PERÙ – Cominciamo con le sorprese

La nostra entrata in Perù non è stata molto piacevole grazie all’incompetenza (o menefreghismo?) di un funzionario del consolato di Cuenca.

9 maggio – Tumbes (Perú)
Come apriamo la porta della nostra camera ci accoglie un “sberla” di aria calda e umida; sarà il leitmotiv fino a quando rimarremo sulla costa dell’oceano Pacifico. Il percorso sarà in piano fino a destinazione, dopo circa 40 km un ponte con due bandiere segna il confine tra Ecuador e Perù, oggi si cambia stato! All’ufficio di immigrazione della frontiera iniziamo con la prima sorpresa ed il primo fuc*** della giornata.
A Cuenca il funzionario (pensiamo fosse il console in persona), ci aveva detto che avremmo potuto avere un visto turistico di sei mesi invece di quello standard di tre mesi solo nell’ufficio di frontiera. Invece, pur dimostrandosi gentile e comprensivo, alla dogana il responsabile ci ha detto che solo i consolati, come quello in Cuenca, potevano fornirci l’estensione. Ripartiamo con un timbro sul passaporto che indica 90 giorni. L’unica soluzione sarà quella di uscire dal Perù fra tre mesi come italiani e rientrare subito come canadesi. Nulla di illegale, ci ha assicurato il funzionario, ma per noi saranno giorni e soldi buttati al vento e solo a causa di un console che…

E fin qui ci siamo arrivati

Per il resto nulla da segnalare, solo il molto caldo e la città di Tumbes che non è tra i migliori luoghi da visitare in Perù, domani cominceremo la discesa di circa 650 km verso Sud fino a Ciudad de Dios, da dove vorremmo salire nuovamente in quota per affrontare…

Sono andato a rivedere il testo di una canzone ascoltata oggi, mentre arrivavo alla frontiera tra Perù ed Ecuador: Mothers Of The Disappeared degli U2. La canzone è stata dedicata ai desaparecidos dell’America Latina, Argentini, Cileni e Salvadoregni che sparirono durante i regimi dittatoriali di un passato molto recente; regimi appoggiati spesso da chi si professa “portatore di democrazia”. Che il nuovo Papa rifletta su cosa hanno fatto i suoi compatrioti.

Manuela: PERÙ, finalmente ti ritrovo! Pedaliamo tra piantagioni di banane, ogni casco è protetto da grandi sacchetti di plastica con la scritta “banane biologiche”. Sotto tettoie di metallo si vedono vasche in cemento dove le banane vengono lavate, disinfettate, divise e inscatolate. Alcuni operai le stanno caricando su camioncini che le porteranno in capannoni refrigerati da cui grandi camion le trasporteranno verso l’aeroporto o il porto più vicino, dirette a destinazioni lontane. “Biologico” non sempre significa anche “ecologico”: l’impatto ambientale resta alto, tra plastica, trattamenti e trasporti.

10 maggio – Cancas de Punta Sal
Siamo vicino alla costa, ma l’oceano si intravede solo a tratti e il paesaggio è privo di fascino, monotono. Il nostro sguardo cade su mucchi di rifiuti abbandonati lungo la strada, che rendono l’ambiente ancora più desolante.


La barzelletta della giornata è l’hostal, sembra perfetto, con vista sulla spiaggia. All’arrivo, la signora a malapena ci degna di uno sguardo, troppo occupata con il cellulare e a seguire la discussione di alcune persone sulla strada. Controlliamo le camere, sono corrette, tranne il bagno, che è sporchissimo (la colpa è della muchacha, naturalmente); chiediamo che venga pulito, cosa che sarà sbrigata in tre minuti scarsi.
“Ah, c’è un problema con il serbatoio, l’acqua è chiusa. Quando vi serve, dovete aprire la valvola nel corridoio.”
E ancora: “Ah, Internet non funziona, ma domani dovrebbero venire a sistemarlo.”
L’unica cosa che non ha problemi è la tariffa, quella non è cambiata.


