Disquisizioni filosofiche – Scribo Ergo Sum

Cartesio diceva “Cogito ergo sum”. Io propongo una variante: “Scribo ergo sum” — scrivo, dunque sono. Non per dimostrare che esisto, ma perché scrivere è il mio modo di opporsi alla scomparsa delle cose.

In uno degli ultimi articoli, ho presentato due cicloviaggiatori italiani, Sasha e Mattia, passati da casa nostra pochi giorni dopo il nostro rientro da cinque mesi e 7.500 km in sella. Gli scambi avuti con i due giovani, mi hanno portato a una semplice riflessione: “Scrivo perché mi piace scrivere“. Anzi, porterei questo ragionamento molto più lontano di ciò che scrisse Cartesio con il suo “Cogito, ergo sum“. Il filosofo partiva da un dubbio: posso dubitare di tutto, ma non posso dubitare del fatto che sto dubitando. Se dubito, penso; se penso, esisto. Ecco: Penso, dunque sono.

Concedendomi una provocazione: “Scribo, ergo sum“ (Scrivo, dunque sono).

Non perché la scrittura dimostri la mia esistenza, ma perché per me scrivere è una forma particolare del pensare; una mia esperienza, un’idea, un viaggio, persino una cazzata che mi passa per la testa, una volta fissati su un pezzo di carta, diventano qualcosa di definito e preciso. Finché un pensiero rimane dentro di me, esiste solo nella mia testa; quando lo scrivo, prende forma, si concretizza.

E soprattutto: per me scrivere non significa necessariamente comunicare ed è proprio questa, a mio parere, la parte interessante. Una persona può scrivere per avere lettori, per diventare famosa, per vendere un testo, per costruirsi un’immagine, ma si può anche scrivere semplicemente perché si ha bisogno di mettere ordine in quello che frulla nella testa. In questo senso, il lettore non è più la ragione per cui lo faccio, ma un effetto collaterale della scrittura.

Potrei desiderare 50.000 iscritti al mio blog e non ci troverei nulla di contraddittorio, anzi, sarebbe per me una bella soddisfazione; ma quei 50.000 iscritti non sono necessariamente la ragione per cui scrivo, sono la conseguenza che mi farebbe piacere.

Uomo seduto su un tronco che scrive in un quaderno, circondato da un paesaggio montano e una casa gialla sullo sfondo.
Laguna del desierto, Patagonia argentina

E qui arriviamo alla parte che trovo più divertente dopo aver conosciuto Mattia e Sasha. Loro sono bravissimi con Instagram, li ho visti all’opera e, dopo una giornata intera in sella, dedicarsi ai social è un vero impegno mentale e fisico. Pur essendo giovani, trovo che siano professionalmente molto seri (sì, Sasha, anche se fai il clown, ti trovo professionale e molto rigoroso in quello che fai). Avete una vita interessantissima e costruite un seguito enorme, ma quella per me è un’altra cosa. Io non potrei mai essere “un figo di Instagram“; non ho il personaggio, l’età, l’estetica, il fisico, il montaggio perfetto; in italiano moderno, mi manca la shape da influencer.

Però ho una voce, e quello che ne faccio è diverso. E una voce – sempre a mio parere – non ha bisogno necessariamente di 50.000 persone. Probabilmente, anche loro hanno una voce, ma il punto non è scrivere invece di fotografare o filmare – è costruire qualcosa che resti, invece di qualcosa che scorra e sparisca.

Forse c’è anche un’altra conseguenza quasi filosofica: viaggiare e scrivere sono due modi diversi di opporsi alla scomparsa delle cose. Passo in un posto, incontro una persona, succede qualcosa, ma il giorno dopo sono altrove e, dopo un mese, ho già dimenticato metà di quello che è successo (e non c’entra l’età!). Se invece metto tutto per iscritto, quelle cose rimangono, non necessariamente perché saranno lette da qualcuno, ma perché le ho trasformate in memoria. Forse il mio blog è proprio questo, una specie di deposito della mia esistenza.

Un uomo seduto sul prato che scrive in un quaderno accanto a una tenda e una bicicletta, circondato da montagne e cielo nuvoloso.
Laguna Chinancocha, Huascaran Loop, Perù

La mia intenzione non è quella di dire: “Guardate quanto sono bravo a viaggiare per il mondo”. Ma: “Questo è ciò che ho visto. Questo è ciò che ho pensato. Questo è ciò che mi è successo”.

E quindi ecco il mio plagio a Cartesio: Scribo, ergo sum.

Non “Scrivo. Dunque sono importante”, non “Scrivo. Dunque qualcuno mi guarda”, semplicemente “Scrivo. Dunque questa parte della mia esistenza ha preso una forma che non andrà perduta”. Poi, certo, se arriveranno 50.000 iscritti… che ben vengano.

