24 MARZO – OCOTILLO Distanza: 77 Km (182) Dislivello: 770 (2586) Meteo: ☀️
Fa freddo, ma almeno è sereno. Cominciamo a salire per raggiungere il punto più alto, a circa 1300 m. All’inizio della discesa incrociamo due inglesi che arrivano da Austin; soliti convenevoli, scambio info sui percorsi già fatti, loro questa sera saranno a San Diego e ci regalano il loro gas, un classico scambio tra ciclisti alla fine di un tour. Cominciamo a scendere ed a una sosta abbigliamento siamo raggiunti da un’altra coppia; questa coppia arriva dal Minnesota, qualche battuta e li lasciamo indietro.
La strada verso Jacumba
Quasi alla fine della salita successiva, facciamo sosta-caffè ad un distributore di benzina-casinò, poi affrontiamo una leggera discesa fino a JACUMBA, un villaggetto proprio sotto il muro di confine con il Messico. Qui pausa pranzo, poi lieve salita di un paio di chilometri e grandissima discesa di 20 km al 3-6% con buona parte fatta in autostrada.
Il muro al confine con il Messico a pochi chilometri da Jacumba
Ad un paio di chilometri da OCOTILLO ci sarebbe anche l’uscita obbligatoria per le bici (Calexico), facciamo finta di non vederla, facciamo un altro miglio ed usciamo finalmente a OCOTILLO. Minuscolo agglomerato di case nel deserto circondato da pale eoliche.
Tramonto nel deserto a Ocotillo
Dormiremo al JACKSONS HIGHWAY RV PARK, dove per ai ciclisti è richiesta solo un’offerta libera, c’è elettricità, sala con frigo e fornelli, un’ottima sistemazione che compensa il costo degli alberghi in cui siamo stati nei giorni scorsi. Per la cena ci dirigiamo al posto in cui fanno “I miglior burgers della valle”, ma quando arriviamo, poco prima delle 19 il locale è già chiuso. Al ritorno un tizio in quad si ferma e ci chiede se siamo i due “by bike”, discussioni sul posto, sul freddo e la neve del Canada.
25 MARZO – BRAWLEY Distanza: 66 Km (248) Dislivello: 85 (2671) Meteo: ☀️15-25
Appena fuori Ocotillo la strada diventa orribile, peggior strada mai percorsa dopo Haiti! L’inizio è in pieno deserto, per fortuna la tappa di oggi è totalmente piatta. Finalmente, per la prima volta riesco a partire con i bermuda, in parte a noi, gente che fa motocross a velocità folle, altri passano in quad.
Dopo una ventina di chilometri passiamo vicino a un’enorme fabbrica di gesso; ancora qualche chilometro e passiamo in parte ad una prigione. Poi cominciano i terreni coltivati ed arriviamo a EL CENTRO. Sosta pranzo da McDo, facile, economico e rapido. Si riparte su un asfalto migliore ed arriviamo a BRAWLEY. Oggi spesa da Walmart e notte al TOWNHOUSE INN & SUITES. Non abbiamo nessuna voglia di pedalare fino a GLAMIS o di fare 10+10 km fuori strada per un campeggio; ancora una notte comoda.
26 MARZO – PALO VERDE Distanza: 111 Km (359) Dislivello: 704 (3375) Meteo: ☀️20-30 vento fresco
Lasciamo Brawley ed entriamo in una zona irrigata, quindi coltivata con monocolture fino all’orizzonte. Poi, dopo poco più di 20 km, si arriva ad un canale e si passa immediatamente nel deserto. Siamo in mezzo alle dune di sabbia del IMPERIAL SAND DUNE, un posto pieno di OHV (Off Highway Vehicle) guidati da maniaci dei veicoli per questo genere di divertimento. Il deserto di sabbia dura circa 20 km, vediamo decine di camper con annesso garage, è il posto in cui ci saremmo fermati ieri a dormire se avessimo avuto la forza (o la voglia?) di arrivare qui. Ci fermiamo a mangiare a GLAMIS, 45 km dall’inizio. C’è un negozietto, prendiamo qualcosa da loro e mangiamo all’esterno, ciacolando con una copia di “OHVisti”. Ci dicono che nei periodi di vacanza è impossibile camminare a Glamis da quante persone ci sono. Ripartiamo e si entra in un deserto non più sabbioso, ma di terra e sassi, qualche cactus ed una miniera d’oro che costeggiamo per chilometri. Non fa caldo nonostante il sole, il vento fresco ci fa pedalare bene.
