CANADA – Alberta

Superata la Continental Divide, si comincia a scendere. I primi mille chilometri sono dietro di noi.

Quando si pensa all’Alberta, vengono in mente le montagne da spot pubblicitario del turismo canadese, ma quelle sono a Nord, molto più a Nord.

Noi attraverseremo questa provincia nel Sud per poco meno di 400 km e in un paesaggio completamente diverso. Dopo le Rockies, la strada scende gradualmente verso i 700–800 metri, tra ondulazioni continue e praterie immense, con fattorie isolate, mandrie al pascolo e la lunga linea dritta della Hwy 1, la Trans-Canada. I veri protagonisti saranno vento e pioggia e, se non saranno favorevoli, ci faranno rimpiangere in fretta le montagne appena lasciate.

25 giugno / 1 luglio – Crowsnest Pass/Saskatchewan

In programma c’era una notte in campeggio, ma l’acquazzone che vedevamo in lontananza, ci ha dato la scusa per dormire anche questa notte in un letto d’hotel (e non che la cosa mi dispiaccia…). Foto di rito al cartello di benvenuto in Alberta e poi via più veloci della luce o, meglio, più veloci del temporale che si avvicina.

La salita al passo non è stata difficile e il panorama ci ricordava le Alpi. Con il superamento della Continental Divide, oltre all’acqua dei fiumi, anche noi cominciamo a scendere a Est. Domani si vedrà se sarà vero.

Se ieri sera abbiamo evitato per un pelo un acquazzone, oggi ripartiamo con nuvole non rassicuranti, la cosa positiva è che il profilo altimetro favorisce la velocità.

L’Alberta, possiede una delle maggiori riserve mondiali di petrolio, ma continuando sulla Hwy 3 attraversiamo parchi eolici e impianti fotovoltaici, forse anche qui cominciano a pensare che il futuro non sia solo “fossile”? Tralasciando pensieri filosofico-sociali, lasciamo sulla sinistra la deviazione verso il
Head-Smashed-In Buffalo Jump World Heritage Site. Un sito valorizzato dall’UNESCO per ricordare quando in epoche non troppo lontane, i cacciatori delle First Nations, spingevano verso una falesia le mandrie di bisonti per ucciderli.

Manuela: O visitare il piccolo museo del forte a destinazione o una deviazione di 40 km su sterrato in leggera salita per il sito-museo dei bisonti?
Pigrizia vs cultura: 1–0

Arrivati a Fort Macleod, Manuela vuole visitare il museo ricavato in un vecchio forte della Gendarmerie Royal di Canada (la famosa Royal Canadian Mounted Police o Giubbe Rosse, per gli italiani). La storia narrata sui vari pannelli è interessante, ma come Québécois francofono mi ha piuttosto irritato trovare solo descrizioni in inglese, dato che questa è un’istituzione federale quindi mantenuta con le tasse di tutti i Canadesi.

Manuela: Uscendo da Fernie, per l’ultima volta ammiriamo le pareti rocciose e le fitte foreste della BC. Continuo a sperare di vedere un alce che si abbevera nel fiume, ma anche oggi niente. Non avrò questo regalo, ma a pochi chilometri dal confine con l’Alberta trovo a terra una targa  automobilistica per la mia collezione 🥰. A Sparwood ci fermiamo per un caffè e, da perfetti rimbambiti, ripartiamo senza fotografare il Terex Titan, per anni il più grande camion da miniera del mondo. Siamo in una zona dove ancora oggi si estrae carbone e i pannelli lungo la strada raccontano la dura vita dei minatori di ieri e di oggi. Noi abbiamo una vita più facile, speriamo solo di salvarci dall’acquazzone e di non farci divorare dalle zanzare che ci tormentano. Poco dopo attraversiamo il Frank Slide, la strada passa ancora tra l’immenso ammasso di rocce della frana del 1903 che sommerse gran parte del paesino. Gli unici a salvarsi furono i lavoratori che si trovavano nella miniera.

Tapponi di oltre 100 km per altri due giorni, ma la meteo non sarà dalla nostra parte. La mattina della tappa più lunga, ci svegliamo con la conferma che i 115 km previsti saranno umidi. Dopo soli pochi minuti di pedalata – fortunatamente oggi è domenica e il traffico è ridotto – comincia a piovere e sarà così fino all’arrivo. Sosta uno a 30 chilometri e siamo già bagnati, sosta due a 60 chilometri, sempre più bagnati, il vento fortunatamente soffia nella buona direzione, la media a 90 km è di 24,5 km/h, non male per le nostre bici pesanti e sotto la pioggia. Purtroppo faremo gli ultimi chilometri più lentamente a causa del forte vento laterale, vedo rivoli di acqua che scendono dal cappuccio della giacca direttamente sugli occhiali, per fortuna non fa freddo 12-14° C. 

Arriviamo in vista dell’albergo a Medicine Hat, sono solo le 13 e il check-in è previsto per le 15 , ma il receptionist – impietosito? – decide di darci subito la camera. Questa sera cena con quello che abbiamo in borsa, domani niente sveglia.

Manuela: quando il cielo è nero e le previsioni alla TV dicono “Allerta pioggia molto forte, possibili allagamenti delle strade”, i ciclisti normali cosa fanno? Si girano nel letto e continuano a dormire, mentre noi partiamo per una giornata di 115 km. Abbiamo dell’ottimo abbigliamento antipioggia, ma credo non concepito per il diluvio universale! Siamo arrivati fradici e le bici lavate come in un carwash. Cosa positiva, pur di arrivare il prima possibile e riscaldarci le ossa, abbiamo pedalato senza lunghe soste, concedendoci solo qualche pit stop per un po’ di broda calda.

Analizzando i vari programmi meteorologici decidiamo di aggiungere un secondo giorno di riposo per avere più chances di sole nelle prossime 3-4 tappe e ripartire anche ben riposati da Medicine Hat per dirigerci verso il confine con la prossima provincia.

Tepee Samis

Prima di imboccare la Trans Canada, deviazione “zanzarosa” per una fotografia al più grande tepee del mondo il Tepee Samis, alto 65 m e costruito per le olimpiadi di Calgary del 1988. Poi si parte veramente, ci sono le Prairies di Saskatchewan e il Manitoba da attraversare per circa 1.800 km prima di arrivare a Thunder Bay sulle rive dei Grandi Laghi, le prossime 3-4 settimane sarnno molto lunghe e noiose.

Manuela: Si dice che Medicine Hat sia una delle città più soleggiate e “desertiche” del Canada; per confermare questa fama, naturalmente, ha piovuto per due giorni. Fortunatamente anni fa e avevamo già visitato Medalta, l’antica fabbrica di ceramica attiva dall’inizio del Novecento, e il museo dedicato ai Blackfoot, dove si racconta anche l’origine del nome della città, legato al copricapo tradizionale dei loro guaritori spirituali. Usciamo dall’albergo solo per fare la spesa. Ogni tanto il totale ozio è un’eccellente attività fisica e mentale, me lo dice spesso il nostro caro amico Denis… e se lo dice uno psichiatra, bisogna fidarsi!

CANADA – British Columbia

Dopo la delusione causata dalla rinuncia alla PGD, torniamo sulla costa Ovest del Canada per affrontare la traversata del nostro paese.

“A mari usque ad mare” (“Da mare a mare”) è il motto del Canada. Sarà anche il nuovo obiettivo dell’estate: attraversare in bicicletta il nostro Paese d’adozione, dal Pacifico alla città di Québec. L’Atlantico lo avevamo già raggiunto anni fa, pedalando da casa fino alle coste del New Brunswick e della Nuova Scozia.

La delusione per la Peru Great Divide sarà difficile, anzi per me impossibile, da dimenticare. Il mio alter ego mi ha però convinto a non tornare subito a casa, non saranno le Ande, ma questo viaggio potrebbe essere il modo più originale per celebrare i nostri vent’anni di vita in Nord America.

8 giugno – Atterraggio a Vancouver

Sistemati in un hotel vicino all’aeroporto, usciamo per le solite commissioni: gas per il fornellino, un po’ di cibo, uno spray supplementare per le zanzare e uno anti-orso. Del resto, gli orsi non mancheranno lungo tutto il percorso delle prossime settimane e in tutto il Canada c’è la fabbrica mondiale di zanzare e tafani.

Il supermercato più vicino all’albergo è cinese e, per praticità, decidiamo di fare la spesa lì. Le etichette sono rigorosamente bilingue, ma non nelle lingue ufficiali del Canada, bensì in cinese e inglese. Molti commessi parlano solo mandarino e alle casse si paga anche con Alipay (app di pagamento cinese). Il lato positivo è un buon banco di piatti pronti, perfetto per la nostra prima cena post Perù.

Manuela: Malgrado il solito stress del viaggio in aereo con le biciclette, il ritorno in patria è stato senza intoppi. A Lima, l’addetta al check-in, incuriosita dalle nostre scatole per le bici, ci ha anche fatto un upgrade e chiuso un occhio su un bagaglio troppo pesante.

Abbiamo sbagliato aereo? Dallo shuttle alla reception dell’albergo, a tutte le persone che incrociamo, sono di origine asiatica. Vedo più scritte in cinese che in inglese. Scherzo con Francesco dicendogli che la nostra idea iniziale di viaggio era la Via della Seta, quindi “Welcome!”. Siamo invece nel quartiere di Richmond, vicino all’aeroporto di Vancouver, dove circa il 70% della popolazione è di origine cinese. Sembra davvero di essere arrivati in Asia. Che peccato, come vorrei esserci!

9/14 giugno – Da Vancouver a Osoyoos

Rimontate per l’ennesima volta le bici, la mattina seguente si parte. Faremo pochi chilometri, solo per arrivare in periferia della città dove trascorreremo la seconda notte a casa di un ospite Warmshowers, il gruppo di ciclisti che offre ospitalità a gente come noi. Ci dirigiamo così a Surrey arrivando a casa di Ann, insegnante e viaggiatrice, figlia di una simpaticissima coppia di francesi immigrata qui da tanti anni. Durante la cena avrò modo di chiacchierare su tutto e su nulla con il padre di Ann definito dalla moglie “un libero pensatore”. Un buon dibattito filosofico e scambio di opinioni tra persone senza peli sulla lingua.

Manuela: Il nostro coast to coast canadese non poteva iniziare meglio, accolti e sfamati da Ann e dai suoi genitori, una famiglia che ci resterà nel cuore e che speriamo un giorno di poter ricambiare per la loro ospitalità. Il giro del mondo continua: “Ehi Franz, non pensavo di aver pedalato così tanto, siamo già in Asia del Sud”. In questa zona tutto ciò che vediamo ci ricorda l’India o i paesi limitrofi e pranziamo in un parco accanto a un Gurdwara e a un gruppo di sikh che gioca a carte. Qui circa un abitante su tre è di origine sudasiatica. Evviva il multiculturalismo canadese.

Il meteo canadese non è dei migliori in questi primi giorni: nuvole e qualche goccia di pioggia. Ma, dopo aver appena pedalato in Italia e in Perù (per noi i peggiori in fatto di rispetto per i ciclisti), qui ci sembra di essere nel Paradiso delle due ruote, con un’infinità di ciclovie, semafori dedicati a pedoni e ciclisti, auto che rispettano la distanza di sicurezza e si fermano agli incroci per lasciar attraversare due “imbecilli” in bicicletta, anche quando arrivano con il giallo. Cari Latini, vi vogliamo bene e ci mancate, ma quanto è piacevole ritrovare un po’ di educazione civica. Non a caso il Canada è considerato tra i Paesi con la migliore qualità di vita al mondo.

Arrivati a Hope entriamo nella regione montagnosa dell’ovest, le Columbia Mountains, un susseguirsi di catene prima delle più conosciute Rocky Mountains. Da qui in poi, per le prossime due settimane, sarà dura e in salita! Ci ritroviamo subito tra valli infinite, foreste fittissime, popolate da cervi, alci, castori e, ovviamente, orsi.

A proposito di orsi. A lato strada, dopo aver letto un avviso di sicurezza su questi simpatici animali, siamo in sosta per mangiarci un’arancia. Qualcosa si muove a cinquanta metri da noi, è una schiena marrone, sarà un cervo o un orso? Preferiamo non verificare, ripartiamo subito e di corsa. Non capisco come mai Manuela, che di solito mi lascia indietro in salita, oggi rimane a ruota, sorrido tra me, la Pantanina dovrà lavorare sulla sua pazienza dato che lo spray sono io ad averlo.

Questa notte dormiremo in tenda. Il guardiaparco ci suggerisce di nascondere il cibo nel retro dei contenitori per i rifiuti che sono in acciaio e dotati di sistemi antiorso. Purtroppo durante la notte abbiamo comunque una visita; un roditore mi crea un bel buco nella borsa fissata sul telaio, probabilmente attratto dall’odore del micro pezzettino di arachide che mi era caduto.

