CANADA – Variante USA

I recenti incendi canadesi a Nord dei Grandi Laghi ci hanno convinto a passare la frontiera con gli Stati Uniti. Un po’ più di 1.000 km, in un paio di settimane attraverseremo Minnesota, Wisconsin e Michigan.

A Winnipeg dobbiamo decidere quale percorso seguire per superare la regione dei Grandi Laghi. A nord, gli incendi stanno devastando le foreste dell’Ontario. Inoltre, questo tratto della Trans-Canada è considerato dai cicloturisti poco sicuro, a causa del traffico intenso e delle condizioni della strada. A sud, invece, il percorso segue strade più tranquille, ma attraversa gli Stati Uniti, la decisione è semplice, passeremo dallo zio Donny.

Manuela: Ci dirigiamo verso est e, per la prima volta dopo settimane, un vento spettacolare alle spalle ci spinge a oltre 30 km/h. Uhaoooo! Superiamo il cartello di “Metà del Canada” e, sorseggiando un caffè, cosa decidono i due grandi strateghi? Di svoltare verso sud; visiteremo così una zona degli Stati Uniti che non conosciamo. Risultato? Vento laterale e velocità media in caduta libera!

Pedaliamo su strade secondarie senza traffico, tra continui saliscendi, in mezzo a campi coltivati, stagni, boschi di abeti e betulle. Ogni tanto si intravede una chiesa, qualche silos o una stazione di servizio che fa anche da negozio di alimentari e motel spartano.
Qui l’unico vero problema sono le zanzare, le mosche e i tafani che ci perseguitano, impossibile fermarsi oltre il necessario.
Iniziamo attraversando il Minnesota che sarà il 41° Stato degli USA in cui metteremo piede. Al posto di frontiera, una poliziotta ci squadra da capo a piedi con il classico sguardo truce; solo quando ci restituisce i passaporti le scappa un piccolo sorriso.

La prima cosa che notiamo appena superato il confine è che gli insetti molesti sono praticamente spariti. Che il presidente Trump abbia dato ordine all’ICE di fermare anche loro? Sembra una battuta, ma il giorno seguente sarà ancora così…
Il paesaggio non cambia molto, ritroviamo la ferrovia e aumentano laghetti e fiumiciattoli. Non per niente lo slogan del Minnesota è “10.000 Lakes”.

Nonostante l’immagine spesso controversa di questo stato, dobbiamo ammettere che le persone incontrate nei nostri viaggi in bicicletta sono sempre state affabili e gentili.

I motociclisti ci salutano al loro passaggio, le “zie” dei convenience store ci accolgono con grandi sorrisi e mille domande, mentre gli “zii”, fermi al passaggio a livello in attesa dell’ennesimo treno lungo chilometri (qualcuno ha chiesto quanto misurano questi treni: mediamente dai 2 ai 4 km), scendono dal loro pick-up per chiederci se abbiamo bisogno di qualcosa.

Manuela: Per non lasciare mai le biciclette incustodite, i nostri ruoli sono ben divisi, io entro nei supermercati a fare la spesa, mentre Francesco nei convenience store per il caffè e si occupa del check-in nei campeggi o nei motel. Stranamente ci ritroviamo sempre con le piazzole o le camere migliori, l’early check-in e il caffè accompagnato dai dolci più buoni… Questo “fascino latino” inizia a preoccuparmi!

Durante l’ennesima lunga tappa in mezzo al nulla, sostiamo per la pausa caffè sui gradini della chiesa nella “metropoli” di Birchdale, 12 abitanti circa.
Dopo cinque minuti, arriva un’auto e un signore sorridente scende per presentarsi. Il signor Olaf è di chiare origini scandinave, si ferma a chiacchierare qualche minuto e poi ci dice: “Benvenuti! Se avete bisogno del bagno, la porta della chiesa è aperta. Io abito nella casa laggiù”. Un piccolo episodio, uno dei tanti che rendono speciale il viaggiare in bicicletta.

Manuela: Questa zona è un vero paradiso per i pescatori. Non c’è praticamente nulla, ma anche le stazioni di servizio vendono esche vive e ogni tipo di attrezzatura possibile e immaginabile per pescare storioni e trote.
Ogni auto traina una barca e sulle porte dei motel, oltre al classico “vietato fumare”, troviamo un altro cartello: “vietato pulire e cucinare il pesce in camera”.
Ci chiedete se abbiamo abbandonato la tenda? Sì, in questi giorni i temporali serali, il caldo atroce, l’umidità e i chilometri nelle gambe ci fanno apprezzare un letto asciutto… anche se non sempre comodo. Certi motel sembrano rimasti ai tempi dei cercatori d’oro, odore e moquette inclusa…vintage style!

Arriviamo finalmente a Duluth, sulla riva del Lake Superior. Prima di sistemarci per due notti in un albergo di periferia, abbiamo qualche cosa da fare.
Oggi abbiamo fatto una vera caccia grossa,  lungo la strada Manuela ha trovato una carta di credito e un costosissimo cellulare ultimo modello in perfette condizioni. Portiamo la carta nel negozio che l’ha emessa, chiameranno subito il proprietario per recuperarla. Poi andiamo alla polizia per consegnare il telefono, cercheranno di rintracciare il proprietario, speriamo con successo.
Manuela: Se dovessi raccogliere tutto quello che trovo lungo la strada, mi servirebbe un rimorchio, mi limito a recuperare solo le targhe per la mia collezione. Che delusione Duluth, come del resto tutte le città che incroceremo lungo la sponda sud del Lago Superiore. Città simili tra loro, una Main Street con bei palazzi in mattoni e pietra, ma attorno quartieri trascurati, edifici abbandonati e vecchie aree industriali. Si percepisce il passato legato a miniere e porti, oggi segnato dal declino. Gli scorci poetici sul lago che immaginavo di trovare si contano sulle dita di una mano.

Di queste lunghe e umide giornate c’è ben poco da raccontare, solo chilometri e chilometri da macinare ogni giorno, spesso più di 100 per non ritrovarsi a dormire in un bosco. In questi giorni noiosi, il mio unico desiderio è arrivare a casa il più in fretta possibile, anche se qualcuno continua a dirci di rallentare. Ci vuole un gran bene… ma sta benissimo anche da sola! L’amore filiale nella sua massima espressione.

Tra i pensieri di un ciclista apatico che suda sulla Hwy 2 c’è anche il confronto con il deserto del Chihuahua, attraversato tre anni fa: siamo passati dalla monotonia color ocra della sabbia alla monotonia verde delle foreste dell’Upper Midwest. Differenze? Qui c’è più traffico.

Manuela: Questi giorni sono stati un vero test di perseveranza. Che piattume! Questa regione è un paradiso per chi ha tempo per la pesca, la caccia, la canoa o le escursioni in quad, ma per noi… che fatica. Ogni giorno cerco qualcosa di diverso da vedere, ma c’è ben poco lungo la strada, qualche pannello storico o un piccolo museo locale. I racconti si ripetono, tra ferrovie, miniere, primi insediamenti e popolazioni indigene; dopo i primi, abbiamo rinunciato a fermarci, se non come scusa per riposare.

Come ci insegnavano le nonne, quando fa molto caldo prima o poi scoppia un forte temporale. Le previsioni hanno annunciato pioggia da metà mattina, così sveglia alle 5:30 e partenza alle… Merda! la gomma di Manuela è a terra. Troviamo subito il microscopico filo metallico di 1 cm che ha provocato la foratura e alle 6:45 siamo già in strada. Facciamo solo una decina di chilometri, il cielo diventa nero, piove, diluvia, grandina e ci sono troppi fulmini per i nostri gusti. Decidiamo di tornare verso la cittadina appena attraversata, dove ci ripariamo al distributore sull’incrocio principale e proviamo a chiedere un passaggio ai pickup diretti nella nostra stessa direzione.

Riders ion the storm

Dopo due tentativi falliti, al terzo dico alla signora di provare lei a chiedere al tipo appena arrivato, vediamo se avrà più fortuna di me. La risposta sarà la seguente: “Dovrei andare solo a un paio di chilometri da qui, ma salite vi porto un po’ più in là” . È così che ci ritroviamo 35 km “un po’ più in là”, oltre il temporale, in perfetto orario sulla tabella di marcia, il sole è tornato e possiamo ricominciare a sudare.

Gli statunitensi avranno anche un presidente “particolare”, ma il cittadino comune continua a sorprenderci per la sua disponibilità…e non solo…Dopo tanti anni trascorsi qui, ci sono ancora alcuni comportamenti della vita quotidiana che, per noi cresciuti in Europa, fanno sorridere. Qualche esempio?

Manuela deve comprare un paio di piatti pronti per la nostra cena in stile microonde nella camera dell’ennesimo motel. Chiede “permesso” a una signora ferma, con aria dubbiosa, davanti alla porta del frigorifero (da notare che ce ne sono due corsie intere). La signora si scusa dicendo che è indecisa su cosa CUCINARE questa sera. Abbiamo un concetto diverso di cucina.

Sto aspettando Manuela fuori dal McDonald’s per i nostri due caffè del mattino. Osservo la fauna locale, arrivano in auto, parcheggiano e, pochi istanti dopo, esce un commesso con il caffè per consegnarlo direttamente al cliente appena arrivato. NEMMENO PER UN CAFFÈ FANNO DUE PASSI! Banche, fast-food, farmacia, vendita di birra, tutto drive thru.

Il riciclaggio; nel 2026 va meglio di cinque anni fa, ma c’è ancora molta strada da fare. Nell’Unione Europea hanno imposto i tappi di plastica attaccati alle bottiglie; qui, invece, fai colazione con fette di pancarrè avvolte una a una nella pellicola di plastica.

L’ultima chicca. In un ristorante, la cameriera, una ragazza di una squisita cortesia che non credo avesse ancora vent’anni, ci chiede da dove arriviamo in bicicletta. Rispondiamo: Vancouver… British Columbia… Ma il suo sguardo dice chiaramente che non sa dove siano. Proviamo allora con: vicino a Seattle… nello Stato di Washington… Niente. Oregon? California? Ci sorride, si scusa: «Non so dove siano», e se ne va.

Sto scrivendo queste ultime righe a un centinaio di chilometri dal confine di Sault Ste Marie, ON; se tutto va bene domani sera saremo al confine canadese. Cosa ricorderò di questo passaggio negli USA? Penso solo l’affabilità delle persone, il panorama era noioso, sempre uguale dall’inizio alla fine. Purtroppo dopo l’Alberta non abbiamo più visto panorami degni di nota, solo tanto caldo, tanto traffico e l’insopportabile rumore delle bande sonore sull’asfalto.

Manuela: Riassumerei così la mia “variante USA”, circa 1.200 km di verde dalle tonalità uniformi, acqua, stagni, asfalto e tantissimo caldo. Un simpatico incontro con un giovane ciclista americano che in quattro anni ha già superato i 100.000 km attraversando il suo Paese in lungo e in largo. Motel dagli odori antichi, cene al microonde, caffè nelle stazioni di servizio e pause all’ ombra sugli scalini delle chiese luterane, le più nunerose. Non ne posso piùùùù!

CANADA – Les Prairies

Saskatchewan e Manitoba non crediamo siano le province canadesi più conosciute fuori dal nostro paese. In genere, si dice che debbano essere attraversate almeno una volta nella vita. Noi lo avevamo fatto undici anni fa e avevamo detto: “Mai più”. Rieccoci qui è sicuramente non con i mezzi più veloci.

1 / 10 luglio – Saskatchewan

Dopo un’interminabile giornata sotto il diluvio e due giorni di riposo a Medicine Hat, la città che deve il suo nome a una leggenda sul cappello di uno sciamano dei Piedi Neri, ripartiamo verso Est entrando nelle vaste pianure delle Prairies, il cuore del Canada.

La prima provincia che attraverseremo è il Saskatchewan (in lingua Cree: “fiume che scorre rapidamente”), conosciuto come Land of Living Skies (“la terra dei cieli viventi”) per i suoi infiniti orizzonti. È il principale produttore canadese di grano duro e quando la produzione italiana scarseggia, questo grano arriva anche nelle riserve dei pastifici nazionali.

L’altra grande produzione di queste regioni è la canola (Canadian Oil Low Acid) una variante della colza che permette di produrre l’olio alimentare più usato in Nord America. Le immense macchie gialle che vediamo ai lati della strada ci allietano la vista in queste interminabili e noiose giornate.

