Partirono per suonare, ma furono suonati. Perù Great Divide, la fine di un sogno. (They set out to take on the challenge, but the challenge took them on. Peru Great Divide: the end of a dream.)
Esattamente un anno fa eravamo in questa città, a 3.000 m tra le alte montagne della Cordillera Blanca. Facciamo una passeggiata a passo rapido fino a un belvedere sopra la città, 300 metri di dislivello per capire come reagiamo alla quota. Ci sentiamo bene, domani si parte!
Andiamo al mercato per gli ultimi acquisti alimentari – sicuramente abbiamo comprato troppo – sistemiamo le bici, cuciniamo qualche cosa che ci servirà come pasto lungo la strada e poi gli ultimi momenti di relax. Facendomi la doccia ho pensato che probabilmente passerà un po’ di tempo prima di farne un’altra così calda e piacevole.
Trascorriamo l’ultima serata con una coppia olandese e due amici finlandesi, potrebbero essere tutti nostri figli, ma condividono con noi “vecchi” le loro esperienze e sono qui per percorrere la stessa strada.
Manuela: da quando siamo tornati nelle montagne ho male al collo, cammino sempre con lo sguardo in alto, verso le vette innevate. Passare dal livello del mare a pedalare a più di 4.000 m di quota senza avere il fiato corto sarà dura, ma ci proviamo. Francesco freme per partire, è un po’ inquieto per le bici pesanti, gli propongo di abbandonare il suo vasetto di Nutella, mi risponde con una parolaccia😁.
26 maggio / 4 giugno – Lima
Siamo partiti, abbiamo pedalato bene in salita e senza troppa fatica per un giorno, trascorrendo la prima notte in tenda nascosti da un mucchio di pietre. Il secondo giorno dopo 3 ore e soli 25 km arriviamo faticosamente al villaggio di Conococha a 4.100m . Qualche cosa non va, io sono stanchissimo. Decidiamo di lasciare qui le biciclette e tornare a Huaraz, nonostante nessuno dei due soffra di mal di montagna è evidente che non siamo acclimatati a sufficienza; meglio passare ancora una o due notti a una quota inferiore. Il villaggio di Conococha è su un crocevia importante e passano molte auto, in poco tempo troviamo un passaggio e in un paio d’ore siamo di nuovo in città.
Bivacco a 4.000 mCon Jasper e Leike
Manuela: Uscendo dalla città un grosso cane mi attacca facendomi quasi cadere a terra. Dopo pochi chilometri evito un primo cane, ma un secondo mi si piazza davanti: nel panico provo a scendere dalla bici per usarla come scudo, perdo l’equilibrio e finisco a terra mentre Francesco urla come un pazzo contro i duecani. Iniziamo bene! Un altro cagnetto comincia a seguirci e corre accanto a noi per 5-6 km; ogni volta che ci fermiamo si avvicina in cerca di coccole. Devo proprio mettermi in testa che non tutti i cani peruviani sono cattivi.
Mi sento meglio nonostante la diarrea del viaggiatore, ma il mio apparato digerente non è compatibile con il cibo peruano. Torniamo in autobus a Conococha, dove pernottiamo, e a cena ritroviamo Jasper e Leike, la coppia olandese che nel frattempo ci ha raggiunto. La mattina successiva si riparte lungo questa strada da sogno.
L’ambiente è fantastico, silenzioso, ipnotico. Non c’è nessuno che disturba, in lontananza un pastore ogni tanto. Verso mezzogiorno arriviamo nel villaggio di Ticllos, ci è stato detto che alla chiesa c’è una missione dell’Operazione Mato Grosso, ne approfittiamo per andare a salutare, sicuramente troveremo un volontario italiano affaccendato in qualche lavoro. In effetti, siamo accolti da Federica e Elisa con figli al seguito, Elena e Paola; data l’ora, siamo anche invitati a pranzo. Conosceremo così Simone, marito di Federica e Padre Andrea parroco italiano che vive qui da più di trenta anni e artefice dello sviluppo della scuola di falegnameria locale, nonché di altre attività dedicate ai giovani. Dopo il caffè – rigorosamente fatto con una moka Bialetti – veniamo invitati a restare per la cena e la notte. Si potrebbe continuare a raccontare ed elogiare l’opera di questi volontari, ma il nostro viaggio deve continuare e il giorno dopo ci rimettiamo in strada.
Manuela: Mi ritrovo con Paola a chiacchierare mentre tagliamo cipolle e carote e con la signora peruviana che tutti chiamano Tía (la zia) e che dirige la cucina impartendo istruzioni precise. I grandi pentoloni si riempiono e tutto viene cotto su una grande stufa a legna: non si scherza, bisogna preparare da mangiare tre pasti al giorno per circa 80 ragazzi e ragazze affamati che vivono nel convitto della scuola. Nei momenti di pausa coccolo il bimbo di tre mesi di Federica, mentre lei, tra un lavoro e l’altro, tiene d’occhio gli altri due figli, di due e tre anni, che scorazzano liberi e felici. Nel piazzale alcuni giovani sgranano pannocchie, altri sono nel bosco a raccogliere legna. C’è chi si fa male, chi piange e chi ride, ma qui avranno forse l’opportunità di imparare un mestiere gratuitamente e costruirsi un futuro migliore.
Il bivio della delusione
Quando ripartiamo il giorno successivo, seguiamo i consigli di Padre Andrea, che ci suggerisce una nuova strada, alcuni tratti sono ripidi, ma dovrebbe essere un po’ più corta. L’inizio della tappa è facile, pedaliamo con leggeri su è giù e poi tutta discesa fino a 2.500 m nel villaggetto di Canis. La valle è maestosa, la strada sterrata in buone condizioni, ma le pendenze e le vacche o pecore che incrociamo ci obbligano ad andare molto piano. Poi comincia una penosa risalita con vari su e giù fino a Llipa, a 3.000 m e dovremo farci a piedi una decina di chilometri a causa delle pendenze assurde e del fondo stradale molto sconnesso; ciliegina sulla torta gli oltre trenta gradi di temperatura.
Manuela: questo paesaggio mi toglie il fiato da quanto è bello o forse è lo spingere una bici di 35 kg su salite al 15 % sotto un sole cocente? Non si vede la fine della valle talmente è profonda e in lontananza si scorgono alcune case arroccate su pendii vertiginosi.La vegetazione cambia man mano che perdiamo quota, spuntano vari cactus, fiori colorati e qualche albero da frutto.
Arrivati in paese non ci sono storie, prima di trovare il posto in cui dormiremo, cerco una tiendita dove comprarmi una birra. Ci dirigiamo poi verso il municipio, sapendo che hanno anche delle camere da affittare; una signora ci apre una stanza dove ci sono due materassi, perfetti per appoggiarci i nostri sacchiletto, per i bagni evitiamo la descrizione. Il giorno dopo giù di nuovo per 10 chilometri sterrati, incontrando solamente quattro operai addetti alla manutenzione della strada comodamente seduti all’ombra del loro camioncino. Attraversato il ponte a fondovalle, arriviamo al bivio che ci porterebbe alla prossima sezione della PGD: un centinaio di chilometri di pura salita.
Durante la solitaria pausa caffè dico a Manuela che io non me la sento di continuare. Ho perennemente la nausea, il cibo di qui mi fa star male, ho quasi 66 anni e le poche calorie che riesco a introdurre non sarebbero sufficienti per pedalare due mesi a quote che vanno dai 3.000 ai 4.900 metri. Il mio sogno svanisce definitivamente, ma la cosa cosa che mi irrita di più è che sto distruggendo anche il sogno di Manuela.
Periferia di Lima
Manuela: ehi cosa succede? No, non è possibile!! Smettila di lamentarti, tutti hanno il fiato corto e fanno fatica, ho letto il blog di altri ciclisti che hanno 30 anni, sono appena passati da qui, questo pezzo lo trovano difficile…tutti sono stanchi perchè si è all’ inizio, non ancora ben acclimatati…andrà meglio la settimana prossima…tra 3 giorni incrociamo un’ altra valle, dai provaci.
Niente, il mio compagno di viaggio è KO, non ne vuole sapere.
Mentre con tristezza cominciamo la discesa verso la costa del Pacifico, penso a cosa disse un giorno Anatoli Boukreev, un grande dell’alpinismo: “Le montagne non sono stadi in cui soddisfo le mie ambizioni, ma cattedrali in cui pratico la mia religione. Vado da loro come gli uomini vanno a pregare. Dall’alto delle loro cime guardo il passato, sogno il futuro e sento il momento presente con un’insolita chiarezza… La mia visione si allarga, la mia forza si rinnova. Nelle montagne celebro la creazione. Rinasco a ogni viaggio.“
È così anche per me, non c’è opera umana che possa affascinarmi più di questi passaggi montani, le Ande sono… cattedrali in cui pratico la mia religione… Purtroppo, la mia “fede” questa volta non è stata abbastanza forte.
Dai 4.200 m del passo sopra Conococha in pochi giorni ci ritroviamo a livello del mare a Lima per espletare le solite operazioni “di rientro”, purtroppo anticipato.
Sono triste? Si moltissimo. Quando ho pubblicato sul nostro conto Instagram l’ultima foto della PGD, mi sono arrivati un paio di messaggi da due ciclisti che erano passati da qui qualche mese fa e hanno capito come ci si puo sentire dopo una simile rinuncia.
Manuela: Ho pedalato per tre giorni verso Lima incavolata nera, ripetendo parolacce come un mantra a ogni pedalata. Io stavo bene; Franz, invece, ha pagato mesi di golosità. In pratica, una borsa carica in più sulla bici… o meglio, sulla pancia. E le salite del Perù ti fanno espiare tutti i peccati veniali fino all’ultimo grammo. Durante la notte mi sono calmata e ho pensato: «E se fossi stata male io?». La vera delusione, però, è che Franz si è fermato senza voler nemmeno tentare di andare avanti. So che sarebbe stato difficile vincere la sua battaglia con il cibo, ma io ci avrei provato ancora per qualche giorno.
Lima Miraflores Parque del Amor
A Lima, Manuela mi propone di non rientrare subito a casa — ha ragione ovviamente — così il biglietto che acquistiamo ci riporterà in Canada, dove viviamo, ma non proprio alla destinazione finale. Non sarà la stessa cosa delle Ande peruviane, ma almeno ci permetterà di continuare a pedalare. Sono vecchio, è vero, ma non sono ancora disposto a passare il mio tempo su un divano.
La delicata situazione in Medio Oriente ci consiglia di iniziare la via della seta da Est. Un vecchio sogno ci spinge però a fare nuovamente tappa in America Latina.
Anni fa, leggendo un articolo di bikepacking, scoprii “El silencio” (https://vimeo.com/303378531), un cortometraggio girato sul percorso che ci sta stregando da oltre quattro anni: la Peru Great Divide (o PGD per gli intimi). Lo abbiamo visto e rivisto, studiato ogni tappa, abbiamo provato a lanciarci su quelle strade già due volte, ma dopo alcuni chilometri, per motivi diversi, abbiamo dovuto rinunciare.
Tentativo 2022 alla PGD Yuracmayo 2025, quota 4.500 m. Il vecchio è stanco e non ce la fa più
Adesso, dopo aver percorso l’Italia da Nord a Sud, saremmo dovuti andare verso Est, l’instabilità politica di alcuni stati che volevamo attraversare ci ha però convinto a cambiare momentaneamente i piani. Eccoci così nuovamente in Perù a Huaraz in fase di acclimatamento.
Sulle strade di Huaraz Vecchi mestieriIn lontananza l’Huascaran Belvedere su Huaraz
Manuela: Forse la verità del cambio di programma è che tutte le volte che pensiamo al Perù diciamo che dobbiamo ritornarci, senza aspettare di essere più vecchi e malandati di quello che già siamo, che il 2026 sia l’anno buono?Le Ande ci hanno stregato, il piccolo lama in tessuto appeso alla nostra sella da quattro anni vuole tornare a casa.
Torniamo a El silencio, perché questo nome? Quando si sale lentamente in quelle valli non si sente alcun rumore, solamente le montagne e il vento. La sensazione che si può provare in quei posti è particolare, unica: vecchie strade sterrate che salgono fino a 4-5.000 metri e ogni tanto una casa, un gregge di lama, un pastore.
Manuela: Sono entusiasta all’idea di tornare nelle Ande. Da sempre soffro della “sindrome di Heidi”, le montagne mi mancano appena mi allontano da loro e qui mi sento a casa. Da quando siamo arrivati in Perù, la voglia di pedalare su queste strade si mescola a un po’ di ansia, le ossa scricchiolano e non siamo certo in super forma. So che maledirò questa decisione, che mi verrà voglia di buttare la bici in un burrone… ma spero di ritrovare quel “rumore del silenzio” che riesco a sentire solo in alta montagna.
Ultimi giorni italiani
Dalla Puglia, la migliore soluzione per trasferirci in Sud America è quella di prendere un volo da Roma. Nella capitale trascorriamo tre giorni travolti dall’overtourism. La finestra della nostra camera si affaccia sul portone dei Musei Vaticani, la prima fotografia della prossima galleria è stata scattata alle 7:51. È la fila di persone che aspettano di entrarci. Trovate qualcosa di diverso rispetto alle prime due foto di questo articolo?
Verso i Musei VaticaniSan Pietro Castel Sant’Angelo Sullo sfondo il Vaticano“Er Coloseo”Con le nostre preziose scatole
E per finire…
L’anno scorso c’è stato chi ha apprezzato la mia lista di brani musicali legati a particolari momenti delle giornate passate in bicicletta. Quest’anno, ho voluto creare una lista ispirata ai luoghi che sognamo di attraversare nelle prossime settimane.
Siamo tornati a casa, queste sono le ultime note di viaggio.
Era il tagline di chiusura di una famosa trasmissione umoristica del Québec, e per noi suona perfetto per concludere questo lungo viaggio.
Siamo a Puerto Montt. Il 21 novembre 2025, come gesto simbolico del nostro arrivo, scattiamo una foto davanti alla scultura Sentados frente al mar e ai due cartelli del km 0 della Ruta 7, meglio conosciuta come Carretera Austral, quello sul mare e quello in legno del Mirador Manuel Montt. Il 12 gennaio 2023 avevamo fotografato gli stessi luoghi prima di partire da qui fino alla fine del continente a Ushuaïa, tornarci oggi è come chiudere un cerchio.
Adesso, che facciamo? torniamo a casa e …? ovviamente siamo già pronti per pianificare un nuovo giro, il pianeta è vasto e c’è ancora molto da scoprire.
Un nostro vecchio sogno è di percorrere… (la dimenticanza della destinazione è voluta) e per qualche giorno abbiamo pensato di soddisfare questo desiderio seduti comodamente su un nuovo camper. Dopo meno di una settimana di riflessione ci siamo detti che non siamo ancora così stanchi e malandati. Cercheremo percorsi più pianeggianti per evitare le difficoltà fisiche dovute all’usura delle nostre vecchie giunture, che ultimamente ci hanno dato del filo da torcere. Senza farci troppi scrupoli “da cicloviaggiatori puristi”, potremo anche ricorrere a qualche tratta in treno, aereo o bus: l’avventura resterebbe comunque autentica. Con questo nuovo progetto in testa, il ritorno in Canada sarà più piacevole, le bici avranno bisogno di una lavata ed una piccola revisione, poi saranno reimpacchettate. Ci sono altri chilometri, molti, da percorrere; il sofà, i ferri per fare la maglia ed il telecomando possono aspettare. A casa tutto è già coperto di neve, a breve festeggeremo il Natale e siamo felici di poterlo trascorrere con gli amici, la nostra Princess Lucrezia e Gabriel.
Il QR code precedente permette di accedere all’applicazione Ride With GPS e visualizzare tutte le tappe cilene del nostro viaggio.
Riassunto del viaggio in America Latina
Negli ultimi anni abbiamo pedalato lungo la Pacific Coast dal Canada al Messico, poi dal Cile fino alla Fin del Mundo. Quest’anno siamo ripartiti dalla California e siamo tornati a Puerto Montt dopo aver attraversato otto stati. Restano fuori il Centro America e l’estremo Nord. Non è ancora l’intero percorso “AtoA” – dall’Alaska all’Argentina – ma abbiamo già unito due grandi traversate e aggiunto un nuovo tassello al nostro puzzle.
Non tutto è andato esattamente come l’avevamo immaginato; l’idea iniziale era attraversare completamente il Messico e il Perù, ma alla fine ne abbiamo pedalato solo una grande parte. In compenso siamo riusciti a fare esattamente come previsto la Colombia, l’Ecuador, la Bolivia, il nord dell’Argentina e il Cile fino alla meta che ci eravamo prefissati. Siamo comunque soddisfatti? Sì!
Torneremo a pedalare i tratti mancanti e magari anche l’America Centrale? Chissà, ma non nell’immediato. In Bolivia il più ‘anziano’ del gruppo ha compiuto 65 anni e ormai preferisce vivere un po’ alla giornata. Il Messico però ci è rimasto nel cuore, e la ‘meno vecchia’ dice che, anche in ginocchio e trainata da un mulo, prima o poi tornerà a completare il Perù.