Manuela: Passare dai paesaggi peruviani al piattume dell’est canadese mi avrebbe fatto venire la depressione. Qui, invece, continuo a vedere montagne, laghetti, torrenti e boschi di abeti. Oups, un cervo… oups, un orso! La prima notte in tenda mi mette comunque un po’ di ansia. Il guardiaparco vuole rassicurarci dicendo che nel campeggio la settimana scorsa sono stati avvistati solo tre orsi neri e nessun grizzly. Mi sento mooooolto tranquilla, Ranger Smith non potevi stare zitto!!! Per fortuna le salite stancano, dormirò come un sasso senza pensare a Yoghi e Bubu.

La salita dopo la cittadina in riva al lago di Osoyoos è infinita, ma tutto va bene, non siamo più a 4.000 m di quota e la differenza di energia è evidente. Arriviamo a Princeton e siamo ospiti di un altro Warmshowers, Dean; un po’ più giovane di me, ciclista solitario e proprietario di un centro fitness. La tenda sarà piazzata nel cortiletto sul retro, ma avremo accesso a spogliatoi, WiFi, cucina, lavanderia, nonché un’eccellente birra IPA per la cena e il caffè pronto la mattina appena alzati.

Manuela: Freddo, caldo, freddo… un continuo vestirsi e svestirsi, la scusa perfetta per riprendere fiato in cima alle salite. Su questa strada c’è pochissimo traffico, incrociamo un gruppo di ciclisti del Québec, qualche pick-up e gli immensi camion del legname e delle miniere. In zona si trova una delle più grandi miniere di rame a cielo aperto del Canada, è impressionante vedere la montagna sventrata vicino a Princeton.

Nonostante un’ottima notte, la mattina mi sveglio stanchissimo e decidiamo di accorciare la tappa successiva per evitare l’ultima lunga salita sotto i 30°C previsti nel pomeriggio. Ci fermiamo in un paesino agricolo in un vecchio motel da film d’epoca. Poco distante, un ristorante ormai in chiusura (19:15, qui “si arrotolano i marciapiedi”, cioè non c’è più nessuno in giro) ci prepara due ottimi hamburger.
A cena solo acqua, le leggi provinciali vietano la vendita di birra da asporto. No comment.

Manuela: Continuo a pensare alle Ande e a paragonarle a queste montagne. Ci lasceranno qualcosa nel cuore, come ci è successo dopo i viaggi in Sud America?
Mentre arranco in salita, vengo superata dal rombo assordante di una cinquantina di Porsche, Ferrari e Lamborghini. La sera, mentre montiamo la tenda, ripenso al contrasto tra il nostro modo di viaggiare e quello dei proprietari di quelle supercar.
Siamo nati e cresciuti nel comfort, ma questa esperienza in sella ci ha riportati all’essenziale. Ci ha insegnato che la bicicletta non ci porta soltanto attraverso paesaggi meravigliosi, ci ha permesso di riscoprire il valore delle cose semplici, come un piatto di pasta al burro condiviso insieme seduti su una panchina. Soprattutto, ci ricorda il valore delle relazioni umane, offrendoci l’opportunità di condividere un piccolo tratto di vita con le persone che incontriamo lungo il cammino, grazie a quella gentilezza spontanea che, nella vita di tutti i giorni, non è sempre così naturale. Con Francesco parliamo spesso di questo tema e, pur avendo caratteri diversi, finiamo sempre per essere d’accordo.

16 giugno – Piccole differenze tra Canada e USA

Ieri abbiamo deciso di fare una breve deviazione negli Stati Uniti per seguire una strada meno trafficata lungo il fiume Kettler ed evitare anche qualche centinaio di metri di salita. Appena fuori Midway, BC arriviamo alla frontiera, siamo soli e ci fermiamo direttamente alla guardiola del controllo passaporti senza rispettare lo Stop posto esattamente tre metri prima. Primo errore! L’agente statunitense, come al solito serissimo, esce dall’ufficio masticando e con una briciola sulle labbra, probabilmente lo abbiamo disturbato durante la colazione, ci redarguisce dicendo che non ci siamo fermati allo stop dove si prende la foto della targa.

Ci scusi diciamo noi – vuole che torniamo indietro?

No, non serve!

Scansiona i documenti, non ci fa nemmeno la classica domanda sul cibo fresco, sul dove andiamo e ci lascia proseguire.

Dopo circa 40 km, ci fermiamo in un micro ristorante sperduto nel nulla. Siamo accolti da una sorridentissima signora bionda sui 40 anni, cotonata stile anni ’80, vestita con un prendisole fiorato più adatto a una spiaggia hawaiana che alle montagne del Washington. Ordiniamo due caffè con due cinnamon roll che saranno serviti tiepidi con della panna dall’altrettanto sorridente marito. Tutt’altro genere di accoglienza! E questo lo diciamo perché anche gli Yankees ci hanno sempre accolto molto bene, oggi l’ennesima dimostrazione.

Arriviamo al controllo frontaliero canadese. L’agente ci accoglie con un sorriso, mentre controlla i passaporti ci chiede dove siamo diretti e gli rispondiamo che stiamo facendo la Trans-Canada per tornare a casa in bicicletta. Ci chiede dettagli del viaggio per cinque minuti, ci fa un sacco di complimenti e, solo prima di partire, si ricorda che deve chiederci se abbiamo comprato qualcosa da dover dichiarare. In venti anni di vita in Canada, penso di non aver mai trovato un solo agente frontaliero canadese scortese.

17/25 giugno – Da Grand Forks a Crowsnest Pass

Rientrati “in patria” riprendiamo la navigazione verso Est fino a un bel campeggio a Christina lake che offre uno spazio tende per ciclisti. Qui facciamo la conoscenza di Eliot, un giovane giornalista originario di Hong Kong, ormai torontino da cinque anni. È alla prima lunga esperienza in bicicletta e dice che questo è il migliore modo per conoscere il suo paese di adozione, complimenti! Durante il tranquillo e caldo pomeriggio arriva anche Jeff, un quasi coetaneo proveniente dal vicino stato di Washington. La mattina successiva ci si saluta dandosi un potenziale RDV lungo il percorso della tappa. Noi siamo i primi a metterci in strada, pedaliamo tranquillamente fino al punto in cui incrociamo il BC Trail e, dopo la pausa caffè di metà mattina, siamo raggiunti da Jeff.

Lo sterrato è in buone condizioni e le pendenze minime; il tracciato segue una vecchia linea ferroviaria dismessa. Si procede più o meno insieme fino al lungo Bulldog Tunnel, dove siamo costretti ad accendere la luce anteriore. Subito dopo, ritroviamo sia Eliot che Jeff, dato che il primo aveva preferito aspettare per affrontare la lunga galleria in compagnia.

Manuela: Racconto a Eliot il mio incubo di ritrovarmi in un tunnel e intravedere un orso dall’altra parte, lui sorride e mi mostra un suo video, è esattamente quello che gli è successo ieri! Capisco perché non voleva fare  la serie di 5 tunnels da solo, io sarei morta di paura!

Da qui in avanti la discesa in paese sarà meravigliosa, il lago sottostante è pieno di legname; sembra che da queste parti i vecchi sistemi di trasporto legna siano ancora in voga .

È a pochi chilometri dal paese che abbiamo la sorpresa: a un centinaio di metri davanti a noi c’è un giovane orso. Essendo molto giovane, potrebbe esserci vicino la madre, è quindi più prudente aspettare che si allontani da solo. I miei tre gentilissimi compagni decidono che il primo a partire sarà il più vecchio – questa è la democrazia dicono loro – tolgo la sicura allo spray antiorso e riparto pensando che in fondo un orso non è altro che un cane un po’ più grosso… O no? Purtroppo, preso dal mio ruolo di “aperitivo per orsi”, non sono stato abbastanza veloce a scattare una fotografia, dovrete credermi sulla parola.

Manuela: ero terrorizzata all’ idea di incontrare un orso su un sentiero. Alla fine non è stato terribile, eravamo in forza maggiore. Poverino! aveva più paura lui di noi, lo abbiamo incrociato in un punto in cui non riusciva a scappare tra una lunga falesia di roccia e un precipizio, correva avanti e si girava per vedere se i mostri erano spariti o no. Lo zio Franz davanti brandendo lo spray e noi vigliacchi dietro che urlavamo… chissà cosa avrà raccontato Bubu a Yoghi quella sera?

Sono gli ultimi chilometri di quella che, a nostro parere, potrebbe essere inserita nella  lista delle più belle tappe dei nostri giri in bici e anche percorsa in piacevole compagnia. Due italiani, uno statunitense, un giovane cinese, la stessa passione, una giornata immersi nella natura delle montagne canadesi.

Entriamo in città, ognuno si dirige all’albergo prescelto e domani ricominceremo da soli.

La strada per Nelson è tutta un su e giù che nonostante i pochi chilometri fa aumentare il contatore dei metri di dislivello positivo. Questa sera dormiremo sulle rive del Kootenay Lake ospiti di Rick e Sue, due Warmshowers che ci fanno campeggiare nella loro proprietà vista lago.

Manuela: Penso a nostra figlia, che anni fa aveva fatto uno scambio scolastico nella cittadina di Nelson. Nata con il boom dell’argento, conserva splendidi edifici storici e uno spirito un po’ hippy che la rende caratteristica.

Sveglia con calma, per attraversare il lago  dobbiamo fare solo 7 km e prendere un piccolo traghetto gratuito che salperà poco prima delle 10. Appena rimontiamo in sella su una salita molto ripida vediamo alla nostra destra un giovane cervo, poi una mamma con il suo piccolo. La giornata comincia bene, ma la temperatura elevatissima e la totale mancanza di vento mi stancano molto. A 35 km da quella che sarebbe stata la nostra destinazione odierna, propongo alla mia boss di fermarci all’ultimo albergo su tutta la strada. L’albergo è pieno, ma non perdo la speranza e provo a chiedere informazioni alla casa accanto.

La signora con cui parlo è originaria del Québec e per decenni è stata la proprietaria dell’hotel, ora passato alla nipote. Con grande disponibilità, Ramona ci offre una camera in casa sua a un prezzo irrisorio. Manuela è meno convinta della scelta, ma non ci sono alternative, io sono esausto – a quanto mi hanno detto, si vedeva chiaramente – non vedo l’ora di farmi una doccia e buttarmi su un letto.

Al risveglio dalla siesta, cominciano le sorprese. Entro in cucina e trovo uno dei figli di Ramona che sta pulendo una decina di trote pescate la mattina. Dopo meno di 10 minuti, mi ritrovo nel piatto un bel pesce appena cotto. Mentre mangio arriva da Calgary la seconda figlia con il marito e, dopo qualche scambio, finalmente in francese, ci ritroviamo invitati a cena. E che cena! Questa sera mangeremo un BBQ di astice, granchio delle nevi e ostriche.

Cosa dire di quest’ultima giornata? Forse sarà uno stereotipo da film, ma la cordialità di certe persone non si è smentita. La signora che ci ha ospitato non aveva sicuramente bisogno di “affittarci” quella camera, ma ci ha aperto la porta di casa, ci ha invitati a cena e offerto anche la colazione. Questi fatti non sono una rarità.

La mia stanchezza cronica ha portato qualcosa di positivo! Domani tappa corta e poi, finalmente, la prima vera giornata di riposo dopo la partenza da Vancouver di 13 giorni fa.

A Fernie dormiamo per l’ultima volta in BC. Questa piccola cittadina è uno dei punti di passaggio della Tour Divide, il mitico percorso che, seguendo la Continental Divide, collega Banff, in Alberta, ad Antelope Wells, nel New Mexico, al confine con il Messico.

Manuela: La famosa gara di bikepacking è iniziata qualche giorno fa e i concorrenti sono ormai lontani. Mi sarebbe piaciuto incrociare questi atleti, il vincitore completerà i circa 4.400 km, con oltre 60.000 metri di dislivello, per gran parte su sterrato, in poco più di undici giorni.  Ci accontentiamo di dormire nello stesso ostello, pedaleremo più forte anche noi domani?

La mattina scendo nel locale bici a prendere i nostri mezzi e incontro un ragazzo giovane. Saluti… In inglese mi chiede se stiamo facendo la Tour Divide… Con le mie scarse capacità rispondo che andiamo lungo la Trans Canada… Mi chiede, in francese, se parlo francese… Sì… Gli chiedo da dove viene… Kelowna, ma sono italiano… Di dove? Friulano… Come la nonna di mia moglie e la mia… Lavoro nel settore vitivinicolo… Come me, anni fa… Pratico anche alpinismo e arrampicata… Come me anni fa… Sono informatico… Come me anni fa… Ah! Mi chiamo Francesco… Come me!

La voglia di continuare a parlare e tanta, ma il dovere ci chiama, oggi si rischia un temporale prima di entrare in Alberta e dobbiamo partire, abbiamo ancora qualche migliaio di chilometri da percorrere prima di arrivare a casa.

Manuela: Lasciamo la British Columbia con il ricordo di tanti piccoli centri abitati nati con miniere, ferrovia e legname, su terre delle popolazioni indigene, oggi in parte riserve. Alcuni si sono reinventati con il turismo, altri sono quasi dimenticati. Amo la montagna e la solitudine, ma non so se riuscirei oggi a vivere in luoghi così remoti.