Il clou della serata arriva alle 20:30 circa, siamo già partiti verso nuove galassie e veniamo svegliati dalla prima scossa sismica. Se ne susseguono altre, ma la mattina ci svegliamo interi, niente crolli, niente tsunami.
Avremo solamente la sorpresa che l’acqua in bagno sarà definitivamente sparita, anche la famiglia che dorme nella camera vicina è incavolata nera. Sinceramente che la signora si ***, il bagno lo utilizziamo ugualmente prima di partire, a lei o alla muchacha l’opera di pulizia.

Aggiungo alla mia lista il vecchissimo (XVI secolo) brano Greensleeves nella magnifica interpretazione di Loreena mcKennitt.

Manuela: Come descrivere questa zona: povera, trascurata, molto sporca, strade disastrate, l’aria è impregnata di odore di pesce marcio e immondizia in decomposizione o in fiamme. Le spiagge sono piene di detriti e sporcizia, i posti dove dormire in sicurezza sono rari e discutibili. Manca altro? Ci consoliamo dell’hospedaje indecente (l’unico nella zona quindi o così o niente) con un ottimo piatto di pesce fritto mangiato vicino al molo.
Che boato e che salto nel letto! “Francesco, svegliati, presto è il terremoto …ma no, sarà un camion…”. Tutti fuori in strada, poi si rientra e poi di nuovo fuori, alla fine restiamo nel letto. La mattina scopriamo che l’epicentro è stato a circa 10 km da qui, che la prima scossa era di 5,2 e che in tutto ce ne sono state 7…nessun danno riportato.

11 maggio – El Alto
Perché un piccolo villaggio dovrebbe chiamarsi El Alto?
Forse perché per raggiungerlo bisogna superare una salita di 4 km al 4-7%. Non sarebbe nulla di particolare se non ci fosse una temperatura di 40 °C.


Notizia del giorno: abbiamo superato i 4.000 km di viaggio, tra circa 5.000 km saremo a destinazione.

Oggi è la festa della mamma: Beniamino Gigli, nel 1939, cantava Mamma.

Manuela: Stiamo attraversando una zona desertica e ci rimarremo per qualche giorno. Eravamo stanchi di montagne e di prendere pioggia? Eccoci serviti! Temperature infuocate, tante zanzare, strada dritta e noiosa, vento forte, costante e sempre contrario (come già ci avevano avvertito altri ciclisti). A destra, verso l’oceano, si estendono enormi bacini di evaporazione per la raccolta del sale, mentre a sinistra si vedono perforazioni di gas naturale e pozzi petroliferi. La cosa positiva è che c’è poco traffico anche se siamo sulla Panamericana.
Per la Festa della Mamma (ricorrenza molto sentita in Perù), pranziamo nell’unico ristorante del villaggio che offre un solo piatto del giorno: un eccellente capretto con riso bollito, frejoles e insalata di cipolle. Anche l’unico alberghetto è decoroso, e il proprietario, molto gentile, oltre alla chiave della camera ci consegna uno zampirone contro le zanzare.

12 maggio – Enace I
Le ultime parole famose: “Mettiamo la sveglia alle 5:30 per partire con una temperatura più accettabile e forse meno vento”. La sveglia suona la prima volta e poi ancora e ancora, alla fine saremo sulla strada alle 7:20… Tanto la tappa è corta.
Fare 16 km di deviazione per raggiungere una piccola città o fermarsi in un piccolo insediamento urbano con un solo alberghetto da 4 camere? Ovviamente non deviamo nemmeno di 100 metri! Arriviamo presto, ma in questo gruppo di case non c’è proprio nulla, recuperiamo per cenare un gelato e due scatolette di tonno al distributore.
Alle 22:30 ci svegliano gli occupanti di una stanza che, maleducatamente alzano la musica al massimo senza curarsi di nessuno… fortunatamente il proprietario del posto interviene subito.