Inizio comunicato “saccente” – Prima del “sentito dire” sui social: la canola non è tossica e il suo olio, dal gusto neutro, è anche una buona fonte di grassi insaturi. (Da italiani noi preferiamo usare altri tipi di olio) – Fine comunicato “saccente”.

Manuela: Ci siamo! Questa parte del Canada è temuta da molti ciclisti e non per le salite o gli incontri con i grizzly, ma per il vento, i temporali, il caldo e soprattutto la noia. Insieme, il territorio del Saskatchewan e del Manitoba è grande quanto il Perù e oltre quattro volte l’Italia; attraversarlo lungo la via più breve significa pedalare per circa 1.600 km in mezzo alla campagna e su lunghi rettilinei interminabili.

Cominciamo a pedalare sulla corsia di emergenza della Hwy 1 e la nostra speranza è quella di un po’ di vento alle spalle per farci aumentare l’andatura. Le giornate sono interminabili. A Regina – la capitale provinciale – faremo una giornata di riposo, ma non è una bella città, niente tour turistici; in un viaggio passato, avevamo già visitato l’unica cosa interessante: la casa del Governatore generale del sovrano d’Inghilterra.

Manuela: Giallo a sinistra, verde a destra e una lunga striscia d’asfalto in mezzo. Per arrivare a Winnipeg ci aspettano ancora circa 750 km: pedaliamo a testa bassa sulla Hwy 1, accompagnati dal rumore di auto, camion e dei treni merci che attraversano le praterie.
Partiamo presto ogni mattina perché il caldo è intenso… tranne una volta: i due geni hanno montato la tenda senza tendere il telo — tanto c’è il sole — e il temporale notturno ci ha bagnato tutto. Per fortuna il vento caldo del mattino ha asciugato ogni cosa in un’ora.

Per evitare per un po’ la rumorosa TransCanada, decidiamo di ripartire su strade secondarie per circa una settimana, qualcuno ci aveva consigliato di stare a Sud, noi abbiamo optato per il Nord.

La prima tappa sarà Fort Qu’Appelle, dove dormiremo in riva al lago nello stesso campeggio comunale in cui sostammo in una precedente attraversata. Proviamo entrambi a pagare sul sito della municipalità, ma i nostri cellulari si bloccano. Chiediamo come fare a una signora vicino all’area tende, che ci dice di non preoccuparci perché gli incaricati passano tutti i giorni a riscuotere il dovuto.

L’indomani, le bici sono pronte, ma nessuno si è visto. Ripartiamo — proprio come undici anni fa — Fort Qu’Appelle ci ha ospitato gratuitamente. Merci, thank you, grazie.

La giornata è dura, dopo soli venti chilometri io ricomincio a soffrire per il mio sopra-sella che mi infastidisce da Vancouver. Oggi è veramente infernale, la sera sono esausto, psicologicamente scoraggiato e l’unica soluzione a cui penso è quella di rientrare a Regina e terminare qui il viaggio. C’è chi dice che la notte porti consiglio, proviamo con una diagnosi aiutati da ChatGpt e la mattina decido di continuare, forse andrà meglio.

Manuela: Gli avvisi meteo parlano di caldo intenso, forti temporali e possibili tornado. Siamo ricoperti di punture di zanzare e tafani e, in più, Franz ha un’irritazione e dolori al fondoschiena, come un brufolo può rovinarti un viaggio 🤭🤬 Cosa altro?
Si consiglia di attraversare il Canada da Ovest a Est per avere il vento delle Prairies alle spalle… ma, per noi, sarà vento contrario per un’intera settimana. Come conforto, cerchiamo di abbandonare i campeggi e dormire nei motel di campagna, tutti fuori dal tempo, alcuni ben tenuti, altri decisamente vissuti, frequentati da viaggiatori di passaggio con stivaloni e pick-up. Quasi sempre costruiti accanto alla ferrovia, i treni merci passano tutta la notte, ma noi dormiamo come sassi.

Cosa dire di questo tratto di strada? Piatto, con colture tutte uguali e nubi di zanzare e tafani pronti ad assalirci a ogni sosta (in un mese siamo già al terzo spray repellente). Un tratto decisamente di una noia mortale.

Due cose però le possiamo scrivere, atrimenti anche il blog rischia i diventare noioso come il panorama.

Viviamo in Nord America da ventuno anni e in ogni stazione di servizio, anche nei luoghi più sperduti, abbiamo sempre trovato un caffè o almeno una tazza di “acqua marrone” (il nostro vecchio amico Kader lo chiama pisse de chevreuil tanto per rendere l’idea), sappiamo che non è come quello italiano, ma qui di Espresso non c’è nemmeno il treno! Qui in Saskatchewan, abbiamo trovato l’eccezione alla regola : in una piccola stazione di servizio ci hanno risposto: “Lo facciamo solo in inverno”.

Secondo aneddoto: il rispetto dei ciclisti. Non c’è stato un solo veicolo che non ci abbia superato mantenendo almeno tre metri di distanza e rallentando; quando non era possibile occupare l’altra corsia, gli automobilisti aspettavano pazientemente il momento giusto per farlo. Il Saskatchewan conquista il primo posto per cortesia.

Meditate, guidatori italiani, meditate.

Manuela: Franz brontola per il dolore al fondoschiena, io mi gratto le decine di punture di zanzara. Odori di campagna non sempre piacevoli e caldo afoso. Siamo stati fortunati a scegliere questo itinerario a Nord, abbiamo evitato le strade allagate e i violenti acquazzoni trovati da altri ciclisti più a Sud. Vento a parte, ci è andata bene. Anche i rari motel sperduti sono accettabili… a qualcuno farebbero inorridire, ma siamo molto adattabili quando si tratta di non montare la tenda sotto i 40° C.

10/14 luglio – Shoal Lake/Winnipeg

Siamo entrati in Manitoba. Differenze? Nessuna, a parte le targhe delle auto. Ritroviamo il verde dei campi, il giallo della canola e le immancabili zanzare. L’unica novità è il caldo: sempre più intenso. Cerchiamo di partire presto, ma alle 7 del mattino ci sono già temperature elevate e arriviamo a destinazione completamente fradici di sudore. Le tappe sono sempre oltre i 100 km perché tra un paesino e l’altro ci sono solo fattorie o coltivazioni. Nelle rarissime stazioni di servizio dove facciamo pausa, niente caffè, solo Gatorade, bibite fredde, granite e gelati.

Manuela: Avete mai incrociato in un distributore di benzina due ciclisti dopo 90 km di vento contrario o laterale, sotto un caldo disgustoso con 36°C, percepiti 47°C per l’umidità? Non è un bello spettacolo!  Nell’unico ristoro della tappa, che non era ancora finita, ci siamo gettati su tutto ciò che era commestibile e freddo.

Siamo a Shoal Lake, dirigendoci verso la camera dell’ennesimo motel, vediamo una e-bike, è quella di Robert Fletcher, 83 anni (https://octoodyssey.com/). Sta facendo la TransCanada dopo essersi fatto registrare nel Guinnes dei primati per aver compiuto, sempre in e-bike, la mitica A2A (Alaska to Argentina) fino a Panama. Naturalmente, ci fermiamo a parlare con lui e la moglie di origine colombiana, che gli fa da supporto seguendolo in auto. Una bella coppia che oggi vive in Costa Rica e con la quale passeremo la serata; avrò anche l’occasione di rinfrescare lo spagnolo con la simpatica signora Gloria. Loro prenderanno un’altra strada meno isolata, ma li ritroveremo con piacere anche due giorni dopo insieme a altre loro due amiche cicliste “non più giovani” Bernice e Johan.

In Canada anche i macchinisti dei treni ti salutano

Nella città di Winnipeg ci sistemiamo in una casa nel quartiere francofono di Saint Boniface. Il nostro programma è di restare qui due-tre giorni per riposarci e fare manutenzione alla bici di Manuela che deve cambiare la catena. Ci incontriamo per una birra o due o tre, con una coppia di viaggiatori conosciuta ieri. David un terapeuta londoniano che è anche un sarto di grandissima classe e esperto ciclo viaggiatore. Con lui c’è Charles, un giovanissimo diciannovenne di Rimouski che è alla sua prima esperienza, complimenti a Charlie che è da quando aveva una decina di anni che sognava di partire in bicicletta ispirato dal suo idolo dell’epoca.

L’ indomani ci concediamo una parentesi culturale visitando la casa di Gabrielle Roy, una delle nostre autrici preferite. Scopriamo la vita della scrittrice canadese e il contesto storico e locale del periodo in cui visse. Una visita davvero interessante.

Manuela: A differenza di Regina, Winnipeg è una città molto piacevole, con un’architettura interessante, ampi spazi verdi e panorami suggestivi alla confluenza del Red River e dell’Assiniboine. Ogni tanto fa bene allo spirito e al cervello fare attività diverse dal pedalare… e per l’olfatto, fare una lavatrice!

Nel pomeriggio ci trasferiamo a casa di Violet e Dan, due ospiti Warmshowers che vivono in un bellissimo quartiere affacciato sul fiume. Qui conosciamo Mia e Béatrice, due giovani cicliste québécoises che stanno percorrendo il nostro stesso itinerario. Scopriamo che una di loro abita addirittura a due passi da casa nostra.

Manuela: Le prodezze di El tonto in vacanza. Il genio decide di seguire una ciclabile in città, passando sotto un ponte lungo il fiume… Risultato: impantanati, ruote bloccate dal fango, lerci fino all’inverosimile e costretti a finire in un car wash. @#%&! a chi diceva: “Dai, si passa, non vedi che è secco!”.

Domani sarebbe la partenza dalla capitale del Manitoba, ma la pioggia che continua fino a mezzogiorno, la gentilezza e l’ accoglienza dei due ospiti, ci convince a restare un’altra notte all’asciutto. Le ragazze partono oggi sotto l’acqua, beata gioventù.

Manuela: Ci fa sempre piacere incontrare persone nuove e gli ultimi incontri sono stati molto gradevoli. Chi è giovane o meno giovane, chi pedala per un sogno, chi per passione, chi per mettersi alla prova o per sostenere una causa, sulle due ruote siamo tutti uguali, semplicemente cicloviaggiatori.

Ripartiamo sotto il sole e con una brezza nella giusta direzione che ci fa arrivare velocemente al pannello del centro longitudinale del Canada. Abbiamo percorso circa 2.500 km da Vancouver e ce ne restano altrettanti per arrivare a Québec.

Le ultime notizie ci informano che il Nord dei Grandi Laghi è difficile da percorrere a causa degli incendi, ci dirigiamo quindi verso Sud, domani si entra negli USA, la via più breve per tornare a casa passa da qui.

Manuela: Evviva, le Prairies sono finite!!! Iniziavo a non farcela più. Per passare il tempo mi sono messa a contare gli animali morti sul bordo della strada in ordine di quantità: tanti uccelli, farfalle, cani della prateria, rane, serpenti, anatre, puzzole, procioni, cervi, istrici, un gallo, un gatto, un lupo e un orso… ma nessuna nuova targa.

CANADA – Alberta

Superata la Continental Divide, si comincia a scendere. I primi mille chilometri sono dietro di noi.

Quando si pensa all’Alberta, vengono in mente le montagne da spot pubblicitario del turismo canadese, ma quelle sono a Nord, molto più a Nord.

Noi attraverseremo questa provincia nel Sud per poco meno di 400 km e in un paesaggio completamente diverso. Dopo le Rockies, la strada scende gradualmente verso i 700–800 metri, tra ondulazioni continue e praterie immense, con fattorie isolate, mandrie al pascolo e la lunga linea dritta della Hwy 1, la Trans-Canada. I veri protagonisti saranno vento e pioggia e, se non saranno favorevoli, ci faranno rimpiangere in fretta le montagne appena lasciate.

25 giugno / 1 luglio – Crowsnest Pass/Saskatchewan

In programma c’era una notte in campeggio, ma l’acquazzone che vedevamo in lontananza, ci ha dato la scusa per dormire anche questa notte in un letto d’hotel (e non che la cosa mi dispiaccia…). Foto di rito al cartello di benvenuto in Alberta e poi via più veloci della luce o, meglio, più veloci del temporale che si avvicina.

La salita al passo non è stata difficile e il panorama ci ricordava le Alpi. Con il superamento della Continental Divide, oltre all’acqua dei fiumi, anche noi cominciamo a scendere a Est. Domani si vedrà se sarà vero.

Se ieri sera abbiamo evitato per un pelo un acquazzone, oggi ripartiamo con nuvole non rassicuranti, la cosa positiva è che il profilo altimetro favorisce la velocità.