PERU – Doveva essere “Il canto del cigno”, è diventata una “Messa da requiem”

Partirono per suonare, ma furono suonati. Perù Great Divide, la fine di un sogno. (They set out to take on the challenge, but the challenge took them on. Peru Great Divide: the end of a dream.)

Per chi non conoscesse i brani a cui mi riferisco, ecco un paio di link: https://open.spotify.com/track/2EWT2m9XzP7jdI9QaCxuaz?utm_source=chatgpt.com e https://open.spotify.com/track/05KCNbU4GB5QzcSnBHdMGo?si=xLxh5TGOSfOaEG8QTGuhfw

25 maggio – Huaraz

Esattamente un anno fa eravamo in questa città, a 3.000 m tra le alte montagne della Cordillera Blanca. Facciamo una passeggiata a passo rapido fino a un belvedere sopra la città, 300 metri di dislivello per capire come reagiamo alla quota. Ci sentiamo bene, domani si parte!

Andiamo al mercato per gli ultimi acquisti alimentari – sicuramente abbiamo comprato troppo – sistemiamo le bici, cuciniamo qualche cosa che ci servirà come pasto lungo la strada e poi gli ultimi momenti di relax. Facendomi la doccia ho pensato che probabilmente passerà un po’ di tempo prima di farne un’altra così calda e piacevole.

Trascorriamo l’ultima serata con una coppia olandese e due amici finlandesi, potrebbero essere tutti nostri figli, ma condividono con noi “vecchi” le loro esperienze e sono qui per percorrere la stessa strada.

Manuela: da quando siamo tornati nelle montagne ho male al collo, cammino sempre con lo sguardo in alto, verso le vette innevate. Passare dal livello del mare a pedalare a più di 4.000 m di quota senza avere il fiato corto sarà dura, ma ci proviamo. Francesco freme per partire, è un po’ inquieto per le bici pesanti, gli propongo di abbandonare il suo vasetto di Nutella, mi risponde con una parolaccia😁.

26 maggio / 4 giugno – Lima

Siamo partiti, abbiamo pedalato bene in salita e senza troppa fatica per un giorno, trascorrendo la prima notte in tenda nascosti da un mucchio di pietre. Il secondo giorno dopo 3 ore e soli 25 km arriviamo faticosamente al villaggio di Conococha a 4.100m . Qualche cosa non va, io sono stanchissimo. Decidiamo di lasciare qui le biciclette e tornare a Huaraz, nonostante nessuno dei due soffra di mal di montagna è evidente che non siamo acclimatati a sufficienza; meglio passare ancora una o due notti a una quota inferiore. Il villaggio di Conococha è su un crocevia importante e passano molte auto, in poco tempo troviamo un passaggio e in un paio d’ore siamo di nuovo in città.

Manuela: Uscendo dalla città un grosso cane mi attacca facendomi quasi cadere a terra. Dopo pochi chilometri evito un primo cane, ma un secondo mi si piazza davanti: nel panico provo a scendere dalla bici per usarla come scudo, perdo l’equilibrio e finisco a terra mentre Francesco urla come un pazzo contro i due cani. Iniziamo bene!
Un altro cagnetto comincia a seguirci e corre accanto a noi per 5-6 km; ogni volta che ci fermiamo si avvicina in cerca di coccole. Devo proprio mettermi in testa che non tutti i cani peruviani sono cattivi.

Mi sento meglio nonostante la diarrea del viaggiatore, ma il mio apparato digerente non è compatibile con il cibo peruano. Torniamo in autobus a Conococha, dove pernottiamo, e a cena ritroviamo Jasper e Leike, la coppia olandese che nel frattempo ci ha raggiunto. La mattina successiva si riparte lungo questa strada da sogno.

L’ambiente è fantastico, silenzioso, ipnotico. Non c’è nessuno che disturba, in lontananza un pastore ogni tanto. Verso mezzogiorno arriviamo nel villaggio di Ticllos, ci è stato detto che alla chiesa c’è una missione dell’Operazione Mato Grosso, ne approfittiamo per andare a salutare, sicuramente troveremo un volontario italiano affaccendato in qualche lavoro. In effetti, siamo accolti da Federica e Elisa con figli al seguito, Elena e Paola; data l’ora, siamo anche invitati a pranzo. Conosceremo così Simone, marito di Federica e Padre Andrea parroco italiano che vive qui da più di trenta anni e artefice dello sviluppo della scuola di falegnameria locale, nonché di altre attività dedicate ai giovani. Dopo il caffè – rigorosamente fatto con una moka Bialetti – veniamo invitati a restare per la cena e la notte. Si potrebbe continuare a raccontare ed elogiare l’opera di questi volontari, ma il nostro viaggio deve continuare e il giorno dopo ci rimettiamo in strada.

Manuela: Mi ritrovo con Paola a chiacchierare mentre tagliamo cipolle e carote e con la signora peruviana che tutti chiamano Tía (la zia) e che dirige la cucina impartendo istruzioni precise. I grandi pentoloni si riempiono e tutto viene cotto su una grande stufa a legna: non si scherza, bisogna preparare da mangiare  tre pasti al giorno per circa 80 ragazzi e ragazze affamati che vivono nel convitto della scuola.
Nei momenti di pausa coccolo il bimbo di tre mesi di Federica, mentre lei, tra un lavoro e l’altro, tiene d’occhio gli altri due figli, di due e tre anni, che scorazzano liberi e felici. Nel piazzale alcuni giovani sgranano pannocchie, altri sono nel bosco a raccogliere legna. C’è chi si fa male, chi piange e chi ride, ma qui avranno forse l’opportunità di imparare un mestiere gratuitamente e costruirsi un futuro migliore.

Quando ripartiamo il giorno successivo, seguiamo i consigli di Padre Andrea, che ci suggerisce una nuova strada, alcuni tratti sono ripidi, ma dovrebbe essere un po’ più corta. L’inizio della tappa è facile, pedaliamo con leggeri su è giù e poi tutta discesa fino a 2.500 m nel villaggetto di Canis. La valle è maestosa, la strada sterrata in buone condizioni, ma le pendenze e le vacche o pecore che incrociamo ci obbligano ad andare molto piano. Poi comincia una penosa risalita con vari su e giù fino a Llipa, a 3.000 m e dovremo farci a piedi una decina di chilometri a causa delle pendenze assurde e del fondo stradale molto sconnesso; ciliegina sulla torta gli oltre trenta gradi di temperatura.

Manuela: questo paesaggio mi toglie il fiato da quanto è bello o forse è lo spingere una bici di 35 kg su salite al 15 % sotto un sole cocente? Non si vede la fine della valle talmente è profonda e in lontananza si scorgono alcune case arroccate su pendii vertiginosi. La vegetazione cambia man mano che perdiamo quota, spuntano vari cactus, fiori colorati e qualche albero da frutto.

Arrivati in paese non ci sono storie, prima di trovare il posto in cui dormiremo, cerco una tiendita dove comprarmi una birra. Ci dirigiamo poi verso il municipio, sapendo che hanno anche delle camere da affittare; una signora ci apre una stanza dove ci sono due materassi, perfetti per appoggiarci i nostri sacchiletto, per i bagni evitiamo la descrizione. Il giorno dopo giù di nuovo per 10 chilometri sterrati, incontrando solamente quattro operai addetti alla manutenzione della strada comodamente seduti all’ombra del loro camioncino. Attraversato il ponte a fondovalle, arriviamo al bivio che ci porterebbe alla prossima sezione della PGD: un centinaio di chilometri di pura salita.

Durante la solitaria pausa caffè dico a Manuela che io non me la sento di continuare. Ho perennemente la nausea, il cibo di qui mi fa star male, ho quasi 66 anni e le poche calorie che riesco a introdurre non sarebbero sufficienti per pedalare due mesi a quote che vanno dai 3.000 ai 4.900 metri. Il mio sogno svanisce definitivamente, ma la cosa cosa che mi irrita di più è che sto distruggendo anche il sogno di Manuela.

Manuela: ehi cosa succede? No, non è possibile!! Smettila di lamentarti, tutti hanno il fiato corto e fanno fatica, ho letto il blog di altri ciclisti che hanno 30 anni, sono appena passati da qui, questo pezzo lo trovano difficile…tutti sono stanchi perchè si è all’ inizio, non ancora ben acclimatati…andrà meglio la settimana prossima…tra 3 giorni incrociamo un’ altra valle, dai provaci.

Niente, il mio compagno di viaggio è KO, non ne vuole sapere.

Mentre con tristezza cominciamo la discesa verso la costa del Pacifico, penso a cosa disse un giorno Anatoli Boukreev, un grande dell’alpinismo: “Le montagne non sono stadi in cui soddisfo le mie ambizioni, ma cattedrali in cui pratico la mia religione. Vado da loro come gli uomini vanno a pregare. Dall’alto delle loro cime guardo il passato, sogno il futuro e sento il momento presente con un’insolita chiarezza… La mia visione si allarga, la mia forza si rinnova. Nelle montagne celebro la creazione. Rinasco a ogni viaggio.

È così anche per me, non c’è opera umana che possa affascinarmi più di questi passaggi montani, le Ande sono… cattedrali in cui pratico la mia religione… Purtroppo, la mia “fede” questa volta non è stata abbastanza forte.

Dai 4.200 m del passo sopra Conococha in pochi giorni ci ritroviamo a livello del mare a Lima per espletare le solite operazioni “di rientro”, purtroppo anticipato.

Sono triste? Si moltissimo. Quando ho pubblicato sul nostro conto Instagram l’ultima foto della PGD, mi sono arrivati un paio di messaggi da due ciclisti che erano passati da qui qualche mese fa e hanno capito come ci si puo sentire dopo una simile rinuncia.

Manuela: Ho pedalato per tre giorni verso Lima incavolata nera, ripetendo parolacce come un mantra a ogni pedalata. Io stavo bene; Franz, invece, ha pagato mesi di golosità. In pratica, una borsa carica in più sulla bici… o meglio, sulla pancia. E le salite del Perù ti fanno espiare tutti i peccati veniali fino all’ultimo grammo.
Durante la notte mi sono calmata e ho pensato: «E se fossi stata male io?».
La vera delusione, però, è che Franz si è fermato senza voler nemmeno tentare di andare avanti. So che sarebbe stato difficile vincere la sua battaglia con il cibo, ma io ci avrei provato ancora per qualche giorno.

A Lima, Manuela mi propone di non rientrare subito a casa — ha ragione ovviamente — così il biglietto che acquistiamo ci riporterà in Canada, dove viviamo, ma non proprio alla destinazione finale. Non sarà la stessa cosa delle Ande peruviane, ma almeno ci permetterà di continuare a pedalare.
Sono vecchio, è vero, ma non sono ancora disposto a passare il mio tempo su un divano.

PERÙ – El silencio

La delicata situazione in Medio Oriente ci consiglia di iniziare la via della seta da Est. Un vecchio sogno ci spinge però a fare nuovamente tappa in America Latina.

Anni fa, leggendo un articolo di bikepacking, scoprii “El silencio” (https://vimeo.com/303378531), un cortometraggio girato sul percorso che ci sta stregando da oltre quattro anni: la Peru Great Divide (o PGD per gli intimi).
Lo abbiamo visto e rivisto, studiato ogni tappa, abbiamo provato a lanciarci su quelle strade già due volte, ma dopo alcuni chilometri, per motivi diversi, abbiamo dovuto rinunciare.

Tentativo 2022 alla PGD
Yuracmayo 2025, quota 4.500 m. Il vecchio è stanco e non ce la fa più

Adesso, dopo aver percorso l’Italia da Nord a Sud, saremmo dovuti andare verso Est, l’instabilità politica di alcuni stati che volevamo attraversare ci ha però convinto a cambiare momentaneamente i piani. Eccoci così nuovamente in Perù a Huaraz in fase di acclimatamento.

Manuela: Forse la verità del cambio di programma è che tutte le volte che pensiamo al Perù diciamo che dobbiamo ritornarci, senza aspettare di essere più vecchi e malandati di quello che già siamo, che il 2026 sia l’anno buono? Le Ande ci hanno stregato, il piccolo lama in tessuto appeso alla nostra sella da quattro anni vuole tornare a casa.


Torniamo a El silencio, perché questo nome? Quando si sale lentamente in quelle valli non si sente alcun rumore, solamente le montagne e il vento. La sensazione che si può provare in quei posti è particolare, unica: vecchie strade sterrate che salgono fino a 4-5.000 metri e ogni tanto una casa, un gregge di lama, un pastore.

Manuela: Sono entusiasta all’idea di tornare nelle Ande. Da sempre soffro della “sindrome di Heidi”, le montagne mi mancano appena mi allontano da loro e qui mi sento a casa.
Da quando siamo arrivati in Perù, la voglia di pedalare su queste strade si mescola a un po’ di ansia, le ossa scricchiolano e non siamo certo in super forma.
So che maledirò questa decisione, che mi verrà voglia di buttare la bici in un burrone… ma spero di ritrovare quel “rumore del silenzio” che riesco a sentire solo in alta montagna.