Oggi proviamo finalmente il pannello solare pedalando, ottimo acquisto, 30% in 40 minuti. In tutta la giornata non abbiamo visto 50 metri di strada puliti, ovunque rifiuti buttati dal finestrino. Arriviamo a PALO VERDE a 7 km dal paesino c’è un BLM, ma non abbiamo abbastanza acqua per poterci fermare qui in campeggio libero; quindi, continuiamo all’entrata del paese facendo sosta ad un distributore Chevron per una Coca Cola e la mia birra da cena. Di fronte c’è il mobile home park TAMARISK. Accettano anche tende (invisibile disegnino di una bici su un cartello all’angolo della recinzione) chiediamo al proprietario che ci illustra il sito, posto carino sul canale con tavolo ed elettricità. Il problema è che i cessi sarebbero, secondo il tizio, in ristrutturazione e per liquidare il problema ci dice che possiamo andare da Holly alla gas station… Senza altra alternativa, stiamo qui, faremo i nostri bisogni da Holly🤦♂️. Il veterano lavora da lei due volte alla settimana, ci dice, quindi nessun problema. Ceniamo con panino per non sprecare troppa acqua potabile presa da una tank vicina ad una roulotte. Un paio di bandiere Trump 2024 per corredare il già misero posto.
21 MARZO – SAN DIEGO Distanza: 29 Km (29) Dislivello: 161 (161) Meteo: 🌦️
Finiamo di montare e preparare le bici nella camera del nostro hotel, poi usciamo per la spesa. Passiamo da T-Mobile per comprare una SIM card americana, quindi da DICK’S, un negozio di outdoor per il gas, e finalmente facciamo la spesa da RALPHS; essere nel regno dei centri commerciali questa volta ha il suo lato positivo, riusciamo a fare tutto pedalando pochi chilometri. Dopo le formalità di inizio viaggio, ci dirigiamo su una ciclabile che porta verso l’oceano per partire da un chilometro zero come l’anno scorso al ponte di St. Augustine in Florida.
Verso la spiaggia di San Diego
Siamo sulla OCEAN BEACH ATHLETIC AREA, foto di rito e partenza verso MISSION VALLEY per trovare un hotel meno caro di quelli in centro città. Pedaliamo prima su ciclabile, poi sempre su bike lane (le corsie dedicate alle bici) fino al DAYS INN DI MISSION VALLEY e ceniamo al Del’s Hideout, un posto da barbecue. Oggi abbiamo visto più auto dalla spiaggia all’hotel che in tutto il viaggio in Sud America :-(. Qui il traffico non mi ha disturbato come sulla Ruta 3 alla fine della Terra del Fuoco, ma mi dava fastidio in generale. Capisco sempre più Jaime, il giornalista cileno che avevamo conosciuto sulla Carretera e che si è ritirato nel suo Rifugio Chinook. Domani vedremo di fare qualche chilometro in più per allontanarci da San Diego ed entrare un po’ di più nella natura. La sera diluvia, bella lavata per i 50 metri da fare tra hotel e ristorante.
22 MARZO – ALPINE Distanza: 50 Km (79) Dislivello: 966 (1127) Meteo: 🌥️
Questa mattina non piove e c’è un po’ più di sole. La partenza non è delle migliori, pedalare con il traffico è mentalmente difficile, anche se avremo una bike lane tutto il giorno. Dopo un po’ entriamo nel MISSION TRAIL REGIONAL PARK, sarà l’unico bello spot di tutta la giornata. Oggi non ho fatto nemmeno una foto. Cosa dobbiamo fotografare? Centri commerciali? Per arrivare a dove dormiremo passiamo dal CASINÒ OUTLET VIEJAS che dovrebbe essere una gestione dei nativi americani; poi, poco dopo, si gira a sinistra per l’unico campeggio della zona, il MA TAR AWA VIEJAS. L’accoglienza è ottima, il posto tenda è vicino al blocco sanitario (in condizioni di igiene discutibili, ma almeno con acqua calda). Posto tenda per ciclisti gratis, il campeggio ha un negozietto e così posso cenare con una birra. Fa piuttosto freddo e per questa notte e domani è prevista pioggia.