L’Alberta, possiede una delle maggiori riserve mondiali di petrolio, ma continuando sulla Hwy 3 attraversiamo parchi eolici e impianti fotovoltaici, forse anche qui cominciano a pensare che il futuro non sia solo “fossile”? Tralasciando pensieri filosofico-sociali, lasciamo sulla sinistra la deviazione verso il
Head-Smashed-In Buffalo Jump World Heritage Site. Un sito valorizzato dall’UNESCO per ricordare quando in epoche non troppo lontane, i cacciatori delle First Nations, spingevano verso una falesia le mandrie di bisonti per ucciderli.

Manuela: O visitare il piccolo museo del forte a destinazione o una deviazione di 40 km su sterrato in leggera salita per il sito-museo dei bisonti?
Pigrizia vs cultura: 1–0

Arrivati a Fort Macleod, Manuela vuole visitare il museo ricavato in un vecchio forte della Gendarmerie Royal di Canada (la famosa Royal Canadian Mounted Police o Giubbe Rosse, per gli italiani). La storia narrata sui vari pannelli è interessante, ma come Québécois francofono mi ha piuttosto irritato trovare solo descrizioni in inglese, dato che questa è un’istituzione federale quindi mantenuta con le tasse di tutti i Canadesi.

Manuela: Uscendo da Fernie, per l’ultima volta ammiriamo le pareti rocciose e le fitte foreste della BC. Continuo a sperare di vedere un alce che si abbevera nel fiume, ma anche oggi niente. Non avrò questo regalo, ma a pochi chilometri dal confine con l’Alberta trovo a terra una targa  automobilistica per la mia collezione 🥰. A Sparwood ci fermiamo per un caffè e, da perfetti rimbambiti, ripartiamo senza fotografare il Terex Titan, per anni il più grande camion da miniera del mondo. Siamo in una zona dove ancora oggi si estrae carbone e i pannelli lungo la strada raccontano la dura vita dei minatori di ieri e di oggi. Noi abbiamo una vita più facile, speriamo solo di salvarci dall’acquazzone e di non farci divorare dalle zanzare che ci tormentano. Poco dopo attraversiamo il Frank Slide, la strada passa ancora tra l’immenso ammasso di rocce della frana del 1903 che sommerse gran parte del paesino. Gli unici a salvarsi furono i lavoratori che si trovavano nella miniera.

Tapponi di oltre 100 km per altri due giorni, ma la meteo non sarà dalla nostra parte. La mattina della tappa più lunga, ci svegliamo con la conferma che i 115 km previsti saranno umidi. Dopo soli pochi minuti di pedalata – fortunatamente oggi è domenica e il traffico è ridotto – comincia a piovere e sarà così fino all’arrivo. Sosta uno a 30 chilometri e siamo già bagnati, sosta due a 60 chilometri, sempre più bagnati, il vento fortunatamente soffia nella buona direzione, la media a 90 km è di 24,5 km/h, non male per le nostre bici pesanti e sotto la pioggia. Purtroppo faremo gli ultimi chilometri più lentamente a causa del forte vento laterale, vedo rivoli di acqua che scendono dal cappuccio della giacca direttamente sugli occhiali, per fortuna non fa freddo 12-14° C. 

Arriviamo in vista dell’albergo a Medicine Hat, sono solo le 13 e il check-in è previsto per le 15 , ma il receptionist – impietosito? – decide di darci subito la camera. Questa sera cena con quello che abbiamo in borsa, domani niente sveglia.

Manuela: quando il cielo è nero e le previsioni alla TV dicono “Allerta pioggia molto forte, possibili allagamenti delle strade”, i ciclisti normali cosa fanno? Si girano nel letto e continuano a dormire, mentre noi partiamo per una giornata di 115 km. Abbiamo dell’ottimo abbigliamento antipioggia, ma credo non concepito per il diluvio universale! Siamo arrivati fradici e le bici lavate come in un carwash. Cosa positiva, pur di arrivare il prima possibile e riscaldarci le ossa, abbiamo pedalato senza lunghe soste, concedendoci solo qualche pit stop per un po’ di broda calda.

Analizzando i vari programmi meteorologici decidiamo di aggiungere un secondo giorno di riposo per avere più chances di sole nelle prossime 3-4 tappe e ripartire anche ben riposati da Medicine Hat per dirigerci verso il confine con la prossima provincia.

Tepee Samis

Prima di imboccare la Trans Canada, deviazione “zanzarosa” per una fotografia al più grande tepee del mondo il Tepee Samis, alto 65 m e costruito per le olimpiadi di Calgary del 1988. Poi si parte veramente, ci sono le Prairies di Saskatchewan e il Manitoba da attraversare per circa 1.800 km prima di arrivare a Thunder Bay sulle rive dei Grandi Laghi, le prossime 3-4 settimane sarnno molto lunghe e noiose.

Manuela: Si dice che Medicine Hat sia una delle città più soleggiate e “desertiche” del Canada; per confermare questa fama, naturalmente, ha piovuto per due giorni. Fortunatamente anni fa avevamo già visitato Medalta, l’antica fabbrica di ceramica attiva dall’inizio del Novecento, e il museo dedicato ai Blackfoot, dove si racconta anche l’origine del nome della città, legato al copricapo tradizionale dei loro guaritori spirituali. Usciamo dall’albergo solo per fare la spesa. Ogni tanto il totale ozio è un’eccellente attività fisica e mentale, me lo dice spesso il nostro caro amico Denis… e se lo dice uno psichiatra, bisogna fidarsi!

CANADA – British Columbia

Dopo la delusione causata dalla rinuncia alla PGD, torniamo sulla costa Ovest del Canada per affrontare la traversata del nostro paese.

“A mari usque ad mare” (“Da mare a mare”) è il motto del Canada. Sarà anche il nuovo obiettivo dell’estate: attraversare in bicicletta il nostro Paese d’adozione, dal Pacifico alla città di Québec. L’Atlantico lo avevamo già raggiunto anni fa, pedalando da casa fino alle coste del New Brunswick e della Nuova Scozia.

La delusione per la Peru Great Divide sarà difficile, anzi per me impossibile, da dimenticare. Il mio alter ego mi ha però convinto a non tornare subito a casa, non saranno le Ande, ma questo viaggio potrebbe essere il modo più originale per celebrare i nostri vent’anni di vita in Nord America.

8 giugno – Atterraggio a Vancouver

Sistemati in un hotel vicino all’aeroporto, usciamo per le solite commissioni: gas per il fornellino, un po’ di cibo, uno spray supplementare per le zanzare e uno anti-orso. Del resto, gli orsi non mancheranno lungo tutto il percorso delle prossime settimane e in tutto il Canada c’è la fabbrica mondiale di zanzare e tafani.

Il supermercato più vicino all’albergo è cinese e, per praticità, decidiamo di fare la spesa lì. Le etichette sono rigorosamente bilingue, ma non nelle lingue ufficiali del Canada, bensì in cinese e inglese. Molti commessi parlano solo mandarino e alle casse si paga anche con Alipay (app di pagamento cinese). Il lato positivo è un buon banco di piatti pronti, perfetto per la nostra prima cena post Perù.

Manuela: Malgrado il solito stress del viaggio in aereo con le biciclette, il ritorno in patria è stato senza intoppi. A Lima, l’addetta al check-in, incuriosita dalle nostre scatole per le bici, ci ha anche fatto un upgrade e chiuso un occhio su un bagaglio troppo pesante.

Abbiamo sbagliato aereo? Dallo shuttle alla reception dell’albergo, a tutte le persone che incrociamo, sono di origine asiatica. Vedo più scritte in cinese che in inglese. Scherzo con Francesco dicendogli che la nostra idea iniziale di viaggio era la Via della Seta, quindi “Welcome!”. Siamo invece nel quartiere di Richmond, vicino all’aeroporto di Vancouver, dove circa il 70% della popolazione è di origine cinese. Sembra davvero di essere arrivati in Asia. Che peccato, come vorrei esserci!

9/14 giugno – Da Vancouver a Osoyoos

Rimontate per l’ennesima volta le bici, la mattina seguente si parte. Faremo pochi chilometri, solo per arrivare in periferia della città dove trascorreremo la seconda notte a casa di un ospite Warmshowers, il gruppo di ciclisti che offre ospitalità a gente come noi. Ci dirigiamo così a Surrey arrivando a casa di Ann, insegnante e viaggiatrice, figlia di una simpaticissima coppia di francesi immigrata qui da tanti anni. Durante la cena avrò modo di chiacchierare su tutto e su nulla con il padre di Ann definito dalla moglie “un libero pensatore”. Un buon dibattito filosofico e scambio di opinioni tra persone senza peli sulla lingua.

Manuela: Il nostro coast to coast canadese non poteva iniziare meglio, accolti e sfamati da Ann e dai suoi genitori, una famiglia che ci resterà nel cuore e che speriamo un giorno di poter ricambiare per la loro ospitalità. Il giro del mondo continua: “Ehi Franz, non pensavo di aver pedalato così tanto, siamo già in Asia del Sud”. In questa zona tutto ciò che vediamo ci ricorda l’India o i paesi limitrofi e pranziamo in un parco accanto a un Gurdwara e a un gruppo di sikh che gioca a carte. Qui circa un abitante su tre è di origine sudasiatica. Evviva il multiculturalismo canadese.

Il meteo canadese non è dei migliori in questi primi giorni: nuvole e qualche goccia di pioggia. Ma, dopo aver appena pedalato in Italia e in Perù (per noi i peggiori in fatto di rispetto per i ciclisti), qui ci sembra di essere nel Paradiso delle due ruote, con un’infinità di ciclovie, semafori dedicati a pedoni e ciclisti, auto che rispettano la distanza di sicurezza e si fermano agli incroci per lasciar attraversare due “imbecilli” in bicicletta, anche quando arrivano con il giallo. Cari Latini, vi vogliamo bene e ci mancate, ma quanto è piacevole ritrovare un po’ di educazione civica. Non a caso il Canada è considerato tra i Paesi con la migliore qualità di vita al mondo.

Arrivati a Hope entriamo nella regione montagnosa dell’ovest, le Columbia Mountains, un susseguirsi di catene prima delle più conosciute Rocky Mountains. Da qui in poi, per le prossime due settimane, sarà dura e in salita! Ci ritroviamo subito tra valli infinite, foreste fittissime, popolate da cervi, alci, castori e, ovviamente, orsi.

A proposito di orsi. A lato strada, dopo aver letto un avviso di sicurezza su questi simpatici animali, siamo in sosta per mangiarci un’arancia. Qualcosa si muove a cinquanta metri da noi, è una schiena marrone, sarà un cervo o un orso? Preferiamo non verificare, ripartiamo subito e di corsa. Non capisco come mai Manuela, che di solito mi lascia indietro in salita, oggi rimane a ruota, sorrido tra me, la Pantanina dovrà lavorare sulla sua pazienza dato che lo spray sono io ad averlo.

Questa notte dormiremo in tenda. Il guardiaparco ci suggerisce di nascondere il cibo nel retro dei contenitori per i rifiuti che sono in acciaio e dotati di sistemi antiorso. Purtroppo durante la notte abbiamo comunque una visita; un roditore mi crea un bel buco nella borsa fissata sul telaio, probabilmente attratto dall’odore del micro pezzettino di arachide che mi era caduto.

Manuela: Passare dai paesaggi peruviani al piattume dell’est canadese mi avrebbe fatto venire la depressione. Qui, invece, continuo a vedere montagne, laghetti, torrenti e boschi di abeti. Oups, un cervo… oups, un orso! La prima notte in tenda mi mette comunque un po’ di ansia. Il guardiaparco vuole rassicurarci dicendo che nel campeggio la settimana scorsa sono stati avvistati solo tre orsi neri e nessun grizzly. Mi sento mooooolto tranquilla, Ranger Smith non potevi stare zitto!!! Per fortuna le salite stancano, dormirò come un sasso senza pensare a Yoghi e Bubu.

La salita dopo la cittadina in riva al lago di Osoyoos è infinita, ma tutto va bene, non siamo più a 4.000 m di quota e la differenza di energia è evidente. Arriviamo a Princeton e siamo ospiti di un altro Warmshowers, Dean; un po’ più giovane di me, ciclista solitario e proprietario di un centro fitness. La tenda sarà piazzata nel cortiletto sul retro, ma avremo accesso a spogliatoi, WiFi, cucina, lavanderia, nonché un’eccellente birra IPA per la cena e il caffè pronto la mattina appena alzati.