Ultimi giorni italiani

Dalla Puglia, la migliore soluzione per trasferirci in Sud America è quella di prendere un volo da Roma. Nella capitale trascorriamo tre giorni travolti dall’overtourism. La finestra della nostra camera si affaccia sul portone dei Musei Vaticani, la prima fotografia della prossima galleria è stata scattata alle 7:51. È la fila di persone che aspettano di entrarci. Trovate qualcosa di diverso rispetto alle prime due foto di questo articolo?

E per finire…

L’anno scorso c’è stato chi ha apprezzato la mia lista di brani musicali legati a particolari momenti delle giornate passate in bicicletta. Quest’anno, ho voluto creare una lista ispirata ai luoghi che sognamo di attraversare nelle prossime settimane.

Chi volesse, può collegarsi a questo link: https://open.spotify.com/playlist/1whRPtGws8HSKvt8UsVUxb?si=nDlfDRLeSsysEKXqHMMBRg%0A

ITALIA – Le bellezze del tacco

Dalla costa del Gargano fino al Salento, tra antichi ulivi, trulli, città bianche e cibo delizioso. Nella testa tante idee per pedalare su nuove strade… o vecchie sfide.

1/16 maggio – La Puglia

Finalmente entriamo nella settima e ultima provincia italiana del nostro giro in Italia.

Trascorriamo un giorno intero di “Dolce fare niente” a Lesina, un tranquillo paesino sull’omonimo lago, all’inizio del Gargano. Passeggiando per il centro, io e Manuela, ci guardiamo sorridendo perché non riusciamo a capire una sola parola di quello che dicono le persone. È certo che anche loro direbbero la stessa cosa se ci ascoltassero parlare in dialetto bresciano, questo è il bello dell’Italia: ogni città una lingua completamente diversa.

Cerchiamo di pedalare lungo strade secondarie, sgarrupate e senza traffico in mezzo a campi coltivati fino a Peschici.  Il giorno dopo affrontiamo quella che sarà l’unica tappa dura sulle rive dell’Adriatico. Le salite sono lunghe e ripide, siamo forse noi troppo fiacchi? Qualunque sia la risposta, siamo contenti di essere qui.

Manuela: Su un sentiero incrociamo i cartelli della Via Francigena. Peccato aver dimenticato a casa il passaporto del pellegrino: avremmo potuto aggiungere nuovi timbri a quelli già raccolti fino a Roma. Da qui a Santa Maria di Leuca seguiremo ancora il suo percorso.

Sulla strada per Mattinata abbiamo visto scorci da cartolina: Vieste e la Baia delle Zagare per fare due nomi, ma tante altre calette fenomenali. E la cena non sarà da meno; tra fritto misto di pesce e guazzetto con polpo abbiamo fatto fatica a rientrare in albergo.

Manuela: “Peschici, le case bianche arroccate sulla scogliera, che luogo romantico e pittoresco”. Chiamo mia mamma perché ho dei vaghi ricordi di un’estate in famiglia: “Avevi 18 mesi, ti ricordi solo perché hai visto tante volte le fotografie e tutte le volte che si nominava la Puglia dicevo che era stata una vacanza terribile, da incubo! ” …ahahah...

Con l’arrivo a Margherita di Savoia le vere salite sono già finite. Cerchiamo di scappare dai nuvoloni neri e dalla pioggia, ma non possiamo perderci una sosta in un caseificio per acquistare delle mozzarelle di bufala freschissime.

Manuela: Il Gargano merita la strada tortuosa che ci siamo fatti per visitarlo, da un lato il mare con acqua cristallina con il profumo di salsedine e dall’altro il bosco umbro, fitto, ombroso dall’odore di muschio e funghi. In piena stagione dicono che sia affollatissimo e che i prezzi siano alle stelle, noi ce lo godiamo nella tranquillità della bassa stagione, unica pecca: niente tuffi nel mare!

La bontà della bufala

A Manfredonia ci fermiamo a chiacchierare con un giovane che lavora come ingegnere su piattaforme off-shore e che sogna di viaggiare in bici. Ci dice che quando propone agli amici di partire con lui, gli viene risposto: “Non sei povero, perché dovresti girare in bicicletta?”.

Ripensiamo a lui quando, arrivati al B&B, il proprietario — con borsello Louis Vuitton — alla richiesta di un buon ristorante ci indirizza verso un bar che fa panini e, per la spesa, ci consiglia il supermercato “più economico”. Queste parole ci confermano il binomio inevitabile: ciclo-viaggiatore uguale pezzente.

Non ragioniam di lor ma guarda e passa…

Prima di arrivare a Bari, sosta a Trani per visitare la bella cattedrale romanica del 1200 e il castello Svevo.

Da giorni notavo una certa disinvoltura verso le basilari regole stradali, ma oggi il mio cervello ha fatto un altro “click”: quasi nessuno usa la cintura di sicurezza e molti guidano con il cellulare in mano. Una scelta che riguarda uomini e donne, e che non ha nulla a che vedere né con la virilità né con facili stereotipi geografici.

Manuela: Tra saline un po’ trascurate, discariche e zone industriali dove si lavora la pietra calcarea locale, l’ingresso a Trani non è dei più scenografici. Poi tutto cambia in meglio: vicoli di case bianche in pietra, il castello e la suggestiva “cattedrale sul mare” in una posizione davvero eccezionale. Uhaooo!

Nella scelta di cosa visitare e cosa no, non ci fermiamo a Bari, facciamo solo in modo di superare questa città indenni. Attraversandola ci guardiamo attorno e preferiamo fermarci per la notte in periferia in un posticino sulla costa: bello, ben gestito e tranquillo.

Passiamo da Poligliano a mare, dove nacque Domenico Modugno, foto accanto alla statua e, già che ci siamo, pausa pranzo sulle panchine panoramiche vicino alla scogliera. Qui siamo allietati dai turisti ben vestiti che si fanno selfie con labbra a culo di gallina e/o gambetta tesa per snellire la figura…

Manuela: Quando arriviamo in luoghi super turistici, tra persone eleganti e vetrine irresistibili, mi viene una voglia di indossare una gonna, truccarmi e sistemarmi i capelli. Ma dura cinque minuti, in sella alla mia bici mi diverto troppo.
L’unica vera tentazione è vedere cose meravigliose nelle vetrine, voler comprare tutto e non poterlo fare. Il cicloturismo è uno sport anti-shopping.

Dopo Monopoli – no, il famoso gioco non c’entra nulla con questa città – inizia una bella salitona che ci porta a Alberobello, siamo nella regione dei trulli. La giornata piovosa ci fa scegliere di prendere qui la giornata di riposo settimanale. Chi ce lo fa fare di bagnarci? Rimaniamo comodamente alloggiati in un bel trullo ristrutturato in gentile compagnia di due sorelle francesi (Marie, nous l’avons finalement publié 😉) con le quali condividiamo lo spazio cucina e chiacchierate sulla vita.

Manuela: I trulli, patrimonio UNESCO: bellissimi. Ad Alberobello c’è gente ovunque, educata e molta no, casinista e poca no. Per il nostro modo di viaggiare, troppa confusione. Avremmo dovuto visitarli alle cinque del mattino per goderceli con più calma. Anche questa tappa però è fatta, e siamo felici di tornare nella campagna del Salento, tra gli oliveti secolari, terra dei nonni materni di Francesco.

Inizia per noi un bel tratto della “Ciclovia dell’acquedotto pugliese”, passiamo accanto a un cartello dichiarante un finanziamento dell’UE per svariati milioni. Quello che constatiamo è un bel lavoro di recupero che ha dato ottimi risultati. Il posto è molto frequentato e incontriamo anche Beth e Mike, una giovane coppia di pensionati americani che sta attraversando l’Europa. Abitano nello stato di New York, a poche ore di auto da noi, ci scambiamo qualche informazione sulla strada e qualche commento sulla maleducazione degli automobilisti italiani.

E a tal proposito, oggi sentiamo passare la sirena di un’ambulanza, giriamo la curva e vediamo un’auto schiantata contro un muretto. Un poliziotto dice all’altro:”…era senza cintura e stava telefonando…”. Servono commenti? No!

Arriviamo in salita nel centro storico di Ostuni, anche questo invaso da turisti. Dopo una breve visita ritorniamo sulla costa, per diversi chilometri sempre con lo sguardo verso il mare, spiagge rocciose, faraglioni, scogliere e varie grotte. È a Otranto che oltre alla pausa caffè, dopo aver girovagato nel centro, ci concediamo una piacevole sosta per il pranzo in una friggitoria: pesce fritto sublime!

Manuela: ci vorrebbero svariate settimane per visitare tutte le bellezze pugliesi e assaggiare le prelibatezze della cucina locale. Seguiamo i consigli di Natalie e Chantal, due care amiche québécoises che conoscono meglio di me questa regione, quasi me ne vergogno… grazie per i vostri preziosi consigli.

All’uscita dalla visita della cattedrale, ricca di mosaici e sculture, ci aspetta una sorpresa, ritroviamo infatti Franco, il ciclo-viaggiatore di Vancouver incontrato tempo fa tra Ortona e Vasto.

Lungo gli ultimi chilometri prima dell’ultima notte sull’Adriatico, ci fermiamo a mangiare un frutto sulla costa vicino a una delle svariate torri storiche (XV-XVI secolo) di avvistamento. Cercando il segnale telefonico, ci accorgiamo che oltre ai fornitori italiani, ci viene proposto un gestore albanese. In questo punto il canale d’Otranto è largo circa 75 km e in certe giornate è possibile vedere le montagne di quel paese. Curiosità geografica 🙂.

E dopo 24 tappe i due arrivarono a Santa Maria di Leuca. Come leggiamo su un’iscrizione alla base di un monumento siamo arrivati a: de finibus terrae.

Manuela: Giro di boa, passiamo dalla costa adriatica a quella ionica, venendo verso sud abbiamo avuto sempre il vento contrario da Venezia, adesso ancora contrario andando a nord, la legge di Murphy o del ciclista?

Vento dello Jonio

Ci fermiamo a Gallipoli per un cappuccino con pasticciotto, nel suo affascinante centro storico sull’isola. Poi tappa obbligatoria nel paese di Alezio per rendere omaggio ai miei nonni materni, ricordo ancora quando ci spedivano al nord cassette di arance e frise di orzo.

Manuela: A testa bassa nell’entroterra per raggiungere Lecce, il paesaggio non è stimolante o noi non siamo ricettivi. Siamo ormai concentrati a organizzare i prossimi mesi e i grandi trasferimenti con i mezzi pubblici e gli aerei sono spesso problematici e stressanti. Lecce è una città molto piacevole e dall’architettura affascinante, i giorni passati qui ci permettono di calmare i nostri animi e pianificare il futuro.

La morale del nostro viaggio sulla costa adriatica è la conferma di quanto sostengo da sempre: l’Italia – senza paura di essere sciovinista – è il più bel paese del mondo. In 1.500 km possiamo vedere il Monte Bianco, le Dolomiti, città come Venezia, Firenze e Roma, il mare della Sardegna, della Sicilia e del Gargano, storia, cultura, design e gastronomia, ma… c’è sempre un ma!
Gli italiani non sono sempre le persone migliori nel valorizzare il proprio paese e nell’accogliere bene i turisti.

Come ciclista: purtroppo in questi 1.600 km, gli unici guidatori che ci hanno rispettato avevano targhe D, CH o NL. In un paese dove il ciclismo è uno sport di grande tradizione, che tristezza! Dato che siamo passati dalla tomba del sommo poeta, citerei questo passaggio della Divina commedia: “Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza“.

Per noi, l’avventura italiana è finita, continuiamo verso nuove destinazioni.

PRO
– Fino al Gargano abbiamo trovato circa l’80% del tracciato su ciclabile.
-Il bidet! Gli stranieri non posso capire quanto sia comodo.
– L’ospitalità degli albergatori, abbiamo sempre incontrato persone piacevoli.
-La varietà nella tradizione culinaria, si mangia bene ovunque.
– Ogni pochi chilometri un qualcosa da visitare.
CONTRO
-Lo schifo dei rifiuti lungo la strada. Ci sembravi di essere sulle strade di alcuni paesi del terzo mondo.
– Gli automobilisti… Inutile dire il perché.


– I pochi campeggi aperti fuori stagione sono costosissimi, poco meno di un hotel.

– Per un ciclista che cerca di ritornare nel peso forma, impossibile, troppe tentazioni gastronomiche.

ITALIA – E dopo Venezia iniziamo la Ciclovia Adriatica

Dalla Laguna veneziana percorriamo la costa fino all’inizio del tacco. Siamo a mille chilometri pedalati e la penisola per noi è quasi terminata.

21/24 aprile – Da Chioggia a Pesaro, la Romagna delle spiagge

La BI6, Ciclovia Adriatica, parte da Trieste. Noi la abbiamo raggiunta a Jesolo (Venezia) e la seguiremo fino a Santa Maria di Leuca, alla punta del tacco dello stivale.

