra Oregon e California, mentre facciamo la foto di rito al cartello di Welcome, incrociamo due tipi con enormi zaini che camminano a bordo strada. Pensiamo subito ai senzatetto, ma quando arrivano vicini a noi scopriamo che sono una coppia che sta percorrendo il PCT (Pacific Crest Trail) il sentiero che attraversa le montagne dei tre stati della costa ovest degli USA. WOW!









Il pomeriggio arriviamo all’Elk Prairie Campground. Un magnifico posto tra altissime sequoie e prati in cui pascolano gli elk (detti anche wapiti o cervi canadesi); mentre montiamo la tenda possiamo vederne una ventina poco distanti da noi. Poco dopo, arriva un altro ciclista e lo riconosciamo subito, è il “fighetto” del giorno prima. Parlando con lui la nostra opinione cambia, questo è Superman: Simon ha 78 anni! Originario di Taiwan e residente a Los Angeles da oltre 40 anni, ha detto alla moglie che voleva fare la Pacific Coast per il semplice fatto che o adesso o mai più. Resteremo in contatto con lui tutti i giorni, ritrovandolo ancora un paio di volte prima di distaccarlo definitivamente dopo San Francisco.
Stiamo attraversando i Redwood National and State Parks, uno dei posti più suggestivi ed indimenticabili che vedremo durante il viaggio. Alcune sequoie sono immense, ne vediamo una dall’età stimata di 1.800 anni con un tronco dal diametro di 8 metri, altre di altezze incredibili. Nel bosco la luce entra a fatica ed ogni tanto la fantasia, che riporta alla nota saga tolkiana del Signore degli anelli, fa pensare che da qualche parte possa esserci un elfo od un hobbit ad osservarci.












Ci avviciniamo ed allontaniamo regolarmente dalla costa, ma il percorso è sempre fantastico con panorami magnifici. Pedalare su queste strade tortuose, con salite da montagne russe, è un piacere nonostante alcuni tratti di traffico caotico e fastidioso.
Sto aspettando Manuela fuori dal supermarket di Gualala, quando si avvina un signore baffuto accompagnato dalla moglie. Solite domande di rito: «Come va?», «Stai pedalando verso nord o verso sud?», «Da dove vieni?» … E poi la proposta: «Perché non venite a campeggiare nel mio giardino? Avrete un bel prato, bagno e doccia tutto gratis». Io resto bloccato cercando una risposta e penso alla trama di un thriller stile Psyco in cui i due sprovveduti spariscono dalla circolazione dopo indicibili torture subite nello scantinato di una vecchia stamberga. La coppia se ne va lasciandoci le indicazioni per trovare la casa, see you later… Scettici, arriviamo alla loro casa e ci ritroviamo nel giardino di una bella villa su una scogliera dalla quale possiamo ammirare dei leoni marini che nuotano in direzione di un tramonto da cartolina. La mattina seguente ci viene anche servito un caffè direttamente alla nostra tenda con l’invito di andare a trovarli nella loro altra casa in Baja California. Dopo la magia dello State Park degli elfi, le sorprese continuano con due simpatiche e generose persone come Mike e Stephanie.







Finalmente è la volta di San Francisco, sarà qui che faremo una giornata senza stare in sella. Oggi, siamo accolti da un bellissimo cielo senza nuvole, l’unico ostacolo è l’attraversamento dei 2,7 chilometri del Golden Gate, slalomeggiando tra i pedoni; il giorno dopo sarà una giornata di relax tra le vie del centro.













A Monterey incrociamo altri ciclo-viaggiatori, una coppia di Berna in tandem, una coppia di giovani tedeschi e Phil un altro tedesco solitario che dopo un mese di Canada ha deciso di continuare verso sud. Siamo al Veteran State Park Campgroud e dal nome avremmo dovuto aspettarci qualcosa di militare, infatti alle 22:00, la tromba suona il silenzio. La mattina successiva, chi avrebbe amato tirarla per le lunghe in tenda si ritrova la sorpresa della fanfara che suona la sveglia alle 7:00.









Scendendo a livello del mare per ripartire verso la prossima destinazione passiamo da una spiaggetta invasa da 2-300 foche che fanno un baccano simile al tifo di uno stadio italiano durante una partita domenicale. Foto di rito e via verso la 17 Miles Drive, una strada che attraversa un quartiere di ville da film ed uno dei golf club più prestigiosi degli USA; una volta fuori dalla città, entriamo nella regione di Big Sur ed attraversiamo il Bixby Creeck Bridge, una delle immagini iconiche della costa californiana. Domani sarà la volta del tappone dolomitico.








Potrebbe risultare ridicolo parlare di tappone dolomitico in riva al mare, ma la California non è come la riviera romagnola e per arrivare a San Simeon ci faremo 1.850 metri di dislivello positivo su 112 chilometri, non con una bella Wilier da 7 chili, ma con le nostre Surly da 30 ed in più oltre i 35° di temperatura senza possibilità di ristoro dato che in tutta la zona non c’è nulla. Le piatte spiagge di Malibu sembrano un miraggio irraggiungibile!