Manuela: Freddo, caldo, freddo… un continuo vestirsi e svestirsi, la scusa perfetta per riprendere fiato in cima alle salite. Su questa strada c’è pochissimo traffico, incrociamo un gruppo di ciclisti del Québec, qualche pick-up e gli immensi camion del legname e delle miniere. In zona si trova una delle più grandi miniere di rame a cielo aperto del Canada, è impressionante vedere la montagna sventrata vicino a Princeton.

Nonostante un’ottima notte, la mattina mi sveglio stanchissimo e decidiamo di accorciare la tappa successiva per evitare l’ultima lunga salita sotto i 30°C previsti nel pomeriggio. Ci fermiamo in un paesino agricolo in un vecchio motel da film d’epoca. Poco distante, un ristorante ormai in chiusura (19:15, qui “si arrotolano i marciapiedi”, cioè non c’è più nessuno in giro) ci prepara due ottimi hamburger.
A cena solo acqua, le leggi provinciali vietano la vendita di birra da asporto. No comment.

Manuela: Continuo a pensare alle Ande e a paragonarle a queste montagne. Ci lasceranno qualcosa nel cuore, come ci è successo dopo i viaggi in Sud America?
Mentre arranco in salita, vengo superata dal rombo assordante di una cinquantina di Porsche, Ferrari e Lamborghini. La sera, mentre montiamo la tenda, ripenso al contrasto tra il nostro modo di viaggiare e quello dei proprietari di quelle supercar.
Siamo nati e cresciuti nel comfort, ma questa esperienza in sella ci ha riportati all’essenziale. Ci ha insegnato che la bicicletta non ci porta soltanto attraverso paesaggi meravigliosi, ci ha permesso di riscoprire il valore delle cose semplici, come un piatto di pasta al burro condiviso insieme seduti su una panchina. Soprattutto, ci ricorda il valore delle relazioni umane, offrendoci l’opportunità di condividere un piccolo tratto di vita con le persone che incontriamo lungo il cammino, grazie a quella gentilezza spontanea che, nella vita di tutti i giorni, non è sempre così naturale. Con Francesco parliamo spesso di questo tema e, pur avendo caratteri diversi, finiamo sempre per essere d’accordo.

16 giugno – Piccole differenze tra Canada e USA

Ieri abbiamo deciso di fare una breve deviazione negli Stati Uniti per seguire una strada meno trafficata lungo il fiume Kettler ed evitare anche qualche centinaio di metri di salita. Appena fuori Midway, BC arriviamo alla frontiera, siamo soli e ci fermiamo direttamente alla guardiola del controllo passaporti senza rispettare lo Stop posto esattamente tre metri prima. Primo errore! L’agente statunitense, come al solito serissimo, esce dall’ufficio masticando e con una briciola sulle labbra, probabilmente lo abbiamo disturbato durante la colazione, ci redarguisce dicendo che non ci siamo fermati allo stop dove si prende la foto della targa.

Ci scusi diciamo noi – vuole che torniamo indietro?

No, non serve!

Scansiona i documenti, non ci fa nemmeno la classica domanda sul cibo fresco, sul dove andiamo e ci lascia proseguire.

Dopo circa 40 km, ci fermiamo in un micro ristorante sperduto nel nulla. Siamo accolti da una sorridentissima signora bionda sui 40 anni, cotonata stile anni ’80, vestita con un prendisole fiorato più adatto a una spiaggia hawaiana che alle montagne del Washington. Ordiniamo due caffè con due cinnamon roll che saranno serviti tiepidi con della panna dall’altrettanto sorridente marito. Tutt’altro genere di accoglienza! E questo lo diciamo perché anche gli Yankees ci hanno sempre accolto molto bene, oggi l’ennesima dimostrazione.

Arriviamo al controllo frontaliero canadese. L’agente ci accoglie con un sorriso, mentre controlla i passaporti ci chiede dove siamo diretti e gli rispondiamo che stiamo facendo la Trans-Canada per tornare a casa in bicicletta. Ci chiede dettagli del viaggio per cinque minuti, ci fa un sacco di complimenti e, solo prima di partire, si ricorda che deve chiederci se abbiamo comprato qualcosa da dover dichiarare. In venti anni di vita in Canada, penso di non aver mai trovato un solo agente frontaliero canadese scortese.

17/25 giugno – Da Grand Forks a Crowsnest Pass

Rientrati “in patria” riprendiamo la navigazione verso Est fino a un bel campeggio a Christina lake che offre uno spazio tende per ciclisti. Qui facciamo la conoscenza di Eliot, un giovane giornalista originario di Hong Kong, ormai torontino da cinque anni. È alla prima lunga esperienza in bicicletta e dice che questo è il migliore modo per conoscere il suo paese di adozione, complimenti! Durante il tranquillo e caldo pomeriggio arriva anche Jeff, un quasi coetaneo proveniente dal vicino stato di Washington. La mattina successiva ci si saluta dandosi un potenziale RDV lungo il percorso della tappa. Noi siamo i primi a metterci in strada, pedaliamo tranquillamente fino al punto in cui incrociamo il BC Trail e, dopo la pausa caffè di metà mattina, siamo raggiunti da Jeff.

Lo sterrato è in buone condizioni e le pendenze minime; il tracciato segue una vecchia linea ferroviaria dismessa. Si procede più o meno insieme fino al lungo Bulldog Tunnel, dove siamo costretti ad accendere la luce anteriore. Subito dopo, ritroviamo sia Eliot che Jeff, dato che il primo aveva preferito aspettare per affrontare la lunga galleria in compagnia.

Manuela: Racconto a Eliot il mio incubo di ritrovarmi in un tunnel e intravedere un orso dall’altra parte, lui sorride e mi mostra un suo video, è esattamente quello che gli è successo ieri! Capisco perché non voleva fare  la serie di 5 tunnels da solo, io sarei morta di paura!

Da qui in avanti la discesa in paese sarà meravigliosa, il lago sottostante è pieno di legname; sembra che da queste parti i vecchi sistemi di trasporto legna siano ancora in voga .

È a pochi chilometri dal paese che abbiamo la sorpresa: a un centinaio di metri davanti a noi c’è un giovane orso. Essendo molto giovane, potrebbe esserci vicino la madre, è quindi più prudente aspettare che si allontani da solo. I miei tre gentilissimi compagni decidono che il primo a partire sarà il più vecchio – questa è la democrazia dicono loro – tolgo la sicura allo spray antiorso e riparto pensando che in fondo un orso non è altro che un cane un po’ più grosso… O no? Purtroppo, preso dal mio ruolo di “aperitivo per orsi”, non sono stato abbastanza veloce a scattare una fotografia, dovrete credermi sulla parola.

Manuela: ero terrorizzata all’ idea di incontrare un orso su un sentiero. Alla fine non è stato terribile, eravamo in forza maggiore. Poverino! aveva più paura lui di noi, lo abbiamo incrociato in un punto in cui non riusciva a scappare tra una lunga falesia di roccia e un precipizio, correva avanti e si girava per vedere se i mostri erano spariti o no. Lo zio Franz davanti brandendo lo spray e noi vigliacchi dietro che urlavamo… chissà cosa avrà raccontato Bubu a Yoghi quella sera?

Sono gli ultimi chilometri di quella che, a nostro parere, potrebbe essere inserita nella  lista delle più belle tappe dei nostri giri in bici e anche percorsa in piacevole compagnia. Due italiani, uno statunitense, un giovane cinese, la stessa passione, una giornata immersi nella natura delle montagne canadesi.

Entriamo in città, ognuno si dirige all’albergo prescelto e domani ricominceremo da soli.

La strada per Nelson è tutta un su e giù che nonostante i pochi chilometri fa aumentare il contatore dei metri di dislivello positivo. Questa sera dormiremo sulle rive del Kootenay Lake ospiti di Rick e Sue, due Warmshowers che ci fanno campeggiare nella loro proprietà vista lago.

Manuela: Penso a nostra figlia, che anni fa aveva fatto uno scambio scolastico nella cittadina di Nelson. Nata con il boom dell’argento, conserva splendidi edifici storici e uno spirito un po’ hippy che la rende caratteristica.

Sveglia con calma, per attraversare il lago  dobbiamo fare solo 7 km e prendere un piccolo traghetto gratuito che salperà poco prima delle 10. Appena rimontiamo in sella su una salita molto ripida vediamo alla nostra destra un giovane cervo, poi una mamma con il suo piccolo. La giornata comincia bene, ma la temperatura elevatissima e la totale mancanza di vento mi stancano molto. A 35 km da quella che sarebbe stata la nostra destinazione odierna, propongo alla mia boss di fermarci all’ultimo albergo su tutta la strada. L’albergo è pieno, ma non perdo la speranza e provo a chiedere informazioni alla casa accanto.

La signora con cui parlo è originaria del Québec e per decenni è stata la proprietaria dell’hotel, ora passato alla nipote. Con grande disponibilità, Ramona ci offre una camera in casa sua a un prezzo irrisorio. Manuela è meno convinta della scelta, ma non ci sono alternative, io sono esausto – a quanto mi hanno detto, si vedeva chiaramente – non vedo l’ora di farmi una doccia e buttarmi su un letto.

Al risveglio dalla siesta, cominciano le sorprese. Entro in cucina e trovo uno dei figli di Ramona che sta pulendo una decina di trote pescate la mattina. Dopo meno di 10 minuti, mi ritrovo nel piatto un bel pesce appena cotto. Mentre mangio arriva da Calgary la seconda figlia con il marito e, dopo qualche scambio, finalmente in francese, ci ritroviamo invitati a cena. E che cena! Questa sera mangeremo un BBQ di astice, granchio delle nevi e ostriche.

Cosa dire di quest’ultima giornata? Forse sarà uno stereotipo da film, ma la cordialità di certe persone non si è smentita. La signora che ci ha ospitato non aveva sicuramente bisogno di “affittarci” quella camera, ma ci ha aperto la porta di casa, ci ha invitati a cena e offerto anche la colazione. Questi fatti non sono una rarità.

La mia stanchezza cronica ha portato qualcosa di positivo! Domani tappa corta e poi, finalmente, la prima vera giornata di riposo dopo la partenza da Vancouver di 13 giorni fa.

A Fernie dormiamo per l’ultima volta in BC. Questa piccola cittadina è uno dei punti di passaggio della Tour Divide, il mitico percorso che, seguendo la Continental Divide, collega Banff, in Alberta, ad Antelope Wells, nel New Mexico, al confine con il Messico.

Manuela: La famosa gara di bikepacking è iniziata qualche giorno fa e i concorrenti sono ormai lontani. Mi sarebbe piaciuto incrociare questi atleti, il vincitore completerà i circa 4.400 km, con oltre 60.000 metri di dislivello, per gran parte su sterrato, in poco più di undici giorni.  Ci accontentiamo di dormire nello stesso ostello, pedaleremo più forte anche noi domani?

La mattina scendo nel locale bici a prendere i nostri mezzi e incontro un ragazzo giovane. Saluti… In inglese mi chiede se stiamo facendo la Tour Divide… Con le mie scarse capacità rispondo che andiamo lungo la Trans Canada… Mi chiede, in francese, se parlo francese… Sì… Gli chiedo da dove viene… Kelowna, ma sono italiano… Di dove? Friulano… Come la nonna di mia moglie e la mia… Lavoro nel settore vitivinicolo… Come me, anni fa… Pratico anche alpinismo e arrampicata… Come me anni fa… Sono informatico… Come me anni fa… Ah! Mi chiamo Francesco… Come me!

La voglia di continuare a parlare e tanta, ma il dovere ci chiama, oggi si rischia un temporale prima di entrare in Alberta e dobbiamo partire, abbiamo ancora qualche migliaio di chilometri da percorrere prima di arrivare a casa.

Manuela: Lasciamo la British Columbia con il ricordo di tanti piccoli centri abitati nati con miniere, ferrovia e legname, su terre delle popolazioni indigene, oggi in parte riserve. Alcuni si sono reinventati con il turismo, altri sono quasi dimenticati. Amo la montagna e la solitudine, ma non so se riuscirei oggi a vivere in luoghi così remoti.

PERU – Doveva essere “Il canto del cigno”, è diventata una “Messa da requiem”

Partirono per suonare, ma furono suonati. Perù Great Divide, la fine di un sogno. (They set out to take on the challenge, but the challenge took them on. Peru Great Divide: the end of a dream.)