Da Chioggia, piacevole città lagunare, entriamo nel Parco del delta del Po. Percorriamo stradine sterrate con un continuo zigzagare tra canali, argini, lagune, fino a ritrovarci bloccati sulla sponda di un canale con, a soli 200 metri, Porto Levante. Scopriamo che il mini-traghetto è in funzione dal venerdì alla domenica, anche se i cartelli ufficiali danno indicazioni diverse.

Torniamo indietro per alcuni chilometri, imbocchiamo la Romea – una delle strade statali più trafficate e pericolose d’Italia – e dopo altri chilometri tra il rumore continuo del traffico, rientriamo sul percorso ciclabile dove saremmo arrivati con 5 minuti di barca.

Sosta notturna in un piccolo albergo nella campagna rodigina e poi si prosegue tra le varie ramificazioni del delta. Anche oggi ci aspetta una lunga deviazione a causa di un ponte inagibile, ci consoliamo ammirando dei gruppi di fenicotteri rosa.

Altro pezzo di Romea per raggiungere le Valli di Comacchio. I vecchi argini sono stati consolidati per costruire una ciclabile spettacolare, si pedala su una striscia di terra circondati da acqua: l’anello di Magnavacca.

A fine tappa i chilometri saranno novanta e da domani si comincerà sulla riviera romagnola: il mare alla portata di tutti ovvero la democratizzazione della spiaggia.

Manuela: tutti gi studenti italiani hanno visto almeno una foto di questo delta nei libri di geografia. Io penso alle nuvole di zanzare che mi assalgono appena mi fermo… chissà in estate!

La riviera romagnola

Terminato il delta, si entra a Ravenna con una deviazione obbligata per vedere la tomba di Dante Alighieri. Per quanto la maggior parte degli studenti italiani non lo ami, nessuno potrà mai negare che il sommo poeta sia stato il padre della nostra lingua e che abbia scritto uno dei capolavori della letteratura mondiale. Pablo Neruda incorniciò nella sua casa di Isla Negra in Cile dei versi di Dante e un collegio universitario di La Habana a Cuba gli dedicò una statua in bronzo come uno dei Padri delle lingue.

Manuela: Onoriamo uno dei simboli della cultura italiana. La Divina Commedia è un incubo per gli studenti, quasi come una gita scolastica qui. Noi ci divertiamo a osservare i loro sguardi persi, sembrano tutti in punizione… mentre alle insegnanti offriamo un bonus per il Paradiso.

Dopo la visita del centro storico di Ravenna, cominciamo a pedalare sulla costa della Romagna, una spiaggia di sabbia fine a perdita d’occhio. Non sappiamo quanti siano gli alberghi su questo tratto di mare Adriatico, ma c’è ne sono veramente molti! Dormiamo in un paio di pensioni dai prezzi veramente economici e veniamo sempre accolti con sorrisi e gentilezza. 

Ci fermiamo a scattare un paio di foto ricordo in uno dei circa mille stabilimenti balneari in cui gli “addetti ai lavori” stanno iniziando a preparare la spiaggia per la nuova stagione estiva.

Le distanze tra gli ombrelli sono minime, ridendo pensiamo che se ti sta antipatico il tuo vicino sei rovinato per l’intera vacanza.  In estate, personalmente, non riuscirei a stare in questi posti nemmeno una settimana!

Manuela: mi è difficile immaginare il caos di gente su queste spiagge, sono contenta di vederle fuori stagione. Anche se è ancora tutto quasi chiuso i vecchi “vitelloni” sono già all’attacco sfoggiando “Speedo” rosa e panterati, con una pancia da piadina ben farcita.

Una sosta è però doverosa. A Cesenatico ci fermiamo per una foto ricordo davanti al monumento dedicato a un mito nato in questa cittadina: il Pirata Marco Pantani. Uno dei pochi ciclisti della storia capace di vincere Giro e Tour nello stesso anno.

Manuela: io che adoro pedalare in salita e che vengo soprannominata dal marito “pantanina”, dovevo farmi fotografare davanti alla sua statua. Qui sarà tutto piatto, ma i tornanti sul San Bartolo sono un buon allenamento; mannaggia alle bici cariche, mi sarei divertita di più su una bella due ruote super leggera in carbonio come quelle che mi hanno superato alla grande.

Dopo Cattolica, entriamo nella quarta regione: le Marche. Affrontiamo la prima vera salita, passiamo il piccolo paesino di Fiorenzuola di Focara e poi scendiamo a Pesaro dove passeremo il fine settimana ospiti del cugino di Manuela e della sua simpaticissima famiglia.

25/26 aprile – Pesaro

Lungo fine settimana di riposo… Ma anche all’ingrasso. Nel fine settimana siamo viziati da Marco e Ilaria e ci ritroviamo a fare gli “zii” ai loro tre figli Giovanni, Adele e Livia. Passeggiata nel centro storico davanti alla casa natale del compositore Gioacchino Rossini, passaggio davanti alla palla dello scultore Arnaldo Pomodoro, cena a base di pesce in casa. Giretto nell’entroterra pesarese e cena in trattoria dai nonni. Ritorno a Fiorenzuola e pranzo al ristorante…

Grazie della vostra ospitalità cari cugini, abbiamo passato due giorni stupendi… ma la linea…

Manuela: Quanto sono felice di aver trascorso questi giorni da mio cugino, sua moglie e i loro tre fantastici bambini. Vivendo a 6.000 km di distanza ci si vede raramente, ma i ricordi della nostra infanzia sono indelebili e gli insegnamenti dei nostri padri idem. Spero di rivedervi presto in Canada.

27/30 aprile – Verso la Puglia

Ad Ancona affrontiamo la nostra seconda salita degna di questo nome. Subito dopo il centro storico si comincia a spingere e così sarà fino a fine giornata. L’ingresso nel capoluogo non è molto piacevole: strada trafficata e senza ciclabile, una raffineria, il porto, la stazione. Un peccato perché il piccolo centro storico sarebbe anche interessante. La domanda è questa: esiste una città italiana con un centro storico brutto?

Magnifica vista del mare in cima al Monte Conero e poi sosta notturna in un minuscolo paesino. Controlliamo cosa ci resta in borsa e decidiamo, per pigrizia, di non uscire a cena. Questa sera si ozia in camera.

Manuela: lungo la costa molti grandi immobili abbandonati, sono tutte ex-colonie dove generazioni di bambini venivano spediti in vacanza. Perché non ristrutturarli, ma continuare a distruggere territorio con nuove costruzioni? Quanto sono belle le spiagge che si vedono dalla strada che sale sul Conero, qui verrei volentieri in estate a fare un tuffo.

Si riscende a livello del mare. La costa comincia ad offrire dei panorami più vari. Sarà però da Ortona a Vasto che potremo percorrere una delle più belle ciclabili su cui abbiamo pedalato. Pavimentazione perfetta, in riva al mare, gallerie della vecchia ferrovia perfettamente illuminate. Una giornata ideale che è iniziata incontrando Franco, un ciclista settantenne di Vancouver. Restando in tema canadese la seconda colazione l’avevamo fatta nella piazza di Ortona dedicata proprio ai caduti canadesi della II guerra mondiale.

Prima di affrontare il corto sterrato di Punta Ardeci, viviamo una breve avventura con quattro giovani ciclisti per attraversare una frana che ha distrutto una parte della ciclabile. Tutto bene grazie alla collaborazione di tutti, solo qualche sbucciatura e molto fango sui pantaloni e sulle scarpe. Purtroppo, nuova sosta anticipata il giorno successivo a causa dell’inagibilità di un ponte.

Manuela: da giovane visitai tanto l’Italia con i miei genitori ma non ricordavo questa regione, bellissima! una strada solo pedonale o ciclabile, come sfondo solo il rumore del mare con vista su piccole spiagge e sulle antiche costruzioni dei pescatori qui chiamate trabocchi. Che bella giornata, tranne questi maledetti ponti che ci perseguitano!

Finalmente vediamo il cartello stradale che ci avvisa che siamo in Puglia, l’ultima delle sette regioni che attraverseremo durante la nostra discesa nel Meridione italiano.

La costa dei trabocchi
e una delle gallerie

ITALIA – Direzione Est

Ripartiamo da Brescia per pedalare fino a Venezia e cominciare un viaggio sulle orme del suo più illustre cittadino.

A metà marzo lasciavamo un Québec (Canada) molto freddo e innevato per volare verso Est, prima tappa l’Italia.

A Brescia diamo in custodia alla nostra famiglia bagagli e biciclette. Dopo un breve saluto riprendiamo un aereo verso Catania per visitare la Sicilia in compagnia di nostra figlia. Apprezziamo il piacere di fare i turisti automuniti per due settimane, approfittando dei paesaggi e della gastronomia di questa isola. Al rientro ci aspettano amici di gioventù e famigliari che non vediamo da tanto tempo. Meglio ripartire velocemente perché siamo “all’ingrasso” e rischiamo di non riuscire più a pedalare!

Il programma di questo nuovo lungo tour ciclistico prevederebbe di andare verso Est, sempre più a Est. Nel frattempo, qualcuno ha pensato bene di giocare alla guerra e metterci dei missili tra le ruote. Per ora la nostra prima destinazione è il Sud Italia, poi si vedrà.

Manuela: Grazie per l’ospitalità a mamma & boyfriend, sorella/cognato & nipoti, zii e amici, ci manchereteUna lacrimuccia anche per nostra figlia che rientra a casa, ma qualcuno dovrà pur lavorare per pagarci la pensione 😉.
Una mia cara amica d’infanzia ci ha chiesto di incontrare i suoi studenti per parlare di cicloturismo. Grazie Raffy per questo bell’inizio di viaggio, i tuoi studenti sono super!

Partenza da Chiari

14 / 20 aprile – Brescia, Verona, Padova, Venezia

Attraversando la provincia di Brescia, la prima tappa è un vigneto nel quale, 45 anni fa, trascorsi moltissime ore lavorando come viticoltore e alla cui piantumazione partecipai personalmente.

Dopo la sosta “nostalgica” siamo invitati a prendere un caffè da quella che ancora oggi considero una seconda mamma: la mia ex-bambinaia Ernesta.

Si rimonta in sella e, continuando tra le viti della Franciacorta che iniziano a riempirsi di foglie, arriviamo nel centro storico della città di Brescia.

Brescia non è conosciuta turisticamente quanto altri celebri capoluoghi italiani, ma merita una sosta per chiunque ami l’arte e la storia. Il centro storico conserva eleganti palazzi, un interessante duomo romanico, importanti rovine romane e musei di grande interesse.

Manuela: pedalare sulle strade dove ho trascorso la mia infanzia è una sensazione stranissima, un misto tra nostalgia e riscoperta. È su queste strade che ho imparato a pedalare e sulle quali già da adolescente sognavo di esplorare il mondo  sulla mia bici Bianchi colore beige.

Una prima tappa sul lago di Garda e un  appuntamento con Robi Abrami – l’inventore del cavalletto Biri (@bikerando_official_) – in Piazza Bra a Verona. Con lui arriveremo poi a Soave per la sosta notturna e una piacevole cena in compagnia discorrendo di viaggi, sogni e incontri.

Nuova provincia per salutare dei cari amici. A Padova dormiremo, mangeremo e berremo da Mara, Alessandro, Alice, e i gatti Pepe & Kumo. Alessandro, grande fotografo, anche lui ciclista, è stato uno dei nostri storici compagni di viaggio. Ci accompagna pedalando fino a Dolo, poi lui rientrerà per evitare la pioggia.

Manuela: che fatica i primi giorni sulla sella dopo 4 mesi di pausa. Ho mangiato troppi  cannoli e cassate in Sicilia? e forse caricato male la bici? #$@!&…dopo 200 km scopro che la mia ruota dietro era frenata !!

Con il nostro amico Alessandro

Raggiunto il Lido di Jesolo, attraverso belle ciclabili affacciate sulla laguna, possiamo vedere negli specchi d’acqua moltissimi fenicotteri e cigni. Qui c’è la pace assoluta e la pedalata è sempre tranquilla.

Da Punta Sabbioni ci trasferiamo sul Lido di Venezia con un traghetto e da lontano possiamo ammirare i palazzi storici di Piazza San Marco. L’avventura del primo traghetto è particolare e mi ha confermato la fama dei veneziani di non essere molto cortesi. Alla biglietteria una sgarbatissima, nonché antipatica impiegata, infastidita dalle mie domande, mi zittisce un paio di volte perché non vuole ripetere. Mi scuso, volevo solo pagare il biglietto e sapere gli orari! 

Capisco che Venezia sia soffocata dal turismo di massa, ma è anche grazie ai visitatori se la città continua oggi a vivere e prosperare.

Al primo traghetto siamo arrivati poco prima di due coppie di austriaci. La regola dice che è discrezione del personale di bordo fare salire le bici e solo fino ad un massimo di 4. Il traghetto è vuoto, ma l’inflessibile controllore lascia a terra le due bici di troppo.

Nei due traghetti successivi ci sono molti posti disponibili e arriviamo così a Chioggia senza intoppi. La laguna è finita e ci dirigiamo verso il parco della foce del fiume Po.