Riflessione del giorno. Ascoltavo Disperato erotico stomp di Lucio Dalla, (divertente canzone di tanti anni fa che aggiungerò come musica del giorno). Il cantautore, ad un certo punto dice: “…Ma l’impresa eccezionale è essere normale…”. Mi ha fatto ricordare un passaggio di un vecchio libro di Reinhold Messner, Settimo grado, in cui l’alpinista diceva che ci vuole più coraggio a fare una vita considerata normale, che scalare montagne anche ad alto livello. Come non posso essere d’accordo con i due personaggi? Quali sono le nostre preoccupazioni? Programmare il percorso, pedalare, cercare un posto per mangiare e dormire. Sicuramente ci sarà qualcuno che non concorda con noi, ma vi assicuro che per noi è proprio così.

Deserto

Manuela: La strada si inoltra nell’entroterra, ma la monotonia del paesaggio non cambia, solo rocce, sabbia, mucchi di rifiuti,  sterpaglie, i caballitos che pompano lentamente il petrolio, chilometri di condotte, pale eoliche e ovviamente tanto vento forte contrario che ci sfianca anche su un tratto perfettamente pianeggiante.
Adoro la musica, è un bel sottofondo nella vita… ma qui in Sud America sembra che il volume basso non sia mai stato inventato. Nelle auto, sugli autobus, al telefono, nei ristoranti, nei negozi, ovunque si vada ed a qualsiasi ora del giorno, la musica è sparata a palla. Quanto è bello il silenzio!

13-14 maggio – Piura
Ci hanno sconsigliato di fermarci a Sullana, città di oltre 150.000 abitanti dalla pessima reputazione, oggi sono quindi previsti 110 km, ancora con il vento perfettamente contro. Alle 5:00 siamo già in piedi, pronti a partire con la prima luce, ma il vento si è svegliato prima di noi e ci facciamo i primi 30 km, in piano, a soli 9-10 km/h di media. Il paesaggio rimane desolante, con cumuli di rifiuti ai bordi della strada e il loro fetore che ci riempie le narici.
Arriviamo vivi nella città di Piura, con gli ultimi 10 chilometri abbastanza terrificanti nella circolazione cittadina; per attraversare incroci e rotonde ricorriamo al nostro collaudato metodo “Saigon”, appreso nella metropoli vietnamita: buttati nel traffico sperando che gli altri ti evitino, senza regole, devi solo pregare il tuo Dio o credere nel Karma.
Nella meritata giornata di riposo, come sempre, la mia gentil consorte vuole visitare la città: “Non vorrai stare in albergo tutto il giorno?” Il risultato sarà una salutare camminata di 6 km verso la solita piazza principale con chiesa annessa, qualche commissione, un salto in lavanderia per non puzzare troppo, e poi via a prepararci per i prossimi 300 km di deserto e vento contrario.

Manuela: Sapendo che Piura è una della città più antiche del paese, fondata nel 1532, e che è stata un importante centro commerciale e agricolo, mi aspettavo una città interessante da visitare. Forse i nostri cervelli sono troppo stanchi e abbiamo bisogno di non fare niente, ma non abbiamo visto nulla che ci abbia particolarmente colpito,una chiesa, qualche vecchia casa coloniale, ma in decadimento.
Vediamola positivamente, abbiamo mangiato tanto e dormito altrettanto, due perfette attività per un cicloviaggiatore stanco.

15-16 – Lambayeque
Non volevamo perdere la colazione che prevedeva brioscine con burro e marmellata e il sacchetto omaggio che la proprietaria dell’hotel ci aveva proposto con sei uova sode per il viaggio e altre quattro brioches. Come fare a rifiutare una simile offerta? Partenza quindi ritardata alle 9, nonostante i tanti chilometri previsti.
Superato il caos dell’uscita dalla città, torniamo sulla Panamericana. Il vento si alza, il sole pure. Inizia la nostra terza giornata nel deserto di Sechura: terzo giorno di vento in faccia, terzo giorno… puzzolente e di noia mortale.


Comprendendo la breve partenza di novembre da Los Angeles a Ensenada, MEX, oggi siamo al centesimo giorno di viaggio. Commenti e giudizi su questi tre mesi? Se ci fosse stata un po’ meno pioggia, forse avremmo apprezzato di più alcuni tratti, per il resto, ne riparleremo quando usciremo dal Perù.