Per chi non conoscesse i brani a cui mi riferisco, ecco un paio di link: https://open.spotify.com/track/2EWT2m9XzP7jdI9QaCxuaz?utm_source=chatgpt.com e https://open.spotify.com/track/05KCNbU4GB5QzcSnBHdMGo?si=xLxh5TGOSfOaEG8QTGuhfw

25 maggio – Huaraz

Esattamente un anno fa eravamo in questa città, a 3.000 m tra le alte montagne della Cordillera Blanca. Facciamo una passeggiata a passo rapido fino a un belvedere sopra la città, 300 metri di dislivello per capire come reagiamo alla quota. Ci sentiamo bene, domani si parte!

Andiamo al mercato per gli ultimi acquisti alimentari – sicuramente abbiamo comprato troppo – sistemiamo le bici, cuciniamo qualche cosa che ci servirà come pasto lungo la strada e poi gli ultimi momenti di relax. Facendomi la doccia ho pensato che probabilmente passerà un po’ di tempo prima di farne un’altra così calda e piacevole.

Trascorriamo l’ultima serata con una coppia olandese e due amici finlandesi, potrebbero essere tutti nostri figli, ma condividono con noi “vecchi” le loro esperienze e sono qui per percorrere la stessa strada.

Manuela: da quando siamo tornati nelle montagne ho male al collo, cammino sempre con lo sguardo in alto, verso le vette innevate. Passare dal livello del mare a pedalare a più di 4.000 m di quota senza avere il fiato corto sarà dura, ma ci proviamo. Francesco freme per partire, è un po’ inquieto per le bici pesanti, gli propongo di abbandonare il suo vasetto di Nutella, mi risponde con una parolaccia😁.

26 maggio / 4 giugno – Lima

Siamo partiti, abbiamo pedalato bene in salita e senza troppa fatica per un giorno, trascorrendo la prima notte in tenda nascosti da un mucchio di pietre. Il secondo giorno dopo 3 ore e soli 25 km arriviamo faticosamente al villaggio di Conococha a 4.100m . Qualche cosa non va, io sono stanchissimo. Decidiamo di lasciare qui le biciclette e tornare a Huaraz, nonostante nessuno dei due soffra di mal di montagna è evidente che non siamo acclimatati a sufficienza; meglio passare ancora una o due notti a una quota inferiore. Il villaggio di Conococha è su un crocevia importante e passano molte auto, in poco tempo troviamo un passaggio e in un paio d’ore siamo di nuovo in città.

Manuela: Uscendo dalla città un grosso cane mi attacca facendomi quasi cadere a terra. Dopo pochi chilometri evito un primo cane, ma un secondo mi si piazza davanti: nel panico provo a scendere dalla bici per usarla come scudo, perdo l’equilibrio e finisco a terra mentre Francesco urla come un pazzo contro i due cani. Iniziamo bene!
Un altro cagnetto comincia a seguirci e corre accanto a noi per 5-6 km; ogni volta che ci fermiamo si avvicina in cerca di coccole. Devo proprio mettermi in testa che non tutti i cani peruviani sono cattivi.

Mi sento meglio nonostante la diarrea del viaggiatore, ma il mio apparato digerente non è compatibile con il cibo peruano. Torniamo in autobus a Conococha, dove pernottiamo, e a cena ritroviamo Jasper e Leike, la coppia olandese che nel frattempo ci ha raggiunto. La mattina successiva si riparte lungo questa strada da sogno.

L’ambiente è fantastico, silenzioso, ipnotico. Non c’è nessuno che disturba, in lontananza un pastore ogni tanto. Verso mezzogiorno arriviamo nel villaggio di Ticllos, ci è stato detto che alla chiesa c’è una missione dell’Operazione Mato Grosso, ne approfittiamo per andare a salutare, sicuramente troveremo un volontario italiano affaccendato in qualche lavoro. In effetti, siamo accolti da Federica e Elisa con figli al seguito, Elena e Paola; data l’ora, siamo anche invitati a pranzo. Conosceremo così Simone, marito di Federica e Padre Andrea parroco italiano che vive qui da più di trenta anni e artefice dello sviluppo della scuola di falegnameria locale, nonché di altre attività dedicate ai giovani. Dopo il caffè – rigorosamente fatto con una moka Bialetti – veniamo invitati a restare per la cena e la notte. Si potrebbe continuare a raccontare ed elogiare l’opera di questi volontari, ma il nostro viaggio deve continuare e il giorno dopo ci rimettiamo in strada.

Manuela: Mi ritrovo con Paola a chiacchierare mentre tagliamo cipolle e carote e con la signora peruviana che tutti chiamano Tía (la zia) e che dirige la cucina impartendo istruzioni precise. I grandi pentoloni si riempiono e tutto viene cotto su una grande stufa a legna: non si scherza, bisogna preparare da mangiare  tre pasti al giorno per circa 80 ragazzi e ragazze affamati che vivono nel convitto della scuola.
Nei momenti di pausa coccolo il bimbo di tre mesi di Federica, mentre lei, tra un lavoro e l’altro, tiene d’occhio gli altri due figli, di due e tre anni, che scorazzano liberi e felici. Nel piazzale alcuni giovani sgranano pannocchie, altri sono nel bosco a raccogliere legna. C’è chi si fa male, chi piange e chi ride, ma qui avranno forse l’opportunità di imparare un mestiere gratuitamente e costruirsi un futuro migliore.

Quando ripartiamo il giorno successivo, seguiamo i consigli di Padre Andrea, che ci suggerisce una nuova strada, alcuni tratti sono ripidi, ma dovrebbe essere un po’ più corta. L’inizio della tappa è facile, pedaliamo con leggeri su è giù e poi tutta discesa fino a 2.500 m nel villaggetto di Canis. La valle è maestosa, la strada sterrata in buone condizioni, ma le pendenze e le vacche o pecore che incrociamo ci obbligano ad andare molto piano. Poi comincia una penosa risalita con vari su e giù fino a Llipa, a 3.000 m e dovremo farci a piedi una decina di chilometri a causa delle pendenze assurde e del fondo stradale molto sconnesso; ciliegina sulla torta gli oltre trenta gradi di temperatura.

Manuela: questo paesaggio mi toglie il fiato da quanto è bello o forse è lo spingere una bici di 35 kg su salite al 15 % sotto un sole cocente? Non si vede la fine della valle talmente è profonda e in lontananza si scorgono alcune case arroccate su pendii vertiginosi. La vegetazione cambia man mano che perdiamo quota, spuntano vari cactus, fiori colorati e qualche albero da frutto.

Arrivati in paese non ci sono storie, prima di trovare il posto in cui dormiremo, cerco una tiendita dove comprarmi una birra. Ci dirigiamo poi verso il municipio, sapendo che hanno anche delle camere da affittare; una signora ci apre una stanza dove ci sono due materassi, perfetti per appoggiarci i nostri sacchiletto, per i bagni evitiamo la descrizione. Il giorno dopo giù di nuovo per 10 chilometri sterrati, incontrando solamente quattro operai addetti alla manutenzione della strada comodamente seduti all’ombra del loro camioncino. Attraversato il ponte a fondovalle, arriviamo al bivio che ci porterebbe alla prossima sezione della PGD: un centinaio di chilometri di pura salita.

Durante la solitaria pausa caffè dico a Manuela che io non me la sento di continuare. Ho perennemente la nausea, il cibo di qui mi fa star male, ho quasi 66 anni e le poche calorie che riesco a introdurre non sarebbero sufficienti per pedalare due mesi a quote che vanno dai 3.000 ai 4.900 metri. Il mio sogno svanisce definitivamente, ma la cosa cosa che mi irrita di più è che sto distruggendo anche il sogno di Manuela.

Manuela: ehi cosa succede? No, non è possibile!! Smettila di lamentarti, tutti hanno il fiato corto e fanno fatica, ho letto il blog di altri ciclisti che hanno 30 anni, sono appena passati da qui, questo pezzo lo trovano difficile…tutti sono stanchi perchè si è all’ inizio, non ancora ben acclimatati…andrà meglio la settimana prossima…tra 3 giorni incrociamo un’ altra valle, dai provaci.

Niente, il mio compagno di viaggio è KO, non ne vuole sapere.

Mentre con tristezza cominciamo la discesa verso la costa del Pacifico, penso a cosa disse un giorno Anatoli Boukreev, un grande dell’alpinismo: “Le montagne non sono stadi in cui soddisfo le mie ambizioni, ma cattedrali in cui pratico la mia religione. Vado da loro come gli uomini vanno a pregare. Dall’alto delle loro cime guardo il passato, sogno il futuro e sento il momento presente con un’insolita chiarezza… La mia visione si allarga, la mia forza si rinnova. Nelle montagne celebro la creazione. Rinasco a ogni viaggio.

È così anche per me, non c’è opera umana che possa affascinarmi più di questi passaggi montani, le Ande sono… cattedrali in cui pratico la mia religione… Purtroppo, la mia “fede” questa volta non è stata abbastanza forte.

Dai 4.200 m del passo sopra Conococha in pochi giorni ci ritroviamo a livello del mare a Lima per espletare le solite operazioni “di rientro”, purtroppo anticipato.

Sono triste? Si moltissimo. Quando ho pubblicato sul nostro conto Instagram l’ultima foto della PGD, mi sono arrivati un paio di messaggi da due ciclisti che erano passati da qui qualche mese fa e hanno capito come ci si puo sentire dopo una simile rinuncia.

Manuela: Ho pedalato per tre giorni verso Lima incavolata nera, ripetendo parolacce come un mantra a ogni pedalata. Io stavo bene; Franz, invece, ha pagato mesi di golosità. In pratica, una borsa carica in più sulla bici… o meglio, sulla pancia. E le salite del Perù ti fanno espiare tutti i peccati veniali fino all’ultimo grammo.
Durante la notte mi sono calmata e ho pensato: «E se fossi stata male io?».
La vera delusione, però, è che Franz si è fermato senza voler nemmeno tentare di andare avanti. So che sarebbe stato difficile vincere la sua battaglia con il cibo, ma io ci avrei provato ancora per qualche giorno.

A Lima, Manuela mi propone di non rientrare subito a casa — ha ragione ovviamente — così il biglietto che acquistiamo ci riporterà in Canada, dove viviamo, ma non proprio alla destinazione finale. Non sarà la stessa cosa delle Ande peruviane, ma almeno ci permetterà di continuare a pedalare.
Sono vecchio, è vero, ma non sono ancora disposto a passare il mio tempo su un divano.

PERÙ – El silencio

La delicata situazione in Medio Oriente ci consiglia di iniziare la via della seta da Est. Un vecchio sogno ci spinge però a fare nuovamente tappa in America Latina.

Anni fa, leggendo un articolo di bikepacking, scoprii “El silencio” (https://vimeo.com/303378531), un cortometraggio girato sul percorso che ci sta stregando da oltre quattro anni: la Peru Great Divide (o PGD per gli intimi).
Lo abbiamo visto e rivisto, studiato ogni tappa, abbiamo provato a lanciarci su quelle strade già due volte, ma dopo alcuni chilometri, per motivi diversi, abbiamo dovuto rinunciare.

Tentativo 2022 alla PGD
Yuracmayo 2025, quota 4.500 m. Il vecchio è stanco e non ce la fa più

Adesso, dopo aver percorso l’Italia da Nord a Sud, saremmo dovuti andare verso Est, l’instabilità politica di alcuni stati che volevamo attraversare ci ha però convinto a cambiare momentaneamente i piani. Eccoci così nuovamente in Perù a Huaraz in fase di acclimatamento.

Manuela: Forse la verità del cambio di programma è che tutte le volte che pensiamo al Perù diciamo che dobbiamo ritornarci, senza aspettare di essere più vecchi e malandati di quello che già siamo, che il 2026 sia l’anno buono? Le Ande ci hanno stregato, il piccolo lama in tessuto appeso alla nostra sella da quattro anni vuole tornare a casa.


Torniamo a El silencio, perché questo nome? Quando si sale lentamente in quelle valli non si sente alcun rumore, solamente le montagne e il vento. La sensazione che si può provare in quei posti è particolare, unica: vecchie strade sterrate che salgono fino a 4-5.000 metri e ogni tanto una casa, un gregge di lama, un pastore.

Manuela: Sono entusiasta all’idea di tornare nelle Ande. Da sempre soffro della “sindrome di Heidi”, le montagne mi mancano appena mi allontano da loro e qui mi sento a casa.
Da quando siamo arrivati in Perù, la voglia di pedalare su queste strade si mescola a un po’ di ansia, le ossa scricchiolano e non siamo certo in super forma.
So che maledirò questa decisione, che mi verrà voglia di buttare la bici in un burrone… ma spero di ritrovare quel “rumore del silenzio” che riesco a sentire solo in alta montagna.