La prima settimana del nuovo viaggio è terminata, finalmente siamo riusciti a visitare le isole della laguna veneta e lo abbiamo fatto con le nostre bici.  Avremmo voluto scattare una fotografia davanti alla cattedrale di Piazza San Marco, ma purtroppo per i “velocipedi” (perché la burocrazia non le chiama semplicemente “biciclette”?) non è consentito l’accesso in città. Nella città più spettacolare del mondo non abbiamo incontrato solo persone sgarbate, ma anche gente simpatica e gentile: il signore di Gallipoli alla reception dell’hotel del Lido, la signora vicentina che ci ha offerto un caffè prima di partire, i ragazzi del bar Cuore di Pellestrina.

A volte basta un sorriso e un grazie per allietare la giornata di tutti.

Manuela: Nonna Elena, mi avresti detto che ero matta a voler pedalare tra i vicoli e canali della tua adorata Venezia! Ma dovevamo partire da qui, per seguire le tracce di Marco Polo.

Pedalando in America Latina

Questo articolo è dedicato a tutti gli incontri che hanno segnato il nostro viaggio.
A volte ci siamo dimenticati di scattare una foto, ma sono state molte le persone che hanno contribuito ad arricchirlo.
Con alcune abbiamo condiviso solo pochi minuti, altre ci hanno ospitato o accompagnato per un tratto di strada.

Il ricordo più prezioso del viaggio.

I nostri incontri di viaggio

Ci hanno chiesto più volte quale fosse il nostro posto preferito di tutto il viaggio. Ripensandoci bene, non sapremmo rispondere indicando un paese, una città, una strada o un paesaggio, perché i luoghi, da soli, non bastano. Ciò che rende speciale un viaggio sono le persone che incontri, quelle che non dimentichi e che trasformano anche i posti più comuni in ricordi unici.

Per questo dedichiamo questa pagina a tutti coloro che abbiamo incontrato lungo la strada, chi ci ha ospitato, ci ha accolto con un sorriso, una parola gentile o un gesto inaspettato. Anche a chi non è nominato qui, o che per distrazione o stanchezza non abbiamo fotografato:
ognuno di voi ha lasciato un segno importante nel nostro viaggio e nella nostra memoria.

Edward, messicano, professione llantero (gommista) di Ensenada, Messico. Ci ha ospitato ben due volte e ha chiuso la sua officina per riaccompagnarci a Tijuana.

Hadong, coreano, ciclista. Incontrato a Guerrero Negro in una circostanza inaspettata; un mese prima attraverso un ospite gli avevamo regalato una bomboletta del gas.

Евгения and Александр (Evgenia and Alexandr). Due turisti russi conosciuti nella Casa del ciclista di San Ignacio. Non sono ciclisti, ma grandi viaggiatori appassionati di arte e di animali. Abbiamo passato una piacevole serata a chiacchierare con loro.

Tra me e Manuela, Denis, Padre Alberto e Padre Hugo, parroco del santuario di Nuestra Señora de Guadalupe a Ciudad Constitución, una delle persone più belle e generose che abbiamo incontrato. Accoglie chiunque passi, ciclisti compresi, insegnando il vero senso dell’ospitalità senza pregiudizi né distinzione di credo.

Liliana con suo marito Paco (assente nella foto) ci hanno ospitato e messo a disposizione un intero appartamento a Tepic in Messico. Ci hanno anche accolti in famiglia nella loro casa per gustare il miglior BBQ di tutto il viaggio.

Camilo, colombiano di Bogota. Ci ha ospitati a casa sua, ci ha fatto da guida in città e ci ha accompagnato in bici quando abbiamo attraversato la pericolosa città di Soacha.

Oswaldo, un colombiano che vive a Toronto. Lo incontriamo sull’autostrada, è qui in visita alla famiglia e sta pedalando insieme a suo padre, appassionato ciclista. Lui si lamenta del freddo canadese, noi dell’umidità colombiana.

Angie Mildreth, con suo marito (assente nella foto) ed i suoi due splendidi bambini, ci ospitò nella chiesa episcopale di Verdeyaco prima di arrivare a Mocoa in Colombia.

Jorge, colombiano che vive a Dusseldorf, Germania. Un ciclista particolare con cui abbiamo convissuto per una ventina di giorni in Colombia.

Aurelio, salvadoregno. Incontrato tra la Colombia e l’Ecuador, abbiamo pedalato insieme qualche giorno per poi rincontrarci in Perù, dopo oltre 2.000 km percorsi su strade diverse. Uno dei migliori incontri di tutto il viaggio.

Dayana, ciclista ecuadoregna, campionessa di MTB incontrata sulla Panamericana.

Uno tra i tanti sconosciuti ciclisti ecuadoregni incontrati sotto uno tra i tanti diluvi lungo le strade dell’Ecuador.

Leo, motociclista argentino incontrato a Otavalo, Ecuador. Una persona gentilissima e piacevolissima che vive sulla strada da molto tempo viaggiando con la sua particolare moto.

Papito Papito, motociclista viaggiatore colombiano-ecuadoregno di Otavalo, persona che ci ospitò in casa sua e ci fece da Cicerone per visitare la sua bella città. Un’istituzione e un esempio di accoglienza per i viaggiatori su ruote dell’America del Sud!

Elvia, Miriam e la loro famiglia che ci hanno accolto a Caluqui, in Ecuador.

I due ciclisti ecuadoregni Walter e Joaquín incontrati sulla strada nei pressi di Cuenca.

La famiglia di Mario Miguel, peruviano di Cajamarca: Pamela ed i suoi figli Miki e Sofia.

Leandra e Nando, ciclisti svizzeri di Berna in viaggio da Bogotà a Ushuaia. Li abbiamo incontrati verso Aguas Calientes, Perù.

Il proprietario della Casa del ciclista di Huamachuco, un altro dei nostri incontri in Perù.

Cajabamba, la signora Lucilla che ci regalò due chili di arance.

Paolina e Martin, ciclisti tedeschi incontrati sulla strada per Pallasca e poi nuovamente a Caraz.

A Caraz abbiamo incontrato dei fantastici colombiani in tre gruppi: A sinistra la coppia “Tuyo Cruzando Fronteras” (Diana & Didier – Youtube e Instagram), a destra John e Paola che viaggiano con la loro piccola Alegria (la fotografa – Instagram) accucciato Edwin con Thor, il cane di Diana e Didier che ritroveremo mesi dopo a La Paz in Bolivia .

Takashi (Instagram), un giovane ciclista giapponese incontrato sulla 3N pedalando verso Huaraz, poi verso il Salar de Uyuni ed una terza volta a San Pedro de Atacama.

Gisele, brasiliana conosciuta sul bus per il ghiacciaio Pastoruri: probabilmente la nostra “untice” del COVID, che ha segnato la fine del giro in Perù. Naturalmente lei è quella con la giacca rossa, non il barbuto a sinistra, il nostro super Aurelio. 😊

Brent e Mary (https://www.pedalsandpuffins.com/), statunitensi incrociati sulla Ruta 40 in Argentina, esperti cicloturisti sono diretti a Nord e noi a Sud.

Il cane Huaco (dal nome del paesino in cui lo abbiamo incontrato).
Ci ha seguito come un’ombra per ben 17 km, fino a quando il suo padrone non ci ha raggiunto in moto per riportarselo a casa. Lo avremmo adottato volentieri.

Il papà di Jesús, il nostro ospite ciclista di Warmshowers a San Juan, Argentina. La famiglia ospita per ricambiare chi, in giro per il mondo, accoglie il loro figlio cicloviaggiatore

Eliana, la nostra ospite Warmshowers di La Paz, con il suo cane Miski, purtroppo suo marito Marcelo era già partito per il lavoro.

Nico, un argentino conosciuto in Bolivia con cui abbiamo attraversato il Salar de Uyuni che ha la nonna originaria di Bobbio, nelle montagne lombarde.

Il meccanico Pepe di San Pedro de Atacama in Cile. Nella foto si intravede il giovane ciclista giapponese Takashi, che incrociamo per la terza volta.

Alejandro, direttore della scuola di Sierra Gorda, Cile. Vedendoci in difficoltà nella ricerca di un alloggio, ci ospitò in casa sua.

Arnaud, il proprietario di Casa Atipika (Instagram) a Pelluhue sulla costa del Pacifico in Cile. Un accoglienza cinque stelle e un po’ di chiacchiere in francese dopo mesi di spagnolo.

Alberto, Gerardo, Sebastián, Francisco. L’équipe di Viajaenbici.cl; un negozio-officina per ciclo viaggiatori che ci ha regolato molto professionalmente qualche problemino alle bici e ci ha ospitato per un paio di giorni.

Céli e Camilo, (Instagram) una coppia franco-cilena in viaggio dall’Alaska all’Argentina con cui abbiamo scambiato spesso via chat. Ci siamo poi incontrati a La Serena.

Wilma e Pablo di Lican Ray (beh, non proprio Lican Ray, ma quasi). Wilma è di origine italiana e ci siamo conosciuti grazie a scambi linguistici italo-spagnoli, Pablo è un super giocatore di golf.

Cristian. Professore di ginnastica, volontario del soccorso alpino, volontario dei pompieri, alpinista (o meglio andinista), appassionato di parapendio e… ciclo viaggiatore. Lo conoscemmo tre anni fa sulla Carretera Austral e adesso ci ha ospitato a casa sua a Rio Bueno, Cile.

Grazie ancora a tutti voi che avete accompagnato i nostri giorni in viaggio. Tra qualche mese, nuove avventure e nuovi sorrisi ci aspettano.

¡Buen viaje y que te vaya bien!

CILE – Maman, c’est fini!

Siamo tornati a casa, queste sono le ultime note di viaggio.

Era il tagline di chiusura di una famosa trasmissione umoristica del Québec, e per noi suona perfetto per concludere questo lungo viaggio.

Siamo a Puerto Montt. Il 21 novembre 2025, come gesto simbolico del nostro arrivo, scattiamo una foto davanti alla scultura Sentados frente al mar e ai due cartelli del km 0 della Ruta 7, meglio conosciuta come Carretera Austral, quello sul mare e quello in legno del Mirador Manuel Montt.
Il 12 gennaio 2023 avevamo fotografato gli stessi luoghi prima di partire da qui fino alla fine del continente a Ushuaïa, tornarci oggi è come chiudere un cerchio.

Adesso, che facciamo? torniamo a casa e …? ovviamente siamo già pronti per pianificare un nuovo giro, il pianeta è vasto e c’è ancora molto da scoprire.  

Un nostro vecchio sogno è di percorrere… (la dimenticanza della destinazione è voluta) e per qualche giorno abbiamo pensato di soddisfare questo desiderio seduti comodamente su un nuovo camper. Dopo meno di una settimana di riflessione ci siamo detti che non siamo ancora così stanchi e malandati. Cercheremo percorsi più pianeggianti per evitare le difficoltà fisiche dovute all’usura delle nostre vecchie giunture, che ultimamente ci hanno dato del filo da torcere. Senza farci troppi scrupoli “da cicloviaggiatori puristi”, potremo anche ricorrere a qualche tratta in treno, aereo o bus: l’avventura resterebbe comunque autentica.
Con questo nuovo progetto in testa, il ritorno in Canada sarà più piacevole, le bici avranno bisogno di una lavata ed una piccola revisione, poi saranno reimpacchettate. Ci sono altri chilometri, molti, da percorrere; il sofà, i ferri per fare la maglia ed il telecomando possono aspettare.
A casa tutto è già coperto di neve, a breve festeggeremo il Natale e siamo felici di poterlo trascorrere con gli amici, la nostra Princess Lucrezia e Gabriel.

Il QR code precedente permette di accedere all’applicazione Ride With GPS e visualizzare tutte le tappe cilene del nostro viaggio.

Riassunto del viaggio in America Latina

Negli ultimi anni abbiamo pedalato lungo la Pacific Coast dal Canada al Messico, poi dal Cile fino alla Fin del Mundo. Quest’anno siamo ripartiti dalla California e siamo tornati a Puerto Montt dopo aver attraversato otto stati. Restano fuori il Centro America e l’estremo Nord. Non è ancora l’intero percorso “AtoA” – dall’Alaska all’Argentina – ma abbiamo già unito due grandi traversate e aggiunto un nuovo tassello al nostro puzzle.

Non tutto è andato esattamente come l’avevamo immaginato; l’idea iniziale era attraversare completamente il Messico e il Perù, ma alla fine ne abbiamo pedalato solo una grande parte. In compenso siamo riusciti a fare esattamente come previsto la Colombia, l’Ecuador, la Bolivia, il nord dell’Argentina e il Cile fino alla meta che ci eravamo prefissati. Siamo comunque soddisfatti? Sì!

Torneremo a pedalare i tratti mancanti e magari anche l’America Centrale? Chissà, ma non nell’immediato. In Bolivia il più ‘anziano’ del gruppo ha compiuto 65 anni e ormai preferisce vivere un po’ alla giornata.
Il Messico però ci è rimasto nel cuore, e la ‘meno vecchia’ dice che, anche in ginocchio e trainata da un mulo, prima o poi tornerà a completare il Perù.