Incontri sulla Panamericana

Il paesaggio non cambia, sempre squallido, immondizia ovunque e idioti al volante che strombazzano senza sosta. Verso le 4 del pomeriggio, dopo quasi 100km, entriamo in un ristorante all’incrocio con la PE-4, dove avevamo previsto di chiedere se potevamo accamparci.
Manuela si rimpinza di riso, fagioli e una misera ala di tacchino durissima, io mi accontento di tre delle uova sode regalateci a Piura.
Anche al calar del sole fa ancora caldo, montiamo la tenda dietro il ristorante, ci prepariamo un caffè e alle 19:30 ci buttiamo sui materassini completamente vestiti, siamo stanchi, sudati, appiccicosi e puzzolenti. Le salviette per neonati aiutano… ma non fanno miracoli.
Il mattino seguente il programma è il medesimo per tutti i cento prossimi chilometri: vento contro, autisti maleducati e chiappe in fiamme a causa di un’irritazione là dove non batte il sole, ma batte la sella.
Arriviamo a Lambayeque, nella diocesi del nuovo Papa Lion fourteenth quando predicava in Perù e ci ritiriamo in camera per un meritato riposo dopo queste due giornate odiose.

Musica del giorno? Niente! In questo schifo di posto non ho voglia nemmeno di ascoltare musica.

Manuela: Il deserto di Sechura, il più esteso del Perù, alterna zone di pianura, a dune di sabbia. Vicino ai letti dei fiumi, in questa stagione in secca, vediamo rare tracce di coltivazioni agricole. Ma perchè utilizzare il bordo della strada come un’ immensa discarica?
Nel tardo pomeriggio iniziamo a scrutare le dune, chiedendoci dietro quale potremmo nasconderci per dormire. In Patagonia avevamo piantato la tenda in un pollaio; stavolta, niente dune: alla fine siamo finiti tra un pollaio e un porcile. Chi puzza di più, noi o loro?
Due giornate veramente difficili, ad ogni chilometro mi chiedo “Ma che ci faccio qui?”.
Francesco ha problemi a rimanere in sella, e impreca di continuo. La motivazione è ai minimi termini, tanto che ogni tanto sbotta con frasi tipo: “Butto la bici nel fosso e prendo l’aereo per tornare a casa”. Il vento ci soffia in faccia la sabbia e la strada è una lunga linea retta, c’è poco traffico, quasi solo camion carichi e autobus di linea… A volte si vedono persone sedute dietro i pianali dei camion, li invidio (anche se penso che siano illegali venezuelani). Ogni 10 km ci imponiamo una sosta per bere, intorno, dune di sabbia a sinistra e a destra, i 3-4 posti di ristoro lungo la strada sono come oasi, dove ci scoliamo rapidamente una bottiglia di soda fresca.
Caro camionista, ma perché ogni volta che mi superi in mezzo al nulla devi suonare come un forsennato? Siamo solo io e te, nel deserto, la strada è larga, non c’è anima viva. Che bisogno c’è di farmi saltare ogni volta? Mi rompi i timpani, mi fai venire un mezzo infarto e, onestamente, ho già le palle abbastanza rotte a pedalare in questo posto assurdo. Vuoi salutarmi? Vuoi avvisarmi che arrivi? Ti ringrazio, davvero… ma posso anche farne a meno.

17 maggio – Lambayeque
Il mio culetto chiede pietà e quindi, con la scusa della cultura, ci prendiamo un altro giorno di riposo andando a visitare il Museo delle tombe del Signore di Sipan. Il fabbricato richiama la forma della piramide in cui sono state trovate 16 tombe tra le quali quella del Señor. Un pensiero va a quelle signore convinte di sistemarsi per sempre accanto al ricco consorte, spinte da puri interessi economici. Che beffa sarebbe scoprire che anche oggi, la concubina, viene seppellita con il vecchio che muore prima di lei. Altro che eredità, tutto e tutti finiscono sottoterra!
I reperti sono molto ben restaurati grazie anche all’aiuto di aziende private europee.