Ultimi giorni italiani

Dalla Puglia, la migliore soluzione per trasferirci in Sud America è quella di prendere un volo da Roma. Nella capitale trascorriamo tre giorni travolti dall’overtourism. La finestra della nostra camera si affaccia sul portone dei Musei Vaticani, la prima fotografia della prossima galleria è stata scattata alle 7:51. È la fila di persone che aspettano di entrarci. Trovate qualcosa di diverso rispetto alle prime due foto di questo articolo?

E per finire…

L’anno scorso c’è stato chi ha apprezzato la mia lista di brani musicali legati a particolari momenti delle giornate passate in bicicletta. Quest’anno, ho voluto creare una lista ispirata ai luoghi che sognamo di attraversare nelle prossime settimane.

Chi volesse, può collegarsi a questo link: https://open.spotify.com/playlist/1whRPtGws8HSKvt8UsVUxb?si=nDlfDRLeSsysEKXqHMMBRg%0A

ITALIA – Le bellezze del tacco

Dalla costa del Gargano fino al Salento, tra antichi ulivi, trulli, città bianche e cibo delizioso. Nella testa tante idee per pedalare su nuove strade… o vecchie sfide.

1/16 maggio – La Puglia

Finalmente entriamo nella settima e ultima provincia italiana del nostro giro in Italia.

Trascorriamo un giorno intero di “Dolce fare niente” a Lesina, un tranquillo paesino sull’omonimo lago, all’inizio del Gargano. Passeggiando per il centro, io e Manuela, ci guardiamo sorridendo perché non riusciamo a capire una sola parola di quello che dicono le persone. È certo che anche loro direbbero la stessa cosa se ci ascoltassero parlare in dialetto bresciano, questo è il bello dell’Italia: ogni città una lingua completamente diversa.

Cerchiamo di pedalare lungo strade secondarie, sgarrupate e senza traffico in mezzo a campi coltivati fino a Peschici.  Il giorno dopo affrontiamo quella che sarà l’unica tappa dura sulle rive dell’Adriatico. Le salite sono lunghe e ripide, siamo forse noi troppo fiacchi? Qualunque sia la risposta, siamo contenti di essere qui.

Manuela: Su un sentiero incrociamo i cartelli della Via Francigena. Peccato aver dimenticato a casa il passaporto del pellegrino: avremmo potuto aggiungere nuovi timbri a quelli già raccolti fino a Roma. Da qui a Santa Maria di Leuca seguiremo ancora il suo percorso.

Sulla strada per Mattinata abbiamo visto scorci da cartolina: Vieste e la Baia delle Zagare per fare due nomi, ma tante altre calette fenomenali. E la cena non sarà da meno; tra fritto misto di pesce e guazzetto con polpo abbiamo fatto fatica a rientrare in albergo.

Manuela: “Peschici, le case bianche arroccate sulla scogliera, che luogo romantico e pittoresco”. Chiamo mia mamma perché ho dei vaghi ricordi di un’estate in famiglia: “Avevi 18 mesi, ti ricordi solo perché hai visto tante volte le fotografie e tutte le volte che si nominava la Puglia dicevo che era stata una vacanza terribile, da incubo! ” …ahahah...

Con l’arrivo a Margherita di Savoia le vere salite sono già finite. Cerchiamo di scappare dai nuvoloni neri e dalla pioggia, ma non possiamo perderci una sosta in un caseificio per acquistare delle mozzarelle di bufala freschissime.

Manuela: Il Gargano merita la strada tortuosa che ci siamo fatti per visitarlo, da un lato il mare con acqua cristallina con il profumo di salsedine e dall’altro il bosco umbro, fitto, ombroso dall’odore di muschio e funghi. In piena stagione dicono che sia affollatissimo e che i prezzi siano alle stelle, noi ce lo godiamo nella tranquillità della bassa stagione, unica pecca: niente tuffi nel mare!

La bontà della bufala

A Manfredonia ci fermiamo a chiacchierare con un giovane che lavora come ingegnere su piattaforme off-shore e che sogna di viaggiare in bici. Ci dice che quando propone agli amici di partire con lui, gli viene risposto: “Non sei povero, perché dovresti girare in bicicletta?”.

Ripensiamo a lui quando, arrivati al B&B, il proprietario — con borsello Louis Vuitton — alla richiesta di un buon ristorante ci indirizza verso un bar che fa panini e, per la spesa, ci consiglia il supermercato “più economico”. Queste parole ci confermano il binomio inevitabile: ciclo-viaggiatore uguale pezzente.

Non ragioniam di lor ma guarda e passa…

Prima di arrivare a Bari, sosta a Trani per visitare la bella cattedrale romanica del 1200 e il castello Svevo.

Da giorni notavo una certa disinvoltura verso le basilari regole stradali, ma oggi il mio cervello ha fatto un altro “click”: quasi nessuno usa la cintura di sicurezza e molti guidano con il cellulare in mano. Una scelta che riguarda uomini e donne, e che non ha nulla a che vedere né con la virilità né con facili stereotipi geografici.

Manuela: Tra saline un po’ trascurate, discariche e zone industriali dove si lavora la pietra calcarea locale, l’ingresso a Trani non è dei più scenografici. Poi tutto cambia in meglio: vicoli di case bianche in pietra, il castello e la suggestiva “cattedrale sul mare” in una posizione davvero eccezionale. Uhaooo!

Nella scelta di cosa visitare e cosa no, non ci fermiamo a Bari, facciamo solo in modo di superare questa città indenni. Attraversandola ci guardiamo attorno e preferiamo fermarci per la notte in periferia in un posticino sulla costa: bello, ben gestito e tranquillo.

Passiamo da Poligliano a mare, dove nacque Domenico Modugno, foto accanto alla statua e, già che ci siamo, pausa pranzo sulle panchine panoramiche vicino alla scogliera. Qui siamo allietati dai turisti ben vestiti che si fanno selfie con labbra a culo di gallina e/o gambetta tesa per snellire la figura…

Manuela: Quando arriviamo in luoghi super turistici, tra persone eleganti e vetrine irresistibili, mi viene una voglia di indossare una gonna, truccarmi e sistemarmi i capelli. Ma dura cinque minuti, in sella alla mia bici mi diverto troppo.
L’unica vera tentazione è vedere cose meravigliose nelle vetrine, voler comprare tutto e non poterlo fare. Il cicloturismo è uno sport anti-shopping.

Dopo Monopoli – no, il famoso gioco non c’entra nulla con questa città – inizia una bella salitona che ci porta a Alberobello, siamo nella regione dei trulli. La giornata piovosa ci fa scegliere di prendere qui la giornata di riposo settimanale. Chi ce lo fa fare di bagnarci? Rimaniamo comodamente alloggiati in un bel trullo ristrutturato in gentile compagnia di due sorelle francesi (Marie, nous l’avons finalement publié 😉) con le quali condividiamo lo spazio cucina e chiacchierate sulla vita.

Manuela: I trulli, patrimonio UNESCO: bellissimi. Ad Alberobello c’è gente ovunque, educata e molta no, casinista e poca no. Per il nostro modo di viaggiare, troppa confusione. Avremmo dovuto visitarli alle cinque del mattino per goderceli con più calma. Anche questa tappa però è fatta, e siamo felici di tornare nella campagna del Salento, tra gli oliveti secolari, terra dei nonni materni di Francesco.

Inizia per noi un bel tratto della “Ciclovia dell’acquedotto pugliese”, passiamo accanto a un cartello dichiarante un finanziamento dell’UE per svariati milioni. Quello che constatiamo è un bel lavoro di recupero che ha dato ottimi risultati. Il posto è molto frequentato e incontriamo anche Beth e Mike, una giovane coppia di pensionati americani che sta attraversando l’Europa. Abitano nello stato di New York, a poche ore di auto da noi, ci scambiamo qualche informazione sulla strada e qualche commento sulla maleducazione degli automobilisti italiani.

E a tal proposito, oggi sentiamo passare la sirena di un’ambulanza, giriamo la curva e vediamo un’auto schiantata contro un muretto. Un poliziotto dice all’altro:”…era senza cintura e stava telefonando…”. Servono commenti? No!

Arriviamo in salita nel centro storico di Ostuni, anche questo invaso da turisti. Dopo una breve visita ritorniamo sulla costa, per diversi chilometri sempre con lo sguardo verso il mare, spiagge rocciose, faraglioni, scogliere e varie grotte. È a Otranto che oltre alla pausa caffè, dopo aver girovagato nel centro, ci concediamo una piacevole sosta per il pranzo in una friggitoria: pesce fritto sublime!

Manuela: ci vorrebbero svariate settimane per visitare tutte le bellezze pugliesi e assaggiare le prelibatezze della cucina locale. Seguiamo i consigli di Natalie e Chantal, due care amiche québécoises che conoscono meglio di me questa regione, quasi me ne vergogno… grazie per i vostri preziosi consigli.

All’uscita dalla visita della cattedrale, ricca di mosaici e sculture, ci aspetta una sorpresa, ritroviamo infatti Franco, il ciclo-viaggiatore di Vancouver incontrato tempo fa tra Ortona e Vasto.

Lungo gli ultimi chilometri prima dell’ultima notte sull’Adriatico, ci fermiamo a mangiare un frutto sulla costa vicino a una delle svariate torri storiche (XV-XVI secolo) di avvistamento. Cercando il segnale telefonico, ci accorgiamo che oltre ai fornitori italiani, ci viene proposto un gestore albanese. In questo punto il canale d’Otranto è largo circa 75 km e in certe giornate è possibile vedere le montagne di quel paese. Curiosità geografica 🙂.

E dopo 24 tappe i due arrivarono a Santa Maria di Leuca. Come leggiamo su un’iscrizione alla base di un monumento siamo arrivati a: de finibus terrae.

Manuela: Giro di boa, passiamo dalla costa adriatica a quella ionica, venendo verso sud abbiamo avuto sempre il vento contrario da Venezia, adesso ancora contrario andando a nord, la legge di Murphy o del ciclista?

Vento dello Jonio

Ci fermiamo a Gallipoli per un cappuccino con pasticciotto, nel suo affascinante centro storico sull’isola. Poi tappa obbligatoria nel paese di Alezio per rendere omaggio ai miei nonni materni, ricordo ancora quando ci spedivano al nord cassette di arance e frise di orzo.

Manuela: A testa bassa nell’entroterra per raggiungere Lecce, il paesaggio non è stimolante o noi non siamo ricettivi. Siamo ormai concentrati a organizzare i prossimi mesi e i grandi trasferimenti con i mezzi pubblici e gli aerei sono spesso problematici e stressanti. Lecce è una città molto piacevole e dall’architettura affascinante, i giorni passati qui ci permettono di calmare i nostri animi e pianificare il futuro.

La morale del nostro viaggio sulla costa adriatica è la conferma di quanto sostengo da sempre: l’Italia – senza paura di essere sciovinista – è il più bel paese del mondo. In 1.500 km possiamo vedere il Monte Bianco, le Dolomiti, città come Venezia, Firenze e Roma, il mare della Sardegna, della Sicilia e del Gargano, storia, cultura, design e gastronomia, ma… c’è sempre un ma!
Gli italiani non sono sempre le persone migliori nel valorizzare il proprio paese e nell’accogliere bene i turisti.

Come ciclista: purtroppo in questi 1.600 km, gli unici guidatori che ci hanno rispettato avevano targhe D, CH o NL. In un paese dove il ciclismo è uno sport di grande tradizione, che tristezza! Dato che siamo passati dalla tomba del sommo poeta, citerei questo passaggio della Divina commedia: “Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza“.

Per noi, l’avventura italiana è finita, continuiamo verso nuove destinazioni.

PRO
– Fino al Gargano abbiamo trovato circa l’80% del tracciato su ciclabile.
-Il bidet! Gli stranieri non posso capire quanto sia comodo.
– L’ospitalità degli albergatori, abbiamo sempre incontrato persone piacevoli.
-La varietà nella tradizione culinaria, si mangia bene ovunque.
– Ogni pochi chilometri un qualcosa da visitare.
CONTRO
-Lo schifo dei rifiuti lungo la strada. Ci sembravi di essere sulle strade di alcuni paesi del terzo mondo.
– Gli automobilisti… Inutile dire il perché.


– I pochi campeggi aperti fuori stagione sono costosissimi, poco meno di un hotel.