Qualche dato numerico:

  • Più di 9.000 chilometri percorsi;
  • Circa 90.000 metri di dislivello;
  • Giorni totali in viaggio: 238;
  • Giorni totali in sella: 143;
  • Forature: 5 (Manuela=0 Francesco=5);
  • Materiale sostituito per usura (totale sulle due biciclette): 2 catene, 4 pastiglie freni, 1 cambio olio Rohloff, 2 camere d’aria;
  • Cose perse; Manuela= 1 paio di sottoguanti ; Francesco= 1 casco;
  • Cose usurate completamente: Manuela= 2 mutande, 2 magliette, un paio di calze. Francesco= le lenti degli occhiali da sole;
  • Situazioni rischiose: Nessuna! A parte qualche cane che ha abbaiato troppo vicino ai nostri polpacci e un paio di automobilisti che ci hanno sfiorato.
  • Contrattempi di salute:
    Francesco = 2 Montezuma, 1 Covid. Non sono stato particolarmente fortunato: in Perù sono arrivati i problemi alle ginocchia dovuti all’artrosi e, all’arrivo in Bolivia, è iniziato un ciclo di cefalea a grappolo (cluster headache) che mi ha accompagnato fino al rientro, con pochissime tregue. Nell’impossibilità di reperire i farmaci necessari, pedalare di giorno dopo tante, troppe notti insonni, ha richiesto una grande concentrazione.
    Manuela = 1 congestione, 1 Covid con bronchite. Nonostante la severa artrosi alle mani, che temevo potesse limitarmi, non ho avuto peggioramenti e sono sempre riuscita a tenere saldamente il manubrio.

    Non raccontiamo tutto questo per lamentarci, ma per condividere un messaggio semplice: anche con qualche acciacco si può partire. A volte i malori, che non risparmiano nemmeno i giovani e i forti, ci hanno costretti a cambiare itinerario, rinunciando a strade più belle o a ciò che avevamo previsto. Fa parte del viaggio, e forse anche del destino dei cicloviaggiatori a lunga distanza. Ci si adatta, ma non si rinuncia ad andare avanti.

Cosa ci è piaciuto e cosa non abbiamo amato

PRO

  • L’incontro con i cactus e le balene grigie della Baja California.
  • I musei di Bogotá, ricchi e sorprendenti.
  • Il Trampolin de la Muerte, una strada indimenticabile tra le montagne della Colombia.
  • In Perù, i villaggi remoti e le alture della regione di Conchucos, fino ai tunnel del Cañón del Pato.
  • Le cime innevate della Cordillera Blanca e i panorami dell’indimenticabile Huascarán Loop in Perù.
  • Le quebradas e quel profondo senso di solitudine sulla ruta 40 tra Salta e Mendoza in Argentina.
  • I colori della Bolivia, il Salar de Uyuni e la Ruta de las Lagunas, con i loro paesaggi mozzafiato unici al mondo.
  • Le pasticcerie cilene, le cantine vinicole e il cordero argentino. La possibilità di assaggiare varietà di frutta e verdura sconosciute.

CONTRO

  • Escludendo il Messico, l’atteggiamento dei guidatori latini verso i ciclisti è stato spesso poco rispettoso e privo delle più elementari regole di sicurezza.
  • Cumuli di sporcizia lungo le strade, praticamente ovunque, tranne in Cile e Argentina.
  • Il senso di insicurezza in Colombia: no des papaja.
  • La pioggia costante in Colombia ed Ecuador, che ci ha fatto vivere fradici per settimane intere.
  • Pedalare in pieno inverno nel nord dell’Argentina: freddo pungente e case prive di riscaldamento. Che idea geniale di percorso…
  • Il nostro palato ha raggiunto il limite tra riso bollito e fagioli, non ne potevamo più. Nessun piatto “gastronomico” nei luoghi da noi frequentati.
  • Docce con l’acqua fredda.

Ma ciò che ci resterà davvero nel cuore è la gentilezza di tutti i latini che abbiamo incontrato, che ci hanno ospitato, accolto e fatto sempre sentire sempre i benvenuti. Grazie anche a chi abbiamo solo incrociato lungo la strada, offrendoci un sorriso o i due grani di mais che avevano in mano.
Un grazie speciale ai cicloviaggiatori con cui abbiamo condiviso qualche chilometro, qualche giorno o semplici informazioni via i gruppi WhatsApp: una piccola, grande famiglia con una passione comune. Come sempre in questi viaggi, restano alcune persone indimenticabili, quelle con cui abbiamo condiviso momenti speciali e che sono diventate amici.

Grazie a tutti.

Ed ora?

Il compianto Iohan Gueorguiev, (The bike wanderer) i cui video ispirarono molti cicloviaggiatori, scrisse: “Voglio vedere il mondo. Seguire una mappa fino ai suoi confini e continuare. Lasciare che la curiosità sia la mia guida. Dormire sotto stelle sconosciute e lasciare che il viaggio si sveli davanti a me“. Bella riflessione, vero?
È dal nostro primo lungo viaggio di coppia avvenuto nel 1993 che amiamo scoprire il mondo insieme. E, come disse Giant Cheerio (YouTube), una giovane ciclo viaggiatrice tedesca che in un recente video propone una personale descrizione dei viaggiatori: “Ci sono due tipi di viaggiatori. Il tipo A, l’esploratore, quello che non vede l’ora di vedere tutto. Il tipo B, il fuggitivo, quello che non vede l’ora di scappare.”

Francesco: Io mi definisco di tipo B, Sarò felice di tornare a casa, ma so già che, appena varcata la porta, inizierò a pensare all’organizzazione della prossima partenza. Una parte di me è sempre in viaggio, alla ricerca di nuove strade. Mia moglie dice che ho un animo inquieto.
Manuela: Mi sento più tipo A. Adoro scoprire cose nuove e culture diverse. Viaggiare in bici è il mio sogno fin da adolescente, e questa vita semplice mi fa apprezzare l’essenziale. La casa resta il mio rifugio, dove ricaricare le energie, restare connessa con la realtà, riabbracciare amici e la nostra adorata figlia… prima di ripartire.

E sulle note di John Denver che canta Take Me Home, Country Roads ce ne torniamo a Quebec. Nel villaggio in autobus verso Santiago, guardando fuori dal finestrino prima che arrivasse la notte ho voluto aggiungere altre canzoni alla mia lista Spotify. Sono tra le mie canzoni preferite ed ho voluto aggiungerle alla mia lista “Pedalando in America Latina” perché ognuna di esse possa ricordarmi un particolare momento di questo magnifico viaggio compiuto nel 2025, ma non finisce qui.
Manuela preparati, c’è un ottima offerta per un biglietto aereo con destinazione…
Lucrezia, i tuoi genitori ti aspettano sempre quando e dove vuoi.

Adios caballeros y que le vaya bien.

CILE – Rumbo a la Patagonia

Dopo la lunga pausa e la partenza di nostra figlia ricominciamo la discesa a Sud lungo la costa

22 ottobre – Si ricomincia verso Sud

Dopo aver accompagnato la nostra “Princess” all’aeroporto di Santiago, torniamo sulla costa a Viña del Mar dove avevamo lasciato bici e bagagli.

Manuela: Ci siamo fatti troppe risate questa mattina a colazione in albergo.
Breaking news: tre cicloturisti affamati svaligiano un buffet all you can eat. “Croissants, io vi distruggo!” 😄
Che tristezza lasciare la mia bambina all’aeroporto… Ehi, non ridete: per una mamma i figli restano sempre bambini, anche a 23 anni!
Stavolta sono stata brava, alla porta d’imbarco sono riuscita a non piangere.

Quando riprendiamo a pedalare, niente è cambiato, gli automobilisti cileni sfrecciano accanto a noi come se fossimo invisibili, ignorando i cartelli che indicano di mantenere 1,5 metri di distanza dai ciclisti.
In quest’ora di traffico intenso, per entrare a Valparaíso pedaliamo sul marciapiede, schivando pedoni e buche. Non avendo alcuna voglia di rimanere bloccati nel caos di autobus, camion e automobili delle vie principali, decidiamo di salire verso le colline imboccando strade secondarie. Peccato che abbiano pendenze da rampa di garage! A tratti non ci resta che scendere e spingere le bici, passo dopo passo, tra le vie dei quartieri che si  arrampicano sopra la città, tra cani che abbiano, altri che scodinzolano e persone che ci salutano.


Siamo costretti a entrare in autostrada per qualche chilometro, sperando di uscirne vivi, e tiriamo un sospiro di sollievo quando finalmente possiamo abbandonarla. Dal rumore del traffico passiamo al silenzio di un paesaggio bucolico: laghetti, conifere… quasi un angolo di Canada, se non fosse per gli eucalipti che ci ricordano che non siamo tornati a casa. Prati verdi e una splendida fioritura gialla ci accompagnano fino a metà pomeriggio, quando avvistiamo di nuovo la costa. Discesa su Algarrobo, cena a base di pesce fresco e poi a nanna. Direi che il primo giorno dopo la lunga sosta è andato alla grande.

Manuela: La città di Algarrobo prende il nome dall’albero di carrube tipico della zona, ma ne vediamo ben pochi, ci dicono che ormai l’eucalipto (australiano) ha invaso il territorio. Questa zona costiera è molto turistica, la spiaggia dei cittadini di Santiago per il fine settimana. Enormi e bruttissimi condomini, tanti alberghi, alcuni vecchi e altri ancora in costruzione deturpano il paesaggio. Fortunatamente siamo ancora fuori stagione quindi non c’è proprio nessuno. L’acqua non è invitante, deve essere freddissima, ci limitiamo a osservare l’oceano e pedaliamo con giacca e guanti malgrado il sole.

Seguiamo sempre la strada costiera, vista su spiagge di sabbia chiara e piccoli promontori rocciosi. Oggi dormiremo nella Casa del ciclista di San Antonio. Qui siamo accolti da Cesar, uno dei volontari, che ci spiega la vita della regione e la probabile chiusura della casa perché non ci sono giovani che abbiano voglia di lavorare gratuitamente. Un vero peccato! Queste strutture sono molto amate da noi viaggiatori.

Manuela: attraversiamo una zona boschiva di pini, il profumo di resina e legno tagliato è gradevole, meno il rumore dei camion che trasportano tronchi diretti al porto di San Antonio, ci dicono che sarà cosi per diversi giorni. Questa parte del Cile era molto povera e i governi passati scelsero di eliminare gli alberi autoctoni a favore di piantagioni di pini che producevano un legno più facile da esportare. Ancora oggi si pianta e si disbosca, ma tanto lavoro è automatizzato, quindi i problemi di lavoro rimangono, la regione rimane povera e molte terre sono state espropriate ai contadini per pochi soldi.

Durante la tappa odierna, abbiamo seguito un cartello che indicava la Casa Museo di Pablo Neruda. Siamo infatti nel villaggio di Isla Negra dove c’era la sua casa più amata in cui voleva tornare sempre e dove oggi è sepolto insieme a sua moglie Matilde Urrutia.


La visita si è rivelata un’eccellente sosta, abbiamo potuto ammirare questa casa molto particolare, riempita dei vari oggetti che Neruda raccolse nel corso della sua vita. Tra le “reliquie”, notiamo quattro quadretti con altrettanti versi di altri poeti; con orgoglio italiano vediamo strofe di Dante Alighieri, Francesco Petrarca e Giacomo Leopardi.
A volte per aggiungere un bel brano non servono motivi. Fortunate son dei Credence Clearwater Revival è uno dei miei brani preferiti. È stato usato anche come sottofondo in alcune scende di Forrest Gump.

Manuela: Che bella la casa di Isla Negra! La vista sull’oceano è spettacolare e l’interno, con quei corridoi pieni di tesori, sembra davvero una nave carica di storie. Mi sarei portata a casa mia qualche polena, qualche statua di angelo, qualche quadro, qualche pezzo di ceramica… Beh, ammettiamolo: mi sarei portata a casa tutto. Non ho potuto nemmeno sfogarmi nel negozio del museo, noi ciclisti lo sappiamo bene: solo guardare, vietato aggiungere peso nelle borse.


La strada che seguiamo passa nell’entroterra, attraversiamo campi coltivati, alcuni vigneti e non scorgiamo più l’oceano per diversi chilometri. Alla fine di una lunga e dura salita, ci fermiamo a pranzare. Qualcuno piuttosto freddoloso non si copre bene il pancino prima di cominciare la discesa ed il freddo vento della corrente di Humboldt le provoca una bella congestione che ci obbligherà ad una sosta forzata a Pichilemu. La mia infermierina diventa paziente.
Chi legge questo blog e non conosce lo Zecchino d’oro non capirà, ma oggi dedico alla mia metà Metti la canottiera.

Manuela: Hai visto che adorabili i leoni marini e i pinguini di Humboldt alla Punta de Lobos di Pichilemu? Nooo, io no. L’unica cosa che ho visto per 36 ore è stato un secchio blu, una toilette e un letto. Altro che farmi male in bicicletta, ho rischiato di spaccarmi la testa svenendo in bagno!


Dopo la giornata di riposo si riparte, boschi e viste “cartolinesche” sulla costa, ma tanti, troppi, su e giù. A fine giornata siamo sempre vicini ai 1.000 m D+. Il panorama è bello, ma dopo un po’… stanca.