Qualche dato numerico:
Più di 9.000 chilometri percorsi;
Circa 90.000 metri di dislivello;
Giorni totali in viaggio: 238;
Giorni totali in sella: 143;
Forature: 5 (Manuela=0 Francesco=5);
Materiale sostituito per usura (totale sulle due biciclette): 2 catene, 4 pastiglie freni, 1 cambio olio Rohloff, 2 camere d’aria;
Cose usurate completamente: Manuela= 2 mutande, 2 magliette, un paio di calze. Francesco= le lenti degli occhiali da sole;
Situazioni rischiose: Nessuna! A parte qualche cane che ha abbaiato troppo vicino ai nostri polpacci e un paio di automobilisti che ci hanno sfiorato.
Contrattempi di salute: Francesco = 2 Montezuma, 1 Covid. Non sono stato particolarmente fortunato: in Perù sono arrivati i problemi alle ginocchia dovuti all’artrosi e, all’arrivo in Bolivia, è iniziato un ciclo di cefalea a grappolo (cluster headache) che mi ha accompagnato fino al rientro, con pochissime tregue. Nell’impossibilità di reperire i farmaci necessari, pedalare di giorno dopo tante, troppe notti insonni, ha richiesto una grande concentrazione. Manuela = 1 congestione, 1 Covid con bronchite. Nonostante la severa artrosi alle mani, che temevo potesse limitarmi, non ho avuto peggioramenti e sono sempre riuscita a tenere saldamente il manubrio.
Non raccontiamo tutto questo per lamentarci, ma per condividere un messaggio semplice: anche con qualche acciacco si può partire. A volte i malori, che non risparmiano nemmeno i giovani e i forti, ci hanno costretti a cambiare itinerario, rinunciando a strade più belle o a ciò che avevamo previsto. Fa parte del viaggio, e forse anche del destino dei cicloviaggiatori a lunga distanza. Ci si adatta, ma non si rinuncia ad andare avanti.
Cosa ci è piaciuto e cosa non abbiamo amato
PRO
L’incontro con i cactus e le balene grigie della Baja California.
I musei di Bogotá, ricchi e sorprendenti.
Il Trampolin de la Muerte, una strada indimenticabile tra le montagne della Colombia.
In Perù, i villaggi remoti e le alture della regione di Conchucos, fino ai tunnel del Cañón del Pato.
Le cime innevate della Cordillera Blanca e i panorami dell’indimenticabile Huascarán Loop in Perù.
Le quebradas e quel profondo senso di solitudine sulla ruta 40 tra Salta e Mendoza in Argentina.
I colori della Bolivia, il Salar de Uyuni e la Ruta de las Lagunas, con i loro paesaggi mozzafiato unici al mondo.
Le pasticcerie cilene, le cantine vinicole e il cordero argentino. La possibilità di assaggiare varietà di frutta e verdura sconosciute.
CONTRO
Escludendo il Messico, l’atteggiamento dei guidatori latini verso i ciclisti è stato spesso poco rispettoso e privo delle più elementari regole di sicurezza.
Cumuli di sporcizia lungo le strade, praticamente ovunque, tranne in Cile e Argentina.
Il senso di insicurezza in Colombia: no des papaja.
La pioggia costante in Colombia ed Ecuador, che ci ha fatto vivere fradici per settimane intere.
Pedalare in pieno inverno nel nord dell’Argentina: freddo pungente e case prive di riscaldamento. Che idea geniale di percorso…
Il nostro palato ha raggiunto il limite tra riso bollito e fagioli, non ne potevamo più. Nessun piatto “gastronomico” nei luoghi da noi frequentati.
Docce con l’acqua fredda.
Ma ciò che ci resterà davvero nel cuore è la gentilezza di tutti i latini che abbiamo incontrato, che ci hanno ospitato, accolto e fatto sempre sentire sempre i benvenuti. Grazie anche a chi abbiamo solo incrociato lungo la strada, offrendoci un sorriso o i due grani di mais che avevano in mano. Un grazie speciale ai cicloviaggiatori con cui abbiamo condiviso qualche chilometro, qualche giorno o semplici informazioni via i gruppi WhatsApp: una piccola, grande famiglia con una passione comune. Come sempre in questi viaggi, restano alcune persone indimenticabili, quelle con cui abbiamo condiviso momenti speciali e che sono diventate amici.
Grazie a tutti.
Ed ora?
Il compianto Iohan Gueorguiev, (The bike wanderer) i cui video ispirarono molti cicloviaggiatori, scrisse: “Voglio vedere il mondo. Seguire una mappa fino ai suoi confini e continuare. Lasciare che la curiosità sia la mia guida. Dormire sotto stelle sconosciute e lasciare che il viaggio si sveli davanti a me“. Bella riflessione, vero? È dal nostro primo lungo viaggio di coppia avvenuto nel 1993 che amiamo scoprire il mondo insieme. E, come disse Giant Cheerio (YouTube), una giovane ciclo viaggiatrice tedesca che in un recente video propone una personale descrizione dei viaggiatori: “Ci sono due tipi di viaggiatori. Il tipo A, l’esploratore, quello che non vede l’ora di vedere tutto. Il tipo B, il fuggitivo, quello che non vede l’ora di scappare.”
Francesco: Io mi definisco di tipo B, Sarò felice di tornare a casa, ma so già che, appena varcata la porta, inizierò a pensare all’organizzazione della prossima partenza. Una parte di me è sempre in viaggio, alla ricerca di nuove strade. Mia moglie dice che ho un animo inquieto. Manuela: Mi sento più tipo A. Adoro scoprire cose nuove e culture diverse. Viaggiare in bici è il mio sogno fin da adolescente, e questa vita semplice mi fa apprezzare l’essenziale. La casa resta il mio rifugio, dove ricaricare le energie, restare connessa con la realtà, riabbracciare amici e la nostra adorata figlia… prima di ripartire.
E sulle note di John Denver che canta Take Me Home, Country Roads ce ne torniamo a Quebec. Nel villaggio in autobus verso Santiago, guardando fuori dal finestrino prima che arrivasse la notte ho voluto aggiungere altre canzoni alla mia lista Spotify. Sono tra le mie canzoni preferite ed ho voluto aggiungerle alla mia lista “Pedalando in America Latina” perché ognuna di esse possa ricordarmi un particolare momento di questo magnifico viaggio compiuto nel 2025, ma non finisce qui. Manuela preparati, c’è un ottima offerta per un biglietto aereo con destinazione… Lucrezia, i tuoi genitori ti aspettano sempre quando e dove vuoi.
Dopo la lunga pausa e la partenza di nostra figlia ricominciamo la discesa a Sud lungo la costa
22 ottobre – Si ricomincia verso Sud
Dopo aver accompagnato la nostra “Princess” all’aeroporto di Santiago, torniamo sulla costa a Viña del Mar dove avevamo lasciato bici e bagagli.
Manuela: Ci siamo fatti troppe risate questa mattina a colazione in albergo. Breaking news: tre cicloturisti affamati svaligiano un buffet all you can eat. “Croissants, io vi distruggo!” 😄 Che tristezza lasciare la mia bambina all’aeroporto… Ehi, non ridete: per una mamma i figli restano sempre bambini, anche a 23 anni! Stavolta sono stata brava, alla porta d’imbarco sono riuscita a non piangere.
Quando riprendiamo a pedalare, niente è cambiato, gli automobilisti cileni sfrecciano accanto a noi come se fossimo invisibili, ignorando i cartelli che indicano di mantenere 1,5 metri di distanza dai ciclisti. In quest’ora di traffico intenso, per entrare a Valparaíso pedaliamo sul marciapiede, schivando pedoni e buche. Non avendo alcuna voglia di rimanere bloccati nel caos di autobus, camion e automobili delle vie principali, decidiamo di salire verso le colline imboccando strade secondarie. Peccato che abbiano pendenze da rampa di garage! A tratti non ci resta che scendere e spingere le bici, passo dopo passo, tra le vie dei quartieri che si arrampicano sopra la città, tra cani che abbiano, altri che scodinzolano e persone che ci salutano.
Algarrobo
Siamo costretti a entrare in autostrada per qualche chilometro, sperando di uscirne vivi, e tiriamo un sospiro di sollievo quando finalmente possiamo abbandonarla. Dal rumore del traffico passiamo al silenzio di un paesaggio bucolico: laghetti, conifere… quasi un angolo di Canada, se non fosse per gli eucalipti che ci ricordano che non siamo tornati a casa. Prati verdi e una splendida fioritura gialla ci accompagnano fino a metà pomeriggio, quando avvistiamo di nuovo la costa. Discesa su Algarrobo, cena a base di pesce fresco e poi a nanna. Direi che il primo giorno dopo la lunga sosta è andato alla grande.
Manuela: La città di Algarrobo prende il nome dall’albero di carrube tipico della zona, ma ne vediamo ben pochi, ci dicono che ormai l’eucalipto (australiano) ha invaso il territorio. Questa zona costiera è molto turistica, la spiaggia dei cittadini di Santiago per il fine settimana. Enormi e bruttissimi condomini, tanti alberghi, alcuni vecchi e altri ancora in costruzione deturpano il paesaggio. Fortunatamente siamo ancora fuori stagione quindi non c’è proprio nessuno. L’acqua non è invitante, deve essere freddissima, ci limitiamo a osservare l’oceano e pedaliamo con giacca e guanti malgrado il sole.
Seguiamo sempre la strada costiera, vista su spiagge di sabbia chiara e piccoli promontori rocciosi. Oggi dormiremo nella Casa del ciclista di San Antonio. Qui siamo accolti da Cesar, uno dei volontari, che ci spiega la vita della regione e la probabile chiusura della casa perché non ci sono giovani che abbiano voglia di lavorare gratuitamente. Un vero peccato! Queste strutture sono molto amate da noi viaggiatori.
Manuela: attraversiamo una zona boschiva di pini, il profumo di resina e legno tagliato è gradevole, meno il rumore dei camion che trasportano tronchi diretti al porto di San Antonio, ci dicono che sarà cosi per diversi giorni. Questa parte del Cile era molto povera e i governi passati scelsero di eliminare gli alberi autoctoni a favore di piantagioni di pini che producevano un legno più facile da esportare. Ancora oggi si pianta e si disbosca, ma tanto lavoro è automatizzato, quindi i problemi di lavoro rimangono, la regione rimane povera e molte terre sono state espropriate ai contadini per pochi soldi.
Durante la tappa odierna, abbiamo seguito un cartello che indicava la Casa Museo di Pablo Neruda. Siamo infatti nel villaggio di Isla Negra dove c’era la sua casa più amata in cui voleva tornare sempre e dove oggi è sepolto insieme a sua moglie Matilde Urrutia.
La vista dalla casa di Neruda Cartagena de Chile
La visita si è rivelata un’eccellente sosta, abbiamo potuto ammirare questa casa molto particolare, riempita dei vari oggetti che Neruda raccolse nel corso della sua vita. Tra le “reliquie”, notiamo quattro quadretti con altrettanti versi di altri poeti; con orgoglio italiano vediamo strofe di Dante Alighieri, Francesco Petrarca e Giacomo Leopardi. A volte per aggiungere un bel brano non servono motivi. Fortunate son dei Credence Clearwater Revival è uno dei miei brani preferiti. È stato usato anche come sottofondo in alcune scende di ForrestGump.
Manuela: Che bella la casa di Isla Negra! La vista sull’oceano è spettacolare e l’interno, con quei corridoi pieni di tesori, sembra davvero una nave carica di storie. Mi sarei portata a casa mia qualche polena, qualche statua di angelo, qualche quadro, qualche pezzo di ceramica… Beh, ammettiamolo: mi sarei portata a casa tutto.Non ho potuto nemmeno sfogarmi nel negozio del museo, noi ciclisti lo sappiamo bene: solo guardare, vietato aggiungere peso nelle borse.
La strada che seguiamo passa nell’entroterra, attraversiamo campi coltivati, alcuni vigneti e non scorgiamo più l’oceano per diversi chilometri. Alla fine di una lunga e dura salita, ci fermiamo a pranzare. Qualcuno piuttosto freddoloso non si copre bene il pancino prima di cominciare la discesa ed il freddo vento della corrente di Humboldt le provoca una bella congestione che ci obbligherà ad una sosta forzata a Pichilemu. La mia infermierina diventa paziente. Chi legge questo blog e non conosce lo Zecchino d’oro non capirà, ma oggi dedico alla mia metà Metti lacanottiera.
Manuela: Hai visto che adorabili i leoni marini e i pinguini di Humboldt alla Punta de Lobos di Pichilemu? Nooo, io no. L’unica cosa che ho visto per 36 ore è stato un secchio blu, una toilette e un letto. Altro che farmi male in bicicletta, ho rischiato di spaccarmi la testa svenendo in bagno!
Passanti…Fantascienza cilena Le befane Quando i tornanti superano il 14% vedi la Madonna
Dopo la giornata di riposo si riparte, boschi e viste “cartolinesche” sulla costa, ma tanti, troppi, su e giù. A fine giornata siamo sempre vicini ai 1.000 m D+. Il panorama è bello, ma dopo un po’… stanca.
Manuela: con quali criteri progettano le strade gli ingegneri cileni? Sembra che dicano: “Passiamo dove ci pare, chi se ne importa delle pendenze impossibili, delle curve a U… e già che ci siamo, scarichiamo qui tutti i sassi più grossi e la sabbia dei dintorni!”.
Soste al mare, soste in hospedajes molto sporchi, scambi di opinioni sulla vita con venezuelani immigrati illegalmente e che qui lavorano in hotel, ristoranti, etc. I chilometri passano, ma la meta sembra ancora lontana. Tappa cortissima, decidiamo di prendercela con calma fermandoci nell’hostal di Arnaud, un francese che, arrivato in moto dalle parti di Pelluhue una quindicina d’anni fa, ha scelto di metterci radici. Dopo mesi di spagnolo, poter scambiare due parole in francese è un vero piacere. Accoglienza calorosa in un alberghetto rustico e incredibilmente confortevole; ci offrono anche di fare una lavatrice, puzziamo così tanto?
Cabalgata de los Buenos AmigosL’iglesia de piedraFragole al limone con vista sulla baiaCampi di frutillasDa queste parti c’è ancora chi ara con i buoiSpiaggia di Rinconada
Si pedala con vista sull’oceano, tra campi di fragole, prati di fiori gialli e rosa, tramonti, gente a cavallo; quasi tutto ripio con su e giù vertiginosi, ma arriviamo interi nuovamente sull’asfalto e molto contenti della strada che abbiamo scelto al posto della più facile e diretta Panamericana. Oggi auguro a quella gente che ci supera a tutta velocità di percorrere la strada nominata dagli ACDC nella canzone Highway to Hell.
Manuela: Dopo due giorni di “manutenzione straordinaria del sistema digestivo”, faccio fatica a pedalare e mi sto rimettendo lentamente in carreggiata. Non eravamo riusciti a festeggiare il nostro 36º anniversario di matrimonio, così ci siamo regalati una giornata di pausa in un delizioso alberghetto, cullati dal rumore delle onde. Ci fermiamo nella piazza di Buchupureo al momento giusto: circa 300 cavalieri di tutte le età, vestiti con abiti tradizionali, stanno per prendere il via alla Cabalgata de los Buenos Amigos. Uno spettacolo inatteso e bellissimo.
Notte sulla costa del PacificoDifferenti tipi di cavalieri Guado al Rio LonguénBomberos de Coelemu
Dormiamo dai bomberos che ancora una volta ci accolgono cordialmente offrendoci un letto, una cucina e una doccia.
Manuela: Questa zona costiera è deliziosa, proprio come le fragole che si coltivano qui. Anche le persone che incontriamo, al lavoro nei campi, a cavallo o mentre portano fiori al cimitero, ci salutano con gentilezza. È il primo novembre, giorno di festa in Cile dedicato a Todos los Santos, quando molte famiglie fanno visita ai propri defunti e i cimiteri si riempiono di colori. Sorrido sempre quando finiamo ospitati dai pompieri. Le mie amiche mi chiedono: “Ma sono come quelli dei calendari?”. Ahahah, noooo! Vi assicuro che per i calendari devono noleggiare dei manichini, perché nella realtà…diciamo che lo spirito eroico c’è, ma il fisico da calendario un po’ meno. 😂
Sempre salita, un altro breve tratto in autostrada ed arriviamo a Concepción, una delle più popolose città del Cile. Saremo ospiti nell’officina di Alberto proprietario di viajaenbici.cl Nonostante fosse un giorno festivo, Alberto ha aperto il suo laboratorio per offrirci un tetto; chiacchieriamo con lui della sua attività e del nostro viaggio, poi lui rientra a casa e noi diventiamo i “signori” dell’officina. A cena ci concediamo ravioli Rana al prosciutto e, dopo aver montato la tenda e gonfiato i materassini, dormiamo come angioletti fino al mattino seguente.