– Per un ciclista che cerca di ritornare nel peso forma, impossibile, troppe tentazioni gastronomiche.

ITALIA – E dopo Venezia iniziamo la Ciclovia Adriatica

Dalla Laguna veneziana percorriamo la costa fino all’inizio del tacco. Siamo a mille chilometri pedalati e la penisola per noi è quasi terminata.

21/24 aprile – Da Chioggia a Pesaro, la Romagna delle spiagge

La BI6, Ciclovia Adriatica, parte da Trieste. Noi la abbiamo raggiunta a Jesolo (Venezia) e la seguiremo fino a Santa Maria di Leuca, alla punta del tacco dello stivale.

Da Chioggia, piacevole città lagunare, entriamo nel Parco del delta del Po. Percorriamo stradine sterrate con un continuo zigzagare tra canali, argini, lagune, fino a ritrovarci bloccati sulla sponda di un canale con, a soli 200 metri, Porto Levante. Scopriamo che il mini-traghetto è in funzione dal venerdì alla domenica, anche se i cartelli ufficiali danno indicazioni diverse.

Torniamo indietro per alcuni chilometri, imbocchiamo la Romea – una delle strade statali più trafficate e pericolose d’Italia – e dopo altri chilometri tra il rumore continuo del traffico, rientriamo sul percorso ciclabile dove saremmo arrivati con 5 minuti di barca.

Sosta notturna in un piccolo albergo nella campagna rodigina e poi si prosegue tra le varie ramificazioni del delta. Anche oggi ci aspetta una lunga deviazione a causa di un ponte inagibile, ci consoliamo ammirando dei gruppi di fenicotteri rosa.

Altro pezzo di Romea per raggiungere le Valli di Comacchio. I vecchi argini sono stati consolidati per costruire una ciclabile spettacolare, si pedala su una striscia di terra circondati da acqua: l’anello di Magnavacca.

A fine tappa i chilometri saranno novanta e da domani si comincerà sulla riviera romagnola: il mare alla portata di tutti ovvero la democratizzazione della spiaggia.

Manuela: tutti gi studenti italiani hanno visto almeno una foto di questo delta nei libri di geografia. Io penso alle nuvole di zanzare che mi assalgono appena mi fermo… chissà in estate!

La riviera romagnola

Terminato il delta, si entra a Ravenna con una deviazione obbligata per vedere la tomba di Dante Alighieri. Per quanto la maggior parte degli studenti italiani non lo ami, nessuno potrà mai negare che il sommo poeta sia stato il padre della nostra lingua e che abbia scritto uno dei capolavori della letteratura mondiale. Pablo Neruda incorniciò nella sua casa di Isla Negra in Cile dei versi di Dante e un collegio universitario di La Habana a Cuba gli dedicò una statua in bronzo come uno dei Padri delle lingue.

Manuela: Onoriamo uno dei simboli della cultura italiana. La Divina Commedia è un incubo per gli studenti, quasi come una gita scolastica qui. Noi ci divertiamo a osservare i loro sguardi persi, sembrano tutti in punizione… mentre alle insegnanti offriamo un bonus per il Paradiso.

Dopo la visita del centro storico di Ravenna, cominciamo a pedalare sulla costa della Romagna, una spiaggia di sabbia fine a perdita d’occhio. Non sappiamo quanti siano gli alberghi su questo tratto di mare Adriatico, ma c’è ne sono veramente molti! Dormiamo in un paio di pensioni dai prezzi veramente economici e veniamo sempre accolti con sorrisi e gentilezza. 

Ci fermiamo a scattare un paio di foto ricordo in uno dei circa mille stabilimenti balneari in cui gli “addetti ai lavori” stanno iniziando a preparare la spiaggia per la nuova stagione estiva.

Le distanze tra gli ombrelli sono minime, ridendo pensiamo che se ti sta antipatico il tuo vicino sei rovinato per l’intera vacanza.  In estate, personalmente, non riuscirei a stare in questi posti nemmeno una settimana!

Manuela: mi è difficile immaginare il caos di gente su queste spiagge, sono contenta di vederle fuori stagione. Anche se è ancora tutto quasi chiuso i vecchi “vitelloni” sono già all’attacco sfoggiando “Speedo” rosa e panterati, con una pancia da piadina ben farcita.

Una sosta è però doverosa. A Cesenatico ci fermiamo per una foto ricordo davanti al monumento dedicato a un mito nato in questa cittadina: il Pirata Marco Pantani. Uno dei pochi ciclisti della storia capace di vincere Giro e Tour nello stesso anno.

Manuela: io che adoro pedalare in salita e che vengo soprannominata dal marito “pantanina”, dovevo farmi fotografare davanti alla sua statua. Qui sarà tutto piatto, ma i tornanti sul San Bartolo sono un buon allenamento; mannaggia alle bici cariche, mi sarei divertita di più su una bella due ruote super leggera in carbonio come quelle che mi hanno superato alla grande.

Dopo Cattolica, entriamo nella quarta regione: le Marche. Affrontiamo la prima vera salita, passiamo il piccolo paesino di Fiorenzuola di Focara e poi scendiamo a Pesaro dove passeremo il fine settimana ospiti del cugino di Manuela e della sua simpaticissima famiglia.

25/26 aprile – Pesaro

Lungo fine settimana di riposo… Ma anche all’ingrasso. Nel fine settimana siamo viziati da Marco e Ilaria e ci ritroviamo a fare gli “zii” ai loro tre figli Giovanni, Adele e Livia. Passeggiata nel centro storico davanti alla casa natale del compositore Gioacchino Rossini, passaggio davanti alla palla dello scultore Arnaldo Pomodoro, cena a base di pesce in casa. Giretto nell’entroterra pesarese e cena in trattoria dai nonni. Ritorno a Fiorenzuola e pranzo al ristorante…

Grazie della vostra ospitalità cari cugini, abbiamo passato due giorni stupendi… ma la linea…

Manuela: Quanto sono felice di aver trascorso questi giorni da mio cugino, sua moglie e i loro tre fantastici bambini. Vivendo a 6.000 km di distanza ci si vede raramente, ma i ricordi della nostra infanzia sono indelebili e gli insegnamenti dei nostri padri idem. Spero di rivedervi presto in Canada.

27/30 aprile – Verso la Puglia

Ad Ancona affrontiamo la nostra seconda salita degna di questo nome. Subito dopo il centro storico si comincia a spingere e così sarà fino a fine giornata. L’ingresso nel capoluogo non è molto piacevole: strada trafficata e senza ciclabile, una raffineria, il porto, la stazione. Un peccato perché il piccolo centro storico sarebbe anche interessante. La domanda è questa: esiste una città italiana con un centro storico brutto?

Magnifica vista del mare in cima al Monte Conero e poi sosta notturna in un minuscolo paesino. Controlliamo cosa ci resta in borsa e decidiamo, per pigrizia, di non uscire a cena. Questa sera si ozia in camera.

Manuela: lungo la costa molti grandi immobili abbandonati, sono tutte ex-colonie dove generazioni di bambini venivano spediti in vacanza. Perché non ristrutturarli, ma continuare a distruggere territorio con nuove costruzioni? Quanto sono belle le spiagge che si vedono dalla strada che sale sul Conero, qui verrei volentieri in estate a fare un tuffo.

Si riscende a livello del mare. La costa comincia ad offrire dei panorami più vari. Sarà però da Ortona a Vasto che potremo percorrere una delle più belle ciclabili su cui abbiamo pedalato. Pavimentazione perfetta, in riva al mare, gallerie della vecchia ferrovia perfettamente illuminate. Una giornata ideale che è iniziata incontrando Franco, un ciclista settantenne di Vancouver. Restando in tema canadese la seconda colazione l’avevamo fatta nella piazza di Ortona dedicata proprio ai caduti canadesi della II guerra mondiale.

Prima di affrontare il corto sterrato di Punta Ardeci, viviamo una breve avventura con quattro giovani ciclisti per attraversare una frana che ha distrutto una parte della ciclabile. Tutto bene grazie alla collaborazione di tutti, solo qualche sbucciatura e molto fango sui pantaloni e sulle scarpe. Purtroppo, nuova sosta anticipata il giorno successivo a causa dell’inagibilità di un ponte.

Manuela: da giovane visitai tanto l’Italia con i miei genitori ma non ricordavo questa regione, bellissima! una strada solo pedonale o ciclabile, come sfondo solo il rumore del mare con vista su piccole spiagge e sulle antiche costruzioni dei pescatori qui chiamate trabocchi. Che bella giornata, tranne questi maledetti ponti che ci perseguitano!

Finalmente vediamo il cartello stradale che ci avvisa che siamo in Puglia, l’ultima delle sette regioni che attraverseremo durante la nostra discesa nel Meridione italiano.

La costa dei trabocchi
e una delle gallerie

ITALIA – Direzione Est

Ripartiamo da Brescia per pedalare fino a Venezia e cominciare un viaggio sulle orme del suo più illustre cittadino.

A metà marzo lasciavamo un Québec (Canada) molto freddo e innevato per volare verso Est, prima tappa l’Italia.

A Brescia diamo in custodia alla nostra famiglia bagagli e biciclette. Dopo un breve saluto riprendiamo un aereo verso Catania per visitare la Sicilia in compagnia di nostra figlia. Apprezziamo il piacere di fare i turisti automuniti per due settimane, approfittando dei paesaggi e della gastronomia di questa isola. Al rientro ci aspettano amici di gioventù e famigliari che non vediamo da tanto tempo. Meglio ripartire velocemente perché siamo “all’ingrasso” e rischiamo di non riuscire più a pedalare!

Il programma di questo nuovo lungo tour ciclistico prevederebbe di andare verso Est, sempre più a Est. Nel frattempo, qualcuno ha pensato bene di giocare alla guerra e metterci dei missili tra le ruote. Per ora la nostra prima destinazione è il Sud Italia, poi si vedrà.

Manuela: Grazie per l’ospitalità a mamma & boyfriend, sorella/cognato & nipoti, zii e amici, ci manchereteUna lacrimuccia anche per nostra figlia che rientra a casa, ma qualcuno dovrà pur lavorare per pagarci la pensione 😉.
Una mia cara amica d’infanzia ci ha chiesto di incontrare i suoi studenti per parlare di cicloturismo. Grazie Raffy per questo bell’inizio di viaggio, i tuoi studenti sono super!

Partenza da Chiari

14 / 20 aprile – Brescia, Verona, Padova, Venezia

Attraversando la provincia di Brescia, la prima tappa è un vigneto nel quale, 45 anni fa, trascorsi moltissime ore lavorando come viticoltore e alla cui piantumazione partecipai personalmente.

Dopo la sosta “nostalgica” siamo invitati a prendere un caffè da quella che ancora oggi considero una seconda mamma: la mia ex-bambinaia Ernesta.

Si rimonta in sella e, continuando tra le viti della Franciacorta che iniziano a riempirsi di foglie, arriviamo nel centro storico della città di Brescia.

Brescia non è conosciuta turisticamente quanto altri celebri capoluoghi italiani, ma merita una sosta per chiunque ami l’arte e la storia. Il centro storico conserva eleganti palazzi, un interessante duomo romanico, importanti rovine romane e musei di grande interesse.

Manuela: pedalare sulle strade dove ho trascorso la mia infanzia è una sensazione stranissima, un misto tra nostalgia e riscoperta. È su queste strade che ho imparato a pedalare e sulle quali già da adolescente sognavo di esplorare il mondo  sulla mia bici Bianchi colore beige.

Una prima tappa sul lago di Garda e un  appuntamento con Robi Abrami – l’inventore del cavalletto Biri (@bikerando_official_) – in Piazza Bra a Verona. Con lui arriveremo poi a Soave per la sosta notturna e una piacevole cena in compagnia discorrendo di viaggi, sogni e incontri.

Nuova provincia per salutare dei cari amici. A Padova dormiremo, mangeremo e berremo da Mara, Alessandro, Alice, e i gatti Pepe & Kumo. Alessandro, grande fotografo, anche lui ciclista, è stato uno dei nostri storici compagni di viaggio. Ci accompagna pedalando fino a Dolo, poi lui rientrerà per evitare la pioggia.

Manuela: che fatica i primi giorni sulla sella dopo 4 mesi di pausa. Ho mangiato troppi  cannoli e cassate in Sicilia? e forse caricato male la bici? #$@!&…dopo 200 km scopro che la mia ruota dietro era frenata !!

Con il nostro amico Alessandro

Raggiunto il Lido di Jesolo, attraverso belle ciclabili affacciate sulla laguna, possiamo vedere negli specchi d’acqua moltissimi fenicotteri e cigni. Qui c’è la pace assoluta e la pedalata è sempre tranquilla.

