Tibet

Nota per le fotografie: Siamo nel 1994 e non usavamo macchine digitali, la qualità di queste immagini è relativa dato che sono state digitalizzate solamente per ricordo.

Dopo un solo anno dal nostro primo grande viaggio, durante il quale percorremmo l’Annapurna Circuit, ci ritroviamo nuovamente su un aereo diretti in Nepal. Ritornarci è stata inizialmente un’idea di “ripiego”, volevamo visitare il Laddak, ma lo scoppio dell’epidemia di peste in India ci fece cambiare progetto. Fu così che ci trovammo su un DC10 della Biman Airlines con destinazione Dakka in Bangladesh.
Appena seduti ai nostri posti, salutiamo i due passeggeri accanto a noi e, quasi simultaneamente, sia noi che loro prendiamo dalle nostre borse la guida Lonely Planet sul Tibet. È così che conoscemmo il nostro grande amico padovano Bonetto, detto Boné, di Padova.
Atterriamo nella capitale del Bangladesh e scendiamo dall’aereo dirigendoci verso la sala d’attesa in attesa del volo del pomeriggio per il Nepal. Davanti a noi, delle transenne dividono in due file i passaggeri provenienti dall’India, quindi a rischio peste, da quelli provenienti dal resto del pianeta. Appena superata la porta, la cosa che non possiamo definire altro che divertente è che non c’è più divisione tra le due file.
Arriviamo al check-in per il secondo volo e dobbiamo consegnare i passaporti all’impiegato, terrore! Passa il tempo e veniamo tutti chiamati per la riconsegna dei documenti e della carta di imbarco. L’impiegato ha due pile di passaporti davanti a sé dato che ci sono due voli in partenza, uno a distanza di un’ora dall’altro. Chiama il primo nome, il secondo, il terzo… io sono vicino al banco e, ad un certo punto, l’impiegato non è capace di leggere il nome della persona, mi guarda mi fa vedere il passaporto e mi ritrovo assunto come lettore di nomi strani. Dopo qualche restituzione di documenti, una coppia si lamenta di essere stata divisa sui due voli diversi, l’impiegato capisce, cerca il passaporto della seconda persona nella seconda pila di documenti, lo passa al proprietario e ne mette uno della prima pila per compensare lo scambio. Viva la praticità.
Arrivati a Katmandu alloggiamo nella stessa guesthouse dell’anno scorso ed il giorno dopo cominciamo la ricerca di un’agenzia che ci venda un buon pacchetto per la nostra destinazione: la capitale del Tibet.
Finalmente, arriva il giorno della partenza e saliamo sul nostro minibus, siamo quattro Italiani, quattro Spagnoli, tre Americani, un Giapponese ed una Svizzera.


Prima tappa Kodari, qui abbandoniamo il nostro bus nepalese e dovremmo salire su un altro bus cinese che ci trasporterà per il resto del viaggio. Purtroppo, i cinesi sono in ritardo e dobbiamo salire su un camion per il bestiame per non farci la decina di chilometri in salita per arrivare al posto di controllo di Nyalam.

Passiamo la notte in un alberghetto piuttosto sporco e la mattina si riparte, il bus sale fin oltre i 5.000 metri di un colle da cui possiamo ammirare lo Shishapangma il quattordicesimo 8.000, la vista al sorgere del sole è fantastica e ci lascia a bocca aperta.

Tingri è la sosta per il pranzo di mezzogiorno, giriamo un po’ nella cittadina assaliti dai bambini che vogliono i palloncini che abbiamo portato nel nostro bagaglio.

A Xigaze visita ad un monastero ed una piccola avventura al ristorante. Io e Manuela siamo soli, entriamo in un piccolo locale e vediamo che c’è un menu in cinese ed inglese, mentre copiamo i vari ideogrammi, la titolare chiede a Manuela se vuole che le aggiunga un certo liquido nei suoi noodles. La mia adorata mogliettina è impegnata nel suo esercizio di calligrafia e non vede che nella brocca di quello che sembra olio, galleggiano diversi peperoncini. La morale è che l’intruglio brucerà ad andar giù durante la cena e brucerà a tornar su durante la salutare vomitata della notte.
In hotel, la nostra guida aveva gentilmente assegnato alla coppia di sposini la camera al piano terra, la notte dovendomi alzare per le classiche necessità fisiologiche accendo la luce del bagno e mi trovo due rane che stanno tranquillamente facendo il bagno del WC.sosta in un bell’albergo e visita libera della città e del suo importante monastero.

A Gyangze altro monastero e visita libera della città.

Si riparte verso Lhasa, prima grande salita di un nuovo passo ad oltre 5.000 metri e poi discesa al Lago Yamdrok, che abbandoneremo nuovamente per salire ad un nuovo passo e scendere verso Lhasa.

Superiamo il fiume Brahmaputra, e nel pomeriggio arriviamo a Lhasa. Domani visita del Potala, del Jokhang e del monastero di Sera, poi dovremmo essere liberi di poter girovagare per qualche giorno nelle montagne circostanti prima di prendere l’aereo che ci riporterà in Nepal.

Dopo le nostre visite, stiamo prendendoci una buona birra sulla terrazza di un ristorante nella piazza del Jokhang quando la nostra guida ci raggiunge e ci fa capire che domattina si partirà all’alba per rientrare in Nepal. Secondo lui, l’aeroporto dovrà chiudere, non ci saranno più voli per Katmandu e noi ci dovremo sorbire nuovamente i 1.500 di sterrato fino al confine nepalese, questa volta in due soli giorni.
All’alba si riparte, restiamo sul bus per l’intera giornata fino alla sosta notturna in una città lungo la strada a causa di un guasto meccanico. Il giorno dopo arriviamo al posto di polizia di Tingri e siamo bloccati al controllo passaporti. L’agente ci ritira i passaporti e vorrebbe farci dormire nella vicina locanda che però è piena, dovremmo restare due in ogni letto, singolo; rifiutiamo categoricamente e passiamo la notte sull’autobus a quasi 4.000 metri. Qualche ora dopo la mezzanotte i nostri passaporti ci vengono restituiti, l’autista sale e ripartiamo.

Arrivati al confine nepalese, non facciamo a tempo a farci timbrare il visto di uscita che i nostri accompagnatori spariscono abbandonandoci a noi stessi. Cominciamo la discesa a piedi verso Kodari e quando entriamo in Nepal ci sembra di essere nella tranquillità di un villaggio svizzero.

Per qualche dollaro, un camion ci carica nel cassone e partiamo per Katmandu finalmente la sera dormiremo nuovamente nella nostra Marco Polo Guesthouse nel centro di Tamel. Abbiamo avuto qualche contrattempo, ma il Tibet resterà per noi uno dei più bei viaggi in assoluto.