Manuela: nella nostra lista dei posti “particolari” dove abbiamo dormito mancava proprio questo: un’officina di biciclette. Alberto e la sua équipe tengono il laboratorio ordinato e pulitissimo, un vero gioiellino. La loro accoglienza è stata sorprendente e dormire tra attrezzi e bici da riparare mi è piaciuto un sacco. Grazie di cuore a tutti!
L’équipe di viajaenbici.cl
La settimana comincia con una deliziosa colazione di gruppo preparata dai meccanici. Poi loro tornano al lavoro e noi restiamo liberi di visitare la città… più o meno, perché in questi giorni non sono molto in forma. Ripartiamo verso il sud; durante la prima giornata ci faremo un bel 100 km fino a Nacimiento dove arriviamo nel tardo pomeriggio proprio quando l’hostal all’inizio della città sta chiudendo. Prendiamo al volo una camera e ci prepariamo la cena sul fornellino da campeggio.
In zona ci sarebbe il Parc national Nahuelbuta da visitare, ma i giorni seguenti prevedono un meteo sfavorevole, pioggia e temporali, quindi saltiamo la deviazione nei boschi per rimanere sulle strade principali. Ci è stato sconsigliato di fare campeggio libero a seguito dei decennali conflitti tra lo stato cileno e gli indios Mapuche (così abbiamo la giustificazione per cercarci ancora un letto😉). Siamo nella regione dell’Araucanía e arriviamo nella città rurale di Angol. Ci sistemiamo in un hostal ricavato nell’… ufficio di un avvocato. Quando entriamo per dare un’occhiata al posto, ci accoglie la simpatica Solange, che lavora come segretaria giuridica, responsabile dello spazio di coworking e receptionist “dell’albergo”. La sistemazione è perfetta, le nostre biciclette possono riposare in una stanza tutta per loro e abbiamo a disposizione anche una cucina.
Manuela: Siamo arrivati in “albergo” appena in tempo per metterci al riparo dal temporale. Decidiamo comunque di fare una breve passeggiata fino al mercato , attraversando vie tranquille e costeggiando qualche edificio storico ormai un po’ decadente. Domani avremmo voluto esplorare il parco vicino per ammirare le araucarie secolari, ma le previsioni sono pessime. Speriamo di incontrarne altre nella regione. Per consolarci, scegliamo un ristorante consigliato come “tipico mapuche, porzioni abbondanti, prezzi onesti”… avevano però dimenticato di aggiungere “piuttosto disgustosi”. Meglio andare a dormire, dopo un cafecìto, con la sua aguìta in una tacìta e un po’ di lechìto: qui in Cile tutto, davvero tutto, finisce in -ìto.
Collipulli, giochi olimpici per anziani…Fiaccola olimpica
Che facciamo? Partecipiamo? Ci offrono barrette e panini imbottiti, non possiamo rinunciare
Appena superato un piccolo cantiere stradale, sentiamo una frenata pazzesca, l’auto che avevamo appena incrociato ad una velocità folle, si è fermata a pochi metri da un operaio dopo due testacoda; l’imbecille di turno viaggiava anche con il cellulare in mano e non ha visto il segnalatore del cantiere. Credo che questa sera l’operaio accenderà qualche cero alla Madonna . Oggi siamo obbligati ad entrare sulla Panamericana che avevamo abbandonato nel nord del Cile ad Antofagasta: asfalto bello con corsia di emergenza, un po’ di traffico, lunghi tratti di ciclabile e, come dicono qui, pendenza soave (dolce, non ripida).
Manuela: Che paura!Meglio non pensarci troppo: sarebbe bastato un minuto in piùe un’auto ci avrebbe travolti in pieno. In un solo mese in Cile abbiamo assistito a due incidenti che ci hanno letteralmente sfiorato. Situazioni così ti ricordano quanto sia vulnerabile chi viaggia in bici e quanto tutto possa cambiare in un istante. Non ho alcuna intenzione di finire come gli animali che troviamo schiacciati lungo la strada. Meglio affidarsi al karma e tenersi a mente una cosa semplice: quando non è la tua ora, non lo è.
La prossima sosta ci porta nella zona dei laghi: siamo a Villarrica, sulle sponde dell’omonimo lago. La cittadina è molto carina e, di fronte a noi, si erge il vulcano di 2.800 m che porta lo stesso nome. Il cono è completamente innevato nonostante la primavera sia già avanzata. Qui ci fermeremo un paio di giorni: continua a piovere e, anche se la prossima tappa è lunga solo una ventina di chilometri, vogliamo percorrerla all’asciutto. Perché solo venti chilometri? Perché andremo a dormire da Wilma e Pablo. Wilma è stata una delle persone con cui avevo praticato un po’ di spagnolo prima del viaggio. Quando seppe che saremmo stati da queste parti, ci invitò a casa sua… e noi non abbiamo certo perso l’occasione di salutarla.
Il vulcano Villarrica dalla casa di Wilma e Pablo
Qui conosceremo suo marito Pablo, appassionato golfista, e i loro sei cani. La loro casa ha una grande vetrata con vista diretta sulla cima del vulcano e si affaccia su un esclusivo club di golf. Per quattro giorni saremo nutriti e scarrozzati in giro per la zona, offrendo in cambio soltanto lunghe chiacchierate. La nostra partenza strappa una piccola lacrima a Wilma, ma chissà… forse un giorno potrebbero prendere l’aereo e venire a trovarci al Nord.
Molti anni fa Wilma ebbe una discreta carriera come cantante e ballerina in TV, le vglio dedicare El farol di Carlos Santana. Un brano latino per una nuova amica italo-latina.
L’imbecillità non ha età
Manuela:Siamo arrivati in un vero paradiso. A qualcuno potrà sembrare un luogo troppo isolato per vivere, ma a noi la casa di Wilma e Pablo è piaciuta tantissimo. Loro sono persone adorabili, divertenti e super accoglienti. I loro cani… li avrei caricati tutti e sei sulla mia bicicletta! I quadri della figlia di Pablo sono strepitosi, ne avrei portati a casa almeno un paio. Con Wilma, i cui nonni erano di Genova, ci siamo divertite come due vecchie amiche che si ritrovano dopo anni. Villarrica, Pucón e i dintorni sono davvero belli: ci passerei volentieri qualche giorno di vacanza, a bordo lago, con in mano una bacinella di gelato San Francisco…abbiamo visto anche le araucarie! Non quelle secolari, ma accontentiamoci.
Araucaria
Gli incontri non sono ancora finiti, arriviamo a Rio Bueno e siamo ospiti di Cristian. Professore di ginnastica, volontario del soccorso alpino e dei pompieri, alpinista (o meglio, andinista), appassionato di parapendio e… ciclo viaggiatore. Lo avevamo conosciuto sulla barcaza di Villa O’Higgins, alla fine della Carretera Austral. Che bello rivedersi dopo tre anni, volevamo offrire a Cristian una pizza per una lunga storia di solidarietà tra ciclisti rimasta in sospeso, lui non se la ricordava, ma noi sì😉.
Rio Bueno Una delle ultime colazioni sulla strada Lago RancoCon il nostro amico Cristian Adios Rio Bueno
Il meteo prevede ancora temporali, quindi dobbiamo annullare il giro dei laghi e la visita agli altri parchi della zona, la strada è stretta e diventa pericolosa con la pioggia. Seguiamo il suggerimento di Cristian, che come pompiere ha esperienza e buon senso nel valutare i rischi. Prendiamo così la strada più larga e diretta, la poco piacevole Panamericana: c’è molto traffico e il rumore è insopportabile, ma si pedala in sicurezza.
Manuela: Grazie, Cristian. Nonostante la notte tu sia intervenuto come pompiere a spegnere un incendio, ci hai aperto la tua casa e ci hai accolto. I ciclo-viaggiatori sono una grande famiglia, speriamo di poter pedalare ancora insieme e condividere ancora un panino in qualche parador chissà dove nel mondo.
Meno di 💯
Sosta a Puerto Varas per due giorni, proviamo ad evitare di bagnarci. La sfiga vuole che, ad una tappa dalla fine, mi becco una vite e foro per la quarta volta dall’inizio del viaggio, più due esplosioni di camera d’aria (grazie alla pessima qualità delle camere d’aria Bontrager).
Manuela:4 forature per Francesco, zero per me…devo cominciare a preoccuparmi per la troppa fortuna? Un giorno San Schwalbe*, protettore dei ciclisti, si vendicherà e mi farà pagare il conto! *Ilmarchio tedesco dei nostri pneumatici con protezione antiforature, funzionano bene, ma non possiamo pretendere miracoli. Schwalbe potrebbe prendere Francesco come ambassador, o forse come tester 😂.
A 25 km dalla fine…Puerto Varas o Germania🙂?
Resteremo a Puerto Varas per un paio di giorni. Domani è prevista ancora pioggia e facciamo un po’ i preziosi: non abbiamo voglia di arrivare a Puerto Montt fradici, sfidando il meteo patagonico.
Puerto Montt Puerto Montt
Manuela: Forse abbiamo sbagliato strada, ci siamo ritrovati sulle rive di un lago… in Germania. Puerto Varas ha davvero un’anima tedesca, visibile nelle case di legno, nei cognomi e nei piatti tipici. I vulcani Osorno, Calbuco e Puntiagudo non si fanno vedere, il cielo resta coperto da nuvole grigie. Speriamo sempre nel domani, ma stavolta il domani non arriva, riusciremo a scorgere l’Osorno, un cono di vulcano innevato dalla forma perfetta, solo dalla strada verso Puerto Montt. È la fine del viaggio, dove iniziammo a pedalare fino alla Fin del mundo tre anni fa. Un po’ triste, certo, ma anche le cose più belle devono concludersi, altrimenti non nascerebbe mai il desiderio di cercarne di nuove. Lucrezia, tra 5 giorni RDV all’ aeroporto di Québec, ci serve un taxi!
Oggi avremo una giornata lunga. Partiamo prima dell’alba per vedere i geyser Sol de mañana al sorgere del sole, quando le fumate di vapore dall’odore sulfureo sono più sceniche a causa dello sbalzo di temperatura.
Si prosegue con le piscine termali, e la temeraria Lucrezia si tuffa in acqua alle sei del mattino sfidando la temperatura. Noi genitori, invece, resistiamo alla tentazione (tentazione? Ma mi faccia il piacere) di infilarci il costume a 4.900 metri di quota, con temperature glaciali, non vogliamo rischiare di grippare definitivamente le nostre vecchie giunture.
Dopo una abbondante colazione con pancakes e caffè caldo, si prosegue con la visita della laguna Bianca e poi Verde. Alghe, riflessi, metalli contenuti determinano il colore dell’acqua e quindi il nome, questo è quello che ci spiega Sergio, la nostra guida e autista. Dopo pochi chilometri, raggiungiamo il deserto Salvator Dalì, in lontananza un masso qui e là creano uno scenario molto particolare.
Deserto Salvator Dalì
Il giro in auto finisce vicino ad un fabbricato poco dopo la dogana boliviana. Salutiamo Sergio e risaliamo sulle biciclette per affrontare i 5 km di salita che ci separano dall’hangar della dogana cilena di Hito Cajón. L’immigrazione passa velocemente dopo un rapido controllo dei bagagli (vietato cibo fresco, peggio che negli US, 😉). Arrivati sulla strada asfaltata ci lanciamo in una lunghissima (30 km) e gelida discesa che ci porterà dagli oltre 4.600 m della frontiera ai 2.400 m di San Pedro de Atacama. Domani riposo e un po’ di manutenzione alle bici.
Manuela: Anche se la zona delle lagune è turistica, i luoghi sono talmente vasti che ogni auto segue una pista diversa lasciando dietro di sé una nuvola di polvere per poi ritrovarsi nei punti di maggior interesse. Vicuñas, fenicotteri, cincillà, gli animali che vivono in questo ambiente ostile dove non c’è nulla mi affascinano, rimarrei ad osservarli e fotografarli per ore. Alla fine ho preso positivamente i due giorni senza bicicletta, mi sono goduta i paesaggi senza morire di freddo, di fatica e di fame per parecchi giorni. Viste le condizioni della strada figlia e marito mi avrebbero maledetto se li avessi forzati a pedalare o meglio a spingere la bici tra la sabbia….ed anche la mia artrosi ringrazia.
Al di là del significato politico, il gruppo Inti Illimani era composto da grandi musicisti, come mi confermò un amico giornalista cileno. Gli I.I. erano in Italia quando avvenne il colpo di stato nel loro paese e vi rimasero in esilio per anni. Un tributo ai miei idoli di gioventù per l’ingresso nel loro paese : Cancion del poder popular.
6-10 ottobre – Da Calama a Antofagasta
La pigrizia è la madre dei vizi… Da Pepe, un meccanico di biciclette che ci ha cambiato le pastiglie dei freni e presso il quale abbiamo incontrato per la terza volta il fortissimo Taka, si parla del percorso fino al Pacifico e delle varie possibilità di alloggio lungo l’itinerario.
Da Pepe in compagnia di Taka from Japan.
Il nostro ospite, esperto ciclista, ci sconsiglia di perdere tempo pedalando i 35 km di salita per uscire dalla città, ci dice che arriveremmo in cima troppo tardi per poter affrontare i restanti 70 km con un fortissimo vento frontale e rischiare di non arrivare prima del buio a Calama (città con alta criminalità). La migliore soluzione sarebbe di farci accompagnare al passo e fare solamente il lungo tratto in discesa.
Deserto di Atacama La nostra pausa mate
E così sarà! I primi venti chilometri scorrono in fretta, facciamo la consueta pausa mate e poco dopo ci attende il famigerato vento contrario. Siamo ancora in leggera discesa, ma ora per avanzare bisogna spingere sui pedali con un certo sforzo. La città di Calama è piuttosto grigia e sciatta: città essenzialmente a servizio dell’industria mineraria, circondata dal deserto e vicina al gigantesco bacino estrattivo di Chuquicamata, una delle miniere a cielo aperto di rame più grandi del mondo e con gravi conseguenze ambientali. Prima di trovare una camera dove dormire facciamo la spesa in un grande supermercato chiamato Lider (catena comprata da Walmart) …un barattolo di Nutella e una bottiglia di buon vino si ritrovano nella nostra borsa.
Manuela: in un’ ora siamo passati dal vento gelido dei 4.900 m di quota all’aria calda dei 2.400 m di San Pedro de Atacama, una discesa spettacolare verso un nuovo mondo. Mangiando una fetta di pizza mentre cambiamo i freni nell’atelier di Pepe in compagnia del simpaticissimo Taka, tutto diventa chiaro anche per Lucrezia: “Mamma adesso capisco perché dite sempre che i cicloviaggiatori sono una grande famiglia, la democrazia della bicicletta, questi momenti sono indimenticabili e speciali quanto i più magnifici paesaggi”.
Il problema di questa regione del Cile è che siamo vicini a delle immense miniere e gli alloggi tutti occupati dai minatori. Dormire in tenda nel nulla nascosti da una duna di sabbia lontano dalla strada potrebbe essere un’opzione, ma in questi giorni il vento è fortissimo ed i posti dove ripararsi sono rarissimi, le piazze dei due paesotti sulla strada? Ci dicono di evitare, la criminalità da queste parti è alta.
A Sierra Gorda veniamo “salvati” dal direttore della scuola, che ci lascia montare la tenda nel cortile di casa sua. Alejandro ci spiega che quasi tutte le case private affittano camere ai minatori, i prezzi sono liberi e il reddito esentasse. Le aziende preferiscono affittare a qualsiasi prezzo piuttosto che costruire alloggi propri; detrarre le spese è più vantaggioso e, con l’andamento altalenante del lavoro, evitano di ritrovarsi con costi fissi e immobili vuoti. Chi affitta può guadagnare fino a 4.000 USD al mese netti, un reddito molto alto per il Cile. Il rovescio della medaglia? Trovare un letto da turisti è quasi impossibile, e un materasso con lenzuola sporche può costare quanto una camera in un quattro stelle.
Altra giornata nel deserto, altro vento a sfavore ed arriviamo nel paesino di minatori di Baquedano, poi sarà il passaggio del Tropico del Capricorno e la discesa ad Antofagasta. Gli ultimi chilometri saranno con un fortissimo vento frontale che ci farà penare per raggiungere la città.
Nei tre di deserto di cow boy non ce n’erano, ma l’ambiente poteva suggerire Ghost Riders in the Sky di Jonny Cash
È il fine settimana ed ancora una volta abbiamo qualche difficoltà a trovare un posto decente dove dormire nel quartiere consigliatoci da Pepe.
Manuela: Nei momenti in cui si dà tutto per scontato – “Ma chi vuoi che ci sia da queste parti? Su Google Maps ci sono tanti alloggi, troveremo facilmente dove mangiare e dormire…” – è la realtà a riportarci con i piedi per terra. Ci si scontra con il vuoto, ma poi basta l’ospitalità e la generosità di alcune persone per scaldare il cuore. Il deserto regala paesaggi affascinanti, ma dubito che i minatori che lavorano qui, in una delle aree con i più alti tassi di malattie legate all’inquinamento in Sud America, la vedano allo stesso modo.Nei loro volti si legge la fatica di una vita dura, lontana dalle famiglie e in condizioni spesso insalubri.