Sarebbe quasi il rovesciamento della logica di Instagram. Non: “Scrivo perché mi guardiate”, ma “Mi piacerebbe che mi guardaste perché scrivo”. E questa, secondo me, è una distinzione enorme.

Quindi, cari Sasha e Mattia, provate a pensare di scrivere le vostre memorie. Siete già bravi con ciò che fate, se raccontaste anche per iscritto le vostre esperienze – non solo con foto effimere – sarebbe il massimo.
Di cose da raccontare, lo so già, dopo solo un paio di mesi di viaggio ne avrete una marea.

Disquisizioni filosofiche – Gli “amici” della strada

Da quando abbiamo cominciato a viaggiare in bici, abbiamo stilato la nostra personale categorizzazione degli “amici”, un modo per occupare la mente durante le lunghe pedalate.

Amici di primo livello. Li incroci mentre pedali, saluti e continui, ti fermi a parlare con loro, scambi opinioni e suggerimenti. Condividi posti tenda, pasti e giornate avventurose sulla strada. Sono cicloturisti come noi.

Amici di secondo livello. Li vedi in bici, ma hanno un non so che di strano. Guardano in basso, sono stracarichi o non sempre salutano. Alcuni li vedi gridare insulti alla loro bicicletta nel parcheggio di un parco giochi. Possono avere anche una Surly Long Haul pneumatici nuovi e borse Ortlieb, ma c’è un non so che di strano che ti fa dubitare della provenienza legale del mezzo. Barboni più ricchi.

Amici di terzo livello. Viaggiano a bordo strada con carrelli della spesa, trolley o carrettini per bambini pieni di masserizie. A volte, mentre ti stai addormentando nel campeggio di un parco senti la voce del ranger che dice: Per questa notte puoi dormire qui, ma in quella tenda ci sono due turisti e guai a te se ti avvicini. Barboni meno ricchi.

Cosa abbiamo in comune ? Condividiamo la strada.

Riflessioni pedalando nella solitudine

Dopo due settimane che pedalavo nel deserto tra New Mexico e Texas, scrissi ad una coppia di amici che ero veramente stufo di quella monotonia grigio-marrone; mi risposero che forse un italiano ed il deserto non sono compatibili. Ricordai che ero appena stato nella Terra del Fuoco, altro posto di steppe e aree semi-deserticche e non avevo avuto la stessa sensazione, perché?
Riflettendo ho provato ad analizzare i due ambienti come viaggiatore. Quando viaggiavamo verso la fin del mundo ogni due o tre ore incrociavamo la stradina di ingresso ad un’estancia e, in lontananza, si scorgeva una macchia di vegetazione che indicava l’esistenza di un’abitazione; al cancello, nove volte su dieci, c’era un riparo più o meno grande, più o meno in buono stato, più o meno pulito, nel quale ogni viandante poteva ripararsi dal sole, dalla pioggia, dal vento.
In Texas?  Notice: Private property, no trepassing!
In Terra del Fuoco, quando arrivavamo in un hostal od in qualsiasi altro posto, ci accoglieva un sorriso, mangiavamo in cucina con i proprietari, discorrevamo di qualsiasi cosa con i commensali di un ristorante, eravamo persone tra le persone.
In Texas? Quando entri in un distributore a comperare un caffè, il proprietario con la pistola al cinturone come Tex Willer, ti chiede con tono non proprio amicale da dove vieni, dove vai e ti fa notare che hai uno strano accento.
In Terra del Fuoco quando ci fermavamo a mangiare il nostro panino seduti in un riparo sulla strada, chi passava, anche se era la polizia, ci salutava cordialmente.
In Texas? Quando mangi un panino seduto su un guardrail in mezzo al deserto e passa il Border Patrol, ti viene chiesto se va tutto bene… grazie… ma ti viene anche fatto un mezzo interrogatorio da dove vieni e dove vai, etc…
In Terra del Fuoco, quando ti fermi a guardare cosa ci faccia un autobus in mezzo al nulla, scopri che è l’abitazione di un vecchio pescatore settantenne che offre un caffè a chi si ferma da lui a scambiare quattro parole, rifiuta di essere pagato e si vergogna a ricevere in compenso due banane “perché potrebbero servirti”.
In Texas? Fuori da un ranch trovi un cartello con scritto: We don’t call 911. This property is protected by second amendment oppure si avvisano i fedeli che in chiesa non è consentito portare armi oppure si scrivono cartelli del tipo: Country, God and Gun.
Forse sono queste le piccole cose che fanno trovare lungo il passaggio nel deserto meridionale degli USA e invece ti fanno trovare la motivazione per continuare a pedalare controvento nell’inospitale Tierra del Fuego.