Manuela: Questo museo è concepito in modo eccellente, a ogni piano sono esposti i reperti ritrovati nello stesso livello della sepoltura originaria. Splendidi vasi in terracotta e oggetti decorativi in oro, argento, rame e pietre semipreziose testimoniano l’alto rango del defunto. La tomba, scoperta nel 1987 a pochi chilometri da qui, è una straordinaria testimonianza della civiltà Moche del III-IV secolo d.C. Sono state ritrovate 16 tombe, poiché alla morte del Signore si usava sacrificare mogli, concubine, figli, guerrieri e animali per accompagnarlo nell’aldilà… chissà se lo hanno seguito con devozione o se l’hanno maledetto fino all’ultimo respiro?


18 maggio – Zaña
Oggi solo una sessantina di chilometri inclusa una sosta alle tombe del Señor de Sipan, quelle in cui sono stati ritrovati i reperti che abbiamo ammirato ieri nel museo di Lambayeque.
Cominciamo la giornata con una nuova sorpresa: il mio GPS non prende più il segnale dal satellite. Garmin colpisce ancora, la qualità dei suoi dispositivi per un uso intenso come il nostro a volte lascia a desiderare. Riesco a farlo ripartire, ma è la seconda volta in questo viaggio che devo rimetterlo a zero. Mai più un prodotto Garmin.
Attraversiamo la cittadina di Chiclayo e con una bella pedalata tranquilla tra coltivazioni di canna da zucchero arriviamo al sito archeologico. Sorpresa: oggi è giornata gratuita per i musei e la polizia che sorveglia l’area, ci fa parcheggiare le biciclette davanti al loro ufficio: “Lasciate tutto qui, ci pensiamo noi.”


Alla fine, questa deviazione sarà un bell’intermezzo nel nostro lungo viaggio nel deserto verso Sud.

Oggi, Roma c’erano due finali del torneo di tennis: la maschile in cui Sinner ha perso contro Alcaraz e quella del doppio femminile vinta da Errani e Paolini, ieri la stessa Paolini aveva vinto la finale femminile. Direi che possiamo accontentarci, a loro dedico Viva l’Italia di Francesco De Gregori.

Manuela: pedaliamo su una strada secondaria non asfaltata tra canne da zucchero, finalmente il silenzio. È affascinante camminare tra gli scavi delle tombe di Huaca Rajada dove si vedono bene i tumuli funerari scavati nella terra ed i corsi disposti secondo le tradizioni del popolo Moche.
Anche la piccola città rurale di Zaña è una bella sorpresa, con il suo passato coloniale importante. Un tempo ricca e prospera grazie alla produzione di zucchero, fu quasi completamente distrutta da un’alluvione nel XVII secolo. Domani mattina convincerò Francesco a visitare le rovine delle chiese, purtroppo il Museo sulla storia degli schiavi africani portati qui dagli spagnoli è chiuso in questi giorni.

19 maggio – Ciudad de Dios
Partenza con cielo coperto per quella che dovrebbe essere la nostra ultima giornata nel piattume del deserto. Anche oggi siamo accompagnati dall’immondizia onnipresente ai lati delle strade, dentro e fuori i villaggi con relativa puzza ignobile, vicino ai centri abitati non è raro vedere gente che cerca qualcosa tra i mucchi dei rifiuti, cani scheletrici che cercano qualcosa da mangiare in compagnia degli urubù, grandi uccelli saprofagi di colore nero.
Questa mattina nel villaggio di Zaña abbiamo incrociato il camion della spazzatura che trasmetteva un messaggio governativo sull’illegalità del buttare la spazzatura ovunque, ma come pensano di convincere la gente a non farlo? È evidente una profonda mancanza di consapevolezza riguardo all’igiene e alla tutela ecologica. In tanti villaggi e piccole città mancano scuole, acqua potabile, elettricità, fognature e trattamento dei rifiuti, ma vediamo costruire grandi strade a doppia carreggiata in zone quasi disabitate e dove non passa quasi nessuno, saranno scelte politiche.