Antofagasta è una città sul Pacifico, piuttosto brutta, ci hanno detto di evitare la zona Nord perché pericolosa. Fortunatamente non siamo qui per distendere gli asciugamani sulla spiaggia (orribile e sporca), ma solo di passaggio. Tra pochi giorni Lucrezia prenderà l’aereo per rientrare in Canada e dobbiamo cercare un autobus per arrivare a Santiago.
Abitanti di Antofagasta
Le sue vacanze sono finite, il dovere la chiama ed i suoi genitori dovranno continuare da soli verso la destinazione finale.
Manuela: Antofagasta, località turistica di grandi alberghi sulla spiaggia, ci rilasseremo in piscina …ahahahah…che delusione, l’ unica cosa bella si questa città sono i leoni marini super puzzolenti e divertentissimi che si spiaggiano nel porto ed invadono marciapiedi e ciclabili. Strafoghiamoci nel vassoio di dolci della pasticceria di fronte la nostro alloggio, la mia golosità senza fondo sarà appagata…ed evviva le empanadas !
Siamo ancora molto lontani da Santiago dove Lucrezia tra pochi giorni ha il suo volo di ritorno a casa. Copriremo questa distanza, come già previsto, in autobus. Non è la prima volta che veniamo in Cile ed è sempre stato facile caricare le biciclette sui grandi autobus di linea, non questa volta!!! Qui i minatori hanno la priorità assoluta e visto che viaggiano sempre con grandi bagagli anche se noi prenotiamo e paghiamo per dei bagagli XL, al momento dell’ imbarco veniamo rifiutati. Alle 3 di notte finalmente riusciamo a salire su un autobus dove passeremo la notte dormendo come angioletti fino a Viña del Mar.
Ad ognuno i suoi ricordi di viaggio AntofagastaFaro di La SerenaBrunch da Fausta Pulpo a la Brasa
Manuela: Abbiamo visto il deserto di Atacama fiorito. Il nostro caro amico Benoît ci aveva mandato un articolo di un giornale canadese su questo raro fenomeno naturale. Peccato non essere riusciti a pedalare tra i fiori, erano sbocciati oltre 1.000 km più a Sud di Antofagasta, ma li abbiamo ammirati per diversi chilometri dal finestrino dell’autobus. Uhaoooo! Il deserto si è trasformato in un tappeto di fiori colorati rosa e viola! Che graziosa Viña del Mar! Una passeggiata sulla spiaggia, due cene luculliane e gli ultimi giorni in totale relax con nostra figlia. Buon rientro a casa Lucrezia… e mi raccomando: non divorare in aereo tutto il “meglio del supermercato cileno” che hai comprato per far assaggiare a Gabriel.
Deserto di Atacama in fiore Ritorno a casa per la Princess
Salar de Uyuni, Las Lagunas, fenicotteri, vigogne, piscine termali, deserto di Salvator Dalì.
La Bolivia è dietro di noi, ma la ricorderemo per sempre.
28-29 settembre – Salar de Uyuni
E così tre italiani e un argentino, la mattina del 28 settembre, entrarono da nord nel Salar de Uyuni a 3650 m di quota.
La traccia da seguire è evidente, ma la superficie molto irregolare; a volte riusciamo a tenere una buona velocità media, altre rallentiamo sobbalzando un po’ troppo. Non c’è una nuvola e in lontananza si scorge l’Isla Incahuasi. Pedaliamo per una quarantina di chilometri e, verso le due del pomeriggio, arriviamo su questa strana isola di rocce e cactus, che non è altro che la punta di un vulcano. Sistemiamo le nostre bici attorno ad un tavolino costruito con blocchi di sale e ci dirigiamo al ristorante per un almuerzo: zuppa di quinoa con pollo.
Un tè nel deserto… di saleLa familia… Nico dixitEl Salar de Uyuni
Naturalmente, i quattro ciclisti sono oggetto di curiosità da parte degli innumerevoli turisti arrivati fino a qui seduti su comodi veicoli 4×4. Parliamo con coreani, francesi, italiani, olandesi e rivediamo una famiglia francese che era seduta dietro di noi nell’aereo che ci portò a La Paz.
Regalo di un turista ecuadoreño
La sera, aiutati dalla figlia di 2-3 anni dei gestori del ristorante, montiamo la tenda nel piccolo spazio tra i tavoli per proteggerci dal vento che qui di notte spazza via tutto. Mangiamo del cibo che abbiamo nelle borse e ci infiliamo nei sacchi letto. La notte è fredda, siamo poco sotto lo zero, ma il cielo è fantastico, indescrivibile.
Filtraggio dell’acqua La nostra giovane aiutante
Il mattino seguente Nico ci lascia dirigendosi verso la città di Uyuni, tra qualche giorno entrerà in Argentina per tornare a casa sua vicino a Buenos Aires dopo quasi due anni di assenza.
Noi partiremo in direzione opposta per andare verso las routas de las Lagunas.
Dopo i primissimi chilometri lisciati dal traffico automobilistico dei tours organizzati, impazziremo per una buona ora su una superficie terribile che ci farà avanzare a 6-7 km/h. È solo nel pomeriggio che usciamo dalla distesa di sale e ci offriamo una pausa in un albergo turistico per un meritato riposo.
Nel silenzio del Salar penso che uno dei migliori brani da ascoltare possa essere Alturas di IntiIllimani.
Manuela:Finalmente le ruote delle nostre biciclette scricchiolano sulla distesa di sale più grande del mondo, sognavamo questo posto da anni. Sembra di essere su un pianeta diverso, a perdita d’occhio solo unapiattissima infinita distesa bianca, alle nostre spalle il maestoso volcano Tunupa, nessun rumore, solo noi. Davanti a noi si apre una fitta rete di tracce che si perdono in ogni direzione. Qual è quella giusta? Siamo in quattro. All’inizio si chiacchiera, si ride, l’euforia è palpabile. Poi, quasi senza accorgercene, ognuno sceglie la propria traccia, ci allontaniamo l’uno dall’altro per vivere in solitudine la magia assoluta di questo luogo. Per noi ciclisti, la vera sfida non è il dislivello, pari a zero, ma piuttosto evitare i sobbalzi sulle croste di sale, non finire in qualche buca piena d’acqua salmastra, resistere al vento che a tratti è violentissimo e non bruciarsi la pelle sotto il riflesso implacabile del sole. La tradizione vorrebbe che si pedalasse per qualche chilometro… nudi. Sì, avete letto bene: completamente nudi! Sul web troverete diverse foto di ciclisti in tenuta adamitica abbracciati alle loro bici. La nostra, però, non la troverete, siamo anticonformisti, e quindi facciamo l’opposto degli altri, restiamo super coperti! Malgrado questo e abbondanti dosi di crema solare, dopo i due giorni di attraversata, ci ritroveremo tutti e tre con le labbra bruciate.
Abbiamo scelto uno degliingressi al Salar meno frequentati e non incrociamo anima viva in tutto il giorno; solo arrivati all’isola di cactus nel pomeriggio rivedremo gruppi di turisti e automobili arrivati da Est. Verso sera spariranno tutti e ci ritroveremo soli con le 2 famiglie, guardiane del posto. La notte ci regala un cielostellato da manualeastronomico. C’è chi si alzerà la mattina alle 5 per ammirare l’alba, per me fa troppo freddo per uscire dalla tenda, mi accontenterò del tramonto di ieri sera altrettanto spettacolare.
1-3 ottobre – Da Villa Candelaria al Mirador volcano Ollague
Dopo un giorno di dolce far niente, ripartiamo in direzione delCile. La strada ci mette subito a dura prova con lunghi tratti sabbiosi dove è impossibile pedalare, ma raggiungiamo San Juan abbastanza agevolmente.
Il sogno del Salar in bicicletta è esaudito, ora dovremo attraversare Las Lagunas per arrivare in seguito a San Pedro de Atacama in Cile.
Manuela: la seconda metà del Salar era talmente sconnessa che mi sono ritrovata il disegno delle borchie della mia sella sulle chiappe !!
Dal paesino di San Juan continuiamo attraversando il Salar de Chiguana per arrivare in un gruppo di case ad un posto di frontiera con il Cile. Pernottiamo in un hostal scadente e ci prepariamo a partire per un percorso isolato su sterrato di circa 200 km tra lagune e zone desertiche.
Parcheggi boliviani
Dopo circa 40 km di salita arriviamo al Mirador volcano Ollague, il vecchio alza bandiera bianca e decidiamo di fermarci in tenda per la notte. Le guide che incrociamo ci dicono che la strada delle lagune in questo periodo è in condizioni pessime, molti tratti con grosse rocce e tantissima sabbia dove sicuramente non potremo pedalare. Seduti davanti ad un panino con salsiccia di lama, facciamo un consulto famigliare, cosa fare? Manuela ci vorrebbe provare, Lucrezia non ha una bicicletta molto adatta ed inizia a dubitare, io è da ieri che vorrei abdicare e scendere direttamente a Calama per continuare in sella. Alla fine chiamiamo un’agenzia turistica per poter comunque visitare questa parte di Bolivia di cui tutti parlano.
Caricate le bici sul tetto dell’auto, ci godremo i paesaggi senza stress. Passeremo per luoghi lunari, laghi dai differenti colori, Lucrezia si bagnerà in una piscina termale e vedremo geyser, fenicotteri e vignogne in abbondanza. Nella nostra personale classifica dei più bei luoghi naturali sulla Terra pensiamo che la Bolivia meriti il gradino d’onore.
Si continua in auto Laguna Hedionda Laguna Colorada GeyserLucrezia: Amo i viaggi in bici, ma sono contenta di essere in un’auto.Piscine termali Deserto di Salvator Dalì
Manuela: Il Salar mi è rimasto nel cuore, non dimenticherò mai questo posto incredibile. Spero solo che la gente del posto riesca proteggerlo dalle minacce di trasformarlo in una gigantesca miniera a cielo aperto, purtroppo le sue acque salmastre contengono litio, mannaggia alle batterie !!! Mi dispiace non aver percorso la strada delle lagune in bicicletta, ma avevano ragione le guide con cui abbiamo parlato, era in pessime condizioni. Francesco era stanco e Lucrezia avrebbe avuto molte difficoltà ad affrontare vari tratti di strada con la sua bici non proprio adatta. Ci siamo goduti questi magnifici paesaggi riposando gambe e articolazioni per due giorni, avremo modo di fare chilometri su altre strade. Ogni tanto dimentico che non abbiamo più 30 anni, vorrei non fermarmi mai, ma Francesco ha ragione (non diciamoglielo troppo forte), a volte è meglio essere prudenti per poter continuare a pedalare e non ritrovarsi bloccati su un divano; in Italia si dice ” chi va piano, va sano e lontano”.
IL RIASSUNTO DELLA NOSTRA BOLIVIA
Già dal primo video di un ciclista milanese eravamo rimasti affascinati da questo paese, oggi diciamo che è probabilmente uno dei più bei posti del pianeta.
Chilometri percorsi: 764 (Per un totale di 7.335)
Metri di dislivello: 2.952 (Per un totale di 71.563.
Quota: tra i 3.500 e 4.900 m slm.
Giorni totali: 22
Giorni in sella: 13
Notti: albergo e ospiti vari 19, tenda 3.
PRO
Pedalare sul Salar de Uyuni, una sensazione stranissima, unica e fantastica. Speriamo che l’avidità dell’uomo non lo distrugga (è probabilmente la più grande riserva di litio della Terra).
Las Routas de las Lagunas. 250 km indescrivibili per la bellezza della natura: fauna, paesaggi, colori, solitudine.
L’ aver visitato questo paese in famiglia sarà un ricordo indelebile, le emozioni si moltiplicano quando sono condivise. Grazie Lucrezia per aver pedalato con i tuoi genitori.
CONTRO
La cosa che ci ha irritato di più è sicuramente la gringo-tax. Se non sei un locale, paghi di più e non poco! Il turista è una banconota che cammina, un pollo da spennare.
Ancora una volta, la sporcizia ovunque buttata anche nei luoghi più belli. Non riusciremo mai a capire come la gente possa abbandonare lattine e bottiglie vuote in un posto come il Salar o in un lago con centinaia di fenicotteri.
I bagni pubblici a pagamento, sporchi, puzzolenti e costosi. Evviva l’Inca toilet all’aria aperta !
Il QR code nell’illustrazione permette di visualizzare tutte le nostre tappe boliviane sull’applicazione Ride With GPS
Due mesi di riposo a casa, la Princess rientra dalle vacanze e riparte con i genitori.
Continuiamo verso Sud.
13-15 settembre – Partenza per La Paz Nel primo pomeriggio i nostri due autisti, Gabriel e Paul-André, ci accompagnano all’aeroporto di Québec da dove partiremo in direzione di Newark – Houston – Bogotà – La Paz.
Si riparte
Ci aspetta un viaggio lunghissimo: 43 ore tra attese su scomode poltroncine d’aeroporto e quattro voli che ci riporteranno in America Latina.
Prima tappa Newark Che gli occhiali aumentino il buio?
Questa volta viaggiamo con la Princess, e scema nostra figlia ha scelto questo viaggio come regalo di laurea… o forse il vero regalo ce lo fa lei, trascorrendo diverse settimane in famiglia. Brava, Lucri!
Arrivati nel cortile di Eliana e Marcelo, i nostri ospiti Warmshowers a La Paz, ci accoglie una sorpresa: Diana e Didier stanno preparando le loro bici per ripartire. Li avevamo conosciuti 3 mesi fa a Caraz, in Perù — una giovane coppia colombiana che viaggia con il loro cane Thor. Sapevamo che in questo periodo sarebbero potuti essere da queste parti, ma ritrovarli è stato comunque un momento speciale. Buona continuazione per Tuyo cruzando fronteras.
Famiglia Cavalli, Diana, Eliana con il suo cane Miski, Didier e il cane viaggiatore Thor
La nostra prima operazione dopo i saluti è quella di buttarci sul letto per dormire in posizione orizzontale, siamo veramente stanchissimi e domani ci aspetta il montaggio delle biciclette.
Diana
Nel primo pomeriggio, una famiglia di svizzeri passa a recuperare le nostre scatole delle biciclette per rientrare in Europa e per ringraziarci ci offrono un vassoio di empanadas, molto apprezzate. La sera usciamo a cena con Mateja, una ciclista slovena che viaggia in solitaria conociuta in un gruppo WhatsApp di ciclisti viaggiatori.
Durante il nostro soggiorno a La Paz decidiamo di esplorarla dall’alto, salendo sul Teleférico: la rete di cabinovie più lunga del mondo, che collega gran parte della capitale più alta del pianeta.
El Teleferico
La Paz, capitale della Bolivia, è la tipica città sudamericana: caotica! Camminare per le sue ripide strade è ancora più faticoso del solito, complice l’altitudine — siamo a 3.650 metri. Per fortuna alloggiamo nel pieno centro e abbiamo tutto a portata di mano.
Trascorriamo la serata in compagnia dei nostri ospiti, Eliana e Marcelo, chiacchierando sulla vita nei rispettivi Paesi: Bolivia, Italia e Canada. La mattina seguente, Lucri si sveglia con un forte raffreddore e decidiamo di restare un giorno in più, per darle il tempo di riprendersi.
Ho cercato qualcosa di che si addicesse alla giornata di oggi: On the road again di Willie Nelson. On the road again (Nuovamente sulla strada) Goin’ places that I’ve never been (Andando in posti dove non sono mai stato) Seein’ things that I may never see again (Vedendo cose che probabilmente non rivedrò più) And I can’t wait to get on the road again (E non vedo l’ora di tornare sulla strada)
Manuela: Non vedevo l’ora di ripartire e continuare a pedalare attraverso l’America Latina e farlo insieme a nostra figlia renderà tutto ancora più magico. Un grazie anche a Gabriel, che si prenderà cura della casa e aspetterà pazientemente il ritorno di Lucri.
Non sapevo bene cosa aspettarmi da La Paz, ma è stata una piacevole sorpresa: vista dall’alto è una distesa di edifici in mattoni rossi, un labirinto di strade trafficate e rumorose che può incutere un po’ di timore… ma nel complesso è una città affascinante.
19 settembre – El Tholar
Mi sto facendo aiutare da Marcelo a sistemare il freno posteriore di Lucrezia e lui si accorge che c’è un raggio rotto. Non possiamo certo partire con questo problema, ma Marcelo mi dice di non preoccuparmi.
Il giorno seguente mi ritrovo la riparazione fatta e a metà mattina possiamo incamminarci verso la linea Morada del Teleferico. Un paio di chilometri, una faticosa salita delle scale con la bici e finalmente siamo in strada.