Da Punta Sabbioni ci trasferiamo sul Lido di Venezia con un traghetto e da lontano possiamo ammirare i palazzi storici di Piazza San Marco. L’avventura del primo traghetto è particolare e mi ha confermato la fama dei veneziani di non essere molto cortesi. Alla biglietteria una sgarbatissima, nonché antipatica impiegata, infastidita dalle mie domande, mi zittisce un paio di volte perché non vuole ripetere. Mi scuso, volevo solo pagare il biglietto e sapere gli orari! 

Capisco che Venezia sia soffocata dal turismo di massa, ma è anche grazie ai visitatori se la città continua oggi a vivere e prosperare.

Al primo traghetto siamo arrivati poco prima di due coppie di austriaci. La regola dice che è discrezione del personale di bordo fare salire le bici e solo fino ad un massimo di 4. Il traghetto è vuoto, ma l’inflessibile controllore lascia a terra le due bici di troppo.

Nei due traghetti successivi ci sono molti posti disponibili e arriviamo così a Chioggia senza intoppi. La laguna è finita e ci dirigiamo verso il parco della foce del fiume Po.

La prima settimana del nuovo viaggio è terminata, finalmente siamo riusciti a visitare le isole della laguna veneta e lo abbiamo fatto con le nostre bici.  Avremmo voluto scattare una fotografia davanti alla cattedrale di Piazza San Marco, ma purtroppo per i “velocipedi” (perché la burocrazia non le chiama semplicemente “biciclette”?) non è consentito l’accesso in città. Nella città più spettacolare del mondo non abbiamo incontrato solo persone sgarbate, ma anche gente simpatica e gentile: il signore di Gallipoli alla reception dell’hotel del Lido, la signora vicentina che ci ha offerto un caffè prima di partire, i ragazzi del bar Cuore di Pellestrina.

A volte basta un sorriso e un grazie per allietare la giornata di tutti.

Manuela: Nonna Elena, mi avresti detto che ero matta a voler pedalare tra i vicoli e canali della tua adorata Venezia! Ma dovevamo partire da qui, per seguire le tracce di Marco Polo.

CILE – Maman, c’est fini!

Siamo tornati a casa, queste sono le ultime note di viaggio.

Era il tagline di chiusura di una famosa trasmissione umoristica del Québec, e per noi suona perfetto per concludere questo lungo viaggio.

Siamo a Puerto Montt. Il 21 novembre 2025, come gesto simbolico del nostro arrivo, scattiamo una foto davanti alla scultura Sentados frente al mar e ai due cartelli del km 0 della Ruta 7, meglio conosciuta come Carretera Austral, quello sul mare e quello in legno del Mirador Manuel Montt.
Il 12 gennaio 2023 avevamo fotografato gli stessi luoghi prima di partire da qui fino alla fine del continente a Ushuaïa, tornarci oggi è come chiudere un cerchio.

Adesso, che facciamo? torniamo a casa e …? ovviamente siamo già pronti per pianificare un nuovo giro, il pianeta è vasto e c’è ancora molto da scoprire.  

Un nostro vecchio sogno è di percorrere… (la dimenticanza della destinazione è voluta) e per qualche giorno abbiamo pensato di soddisfare questo desiderio seduti comodamente su un nuovo camper. Dopo meno di una settimana di riflessione ci siamo detti che non siamo ancora così stanchi e malandati. Cercheremo percorsi più pianeggianti per evitare le difficoltà fisiche dovute all’usura delle nostre vecchie giunture, che ultimamente ci hanno dato del filo da torcere. Senza farci troppi scrupoli “da cicloviaggiatori puristi”, potremo anche ricorrere a qualche tratta in treno, aereo o bus: l’avventura resterebbe comunque autentica.
Con questo nuovo progetto in testa, il ritorno in Canada sarà più piacevole, le bici avranno bisogno di una lavata ed una piccola revisione, poi saranno reimpacchettate. Ci sono altri chilometri, molti, da percorrere; il sofà, i ferri per fare la maglia ed il telecomando possono aspettare.
A casa tutto è già coperto di neve, a breve festeggeremo il Natale e siamo felici di poterlo trascorrere con gli amici, la nostra Princess Lucrezia e Gabriel.

Il QR code precedente permette di accedere all’applicazione Ride With GPS e visualizzare tutte le tappe cilene del nostro viaggio.

Riassunto del viaggio in America Latina

Negli ultimi anni abbiamo pedalato lungo la Pacific Coast dal Canada al Messico, poi dal Cile fino alla Fin del Mundo. Quest’anno siamo ripartiti dalla California e siamo tornati a Puerto Montt dopo aver attraversato otto stati. Restano fuori il Centro America e l’estremo Nord. Non è ancora l’intero percorso “A2A” – dall’Alaska all’Argentina – ma abbiamo già unito due grandi traversate e aggiunto un nuovo tassello al nostro puzzle.

Non tutto è andato esattamente come l’avevamo immaginato; l’idea iniziale era attraversare completamente il Messico e il Perù, ma alla fine ne abbiamo pedalato solo grandi parti. In compenso siamo riusciti a fare esattamente come previsto la Colombia, l’Ecuador, la Bolivia, il nord dell’Argentina e il Cile fino alla meta che ci eravamo prefissati. Siamo comunque soddisfatti? Sì!

Torneremo a pedalare i tratti mancanti e magari anche l’America Centrale? Chissà, ma non nell’immediato. In Bolivia il più ‘anziano’ del gruppo ha compiuto 65 anni e ormai preferisce vivere un po’ alla giornata.
Il Messico però ci è rimasto nel cuore, e la ‘meno vecchia’ dice che, anche in ginocchio e trainata da un mulo, prima o poi tornerà a completare il Perù.

Qualche dato numerico:

  • Quasi 10.000 chilometri percorsi;
  • Circa 90.000 metri di dislivello;
  • Giorni totali in viaggio: 238;
  • Giorni totali in sella: 143;
  • Forature: 5 (Manuela=0 Francesco=5);
  • Materiale sostituito per usura (totale sulle due biciclette): 2 catene, 4 pastiglie freni, 1 cambio olio Rohloff, 2 camere d’aria;
  • Cose perse; Manuela= 1 paio di sottoguanti ; Francesco= 1 casco;
  • Cose usurate completamente: Manuela= 2 mutande, 2 magliette, un paio di calze. Francesco= le lenti degli occhiali da sole;
  • Situazioni rischiose: Nessuna! A parte qualche cane che ha abbaiato troppo vicino ai nostri polpacci e un paio di automobilisti che ci hanno sfiorato.
  • Contrattempi di salute:
    Francesco = 2 Montezuma, 1 Covid. Non sono stato particolarmente fortunato: in Perù sono arrivati i problemi alle ginocchia dovuti all’artrosi e, all’arrivo in Bolivia, è iniziato un ciclo di cefalea a grappolo (cluster headache) che mi ha accompagnato fino al rientro, con pochissime tregue. Nell’impossibilità di reperire i farmaci necessari, pedalare di giorno dopo tante, troppe notti insonni, ha richiesto una grande concentrazione.
    Manuela = 1 congestione, 1 Covid con bronchite. Nonostante la severa artrosi alle mani, che temevo potesse limitarmi, non ho avuto peggioramenti e sono sempre riuscita a tenere saldamente il manubrio.

    Non raccontiamo tutto questo per lamentarci, ma per condividere un messaggio semplice: anche con qualche acciacco si può partire. A volte i malori, che non risparmiano nemmeno i giovani e i forti, ci hanno costretti a cambiare itinerario, rinunciando a strade più belle o a ciò che avevamo previsto. Fa parte del viaggio, e forse anche del destino dei cicloviaggiatori a lunga distanza. Ci si adatta, ma non si rinuncia ad andare avanti.

Cosa ci è piaciuto e cosa non abbiamo amato

PRO

  • L’incontro con i cactus e le balene grigie della Baja California.
  • I musei di Bogotá, ricchi e sorprendenti.
  • Il Trampolin de la Muerte, una strada indimenticabile tra le montagne della Colombia.
  • In Perù, i villaggi remoti e le alture della regione di Conchucos, fino ai tunnel del Cañón del Pato.
  • Le cime innevate della Cordillera Blanca e i panorami dell’indimenticabile Huascarán Loop in Perù.
  • Le quebradas e quel profondo senso di solitudine sulla ruta 40 tra Salta e Mendoza in Argentina.
  • I colori della Bolivia, il Salar de Uyuni e la Ruta de las Lagunas, con i loro paesaggi mozzafiato unici al mondo.
  • Le pasticcerie cilene, le cantine vinicole e il cordero argentino. La possibilità di assaggiare varietà di frutta e verdura sconosciute.

CONTRO

  • Escludendo il Messico, l’atteggiamento dei guidatori latini verso i ciclisti è stato spesso poco rispettoso e privo delle più elementari regole di sicurezza.
  • Cumuli di sporcizia lungo le strade, praticamente ovunque, tranne in Cile e Argentina.
  • Il senso di insicurezza in Colombia: no des papaja.
  • La pioggia costante in Colombia ed Ecuador, che ci ha fatto vivere fradici per settimane intere.
  • Pedalare in pieno inverno nel nord dell’Argentina: freddo pungente e case prive di riscaldamento. Che idea geniale di percorso…
  • Il nostro palato ha raggiunto il limite tra riso bollito e fagioli, non ne potevamo più. Nessun piatto “gastronomico” nei luoghi da noi frequentati.
  • Docce con l’acqua fredda.

Ma ciò che ci resterà davvero nel cuore è la gentilezza di tutti i latini che abbiamo incontrato, che ci hanno ospitato, accolto e fatto sempre sentire sempre i benvenuti. Grazie anche a chi abbiamo solo incrociato lungo la strada, offrendoci un sorriso o i due grani di mais che avevano in mano.
Un grazie speciale ai cicloviaggiatori con cui abbiamo condiviso qualche chilometro, qualche giorno o semplici informazioni via i gruppi WhatsApp: una piccola, grande famiglia con una passione comune. Come sempre in questi viaggi, restano alcune persone indimenticabili, quelle con cui abbiamo condiviso momenti speciali e che sono diventate amici.

Grazie a tutti.

Ed ora?

Il compianto Iohan Gueorguiev, (The bike wanderer) i cui video ispirarono molti cicloviaggiatori, scrisse: “Voglio vedere il mondo. Seguire una mappa fino ai suoi confini e continuare. Lasciare che la curiosità sia la mia guida. Dormire sotto stelle sconosciute e lasciare che il viaggio si sveli davanti a me“. Bella riflessione, vero?
È dal nostro primo lungo viaggio di coppia avvenuto nel 1993 che amiamo scoprire il mondo insieme. E, come disse Giant Cheerio (YouTube), una giovane ciclo viaggiatrice tedesca che in un recente video propone una personale descrizione dei viaggiatori: “Ci sono due tipi di viaggiatori. Il tipo A, l’esploratore, quello che non vede l’ora di vedere tutto. Il tipo B, il fuggitivo, quello che non vede l’ora di scappare.”

Francesco: Io mi definisco di tipo B, Sarò felice di tornare a casa, ma so già che, appena varcata la porta, inizierò a pensare all’organizzazione della prossima partenza. Una parte di me è sempre in viaggio, alla ricerca di nuove strade. Mia moglie dice che ho un animo inquieto.
Manuela: Mi sento più tipo A. Adoro scoprire cose nuove e culture diverse. Viaggiare in bici è il mio sogno fin da adolescente, e questa vita semplice mi fa apprezzare l’essenziale. La casa resta il mio rifugio, dove ricaricare le energie, restare connessa con la realtà, riabbracciare amici e la nostra adorata figlia… prima di ripartire.

E sulle note di John Denver che canta Take Me Home, Country Roads ce ne torniamo a Quebec. Nel villaggio in autobus verso Santiago, guardando fuori dal finestrino prima che arrivasse la notte ho voluto aggiungere altre canzoni alla mia lista Spotify. Sono tra le mie canzoni preferite ed ho voluto aggiungerle alla mia lista “Pedalando in America Latina” perché ognuna di esse possa ricordarmi un particolare momento di questo magnifico viaggio compiuto nel 2025, ma non finisce qui.
Manuela preparati, c’è un ottima offerta per un biglietto aereo con destinazione…
Lucrezia, i tuoi genitori ti aspettano sempre quando e dove vuoi.

Adios caballeros y que le vaya bien.