Più scendiamo a sud, più ci accorgiamo della «fauna» umana che cambia. Durante una tappa prima di arrivare a Los Angeles, attraversiamo infiniti campi di fragole, cavolini di Bruxelles, carciofi, ecc. chilometri e chilometri quadrati di monoculture nei quali si vedono decine di persone originarie dell’America Centrale che, con temperature tra i 30 ed i 40°, raccolgono frutta e verdura. Gli unici non latini sono seduti nei pickup con l’aria condizionata a palla. Quando si vedono queste scene è doveroso riflettere sui comportamenti delle nostre società.
Si riparte verso l’immensa LA. Da Santa Monica a San Clemente sono circa 120 chilometri di strade cittadine, spiagge e ciclabili molto trafficate che obbligano a velocità di crociera molto basse. Facciamo la sosta pranzo sulla famosa spiaggia di Santa Monica, sotto un sole caldissimo davanti alle torrette dei lifeguard;per i vecchi fan della famosa serie Baywatch, nessuna nuova Pamela o David avvistati, solo americani sovrappeso che vanno e vengono con carrettini contenenti ombrelloni e sedie, e l’immancabile bicchierone del fast food. Questa sera dormiremo in albergo a Redondo e poi usciremo dal caos della metropoli per avvicinarci alla meta.
Un altro dei simboli della California è il surf. Sono oramai giorni che guardando l’oceano si vedono assembramenti di mute nere parcheggiate poco lontane dalla riva in attesa dell’onda perfetta per salire sulla propria tavola e cavalcarla. Anche tra il popolo dei surfisti, ci sono persone di ogni genere; a Ventura scambiamo qualche parla con un giovane di una settantina d’anni che esce dall’acqua, unico surfista in bermuda e T-shirt, dicendoci che l’acqua non era poi così fredda. Il “vecchio” sistema la tavola su una bici elettrica e se ne torna verso casa.








Prima di San Diego, tra San Clemente e Oceanside dovremmo attraversare una base militare per circa 20 chilometri, ma quando ci avviciniamo all’entrata nord, un cartello ci obbliga a stare sulla IS 5. Ciò significa che dovremo pedalare su un’autostrada a quattro corsie con la densità di traffico uguale a quella della Milano-Venezia. Nonostante quest’ultima avventura, siamo finalmente nella baia di San Diego e volendo arrivare direttamente alla frontiera messicana, attraversiamo la città prendendo il traghetto che ci porta a Coronado per poi entrare nel Border Field State Park.
Il campeggio è all’inizio del parco, ma continuiamo verso la spiaggia. È già da qualche chilometro che vediamo il famoso muro, il silenzio che regna nel parco, la coppia di elicotteri che sentiamo da ieri sulle nostre teste ed il primo incontro rendono l’aria molto pesante, sembra di essere in uno strano film post-apocalittico. Alla nostra destra, dietro un cespuglio, un quad verde con un Rambo vestito di verde, con passamontagna e casco verde, un cenno di saluto e via; dopo poco una sbarra blocca il passaggio, il viaggio è finito qui? Sembra di sì, un po’ delusi appoggiamo le bici al cartello, foto di circostanza. Arriva Rambo, si ferma, e gli chiediamo se il parco è veramente chiuso. Scopriamo che il tizio è umano, addirittura si complimenta quando gli diciamo che arriviamo in bici dal confine canadese. Ci risponde che la sbarra è solo per le auto a causa delle frequenti esondazioni della zona paludosa.










Go! Un ultimo chilometro e siamo alla spiaggia, sopra di noi il Friendship Park (simpatico nome per un posto del genere) e davanti il muro. Siamo arrivati, dopo 35 giorni e 2.850 chilometri siamo al confine con il Messico. Da un lato siamo contenti di aver completato il nostro giro, dall’altro la vista su quella muraglia di acciaio ci rattrista. Tutto è finito bene, domani torneremo a San Diego per preparare il ritorno a casa. La ricerca delle scatole per le bici, dell’albergo in città e dell’ultima giornata di vacanza sono ancora da organizzare.





Al di là della prestazione sportiva, il viaggio ci ha lasciato degli ottimi ricordi, gli USA sono un magnifico paese che offre incantevoli paesaggi, peccato per i contrasti sociali, ma il ricordo migliore sono le persone incontrate. Prima Bill, l’autore del libro, che ha ospitato due sconosciuti italo-canadesi che gli avevano chiesto un’informazione, poi Simon il Superman taiwanese, Mike e Stephanie i nostri gentili ospiti, Suzie e Edwin dalla Gran Bretagna, stanno viaggiando dall’Alaska all’Argentina e che invidiamo moltissimo ed infine Phil il tedesco che ha completato con noi il viaggio dopo esserci rincorsi per un paio di settimane. Tutte queste persone ed altre ancora hanno reso questo viaggio fantastico, proprio come diceva Matt Pierle a proposito del suo tappeto volante.