Ciao Eliana e Miski
La Ruta 1 è trafficatissima, ma c’è una buona corsia di emergenza che ci permette di pedalare in sicurezza. Oggi saranno solamente cinquanta chilometri, ma Lucrezia sta finendo il suo raffreddore, io lo sto cominciando e facciamo fatica a pedalare. Essere a quattromila metri con scarso allenamento e zero acclimatamento non aiuta. Speriamo che domani vada meglio.
20-22 settembre – Oruro
Saranno solamente 30 km oggi, io sono proprio senza fiato quando arriviamo a Patacamaya. Il panorama è identico a ieri e l’alloggio in cui ci sistemeremo è probabilmente il più sporco in cui abbiamo dormito nell’intero viaggio.
Assaggio di ripio per Lucrezia
Qui ritroviamo Mateja conosciuta a La Paz qualche giorno fa. Lei è arrivata qui in una sola tappa.
Dopo una notte piuttosto difficile a causa dell’acclimatamento, ci dirigiamo a Konani, passeremo una nuova notte in una camera doppia con vista sul… cesso. Probabilmente, non è stata mai pulita da quando l’anno terminata.
Alloggi da ciclista viaggiatore
La tappa per arrivare a Oruro mi ha sfiancato, mentre madre e figlia vanno a meraviglia.
Ma a 23 anni si è ancora nel<adolescenza?
Scelta facile oggi: Hoedown Throwdown di Miley Cyrus
Manuela: aass
24-26 settembre –Da Oruro al cratere Jayu Khota
Piùscendiamo a Sud più il pedaggio è affascinante. Passa il tempo, passano i chilometri, le chiappe di Lucri continuano a fare male a causa della sella non adatta. Prima della città di Poopo, siamo raggiunti da una scheggia in bicicletta, è Takashi, il ragazzo giapponese conosciuto a Caraz.
Saluti, foto ricordo e lui sparisce come un fulmine.
Non voglio essere cattivo, ma anche qui notiamo una limitatezza di pensiero come in Perù. Questo blog non è la sede corretta per disquisizioni socioculturali, ma invece di offrire solamente calcio, hockey o programmi pareti, i governi dovrebbero preoccuparsi di più del miglioramento sociale della popolazione, come diceva qualcuno: Meglio un politico ladro e capace, che un onesto incapace. Oggi si vedono sempre di più governanti ladri ed incapaci. Amen.
Il giorno del mio sessantacinquesimo ompleanno, ho come regalo una bella foratura verso mezzogiorno. Riparato il problema. Continuiamo a pedalare fino al cratere.
Sarà la nostra prima notte in tenda. Ambiente da sogno, siamo soli, davanti a noi il cratere con un piccolo laghetto. Le nostre tende sono montate dietro ad un muretto che ci proteggerà dal vento che, immancabile, sale ogni sera. Cena in tenda e nanne.
Durante la notte ho i miei due-tre tacchi di cefalea a grappolo, che immancabile, è ritornata dopo quattro anni. Sono al settimo ciclo e qusta volta me lo sorbirò senza medicine.
Il Salar si avvicina, pranzo a Salinas Garcí Mendoza e poi si ricomincia in direzione di Jirira, la strada prevede la fine dell’asfalto, dei tratti di sabbia ed il ripio, lo sterrato che può divenire l’incubo del ciclista in Sud-America.
Domani si entre nel Salar de Uyuni, finalmente lo pedalare mo anche noi.
Il raffreddore e la poca acclimazione bloccano la mia fantasia musicale, nel pomeriggio però un venticello frontale mi consiglia Ride like the wind di Christopher Chross
Cari amici vicini e lontani rieccoci qui, non siamo spariti. Qualcuno ci ha scritto per avere notizie, altri sono stati avvisati direttamente. Siamo a casa per riposarci un po’ e ripartire a breve con nostra figlia.
Perché come immagine di apertura c’è un cane? Leggete l’articolo per scoprirlo.
Nell’inverno argentino, continuiamo a pedalare attraverso altipiani semi-desertici e maestosi canyon di rocce rosse scolpite dal vento, per giungere infine tra i vigneti e oliveti di Mendoza.
9 luglio – Pagancillo In questo tratto di Routa 40 arriviamo ad affrontare uno dei tratti più incantevoli di questa regione: la Cuesta de Miranda, trenta chilometri di salita in un canyon scolpito dal vento. Poco dopo aver superato la prima rampa, un’auto rossa ci supera e notiamo che si ferma in una piazzola più avanti. Il conducente scende e apre il baule che contiene un enorme sacco di mandarini. Ci invita a fermarci, prende quattro mandarini e ce li offre con un sorriso: “Vi torneranno sicuramente utili“.
Il vallone della cuesta è spettacolare con le sue pareti di rocce rosse e ocra e il fiume che scorre a fondo valle; le pendenze sono moderate e, con calma, i chilometri scorrono. Una volta conclusa la salita, ci fermiamo al mirador per ammirare il panorama. E chi incontriamo? Il signore dei mandarini, intento a vendere noci e dolciumi. Non appena ci avviciniamo per salutarlo, ci porge un vassoio per farci assaggiare i suoi prodotti, le noci zuccherate sono davvero eccellenti. Cogliamo l’occasione per acquistare qualcosa, ricambiando così il dono della mattina. La cortesia paga!
Per il resto della cronaca, il finale prevedeva venti chilometri di sterrato su calamina (table à laver o washboard). I ricordi patagonici sono riaffiorati nella nostra mente. Siamo cotti!
Manuela: Nel giorno di riposo a Chilecito, ho convinto Francesco a visitare almeno il Cable Carril, l’attrazione più storica della città. Questa funivia, lunga oltre 35 km e che raggiunge i 4.000 metri di altitudine, fu costruita all’inizio del secolo scorso per trasportare minerali, operai e attrezzature tra le miniere in alta montagna e la valle. In disuso dagli anni ’70, fu considerata un capolavoro ingegneristico per la sua difficoltà tecnica. I piloni della funivia attraversano ancora la città, simbolo di una storia passata, mentre le miniere circostanti sono ancora attive, gestite principalmente da aziende straniere che, secondo quanto affermano gli argentini, sfruttano manodopera a basso costo e danneggiano l’ambiente, contribuendo all’inquinamento delle falde acquifere. La gestione delle risorse idriche è una preoccupazione costante in queste regioni, dove l’economia agricola è strettamente legata alla qualità e alla scarsità d’acqua.
… Dopo due giorni sotto il sole del deserto la mia pelle ha incominciato a diventare rossa dopo tre giorni nel divertimento del deserto io guardavo la riva del fiume … Dopo nove giorni nel deserto, ho lasciato il cavallo correre libero uore fatto di cemento Ma gli umani non gli daranno nessun amore
Sono alcune parole della canzone A horse with no name di America, idonea a questo ambiente. Dalla California a qui, avevamo pedalato molte volte nel deserto, ma non mi era mai venuto in mente di aggiungere questa canzone storica.
10 luglio – Los Baldecitos In inverno, in Argentina, non piove mai… o quasi…delle nuvole nere in lontananza ci inseguiranno tutta la giornata. Non siamo più sulla Ruta 40, ma abbiamo fatto una deviazione di un centinaio di chilometri per visitare due parchi nazionali : Talampaya e Ischigualasto. Il panorama è cambiato e inizialmente piuttosto monotono, una grande spianata desertica di terra rossa e sterpaglie attraversata da una strada piuttosto sconnessa in linea retta.
A metà percorso dopo una breve deviazione raggiungiamo l’entrata del Parque Nacional Talampaya dove si visitano formazioni rocciose di arenaria, canyon e fossili di dinosauri. Purtroppo non si può entrare nel cuore del parco in bicicletta e la prossima visita guidata disponibile sarebbe nel tardo pomeriggio. Rimanere qui e dormire in tenda o raggiungere il prossimo paesino? Il freddo, il forte vento e la pioggia prevista ci fanno abbandonare l’idea della notte in tenda. Chiediamo un po’ di acqua calda al bar della reception per farci un caffè caldo e dopo la breve sosta ci rimettiamo in strada. Arriviamo al microscopico agglomerato di Los Baldecitos. Qui siamo in un hospedaje che ci era stato consigliato dal precedente albergatore, purtroppo si tratta di una sistemazione molto spartana, poco pulita e dal prezzo elevato. Siamo nel bel mezzo del nulla e in questo piccolo paese ci sono solo quattro case, un distributore, un ufficio turistico (mah!?), e si dice ci sia un ristorante, anche se non è chiaro se aprirà o meno. Cuciniamo della pasta in camera e poi a nanna.
Manuela: Peccato non aver fatto la visita guidata dei parchi e averli visitati solo superficialmente! Non siamo certo delle principesse con la puzza sotto il naso che dormono solo in hotel, ma l’influenza e la bronchite ci hanno ulteriormente indebolito. Siamo stanchi e non sopportiamo più il freddo; se fossimo in condizioni fisiche e meteorologiche diverse, non avremmo esitato a montare la tenda. I campeggi dei parchi in Argentina sono davvero bellissimi e, da quello che siamo riusciti a vedere pedalando sulla strada principale a bordo parco, questa zona è davvero interessante, sia dal punto di vista storico che paesaggistico.Faccio la fila con dei bambini per avere la foto davanti alla riproduzione di un dinosauro all’ingresso del piccolo museo; Francesco ogni tanto si vergogna di me, ma io mi diverto un sacco a fare queste cose, bambina nello spirito per sempre!
11 luglio – Huaco Con la tappa di oggi saranno circa 300 km in tre giorni, ma non dovevamo venire da queste parti per riposarci? Oggi ci sarebbe da visitare il Parque Provencial de Ischigualasto, ma il problema organizzativo è il medesimo di ieri e siamo diventati difficili o troppo stanchi per aver voglia di dormire in tenda nel nulla con temperature prossime allo zero. Continuiamo sulla strada principale riuscendo comunque ad ammirare questa zona molto particolare, una incredibile e surreale distesa di terra rossa (chiamata Valle de la Luna). Finiamo la giornata con una apprezzatissima discesa che ci porterà in un piccolo centro abitato dove faremo una nuova conoscenza.
Manuela: Terra dal colore rosso intenso, enormi formazioni rocciose scolpite dal vento e dall’erosione spuntano dal deserto, creando un paesaggio irreale. Il deserto argentino continua ad affascinarci. Una strada sterrata ci conduce fino all’Hostería Huaco, dove veniamo accolti con un grande sorriso da un giovane sulla trentina. Quando arriviamo in piccoli centri abitati come questo, mi chiedo sempre come si viva qui: cosa fanno le persone, dove vanno a scuola i bambini? Parlando con la gente, capiamo che hanno un legame profondo con la propria terra. Si conoscono tutti, si aiutano a vicenda, mantengono vive le tradizioni, elementi essenziali per continuare a vivere in luoghi così isolati. Alcuni giovani se ne vanno, attratti da una vita più dinamica; altri rimangono perché non hanno alternative, ma molti scelgono consapevolmente di restare, dedicandosi con passione alla terra e all’allevamento, portando avanti uno stile di vita che resiste al tempo.
12 luglio – San José de Jachal Ieri sera, durante la nostra solita passeggia alla ricerca di pane, incrociamo un cane. Si avvicina scodinzolando, gli diamo una carezza e ci segue fino alla porta del nostro hospedaje, buona notte. Questa mattina, chi troviamo ad aspettarci fuori dalla porta? Il cane di ieri sera! Saliamo in sella e cominciamo a pedalare. Chi ci segue? Il cane. Usciamo dal paese, chi ci segue come un’ombra? Sempre lui. Il problema è che il botolo non ha nessuna intenzione di abbandonarci; superiamo la prima salita, poi la seconda, ci fermiamo per qualche foto, passiamo un tunnel (…sicuramente lo spaventerà e tornerà indietro… penso io) e invece no. Dopo quasi 20 chilometri, finalmente ci fermiamo per una pausa caffè. Il cane è ancora con noi. Con il cane seduto ai nostri piedi, stiamo preparando la colazione, pensando come sbarazzarci di lui in modo gentile, dato che non possiamo continuare in sua compagnia ma nemmeno abbandonarlo nel deserto. Poco dopo si ferma uno scooter: è un giovane partito dal paese per cercare il cane di un suo amico che “…in genere segue gli sconosciuti, ma solo in paese…”. Gli diamo un po’ d’acqua e un pezzo di pane, poi lui se lo prende in braccio e riparte verso casa. A differenza del Perù, dove i cani erano spesso aggressivi o spaventati, qui non siamo mai stati attaccati. Sono gentili, tranquilli e ignorano i ciclisti. E oggi abbiamo anche scoperto che i loro padroni si prendono cura di loro.
Oggi ascoltando un po’ di musica classica ho pensato di aggiungere Csárdás di Vincenzo Monti. Il brano forse non è tra i più conosciuti, ma anche Lady Gaga lo ha ripreso per la sua canzone Alejandro.
Manuela: Dai, non guardarmi con quegli occhi languidi… ti prego, mi si spezza il cuore. Guai a me se ti do dell’acqua o qualcosa da mangiare… ti prego, non seguirci! Perché sei così dolce e affettuoso? Cosa abbiamo di speciale? Ti piace la puzza dei cicliti? Siamo esotici, forse? Lo sai che rischio davvero di caricarti in bici e portarti a casa con me? Il nostro amico peloso, che abbiamo battezzato Huaco, ha affrontato salite e discese ripidissime, ci ha aspettato, è tornato indietro più volte per tenerci d’occhio entrambi, con la lingua che toccava terra, ma non ci ha lasciati un attimo. Addio, adorabile Huaco. Noi ciclisti viaggiatori spesso ci troviamo a difenderci dai cani aggressivi, ma tu ci hai ricordato che i cani sono i più fedeli amici dell’uomo.
13/14 luglio – San Juan Tra Huaco e città di San Juan passando da San José de Jáchal, ci sono parecchi chilometri, farla in due giorni e controvento sarebbe una tirata assurda, prevediamo 3 giorni dormendo una notte in mezzo al nulla. Trascorriamo la prima notte in un hospedaje isolato il più a Sud possibile di Jáchal e poi vedremo dove ci porterà il vento per i restanti 130 chilometri in mezzo al nulla.
Un po’ più a Nord di San Juan però c’è un altro hospedaje, la mia compagna di viaggio non ha molta voglia di dormire in tenda vicino ai ruderi della vecchia ferrovia e comincia ad elencare tutti i vantaggi nel percorrere i chilometri mancanti: una doccia calda… un letto… magari un ristorante… sono quasi tutti in piano… c’è solo una salitella facile di 5 km… gli ultimi 15 km sono anche in discesa… magari il vento è a favore… Io non commento, penso al mio “soprasella” ed alle 8:45 partiamo, il vento è leggero, ma tira dalla parte giusta ed abbastanza rapidamente, dopo 95 km, arriviamo al parador dove dovremmo cenare e montare la tenda. Il vento soffia sempre nella buona direzione, ci mangiamo qualcosa per riflettere e…… ricominciamo a pedalare! Superata l’ultima salita, vediamo da lontano San Juan, quasi ci siamo. Qualche curva in discesa, passiamo accanto ad un’enorme miniera d’oro, oggi proprietà cinese, ma per lungo tempo proprietà canadese (ed anche su questa installazione chi ci ha lavorato, ha raccontato storie che non fanno proprio onore al nostro paese). Con 132 chilometri nelle gambe, alle 17:15 suoniamo alla porta di Martha, la proprietaria dell’hospedaje Albarda di Campo Afuera.
La signora è molto gentile, ci fa accomodare, ci prepara una tisana e ci accompagna alla panaderia vicina di proprietà dei suoi figli dove ci riforniamo di pane e dolci. In serata uno dei figli ci porta in regalo un sacchetto di noci, un altro di semi di girasole ed un baratto di miele. Credo che lo sforzo di arrivare fin qui sia stato premiato dall’accoglienza e gentilezza di queste persone.
La mattina successiva dobbiamo lasciare la “Zia Martha” perché abbiamo appuntamento con un ospite Warmshowers. Questa volta l’ospite non è un cicloturista, ma una famiglia che ha deciso di iscriversi al gruppo Warmshowers, per ricambiare l’ospitalità che uno dei suoi figli, oggi residente in Spagna, aveva ricevuto durante le sue scorribande ciclistiche in Sud America. Grazie a tutta la famiglia Benitez per averci ospitato.
Dopo questa lunghissima pedalata ho pensato di aggiungere Follow the sun di Xavier Rudd. Oggi il sole lo abbiamo proprio seguito dall’alba al tramonto.
15-19 luglio – Mendoza Indecisioni, ripensamenti, dopo consulti con ciclisti locali, previsioni meteo e confronto dei prezzi aerei, abbiamo deciso di concludere il nostro tour argentino a Mendoza. Non potremo proseguire lungo la Ruta 40 fino a Bariloche né attraversare le Ande verso il Cile, siamo in pieno inverno e la neve blocca i passi di montagna. La strada verso Mendoza è priva di corsia d’emergenza, molto trafficata e con diversi cantieri che restringono la carreggiata. Perché rischiare di rovinare tutto proprio all’ultimo giorno? La decisione è semplice: da oggi comincia il nostro rientro verso casa. Il piano è prendere un autobus per Mendoza e concederci qualche giorno di meritato riposo facendo i turisti a piedi. Poi ci sposteremo sempre in autobus a Santiago del Cile, dove i voli per il Canada costano un terzo rispetto all’Argentina. Da lì voleremo verso Québec.
