Disquisizioni filosofiche – Gli “amici” della strada

Da quando abbiamo cominciato a viaggiare in bici, abbiamo stilato la nostra personale categorizzazione degli “amici”, un modo per occupare la mente durante le lunghe pedalate.

Amici di primo livello. Li incroci mentre pedali, saluti e continui, ti fermi a parlare con loro, scambi opinioni e suggerimenti. Condividi posti tenda, pasti e giornate avventurose sulla strada. Sono cicloturisti come noi.

Amici di secondo livello. Li vedi in bici, ma hanno un non so che di strano. Guardano in basso, sono stracarichi o non sempre salutano. Alcuni li vedi gridare insulti alla loro bicicletta nel parcheggio di un parco giochi. Possono avere anche una Surly Long Haul pneumatici nuovi e borse Ortlieb, ma c’è un non so che di strano che ti fa dubitare della provenienza legale del mezzo. Barboni più ricchi.

Amici di terzo livello. Viaggiano a bordo strada con carrelli della spesa, trolley o carrettini per bambini pieni di masserizie. A volte, mentre ti stai addormentando nel campeggio di un parco senti la voce del ranger che dice: Per questa notte puoi dormire qui, ma in quella tenda ci sono due turisti e guai a te se ti avvicini. Barboni meno ricchi.

Cosa abbiamo in comune ? Condividiamo la strada.

Riflessioni pedalando nella solitudine

Dopo due settimane che pedalavo nel deserto tra New Mexico e Texas, scrissi ad una coppia di amici che ero veramente stufo di quella monotonia grigio-marrone; mi risposero che forse un italiano ed il deserto non sono compatibili. Ricordai che ero appena stato nella Terra del Fuoco, altro posto di steppe e aree semi-deserticche e non avevo avuto la stessa sensazione, perché?
Riflettendo ho provato ad analizzare i due ambienti come viaggiatore. Quando viaggiavamo verso la fin del mundo ogni due o tre ore incrociavamo la stradina di ingresso ad un’estancia e, in lontananza, si scorgeva una macchia di vegetazione che indicava l’esistenza di un’abitazione; al cancello, nove volte su dieci, c’era un riparo più o meno grande, più o meno in buono stato, più o meno pulito, nel quale ogni viandante poteva ripararsi dal sole, dalla pioggia, dal vento.
In Texas?  Notice: Private property, no trepassing!
In Terra del Fuoco, quando arrivavamo in un hostal od in qualsiasi altro posto, ci accoglieva un sorriso, mangiavamo in cucina con i proprietari, discorrevamo di qualsiasi cosa con i commensali di un ristorante, eravamo persone tra le persone.
In Texas? Quando entri in un distributore a comperare un caffè, il proprietario con la pistola al cinturone come Tex Willer, ti chiede con tono non proprio amicale da dove vieni, dove vai e ti fa notare che hai uno strano accento.
In Terra del Fuoco quando ci fermavamo a mangiare il nostro panino seduti in un riparo sulla strada, chi passava, anche se era la polizia, ci salutava cordialmente.
In Texas? Quando mangi un panino seduto su un guardrail in mezzo al deserto e passa il Border Patrol, ti viene chiesto se va tutto bene… grazie… ma ti viene anche fatto un mezzo interrogatorio da dove vieni e dove vai, etc…
In Terra del Fuoco, quando ti fermi a guardare cosa ci faccia un autobus in mezzo al nulla, scopri che è l’abitazione di un vecchio pescatore settantenne che offre un caffè a chi si ferma da lui a scambiare quattro parole, rifiuta di essere pagato e si vergogna a ricevere in compenso due banane “perché potrebbero servirti”.
In Texas? Fuori da un ranch trovi un cartello con scritto: We don’t call 911. This property is protected by second amendment oppure si avvisano i fedeli che in chiesa non è consentito portare armi oppure si scrivono cartelli del tipo: Country, God and Gun.
Forse sono queste le piccole cose che fanno trovare lungo il passaggio nel deserto meridionale degli USA e invece ti fanno trovare la motivazione per continuare a pedalare controvento nell’inospitale Tierra del Fuego.