Durante una sosta caffè, nel locale è passata una canzone di Julio Iglesias, un cantante che mio suocero adorava (e che noi trovavamo molto kitsch, scusa Walter). Pensando a lui oggi non aggiungo la canzone che abbiamo sentito, ma qualcosa a me più vicino… Manuela


Manuela: Fa un certo effetto arrivare in un albergo e, alla domanda “Avete una camera matrimoniale libera?”, sentirsi rispondere: “Per quante ore?”. È l’unico albergo della zona, ha un bel garage per le bici e l’ingresso profuma di pulito, quindi qui non facciamo i difficili: “Per tutta la notte!”

20 maggio – Chilete
Alle 4:30, qualcuno lascia l’albergo facendo rumore, mi sveglio e penso che non ho voglia di rimettermi in strada e pensando alle salite in quota nelle montagne mi chiedo: come pedalerò, sarò più in forma dopo questi giorni al caldo?
Ore 6:00 suona la sveglia, come ogni mattina concedo a Manuela ancora 5 minuti, ma io salto subito giù dal letto. Fatichiamo a fare colazione, fatichiamo a partire, che poca voglia!
Ritorniamo all’incrocio con la PE-8, abbandonando la Panamericana e cominciamo a dirigerci verso le montagne. Il traffico è scarsissimo e principalmente costituito da camion, la razza di guidatore peruviano “meno peggio” (concedetemi la licenza poetica).


Più avanziamo verso le montagne altissime, più il nostro morale migliora; forse solo chi, come noi, è stato per anni ‘malato di montagna’ può capire l’effetto che ha l’avvicinarsi a una valle e a montagne così imponenti su degli alpinisti (anche se ormai dobbiamo dire ex-alpinisti).
In ogni caso, poco prima di mezzogiorno abbiamo percorso oltre la metà dei 90 km di una tappa che non pensavamo di completare per intero, ci mancano ancora 6-800 metri di dislivello; che siano troppi per farli in una volta sola dopo tutta questa pianura? La sosta per una Coca Cola in un ristorante diventa sosta pranzo con un piatto di ottimi gamberetti e Manuela (dicendo che suo papà sarebbe orgoglioso di lei) si sbafa anche un piatto di cipolle crude come insalata.
Ripartiamo dicendoci che, se non dovessimo farcela, ci fermeremo per strada da qualche parte con la nostra tenda. Invece verso le 15 arriviamo alle porte del paesino di Chilete, il venticello da dietro e la stupenda valle ci hanno rimessi in forma, ci guardiamo e concordiamo che oggi non abbiamo nemmeno fatto molta fatica dopo 91 km e 1.150 metri di dislivello positivo.

Oggi, mentre salivo nella valle, ho ascoltato Pink Floy – Live at Pompei, il brano The great gig in the sky si addiceva molto all’ambiente in cui pedalavamo.

Manuela: ho sempre avuto la sindrome di Heidi, quando vedo una montagna, una parete di roccia, capre e pecore nei pascoli, o la neve sulle vette lontane, mi sento rinascere. Il puzzo di discarica dei giorni precedenti si è trasformato in un buon profumo di terra appena arata e di fieno tagliato. Entrambi ricominciamo a sorridere. Superiamo una diga e ci ritroviamo sul bordo di una lago…
Uhaoo, non siamo proprio fatti per il deserto. Chissà se rimpiangerò queste parole quando, tra pochi giorni, mi ritroverò di nuovo al freddo, sotto un temporale o magari sotto la neve a 4.000 metri. Oggi mi godo questi paesaggi a me familiari.