A casa faremo tutti un check-up completo, sia alle biciclette che al nostro chassis, dalla punta dei piedi ai capelli. Non ci resterà che aspettare che la Princess rientri dalle vacanze europee con il moroso per poter ripartire con lei a metà settembre per La Paz, Bolivia. Un regalo di laurea per la nostra “piccolina”… o forse è lei che ci fa un regalo, viaggiando ancora con noi. Nonostante la nostra lunga esperienza con l’imballaggio delle biciclette, i voli aerei, i trasporti pubblici e i valichi di frontiera, organizzare tutto richiede sempre diverse ore, a volte anche giorni. Questa volta, la difficoltà maggiore è stata trovare qualcuno che potesse accompagnarci alla stazione degli autobus con le scatole delle bici. Il giorno prima della partenza, decidiamo di visitare una cantina, andiamo alla Bodega Pulenta (https://www.pulentaestate.com/index.php), situata a una cinquantina di chilometri dalla città. Il fratello di un caro amico franciacortino ci aveva consigliato di incontrare il suo amico Eduardo, descrivendolo come una persona squisita e accogliente. Le biciclette sono già imballate, così noleggiamo un’auto. Lungo l’autostrada ammiriamo le montagne innevate, con i vigneti che si estendono ai loro piedi. Arrivati al cancello d’ingresso ci dirigiamo verso la reception, dove ci accoglie Raphael, la nostra guida per la visita. Esploriamo la cantina, oltre che dalle vasche in cemento e Inox, siamo circondati da più di 2.000 barriques, lungo i corridoi ci viene anche raccontata la storia della famiglia arrivata dalle Marche ad inizio del secolo scorso. Passiamo accanto a motori Porsche e Ferrari — la famiglia, infatti, è importatrice ufficiale Porsche in Argentina — per poi essere accompagnati alla sala degustazione. Qui ci vengono offerti quattro vini davvero straordinari: un Malbec, un Cabernet Franc, un Cabernet Sauvignon ed il fiore all’occhiello della casa, il Gran Corte.
Inutile dire che è stata una mattinata estremamente gratificante. Grazie a tutta l’équipe Pulenta, speriamo di potervi incontrare nuovamente.
Alla visita della Pulenta Estate dedico una mitica canzone di Lucio Dalla: Nuvolari. Anche se il pilota italiano non corse per la Porsche, il fondatore della casa automobilistica tedesca disse: “Nuvolari è il più grande corridore del passato, del presente e del futuro”.
Sabato 19 luglio, ci dirigiamo alla stazione dei bus, siamo partiti per la California esattamente cinque mesi fa, ma il viaggio non è finito, è solo in pausa.
Manuela: Sono già passati cinque mesi dalla nostra partenza. Non avevamo previsto di rientrare ora, ma non tutto si può pianificare… ed è proprio questo che amiamo dei viaggi avventurosi. Abbiamo visto luoghi meravigliosi, incontrato persone straordinarie, fatto tanta fatica, riso e pianto, vissuto emozioni forti, belle e difficili. Ci sono stati momenti in cui avremmo voluto lanciare la bici in un fosso e giurato di non risalire mai più in sella. Abbiamo maledetto l’artrosi, l’età, le docce fredde, la scomodità. Abbiamo sognato la doccia di casa e una bella cena con amici e famiglia. Ma MAI abbiamo rimpianto la scelta di vivere questa esperienza. E no, non è finita: diciamo solo che ci stiamo concedendo una breve… pausa pubblicitaria.
À LA PROCHAINE.
Per questo arrivederci all’Argentina voglio aggiungere un brano di Manu Chao, Desaparecido. Le prime parole sono le seguenti: Me llaman el desaparecido (Mi chiamano il desaparecido) cuando llega ya se ha ido (che quando arriva è già partito) volando vengo, volando voy (volando vengo, volando vado) deprisa, deprisa, a rumbo perdido. (di fretta, di fretta, senza una direzione precisa)
Speriamo di ri-sparire ben presto anche noi
Il riassunto delLA nostrA ARGENTINA
La scelta di venire in Argentina in questa stagione è stata un po’ obbligata a causa dei miei problemi alle ginocchia. La settima successiva al nostro arrivo a Salta, il paese ha battuto i record del freddo risultando il più congelato al mondo, ben più della Groenlandia. Non siamo andati oltre Mendoza, poiché scendendo più a Sud faceva ancora più freddo ed i passi erano innevati.
Chilometri percorsi: 1.154 (Per un totale di 6.561)
Metri di dislivello: 6.874 (Per un totale di 68.581)
Giorni totali inclusi riposi e visite: 28
Giorni in sella: 16
Notti: Tutte in albergo a da ospiti vari.
PRO – Il Nord dell’Argentina non è molto conosciuto ma è assolutamente da visitare, abbiamo avuto solamente due o tre tappe un po’ monotone su oltre mille chilometri. – Le québrade che abbiamo attraversato, una più affascinante dell’altra. – Gli Argentini. Ancora una volta l’ospitalità latina si è fatta notare. – Il nostro amico cane Huaco, ce lo saremmo portato a casa. – Manuela: L’artigianato argentino è straordinario: lana, legno, cuoio… come sempre, avrei comprato tutto! Ma la fortuna o la sfortuna di viaggiare in bicicletta è che ti costringe a guardare, sospirare e lasciare la carta di credito nel portafoglio. Il sogno di ogni marito! Ero partita dal Perù con il cuore a pezzi, senza alcuna voglia di pedalare in Argentina, ma questi paesaggi desertici mi hanno conquistata, facendomi dimenticare anche il freddo più intenso. In Perù avevamo patito un po’ la fame, ma qui ci siamo rifatti con gli interessi. Per chi ama la carne e il buon vino, l’Argentina è una tappa obbligata. Evviva la parrilla!
CONTRO – Il freddo è stato l’unico punto negativo. Le notti gelide ci hanno fatto desistere e non abbiamo potuto approfittare dei bei campeggi argentini e visitare meglio i parchi naturali.
Il QR code precedente permette di accedere all’applicazione Ride With GPS e visualizzare tutte le tappe argentine del nostro viaggio.
Le mie ginocchia chiedevano pietà, prendiamo un aereo e ci spostiamo in Argentina.
La morale del trasferimento è: “Abbiamo bisogno di una PAUSA!!!!”.
Riassunto delle puntate precedenti. Siamo a Huaraz, nel cuore della Cordillera Bianca, punto di partenza della PGD (Perù Great Divide), siamo acclimatati ed allenati per fare questo percorso , ma le ginocchia del vecchio hanno detto stop. Se continuassi adesso su queste salite, rischierei di rompermi. Dove andare e cosa fare per continuare a pedalare? Il deserto tra Lima ed il Cile lo abbiamo già visitato e non ci attira rifarlo in bicicletta, la Bolivia è prevista in settembre con nostra figlia la Princess, cosa rimane? Trasferirci a Salta, Provincia di Salta, Argentina ed affogare i nostri dispiaceri su 1.300 km di Ruta 40, la strada del vino più alta del mondo.
19 giugno – Huaraz / Lima / Salta Dopo un pomeriggio a inscatolare bici e bagagli, la sera iniziamo il lungo viaggio di trasferta. Prendiamo un autobus notturno per Lima, 8 ore di sballottamenti intervallati da brevi pisolini su sedili tutto sommato comodi. Poi 12 ore di attesa in aeroporto, per finalmente imbarcarci su un aereo verso la città di Salta. Ho fatto il viaggio completo in uno stato semi-comatoso, credo che il mio mal di gola sia in realtà un’ influenza. Alle 5 del mattino montiamo le nostre bici in aeroporto, facciamo colazione con una tazza di caffè e due croissants, sublimi! Grazie Argentina, per il gradito benvenuto. Ci ambientiamo al clima freddo di questa zona pedalando una dozzina di chilometri per arrivare in centro città. Ad ogni incrocio le auto si fermano, ci danno la precedenza e lasciano passare i pedoni. Siamo scioccati! È dal 26 marzo, data di ingresso in Colombia, che una simile cosa non succedeva.
Una delle prime cose da comperare è il nuovo casco per El Tonto, il suo è rimasto sull’autobus… Poi compramio del cibo, una doccia calda e molte nanne, le pampas dell’Argentina ci aspettano.
Oggi, per l’entrata in Argentina, non ho potuto fare altro che aggiungere un brano del fantastico Gustavo Santaolalla, De Ushuaia a La Quiaca. Un pezzo sublime del doppio premio Oscar argentino ed un ricordo al nostro passaggio a la Fin del Mundo di due anni fa.
Manuela: Perù, mi mancherai tanto. Non mi tolgo dalla testa la Perù Great Divide, mannaggia eravamo in perfette condizioni di allenamento …@#$%&! Adesso godiamoci questa pausa dalle salite e dalle alte quote. Oggi penso anche ad altro perchè inizio a non sentirmi bene. Pensavo di averla scampata bella vedendo Francesco star male ed io ancora arzilla nel ruolo di infermiera, invece era solo un appuntamento posticipato verso la discesa agli inferi. Il lungo viaggio di trasferimento con due notti insonni, non ha certo aiutato il nostro stato di salute. Fortunatamente in Argentina siamo in un bel alberghetto con acqua calda, riscaldamento ed una cucina a nostra disposizione.
20-24 giugno – Salta Il mio stato di salute non è proprio dei migliori, penso di non essere mai riuscito a dormire per 24 ore di fila in vita mia. In camera fa caldissimo, ma continuo a tremare mentre la mia vicina di letto dorme beatamente. Verso le otto arranco al frigorifero della cucina per mangiare qualcosa e poi continuare a sonnecchiare. Come aperitivo questa sera un sacchettino di patatine (Mamma Manuela mi ha autorizzato, perché ho perso più di 15 chili da novembre ad oggi) ed una fantastica birra IPA per tirarmi su di morale; non bevevo una vera birra dal Messico. Comincio a sentirmi meglio, chatto un po’ con il nostro amico Aurelio che dovrebbe aver ricominciato a pedalare sulla costa e scopro che anche lui è fermo a Chimbote, stessi sintomi. Sembra che l’untrice sia la nostra conoscenza brasilera Gisele che quando l’abbiamo conosciuta sul Pastoruri era ancora malaticcia.
Oggi ci dedico Je suis malade nella versione di Dalida.
Il 24 mattina dovremmo partire, ma questa volta è Manuela in stato semi-comatoso, si posticipa a domani.
Manuela: Ma chi sono quei due ciclisti così intelligenti da iniziare a pedalare nella Pampa argentina il giorno del solstizio d’inverno? NOI! Di notte le temperature scendono sotto lo zero, e di giorno si sta bene solo al sole, all’ombra si gela. Per non restare sempre chiusi in camera, cerchiamo di prendere un po’ d’aria passeggiando per le vie centrali di Salta che ha una splendida architettura coloniale, memoria di un passato glorioso. Oggi l’economia argentina non consente di mantenere tutti gli edifici come meriterebbero ed alcuni sono fatiscenti, che peccato! Attorno alla Plaza 9 de Julio, che prende il nome dal giorno dell’Indipendenza dell’Argentina, si trovano caffè, ristoranti, palazzi storici e la Cattedrale. La domenica vediamo una grande folla radunata davanti alla chiesa, stanno celebrando la messa all’aperto. Non siamo più abituati a vedere così tanta gente partecipare a una funzione religiosa. Carissima amica Marie-Charlotte, pensiamo a te. Ci dispiace non essere riusciti ad apprezzare davvero questa città a te tanto cara, l’influenza ci ha inchiodati a letto.
25–26 giugno – El Carril Finalmente si rimettono le chiappe in sella, Manuela sembra stia meglio, io sono quasi rinato. Prevediamo di fare solo una quarantina di chilometri sulla Ruta 68 per testare le nostre condizioni fisiche post influenza. C’è un bellissimo sole, il cielo è di un azzurro intenso e verso le 11 riusciamo anche a toglierci la giacca a vento ed i guanti. Il panorama non è quello della Cordillera Blanca, ma cerchiamo di apprezzare la strada pianeggiante fiancheggiata da un paesaggio agricolo, piccole costruzioni rurali ed in lontananza le montagne.
Oggi riesco anche ad ascoltare un po’ di musica, finalmente, pensando alla storia del paese a cavallo tra gli anni ’70 ed ’80 dedico Mothers Of The Disappeared degli U2. Non c’è bisogno di commenti sul titolo della canzone.
Ed il giorno dopo siamo di nuovo fermi, Manuela non riesce ad alzarsi dal letto, forse abbiamo ripreso a pedalare troppo presto.
Aspettando la rinascita della mia metà, oggi riascolto l’intero album The Joshua Tree diU2. Il brano Red Hill Mining Towneralegatoagli scioperi dei minatori inglesi negli anni ’80. A quando una reazione dei loro colleghi peruviani contro l’onta dello sfruttamento da parte delle aziende del mio grande Canada?
Manuela: Mai sottovalutare un’influenza, ogni respiro d’aria fredda mi brucia i polmoni. Sono stata imprudente a pedalare oggi, ma non riuscivo più a restare ferma e così mi sono guadagnata un altro giorno di riposo forzato. Ho promesso a Francesco che ripartirò da qui solo quando starò davvero meglio. In questo paesino di quaranta case non c’è praticamente nulla. Svaligiamo il panificio e decidiamo di assaggiare tutti i dolci disponibili…alla fine si somigliano tutti: pane zuccherato farcito con dulce de leche, crema pasticcera o marmellata di membrillo (mela cotogna).
27 giugno-1 luglio – Cafayate Ripartiamo da El Carril con Manuela che sembra stare meglio, anche se dice che l’aria fredda le brucia i polmoni. Si pedala tra zone aride e coltivazioni sparse, ogni tanto compaiono stradine sterrate che si perdono nel paesaggio, delimitate da grandi cancelli, sono gli ingressi alle fincas, immense tenute agricole. In mezzo al nulla arriviamo nell’unico posto che offre dei posti letto, un ristorante e un buffet con caffè e torte. Uhaooo! Tutto sembra invitante finché non vediamo i prezzi: “Ma questi sono pazzi! ” triplicati rispetto al solito, più un 10% se si paga con carta di credito.
La Garganda del DiabloNoi e le capreLos Colorados
Vista l’ora e il nostro stato di salute, ci fermiamo. La camera è un frigorifero, dormiremo sotto una montagna di coperte a 12°C, il piccolo frigorifero è una coltivazione di funghi, le lampadine non funzionano e la doccia un congelatore sporco. Il tutto al doppio del prezzo dell’appartamento perfetto del giorno prima. Fu** you, al bar ci concediamo una grande fetta di torta alla quale non resistiamo e ci infiliamo nel letto. Partiamo appena fa luce, con un freddo pungente, indossiamo tutto ciò che abbiamo. La strada si infila nella Quebrada de las Conchas, una gola stretta incastonata tra pareti di roccia altissime, molto sceniche. La percorreremo interamente fino al bivio con la leggendaria Ruta National 40 (lunga circa 5200km è l’equivalente argentino della Route 66 negli Stati Uniti). Già due anni fa pedalammo con gioie e dolori gli ultimi 600 km di questa strada nella Tierra del Fuego. Dal Mirador de las Tres Cruces, il panorama diventa sempre più mozzafiato… e il vento sempre più forte, ovviamente contrario. Manuela fa fatica a stare in piedi. Avanziamo a fatica per una quindicina di chilometri, tra pedalate e tratti a spinta, ma il vento aumenta ancora (le previsioni danno raffiche a 70 km/h), mancano ancora 10 km alla città, ed è già tardo pomeriggio. La salvezza arriva sotto forma di un pick-up. Spieghiamo la situazione e, quasi per magia, ci ritroviamo nel cassone, con bici e bagagli. In venti minuti siamo alle porte di Cafayate, sani e salvi.
Quale canzone poteva essere meglio ambientata al duro pomeriggio alla fine della Quebrada de las conchas se non Ride the wild Wind dei Queen?
Manuela: Sarebbe stato meglio dormire in tenda nascosti nella pampa, almeno sapevamo cosa aspettarci, La Posta de las Cabras era proprio per delle capre! Lo sbalzo termico tra l’alba e il giorno è incredibile: si passa dall’indossare tutto ciò che abbiamo nelle borse, a restare in maglietta e pantaloncini sotto il sole.Questa strada è lunare, con tante conformazioni geologiche alle quali hanno dato nomi simbolici come El Anfiteatro, El Sapo, El Fraile. Ci si sente soli nel nulla, passa qualche rara auto e sempre i passeggeri ci salutano con un cenno. Nel parcheggio della Garganda del Diablo vediamo la bici stracarica di un ciclista che però non incontriamo, sarà andato ad esplorare la gola strettissima, noi ci fermiamo all’inizio, il vento inizia a soffiare forte e la strada è ancora lunga. C’è anche qualche banchetto improvvisato di venditori locali che offrono piccoli oggetti artigianali. Ma da dove saranno spuntati? Sono decine di chilometri che non vediamo una sola casa. Grazie alla giovane coppia russa in vacanza, senza il passaggio sul loro pick-up saremmo arrivati in città in piena notte. Il vento forte, a quanto pare, non è una leggenda solo patagonica… in Argentina soffia ovunque!