Manuela: con quali criteri progettano le strade gli ingegneri cileni? Sembra che dicano: “Passiamo dove ci pare, chi se ne importa delle pendenze impossibili, delle curve a U… e già che ci siamo, scarichiamo qui tutti i sassi più grossi e la sabbia dei dintorni!”.

Soste al mare, soste in hospedajes molto sporchi, scambi di opinioni sulla vita con venezuelani immigrati illegalmente e che qui lavorano in hotel, ristoranti, etc. I chilometri passano, ma la meta sembra ancora lontana.
Tappa cortissima, decidiamo di prendercela con calma fermandoci nell’hostal di Arnaud, un francese che, arrivato in moto dalle parti di Pelluhue una quindicina d’anni fa, ha scelto di metterci radici. Dopo mesi di spagnolo, poter scambiare due parole in francese è un vero piacere. Accoglienza calorosa in un alberghetto rustico e incredibilmente confortevole; ci offrono anche di fare una lavatrice, puzziamo così tanto?


Si pedala con vista sull’oceano, tra campi di fragole, prati di fiori gialli e rosa, tramonti, gente a cavallo; quasi tutto ripio con su e giù vertiginosi, ma arriviamo interi nuovamente sull’asfalto e molto contenti della strada che abbiamo scelto al posto della più facile e diretta Panamericana.
Oggi auguro a quella gente che ci supera a tutta velocità di percorrere la strada nominata dagli ACDC nella canzone Highway to Hell.

Manuela: Dopo due giorni di “manutenzione straordinaria del sistema digestivo”, faccio fatica a pedalare e mi sto rimettendo lentamente in carreggiata. Non eravamo riusciti a festeggiare il nostro 36º anniversario di matrimonio, così ci siamo regalati una giornata di pausa in un delizioso alberghetto, cullati dal rumore delle onde. Ci fermiamo nella piazza di Buchupureo al momento giusto: circa 300 cavalieri di tutte le età, vestiti con abiti tradizionali, stanno per prendere il via alla Cabalgata de los Buenos Amigos. Uno spettacolo inatteso e bellissimo.


Dormiamo dai bomberos che ancora una volta ci accolgono cordialmente offrendoci un letto, una cucina e una doccia.

Manuela: Questa zona costiera è deliziosa, proprio come le fragole che si coltivano qui. Anche le persone che incontriamo, al lavoro nei campi, a cavallo o mentre portano fiori al cimitero, ci salutano con gentilezza. È il primo novembre, giorno di festa in Cile dedicato a Todos los Santos, quando molte famiglie fanno visita ai propri defunti e i cimiteri si riempiono di colori.
Sorrido sempre quando finiamo ospitati dai pompieri. Le mie amiche mi chiedono: “Ma sono come quelli dei calendari?”. Ahahah, noooo! Vi assicuro che per i calendari devono noleggiare dei manichini, perché nella realtà… diciamo che lo spirito eroico c’è, ma il fisico da calendario un po’ meno. 😂

Sempre salita, un altro breve tratto in autostrada ed arriviamo a  Concepción, una delle più popolose città del Cile. Saremo ospiti nell’officina di Alberto proprietario di viajaenbici.cl  Nonostante fosse un giorno festivo, Alberto ha aperto il suo laboratorio per offrirci un tetto; chiacchieriamo con lui della sua attività e del nostro viaggio, poi lui rientra a casa e noi diventiamo i “signori” dell’officina. A cena ci concediamo ravioli Rana al prosciutto e, dopo aver montato la tenda e gonfiato i materassini, dormiamo come angioletti fino al mattino seguente.

Manuela: nella nostra lista dei posti “particolari” dove abbiamo dormito mancava proprio questo: un’officina di biciclette. Alberto e la sua équipe tengono il laboratorio ordinato e pulitissimo, un vero gioiellino. La loro accoglienza è stata sorprendente e dormire tra attrezzi e bici da riparare mi è piaciuto un sacco. Grazie di cuore a tutti!

L’équipe di viajaenbici.cl

La settimana comincia con una deliziosa colazione di gruppo preparata dai meccanici. Poi loro tornano al lavoro e noi restiamo liberi di visitare la città… più o meno, perché in questi giorni non sono molto in forma.
Ripartiamo verso il sud; durante la prima giornata ci faremo un bel 100 km fino a Nacimiento dove arriviamo nel tardo pomeriggio proprio quando l’hostal all’inizio della città sta chiudendo. Prendiamo al volo una camera e ci prepariamo la cena sul fornellino da campeggio.


In zona ci sarebbe il Parc national Nahuelbuta da visitare, ma i giorni seguenti prevedono un meteo sfavorevole, pioggia e temporali, quindi saltiamo la deviazione nei boschi per rimanere sulle strade principali. Ci è stato sconsigliato di fare campeggio libero a seguito dei decennali conflitti tra lo stato cileno e gli indios Mapuche (così abbiamo la giustificazione per cercarci ancora un letto😉).
Siamo nella regione dell’Araucanía e arriviamo nella città rurale di Angol. Ci sistemiamo in un hostal ricavato nell’… ufficio di un avvocato. Quando entriamo per dare un’occhiata al posto, ci accoglie la simpatica Solange, che lavora come segretaria giuridica, responsabile dello spazio di coworking e receptionist “dell’albergo”. La sistemazione è perfetta, le nostre biciclette possono riposare in una stanza tutta per loro e abbiamo a disposizione anche una cucina.

Manuela: Siamo arrivati in “albergo” appena in tempo per metterci al riparo dal temporale. Decidiamo comunque di fare una breve passeggiata fino al mercato , attraversando vie tranquille e costeggiando qualche edificio storico ormai un po’ decadente. Domani avremmo voluto esplorare il parco vicino per ammirare le araucarie secolari, ma le previsioni sono pessime. Speriamo di incontrarne altre nella regione. Per consolarci, scegliamo un ristorante consigliato come “tipico mapuche, porzioni abbondanti, prezzi onesti”… avevano però dimenticato di aggiungere “piuttosto disgustosi”. Meglio andare a dormire, dopo un cafecìto, con la sua aguìta in una tacìta e un po’ di lechìto: qui in Cile tutto, davvero tutto, finisce in -ìto.

Che facciamo? Partecipiamo? Ci offrono barrette e panini imbottiti, non possiamo rinunciare

Appena superato un piccolo cantiere stradale, sentiamo una frenata pazzesca, l’auto che avevamo appena incrociato ad una velocità folle, si è fermata a pochi metri da un operaio dopo due testacoda; l’imbecille di turno viaggiava anche con il cellulare in mano e non ha visto il segnalatore del cantiere. Credo che questa sera l’operaio accenderà qualche cero alla Madonna .
Oggi siamo obbligati ad entrare sulla Panamericana che avevamo abbandonato nel nord del Cile  ad Antofagasta: asfalto bello con corsia di emergenza, un po’ di traffico, lunghi tratti di ciclabile e, come dicono qui, pendenza soave (dolce, non ripida).

Manuela: Che paura! Meglio non pensarci troppo: sarebbe bastato un minuto in più e un’auto ci avrebbe travolti in pieno. In un solo mese in Cile abbiamo assistito a due incidenti che ci hanno letteralmente sfiorato. Situazioni così ti ricordano quanto sia vulnerabile chi viaggia in bici e quanto tutto possa cambiare in un istante. Non ho alcuna intenzione di finire come gli animali che troviamo schiacciati lungo la strada. Meglio affidarsi al karma e tenersi a mente una cosa semplice: quando non è la tua ora, non lo è.

La prossima sosta ci porta nella zona dei laghi: siamo a Villarrica, sulle sponde dell’omonimo lago. La cittadina è molto carina e, di fronte a noi, si erge il vulcano di 2.800 m che porta lo stesso nome. Il cono è completamente innevato nonostante la primavera sia già avanzata. Qui ci fermeremo un paio di giorni: continua a piovere e, anche se la prossima tappa è lunga solo una ventina di chilometri, vogliamo percorrerla all’asciutto. Perché solo venti chilometri? Perché andremo a dormire da Wilma e Pablo. Wilma è stata una delle persone con cui avevo praticato un po’ di spagnolo prima del viaggio. Quando seppe che saremmo stati da queste parti, ci invitò a casa sua… e noi non abbiamo certo perso l’occasione di salutarla.


Qui conosceremo suo marito Pablo, appassionato golfista, e i loro sei cani. La loro casa ha una grande vetrata con vista diretta sulla cima del vulcano e si affaccia su un esclusivo club di golf. Per quattro giorni saremo nutriti e scarrozzati in giro per la zona, offrendo in cambio soltanto lunghe chiacchierate. La nostra partenza strappa una piccola lacrima a Wilma, ma chissà… forse un giorno potrebbero prendere l’aereo e venire a trovarci al Nord.

Molti anni fa Wilma ebbe una discreta carriera come cantante e ballerina in TV, le vglio dedicare El farol di Carlos Santana. Un brano latino per una nuova amica italo-latina.

L’imbecillità non ha età

Manuela: Siamo arrivati in un vero paradiso. A qualcuno potrà sembrare un luogo troppo isolato per vivere, ma a noi la casa di Wilma e Pablo è piaciuta tantissimo. Loro sono persone adorabili, divertenti e super accoglienti. I loro cani… li avrei caricati tutti e sei sulla mia bicicletta! I quadri della figlia di Pablo sono strepitosi, ne avrei portati a casa almeno un paio. Con Wilma, i cui nonni erano di Genova, ci siamo divertite come due vecchie amiche che si ritrovano dopo anni. Villarrica, Pucón e i dintorni sono davvero belli: ci passerei volentieri qualche giorno di vacanza, a bordo lago, con in mano una bacinella di gelato San Francisco…abbiamo visto anche le araucarie! Non quelle secolari, ma accontentiamoci.


Gli incontri non sono ancora finiti, arriviamo a Rio Bueno e siamo ospiti di Cristian. Professore di ginnastica, volontario del soccorso alpino e dei pompieri, alpinista (o meglio, andinista), appassionato di parapendio e… ciclo viaggiatore. Lo avevamo conosciuto sulla barcaza di Villa O’Higgins, alla fine della Carretera Austral. Che bello rivedersi dopo tre anni, volevamo offrire a Cristian una pizza per una lunga storia di solidarietà tra ciclisti rimasta in sospeso, lui non se la ricordava, ma noi sì😉.


Il meteo prevede ancora temporali, quindi dobbiamo annullare il giro dei laghi e la visita agli altri parchi della zona, la strada è stretta e diventa pericolosa con la pioggia. Seguiamo il suggerimento di Cristian, che come pompiere ha esperienza e buon senso nel valutare i rischi. Prendiamo così la strada più larga e diretta, la poco piacevole Panamericana: c’è molto traffico e il rumore è insopportabile, ma si pedala in sicurezza.

Manuela: Grazie, Cristian. Nonostante la notte tu sia intervenuto come pompiere a spegnere un incendio, ci hai aperto la tua casa e ci hai accolto. I ciclo-viaggiatori sono una grande famiglia, speriamo di poter pedalare ancora insieme e condividere ancora un panino in qualche parador chissà dove nel mondo.

Meno di 💯

Sosta a Puerto Varas per due giorni, proviamo ad evitare di bagnarci. La sfiga vuole che, ad una tappa dalla fine, mi becco una vite e foro per la quarta volta dall’inizio del viaggio, più due esplosioni di camera d’aria (grazie alla pessima qualità delle camere d’aria Bontrager).

Manuela: 4 forature per Francesco, zero per me…devo cominciare a preoccuparmi per la troppa fortuna? Un giorno San Schwalbe*, protettore dei ciclisti, si vendicherà e mi farà pagare il conto!
* Il marchio tedesco dei nostri pneumatici con protezione antiforature, funzionano bene, ma non possiamo pretendere miracoli. Schwalbe potrebbe prendere Francesco come ambassador, o forse come tester 😂.


Resteremo a Puerto Varas per un paio di giorni. Domani è prevista ancora pioggia e facciamo un po’ i preziosi: non abbiamo voglia di arrivare a Puerto Montt fradici, sfidando il meteo patagonico.

Manuela: Forse abbiamo sbagliato strada, ci siamo ritrovati sulle rive di un lago… in Germania. Puerto Varas ha davvero un’anima tedesca, visibile nelle case di legno, nei cognomi e nei piatti tipici. I vulcani Osorno, Calbuco e Puntiagudo non si fanno vedere, il cielo resta coperto da nuvole grigie. Speriamo sempre nel domani, ma stavolta il domani non arriva, riusciremo a scorgere l’Osorno, un cono di vulcano innevato dalla forma perfetta, solo dalla strada verso Puerto Montt. 
È la fine del viaggio, dove iniziammo a pedalare fino alla Fin del mundo tre anni fa. Un po’ triste, certo, ma anche le cose più belle devono concludersi, altrimenti non nascerebbe mai il desiderio di cercarne di nuove.
Lucrezia, tra 5 giorni RDV all’ aeroporto di Québec, ci serve un taxi!