21 maggio – San Juan
A parte l’essere disturbato da un maledetto gallo che ha iniziato a cantare alle 4 di mattina, iniziamo la giornata di buon umore. Ma appena ritrovate le nostre biciclette nella hall dell’alberghetto, scopriamo che la mia gomma posteriore è a terra. Sostituiamo velocemente la camera d’aria, togliamo due spine di cactus e partiamo dopo aver tolto anche dalle gomme di Manuela ben altre 4 spine.
Dopo appena un chilometro.. Boum! esplode la mia camera d’aria, una Bontrager, coincidenza? Due camere d’aria nuove, stessa marca, stesso negozio, una esplode al gonfiaggio, l’altra dopo meno di un chilometro. Sfortuna, qualità scadente o stoccaggio discutibile?
Finalmente, alle 9 ripartiamo e subito in salita, la valle si restringe, ma resta affascinante, tutta un’altra cosa rispetto al deserto.
Sosta caffè, sosta gelato, sosta caramelle, piccolo scroscio d’acqua per un chilometro ed arriviamo nel paesino di San Juan. Gli ultimi dieci chilometri sono stati duri, però non possiamo lamentarci di noi stessi 50 km x 1.400 m con le nostre bici stracariche non sono pochi e siamo arrivati a 2.300 ma di quota, domani il passo a 3.200 m e poi discesa a Cajamarca, un meritato riposo ci attende.

La musica di Eddie Vedder che fu scritta per per il film Into the wild è particolarmente ispirante, oggi aggiungo Guaranteed. Questo paese, soprattutto la valle che stiamo risalendo ci fa ammirare ad ogni chilometro la bellezza della natura che ci circonda.

Manuela: Oggi è la prova che questi viaggi mettono alla prova non solo il fisico, ma anche la testa. Se due forature fossero capitate qualche giorno fa, in pieno deserto e con il morale a terra, forse le bici sarebbero volate davvero in un fosso. Oggi non eravamo certo felici di riparare due gomme nell’arco di un quarto d’ora, ma l’abbiamo presa col sorriso: fa parte del gioco. Maledette spine di cactus… è ufficiale, noi e il deserto non siamo compatibili. Avevamo previsto di dormire in tenda lungo la strada, ma in un minuscolo paesino spunta la scritta Hostal. È quasi buio, e mentre ci dirigiamo verso l’unico ristorantino, dove la cena è Caldo de Gallina, un gruppo di bambini gioca in strada. Ridono, scherzano, e ci salutano in coro con un grande sorriso, prima di tornare a rincorrersi.

22 maggio – Cajamarca
Quando guardo fuori dalla finestra alle 5:45, ci sono ancora alcune stelle e la luna sta tramontando, non una nuvola in cielo! Il proprietario dell’hostal ieri ci aveva detto che doveva partire in viaggio presto, quindi alle 7:00 siamo in strada. Tutta salita per 25 km e 18 ripidi tornanti fino al passo Abra El Gavilán erroneamente segnato con un cartello a 3.050 mslm, mentre GPS e cartina segnano 3.230 mt. Con tutta la fatica che abbiamo fatto dal livello del mare a qui, non vogliamo certo farci fregare 200 metri di sudore.


La salita verrà ripagata con una bella discesa verso la grande città di Cajamarca dove ci riposeremo per un paio di giorni.

Oggi mi sentivo ispirato per ascoltare un po’ di lirica ed al bel risveglio dedico Mattinata di Leoncavallo in un’interpretazione di Luciano Pavarotti.

Manuela: un tornante dopo l’altro e siamo al passo. Siamo fortunati, ci sono diversi cantieri lungo la strada e la circolazione viene bloccata spesso per molti minuti, mentre ci lasciano sempre passare; ci godiamo così alcuni chilometri in solitudine, nel silenzio interrotto solo da un abbaio di cane, un “Buenos días” di un campesino o un muggito di una vacca.
Dal passo, il panorama sulla valle sottostante è magnifico, peccato che proprio in cima ci sia una grande cava, che distruzione.

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Autore: SOS - Vivere viaggiando

Siamo una coppia italo-canadese appassionata di sport all'aria aperta. In passato abbiamo praticato attività come l'alpinismo, lo sci e il ciclismo. Dal 2021 siamo in pensione e abbiamo deciso di trascorrere il nostro tempo libero girando il mondo in bicicletta, unendo le nostre passioni per i viaggi, la natura, la fotografia e la scoperta di nuove culture.

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