2-5 luglio – Santa Maria, Hualfin, Londres, Salicas Ancora un giorno di sosta per permettere a Manuela di riprendersi un po’ dalla sua non-sappiamo-bene-cosa-influenza-tosse-bronchite, poi un giorno ancora per riposarci meglio e goderci una buona parilla mixta con del buon vino Torrontés. Ieri l’Argentina è stata considerata il paese più freddo al mondo ed anche qui da noi, il termometro si avvicina allo zero e si intravede la neve sulle montagne circostanti.
Aquile nella quebrada di Bélen
Lasciamo Cafayate ed ci immettiamo sulla Ruta 40, che qui è anche Ruta del vino. Per diversi chilometri pedaliamo in mezzo a vigneti nei quali spesso vediamo squadre di potatori all’opera. Poi i vigneti spariscono e noi continuiamo nella valle che qui è larga almeno una decina di chilometri, dove in mezzo al nulla si intravedono vacche, capre, asini e cavalli liberi al pascolo, qualche rarissima casa. Da queste parti ci sono solo minuscoli paesini e trovare un posto dove dormire o dove comprare qualche cosa da mangiare non è sempre facile, pane, uova, un’arancia, un ciclista affamato si arrangia sempre. Per il resto ancora deserto, sempre deserto e sempre la Ruta 40 che è un susseguirsi di leggeri su e giù. Facciamo sosta pranzo seduti davanti ad una piccola cappella. Facendo il giro del fabbricato, vedo un ripiano con un riparo per il vento e, ben nascosta, una piccola candela che sta bruciando. Qui non c’è molto traffico, però qualche fedele si è fermato anche oggi e non deve essere una cosa rare, poiché vicino al riparo c’è una confezione di candele votive.
Manuela: In posti come questi, quando mi sento una formichina persa nel nulla, dove l’unico suono è quello delle ruote della mia bicicletta sull’asfalto e il vento che mi soffia nelle orecchie (ok, a volte c’è anche la musica sparata a tutto volume dallo speaker di Francesco), mi diverto come una bambina. I pensieri si spengono, vanno in modalità off, e io mi godo il paesaggio e la solitudine. Qualcuno potrebbe dire: “Che noia, tutta pampa e nient’altro.” Vi assicuro che è una sensazione di libertà bellissima.
Siamo su un altipiano di una ventina di chilometri, alla fine ci appare una pista per aerei completamente asfaltata. Ingenuamente diciamo che potrebbe essere un impianto militare, ma dopo una ricerca su Internet, scopriamo che la pista è proprietà di un’azienda canadese che l’aveva costruita per gli operai della vicina miniera d’oro e rame. Poche sono le informazioni sulla chiusura della miniera per un possibile avvelenamento da metalli tossici delle sorgenti dell’intera regione. Viva le plus meilleur pays au monde (la storpiatura grammaticale è umoristicamente molto usata in Québec. Letteralmente: Il più migliore stato del mondo). Inizia una lunghissima discesa di una trentina di chilometri per arrivare in un piccolo pueblo, Hualfin, dopo 115 km che saranno tra i più belli di questo viaggio.
Pedalando in questo deserto pensavo a chi riesce a percorrere tutta la strada “A2A” (Alaska to Argentina come alcuni la chiamano) in bicicletta. In Alaska perse la vita Christopher McCandless, il protagonista di Into the Wild. Bellissima la canzone Long Nights di Eddie Vedder, adattissima anche in questo deserto, 15.000 km più a Sud di Anchorage.
Nuovo giorno, stesso vallone desertico, guardando l’orizzonte sembra impossibile che la strada possa passare la barriera delle montagne ed invece ci addentriamo nella Québrada de Bélen, un altro canyon molto panoramico che ci permetterà anche di osservare delle magnifiche aquile che vanno e vengono da un nido posto sopra il costone roccioso ad un centinaio di metri dalla strada.
Nella quebrada non erano condor, ma “solamente” aquile però direi che El condor pasa si addice alla situazione.
Speravamo di dormire nuovamente in un’Hosteria Municipal (locale con ristorante e camere, gestito dal comune a prezzi molto onesti), come il giorno prima, purtroppo il magnifico fabbricato è stato inaugurato, ma non ancora aperto. Fortunatamente, la proprietaria di un vicino ristorante ci aiuta a trovare un alloggio dopo una decina di telefonate. Dormiremo in una camera senza riscaldamento, ma in un letto e non in tenda, le nostre vecchie ossa ringraziano. Al chilometro 4040 incontriamo due motociclisti argentini in viaggio verso Nord con la loro nuova moto del marchio italiano Benelli. Non facciamo che qualche chilometro che ci fermiamo a scambiare qualche parola con Mary e Bert (https://www.pedalsandpuffins.com/), due Statunitensi della Florida che arrivano da Ushuaia e sono diretti a Bogotà. Solite discussioni tra ciclisti e poi c’è chi continua verso Nord e chi verso Sud, ci auguriamo a entrambi di avere il vento alle spalle !
Manuela: Ogni scusa è buona per fare una pausa, e quindi… foto di rito sia al cartello del chilometro 4.040 che a quello del 4.000 della mitica Ruta 40! Il cartello segnaletico e il guardrail sono ormai completamente ricoperti di adesivi lasciati da viaggiatori in moto, in bici o in motorhome che sono passati di qui prima di noi. Un piccolo rito di passaggio per dire: “ce l’ho fatta anche io”. Noi, invece, non incolliamo adesivi in questi luoghi simbolici: siamo due “vecchi ciclisti low profile”.Oggi un altro bell’incontro ! una coppia di viaggiatori in bici, più o meno della nostra età, anche loro in giro per il mondo. Ci si capisce subito, anche con poche parole, basta uno sguardo tra “animali” dello stesso tipo per sentirsi in sintonia. Ci scambiamo i biglietti da visita, simili ai nostri, sorridiamo e siamo sicuri che ci rimarremo in contatto.
Nelle nostre prime sei-sette tappe in Argentina avevamo elogiato la civiltà degli utenti delle strade, ma sono due giorni che la quantità di sporco, bottiglie di plastica e lattine è notevolmente aumentata. All’inciviltà di queste persone dedico Plus rien di Les Cowboys fringants. Prima di buttare qualcosa per terra, bisognerebbe riflettere.
Manuela: Dobbiamo resistere ancora un paio di giorni e poi, forse, dormiremo in una camera al caldo nell’unica vera cittadina della zona. Urge anche fare un po’ di bucato, sempre con gli stessi vestiti addosso, giorno e notte, altro che romanticismo dell’avventura, qui si puzza sul serio. Perchè in Argentina per la cena si aprono i ristoranti solo verso le 21? io sono affamata e a quella ora sono già stesa sul letto, sfinita, vestita da capo a piedi sotto dieci coperte! Quando partiamo, tra le 8 e le 9 del mattino, le strade sono completamente deserte. E tra le 13 e le 17… tutti i negozi sono chiusi e nuovamente tutti spariscono. Le finestre delle case restano sempre chiuse; è vero che luglio è il mese più freddo dell’anno da queste parti…Ogni paese ha le sue abitudini, le sue tradizioni ed è giusto così, siamo noi a doverci adattare.
6-7 giugno – Pituil, Chilecito Ancora deserto, ancora Ruta 40. Pochi incontri e purtroppo sia ieri che oggi gli ultimi 10-15 chilometri con il vento contrario. Non impossibile, ma faticoso, molto faticoso.
Siamo migliaia di chilometri a Sud delle regioni (New York, Ontario) in cui era ambientato il film “L’ultimo dei Mohicani” e le grandi pianure Nord-Americane sono totalmente diverse. Promentory di Trevor Jones è uno dei brani più belli.
Oggi si parte alla primissima luce perché le previsioni danno ancora vento contro su quasi tutto il percorso ed invece arriviamo tranquillamente a destinazione senza troppa fatica. Mentre aspettiamo la padrona di casa che deve portarci le chiavi del miniappartamento in cui resteremo due giorni, l’occhio vigile di Manuela vede ad una cinquantina di metri un locale dove stanno cuocendo polli alla griglia, ne sognavamo uno da giorni! Tanto buon cibo e riposo sia.
Da giorni, lungo la strada, incontriamo piccole “santelle”, cappelle improvvisate o semplici statuette incollate su una roccia, circondate da pietre, vecchi copertoni di camion, bandiere, strisce di tessuto… il tutto rigorosamente pitturato di rosso. Accanto, bottiglie d’acqua, resti di cibo, sigarette e piccoli oggetti votivi. In Argentina, sono molto venerate due figure del culto popolare: la Difunta Correa e il Gauchito Gil. Si racconta che intorno al 1850 la Difunta Correa morì di sete nel deserto mentre seguiva a piedi il marito, arruolato con la forza. Quando il suo corpo fu ritrovato, il bambino che portava con sé era ancora vivo e attaccato al seno. È considerata una santa popolare, simbolo di fede e miracoli, e molto amata da camionisti e viaggiatori. Il Gauchito Gil era un ex soldato diventato fuorilegge per aiutare i poveri. Fu ucciso dalla polizia nel 1878, ma prima di morire predisse la guarigione del figlio del suo carnefice. Il miracolo si avverò, e da allora Gil è venerato come un santo, protettore dei viaggiatori, portatore d’amore, buona salute e fortuna.
Manuela: Accanto ai santuari del Gauchito Gil e della Difunta Correa ci sono spesso piccoli tavolini e panche improvvisate. Noi li utilizziamo per le nostre pause caffè o pranzo, nel deserto non ci sono molti posti dove sedersi. A forza di incontrarli lungo la strada, ci affezioniamo a queste figure, e in fondo, speriamo che portino un po’ di fortuna anche a noi.
Usciti dal Cañón del Pato, arriviamo al cospetto delle montagne che hanno fatto la storia dell’alpinismo andino. Alpamayo, Huandoy, Huascaran…
7 giugno – Laguna Chinan Cocha Ci troviamo nella Cordillera Blanca, in centro al paesino di Yungay, a 2.500 metri di altitudine e come mettiamo la bici in strada, si comincia a pedalare in salita, sarà così fino a fine giornata… o meglio per qualche giorno.
Oggi c’è il sole e l’Huascarán è alla nostra destra, imponente con i suoi 6.768 metri di altezza. Passiamo tra gruppi di case sparsi, fortunatamente il traffico è quasi inesistente. Durante la sosta, nella tiendita di turno, siamo serviti da una ragazzina di 10-12 anni, ancora vestita con la divisa della scuola. Le chiediamo se andava o veniva dalla scuola? «Sí, vengo de la escuela. Hice la parada de la bandera !». Quella che abbiamo visto nella piazza di Yungay? «¡Sí, claro! ¿Y ustedes, de dónde vienen?» Le chiediamo se sa dove sia l’Italia? «No.» E l’Europa? … «Nada.», non sa nulla. Avevamo già avuto dei dubbi sulla qualità dell’insegnamento in precedenti conversazioni, ma oggi ne abbiamo un’ulteriore conferma, tante sfilate, cerimonie e alzabandiera con inno, ma poca sostanza. Cosa si insegna da queste parti? In alcuni paesi l’eccellenza della scuola permette di far evolvere il popolo, in altri, l’ignoranza è una scelta del potere, così ci è stato detto da alcuni peruviani parlando della pessima qualità della scuola pubblica. La logica del Panem et circenses è ancora adottata dal governo. Dopo pochi chilometri si paga l’ingresso al Parco nazionale (Patrimonio Unesco) e raggiungiamo Yurac Corral, nei pressi della laguna Chinan Cocha. Qui vive un guardiaparco che ci accoglie e ci indica dove montare la tenda per essere riparati dal vento. Volendo, avremmo anche a disposizione una doccia calda, ma la temperatura esterna, intorno ai 10 °C, ce ne sconsiglia l’uso.
In questo paradiso, ci sono alcune vacche al pascolo, gli asini utilizzati dalle spedizioni alpinistiche ed un camper di una coppia di alpinisti tedeschi che ha in progetto la salita de Nevado Pisco come alternativa all’Huascaran che quest’anno non è in condizioni. Noi prepariamo la nostra misera cena a base di ramen ed alle 20:30 siamo in branda.
Manuela: Obbiettivo, l’Huascarán Circuit. Circa 250 km tra vette spettacolari, ghiacciai e laghi! Dal paesino, lo sguardo viene catturato dalle due cime del Huascarán, il cui nome in quechua significa “catena di montagne”, sogno di tanti alpinisti. Salendo lentamente lungo la strada sterrata ai piedi di questa montagna imponente, non posso fare a meno di pensare alla tragedia di Yungay e dei villaggi vicini. Nel 1970 un terremoto provocò una colata di detriti, fango e ghiaccio che rasò a zero tutto in pochi minuti. Era domenica, giorno di mercato, e molte persone erano arrivate dalle campagne. Si pensa che tra 20.000 e 25.000 persone siano rimaste sepolte. Si salvarono solo i 300 bambini che si trovavano nello stadio e una novantina di persone rifugiate sulla collina del cimitero. Oggi, quel cimitero circolare con la statua del Cristo è diventato uno dei simboli della tragedia. Il guardiaparco è anche una perfetta guida turistica, adora condividere le sue conoscenze sulla regione e sempre svolgendo i suoi lavori quotidiani chiacchiera con noi scacciando gli asini che ogni tanto si avvicinano un po’ troppo alla tenda in cerca di cibo. Purtroppo qualche giorno fa, 3 alpinisti sono stati travolti da una slavina e un gruppo di soccorritori sono ancora alla loro ricerca, la montagna non perdona.
Portachuelo de Llanganuco
8 giugno – Yanama La mattina, molto velocemente smontiamo la tenda e cominciamo la salita al Portachuelo de Llanganuco, passo alla rispettabile quota di 4.767 m; la strada è generalmente pedalabile, il maggior problema sono i tornanti più ripidi che risultano molto sconnessi e sabbiosi a causa delle manovre dei camion più grossi. Le montagne attorno sono maestose, l’Huascarán non è sempre visibile, ma sappiamo che svetta ad oltre 2.000 m sopra di noi, dall’altra parte della valle altre cime superano i 5.000 m.
Da Chinan Cocha a Portachuelo de Llanganuco 4.700 m
Quasi in cima al passo, un’auto si ferma, il conducente mette dei fiori ad una croce e si ferma a dire una preghiera; molto probabilmente sarà uno degli innumerevoli morti per guida azzardata (facendo una breve ricerca abbiamo saputo che i guidatori di questo paese sono considerati i peggiori al mondo subito dopo gli Indiani).
Finalmente anche l’ultimo dei tornanti è superato, un breve rettilineo e siamo in cima dove incontriamo due ciclisti statunitensi un po’ fuori norma. Abiti etnici, capelli rasta, bici con bagagli minimi, copertoni slick (poco adatti a queste strade), sandali con piedi nudi e tremanti per il freddo. Lei, sorridendo, mostra dei denti neri piuttosto in cattivo stato, che fanno pensare alla masticazione di foglie in uso da queste parti. Ognuno è libero di viaggiare come meglio crede… ma cosa sarebbe successo se si fossero trovati in mezzo a una bufera di neve improvvisa, situazione non rara a queste altitudini?
La discesa è infinita, arriviamo a Yanama piuttosto tardi e l’unico albergo ci chiede una cifra assurda, mai pagata in un mese di Perù. Ci accontentiamo del giardino piantando la nostra tenda. Mavaffa… sempre la solita storia ci sono prezzi per i locali e prezzi per i ricchi gringos.
Manuela: Tenda con vista sulla laguna, abbiamo dormito come angioletti. La rincorsa all’asino che ci ha rubato un sacchetto dalle borse, ci ha risvegliato a dovere. Oggi ci aspetta un’altra strada memorabile. Procediamo lentamente in salita, non solo per il fiato corto causato dall’altitudine o per le condizioni disastrose della strada sterrata, ma soprattutto per le continue soste a contemplare il paesaggio. Siamo circondati da montagne rocciose altissime, coperte da ghiacciai. Come spesso accade in queste valli, a una lunga salita segue sempre una lunga discesa. Fa freddissimo, le mani strette sui freni, il corpo in tensione per mantenere l’equilibrio, arriviamo sfiniti nell’unico paesino della zona. Niente doccia calda ad attenderci, solo il dover rimontare la tenda al freddo e al buio. Nel solo ristorante aperto per la cena, divoriamo un pollo arrosto con patate in compagnia di un giovane ragazzo tedesco, in viaggio da mesi in Sud America tra la vita di spiaggia, il surf e brevi avventure in bicicletta tra le montagne.
9 giugno – Sapcha La strada sterrata e le pendenze assurde, ci faranno percorrere 9 km di salita praticamente tutti a spinta, oggi non viaggiamo “in” bici, ma “con” la bici. Al passo, che supera di poco i 4.000 m, ci buttiamo nella valle successiva decidendo di fermarci al primo paesino dove sembra ci sia un hospedaje.
Purtroppo, non è così, ci suggeriscono di andare in chiesa dove dovremmo trovare Padre Luca, un italiano originario di Flero-Brescia (la nostra città!), ma oggi non è in paese. Ci accompagnano da Federica, una volontaria brianzola dell’Operazione Mato Grosso che vive qui da 22 anni. Grazie a lei possiamo mettere la tenda sotto il portico del signor Elvio che affitta camere, anche lui con prezzi fuori mercato.
Manuela: Perchè dite che le strade sono ripidissime quando nelle foto sembrano in piano? 1) per la prospettiva fotografica 2) perchè scattiamo solo nei momenti tranquilli 3) quando stiamo sbuffando come muli, con le mani incollate al manubrio, la macchina fotografica è l’ultimo dei nostri pensieri; il cervello passa in modalità survive: respira, avanza, non cadere… e scaccia i maledetti tafani che ti stanno divorando le gambe. Le “camere” del signor Elvio sono poco più che una stalla, ma con un prezzo da cinque stelle. La nostra tenda è la migliore opzione, potremo dormire e cenare al riparo dalla pioggia. Cena di alta gastronomia: purè di patate liofilizzato con pane e ancora pane e, per dessert, il lusso di pane con un velo di marmellata.
10-12 giugno – Chacas La notte scorsa è piovuto e la strada sterrata per scendere nella valle è in pieno rifacimento, il risultato è che ci ritroviamo con biciclette, borse e scarpe ricoperte di un fango argilloso. Una delizia! Arrivati in fondo valle, nessuna sorpresa, dobbiamo risalire sul pendio di fronte mentre pioviggina, smette e ricomincia. Questi saliscendi a quote piuttosto elevate sono molto faticosi, però i panorami ci ripagano abbondantemente.
Quando arriviamo nella Plaza Mayor di Chacas scopriamo un paesino diverso dal solito, le facciate di tante case sono rivestite di legno intarsiato ad arte, il portale della chiesa e l’altare sono una vera opera di falegnameria, tutto è curato e pulito. E dopo tanta fatica, oggi una delle cose che più apprezziamo è la cena. Entriamo in una pizzeria con un forno a legna, quando addentiamo il primo boccone è una meraviglia ! Per qualcuno sarà banale, ma per noi, che da tre mesi mangiamo gli stessi piatti, poveri, insipidi, cotti approssimativamente, questa pizza dai sapori italiani è da tre stelle Michelin. Chiediamo al pizzaiolo dove ha imparato e la risposta è immediata: Padre Luca!
Rientrato in albergo, inizia una notte difficile, con brividi di freddo e più tempo in bagno che nel letto. Io, che ero il fortunato superstite della famiglia (Lucrezia in Perù, Manuela a Cuba), sono stato colpito dalla vendetta di Montezuma. NOOO, non è stata colpa della pizza, ma di qualcos’altro ingerito prima! Spero di rimettermi per domani, ci attende l’ultima sfida della Vuelta al Huascarán: la Punta Olimpica. Purtroppo Montezuma continua a divertirsi. In un momento di tranquillità intestinale, usciamo a comprare del pane. Il gusto è diverso dal solito e dal retrobottega esce Brunetta, la cognata della panadera. Originaria di Firenze, vive qui da 20 anni, è sposata con un peruviano, ha sei figli e lavora per l’Operazione Mato Grosso. Ci invita a casa sua per vedere il panificio dove lavorano parecchie persone del paese, le promettiamo di andarla a trovare appena mi sentirò meglio.
Sembra che al terzo giorno anche io possa resuscitare e come promesso ci dirigiamo a casa di Brunetta per passare un po’ di tempo con lei. Persona estremamente accogliente, ci offre una tisana con dei Cantuccini e parliamo della vita nel suo paese di accoglienza. I suoi discorsi, molto amorevoli e allo stesso tempo critici, ci confermano che quando notiamo certi limiti del modo di vivere qui, non lo facciamo da gringos altezzosi, ma con il dispiacere di chi vorrebbero vedere questa gente uscire dalla loro miseria. Non parliamo di arretratezza culturale, religiosa o delle loro usanze, che anzi hanno un valore profondo, ma di aspetti concreti come igiene, salute, alimentazione, istruzione. Oggi, con la diffusione massiccia dei telefoni cellulari (la copertura in Perù supera il 100%), le opportunità di informarsi, crescere e migliorare la propria vita ci sarebbero. Eppure, la sensazione è che restino chiusi in un piccolo mondo, senza curiosità per ciò che li circonda (Ricordate un vecchio discorso di un grande industriale americano? Stay hungry, stay foolish – Siate affamati, siate “curiosi”), come se accettassero passivamente il proprio destino. Finché questo non cambia, sarà difficile immaginare un reale cambiamento.
Manuela: Brunetta, grazie per la tua accoglienza e per la squisita formaggella che ci hai regalato. Ma il dono più grande è l’avermi parlato della mia amica Luisa che ha vissuto e lavorato come volontaria proprio in questa città per anni ! Trovarmi qui mi ha fatto riportato indietro nel tempo a quarant’anni fa. Chacas è stata il cuore dell’OMG, dove Padre Ugo De Censi ha vissuto, creato un grande ospedale, la prima scuola di artigianato Don Bosco e dato l’opportunità a tanti ragazzi e ragazze svantaggiati.
13 giugno – Carhuaz Un paio di Immodium ed alle 7:30 siamo pronti per l’ultima tappa del giro tra Los Nevados. I primi 10 km scorrono facili, poi la strada si impenna e non molla più. Appena fuori città Manuela rischia grosso, un idiota in mototaxi fa inversione senza nemmeno guardare. L’ennesimo troglodita al volante stava facendo la prima vittima della giornata.
Alla nostra sinistra il cielo è limpido e pedaliamo con lo sguardo fisso su una cima che supera i 6.000 metri. Guadagniamo quota fino all’ingresso del Tunel de Punta Olimpica, la galleria più alta del mondo. È stretta, senza illuminazione, scavata nella roccia e con scrosci di acqua che scendono dal soffitto. 1.350 m di pedalata col fiato sospeso, sperando di non incrociare qualche pazzo alla guida. Usciamo vivi e vegeti dall’altro lato e ci ritroviamo davanti a un nuovo versante de l’Huascaran, sempre imponente e maestoso. Ci fermiamo a lungo nel piazzale ad ammirare il paesaggio mozzafiato, poi ci copriamo bene e iniziamo la discesa. La valle è stretta, i primi chilometri sono ripidissimi. Verso la fine attraversiamo un villaggio all’ora del rientro a casa: asini carichi, donne, giovani ed anziane, con fascine di mais sulle spalle, uomini con il machete che tagliano arbusti a lato strada. Scene che mi riportano agli anni ’60… ma qui sono ancora la quotidianità. Peccato che la videocamera fosse scarica, mi sarebbe piaciuto riprendere quei momenti con discrezione.
Punta Olimpica, il tunnel più alto del mondo
È quasi buio quando arriviamo in un albergo, siamo infreddoliti, mangiamo un panino in camera e ci infiliamo nel letto.
Arrivati in « vetta » e riattaccata la musica, cercavo qualcosa di adatto a questa grande giornata : The Light That Never Fails di Andra Day. La canzone è nella colonna sonora del film Meru, del grande operatore e alpinista Jimmy Chin. La nostra scalata è stata meno faticosa, ma la soddisfazione penso fosse allo stesso livello degli scalatori della Shark’s Fin Route.
Manuela: Incredibile ! non trovo le parole per descrivere la bellezza di queste valli selvagge e di queste montagne vertiginose. Non so dire se sia stata più dura la salita o la discesa con mani, piedi e viso congelati. Venire qui era il nostro sogno, e ce l’abbiamo fatta nonostante il mal di ginocchia, l’artrosi alle mani e la vendetta di Montezuma. Nulla ci ha fermato…Francesco pedalava in scioltezza in salita, leggero come una piuma dopo 3 giorni passati sul trono.
14 giugno – Yungay Finalmente un risveglio in tranquillità, oggi pedaliamo solamente per venti chilometri di su e giù per rientrare a prendere la borsa che avevamo lasciato in albergo. Il giro dell’Huascarán è terminato, adesso dovremo decidere su quali strade proseguire il nostro viaggio.
15 giugno – Huaraz Non avevo molta voglia di farmi i 55 km per arrivare a Huaraz su questa strada piuttosto trafficata. Sono molto stanco, la consapevolezza di non avere più la forza né le ginocchia per la Perù Great Divide-PGD (il nostro secondo sogno) mi abbatte ancora di più. Ciliegina sulla torta, non sopporto più questi trogloditi al volante. Oggi un’auto, solo perché avevo fatto cenno di rallentare per una buca, ha stretto prima me e poi Manuela. Guidano in modo folle, senza regole, sorpassi azzardati, manovre al limite, clacson perennemente attivo. Ti sfiorano a un soffio dall’incidente, ignorando pedoni, moto e le rare biciclette: qui comanda il più grosso! Non lo fanno per cattiveria, è proprio che il senso civico non sanno cosa sia. Nemmeno il monito di tante croci lungo la strada fa cambiare le loro abitudini. Non posso nemmeno svagarmi guardando il paesaggio, il cielo è coperto e non si vedono le montagne, testa bassa sull’asfalto che è pieno di buchi e occhio perennemente fisso sullo specchietto retrovisore per spostarmi fuori dalla strada appena arriva un’auto.
Manuela: Abbiamo parlato spesso della PGD, senza mai spiegare cosa sia a chi non è un patito di bicicletta. La Perù Great Divide è tra i percorsi più prestigiosi del Sud America; 1600km di strade sterrate e remote nella Cordillera centrale tra le città di Huaraz e Abancay. Un percorso molto esigente con circa 35 passi sopra i 4000m di quota e 36000 m di dislivello totali. Lo abbiamo sognato da anni, credo dovremo rimandarlo ancora a data da destinarsi.
Oggi siamo obbligati a restare sulla strada principale, ed è un vero stress. Francesco sporcona a ogni auto che gli passa troppo vicino ed io cerco di mantenere la calma per non alimentare la sua rabbia. Finora ce la siamo cavata su strade quasi prive di traffico, ma questo tratto della 3N è è tutt’altro. Francesco mi avvisa urlando quando arriva qualche auto “pirata”, mentre io tengo davanti tengo d’occhio i cani. Alcuni dormono, altri partono all’improvviso, ringhiando a pochi centimetri dalle nostre gambe. Passiamo la giornata tra insulti agli automobilisti e urla o lancio di finte pietre per tenere lontani i cani. Che giornatina rilassante! preferirei fare altri 1.500 m di dislivello su sterrato a 5.000 metri.
16-19 giugno Huaraz Cerchiamo un hostal in centro, con tutte le comodità a portata di mano, vietato l’uso delle bici e solo brevi camminate, abbiamo bisogno di riposarci dopo tante salite. Mentre siamo immersi tra itinerari e cartine alla ricerca di un’alternativa alla PGD, riceviamo un messaggio inaspettato e gradevolissimo da Aurelio , il Salvadoregno conosciuto tra Colombia e Ecuador. Per una fortunata coincidenza, anche lui si trova a Huaraz. Usciamo a cena per festeggiare il ritrovarsi e decidiamo di fare insieme un tour organizzato al ghiacciaio Pastoruri; per una volta saremo dei normalissimi turisti.
Il tour si rivela un altro colpo al mio morale. La valle di accesso al ghiacciaio, oramai quasi scomparso, è mozzafiato e molto simile alle zone che avremmo dovuto percorrere con la PGD. Che tristezza, maledette ginocchia! Il giorno dopo è di nuovo tempo di saluti. Aurelio rientrerà sulla costa a ritrovare la sua bici e proseguire lungo il deserto peruviano verso la Bolivia e noi… Boh! Chi lo sa… E per giunta ci sta venendo anche il raffreddore, se non peggio. La signora brasiliana seduta accanto a noi in autobus era malata fino al giorno prima: ci avrà attaccato qualche virus?
Ciao Aurelio, sei la più bella persona che abbiamo incontrato in questo viaggio, speriamo che le nostre strade si incrocino nuovamente.
Gruppo vacanze Pastoruri con la nostra untrice GiselePuya RaimondiIl grande AurelioSpiritualità in viaggio
Manuela: In molti ci avevano detto che Huaraz era una città bellissima. I dintorni, sì, sono spettacolari, ma la città in sé, pur essendo ben tenuta e molto turistica, punto di partenza per trekking e spedizioni alpinistiche, non ha nulla di davvero speciale. Diciamo che, dopo settimane trascorse tra le montagne e i piccoli villaggi, qui si trova di tutto: si può mangiare e bere come animali affamati… e finalmente farsi una vera doccia con acqua calda! Avevo già sentito parlare del Nevado Pastoruri, un tempo imponente, oggi tristemente ridotto a causa dei cambiamenti climatici. Le stime dicono che potrebbe scomparire del tutto entro 1–8 anni. Siamo una quindicina, con autista e guida al seguito, che ci racconta la regione lungo i 40 km asfaltati (e pieni di buche) della famigerata 3N. Poi imbocchiamo una sterrata di una trentina di chilometri attraverso una valle spettacolare con montagne innevate a sinistra, un fiume al centro, pareti rocciose colorate a destra. La prima sosta è per osservare la Puya Raimondii, detta Regina delle Ande, una pianta enorme dalla forma appuntita, alta circa 10 metri che vive solo in queste regioni. Che crudele destino, vive circa 100 anni, produce circa 10mila fiori in un’unica fioritura per poi morire. Il nome fu dato da un naturalista milanese che, dopo aver combattuto nelle Cinque giornate di Milano, emigrò in Perù e qui si rifece una vita. Facciamo una breve sosta anche presso una parete rocciosa con antichi disegni, solo io e Aurelio scendiamo a vederli. Poco dopo ci fermiamo vicino a delle sorgenti termali, dove l’acqua gorgoglia tra i ciuffi d’erba, ma è vietato toccarla o berla perchè ricca di piombo e altri minerali tossici. Finalmente arriviamo al parcheggio del Visitor center, la passeggiata è breve, circa un’ora in tutto per noi. Raggiungiamo i piedi del ghiacciaio a 5.000 metri di quota e scendiamo subito perché sta cominciando a nevicare piuttosto forte. Altri del gruppo, meno abituati alla quota, ci metteranno un bel po’ ad arrivare all’autobus, infreddoliti e affaticati.
Il riassunto del nostro PERÙ
Non abbiamo ancora deciso quali strade percorreremo nelle prossime settimane, ma è certo che sentiamo la necessità di pedalare su salite meno ripide ed a quote più basse. In Perù non abbiamo voglia di pedalare lungo il deserto sulla costa, quindi l’alternativa sarà visitare un altro paese per qualche tempo.
Chilometri percorsi: 1.621 (Per un totale di 5.406)
Metri di dislivello: 20.639 (Per un totale di 61.707)
Giorni totali inclusi riposi e visite: 43
Giorni in sella: 30
Notti: Albergo e ospiti vari 37, tenda 4.
PRO
– Per il nostro passato di “montagnini” il Perù è uno dei paesi più belli al mondo. È con molta tristezza che me ne sono andato da Huaraz invece di continuare sulla PGD. – Il tour de l’Huascaran fantastico, panoramico, magnifico, faticoso. Sarà uno dei migliori ricordi di tutto il viaggio. – Il Cañón del pato. Angosciante, opprimente, spettacolare, ma la strada è un must to ride per ogni cicloviaggiatore che passa da queste parti. – Manuela:Adoro questo paese, i paesaggi montani mi fanno sentire bene, come in un paradiso terrestre. Da sempre chi mi conosce dice che soffro della sindrome di Heidi, confermo, tra le montagna rinasco. I sorrisi dei bambini e delle signore con i loro abiti tradizionali ti scaldano il cuore. So che tornerò a breve da queste parti. Forse non sarà la PGD, ma la mia bicicletta un giorno pedalerà sulle strade di Cuzco. Ma siamo positivi, avevamo due sogni in Perù, l’Huascaran circuit e la PDG, uno lo abbiamo realizzato.
CONTRO – I guidatori peruviani conquistano il gradino più alto del podio nella classifica dei peggiori guidatori. Irrispettosi, maleducati, trogloditi, dei veri bruti della strada ( come alcuni peruviani stessi li hanno descritti). – Il non aver potuto pedalare sulla PGD. Dovrò rinascere un’altra volta per tornare qui più in forma. – Manuela: l’acqua per lavarsi sempre fredda. I panini di base venduti ovunque che per sfamarti ne devi mangiare 10 talmente sono vuoti. Basta Caldo de Gallina, non ne posso più !
Il QR code precedente permette di accedere all’applicazione Ride With GPS e visualizzare tutte le tappe peruviane del nostro viaggio.