23 MARZO – PINE VALLEY Distanza: 26 Km (105) Dislivello: 689 (1816) Meteo: 🌥️
Piovuto di notte, colazione sulla panchina delle toilette, perché è meglio qui che sotto un albero che gocciola e con un tavolo bagnato, quando partiamo ricomincia a piovere. Abbiamo circa 3-4 km in piano prima che cominci a piovere piuttosto forte, finisca l’asfalto e cominci la salita. Non siamo sul ripio cileno, ma la strada sterrata è molto bagnata e le gomme da 40 mm sono meno stabili di quelle da 58; se fosse secco sarebbe una favola. Ci supera un tizio di corsa, che vergogna! A DESCANSO, dopo 7 km di salita, ci fermiamo in un supermercatino per un caffè caldo, fa freddo, siamo tra i 5 e i 7 ° e siamo bagnati. Where are you from? Not a good day to ride by bicycle! Stay safe! Sono le parole del proprietario quando andiamo a pagare. Come disse qualcuno, gli americani sono sempre gentili, ma fatti sempre vedere ed annunciati quando entri in una proprietà privata.
La salita da Alpine a Descanso
Continua a piovere e a PINE VALLEY Manu mi chiede se sono d’accordo di fermarci qui. Sono solo le 13, abbiamo fatto solo 25 km, ma diciamo: Basta! Non siamo in gara, non ci insegue nessuno. Troviamo il motel PINE INN. Non è male, ma non offrono nulla, niente caffè, niente appendini, nemmeno un gancio sul muro e noi ci adattiamo come sempre con il nostro cordino per stendere la roba bagnata. Pomeriggio a pianificare le prossime tappe, quindi passiamo al market per comprare una pasta con polpettine per Manuela e due mini-pizze per me. Cottura al microonde in camera e chissenefrega del ristorante! Domani non sembra debba piovere, speriamo, la meteo iniziale di questo viaggio fa c***are.
Siamo tornati a casa dalla Fin del mundo il 26 febbraio, guardando l’inverno da casa nostra non è come quando nostra figlia era piccola e ci accontentavamo di una settimana negli All Inclusive dei Caraibi, questa volta abbiamo appena terminato uno dei più bei viaggi della nostra vita e vorremmo già ripartire.
Un’offerta inaspettata di un ottimo prezzo per un biglietto aereo da Montréal a San Diego, ci obbliga a lavare le nostre bici in cantina, inscatolarle e rimontarle all’interno dell’aeroporto della città californiana per affrontare la seconda parte del Southern Tier e completare il nostro coast-to-coast USA iniziato l’anno scorso da Orlando (FL) ed interrotto a Houston (TX) per ripartire con nostra figlia verso il Perù.
Visto il cielo uggioso, Manuela vorrebbe rimanere nel letto, a fatica si alza e si prepara per la colazione. Abbiamo fatto più di 2.300 km senza una sola foratura, ma dopo nemmeno 10 km dalla partenza, la mia gomma posteriore è a terra, per fortuna ha appena smesso di piovigginare ed in una ventina di minuti riusciamo a ripartire.
L’unica foratura del viaggio a 90 km dalla fine
Prima della salita al Paso Garibaldi, ultimo colle prima di arrivare a Ushuaia, ci fermiamo in un locale sulle rive del Lago Escondido per il consueto caffè con dolce di metà mattina. Nell’entrare la visione di un cordero che sta abbrustolendo sul classico BBQ patagonico; metterlo a cuocere vicino all’entrata del locale è una violenza psicologica nei confronti di due poveri ciclisti perennemente affamati.
BBQ
Chiacchierando con la proprietaria, potremmo piantare gratuitamente la tenda nel giardino ed assaporarci un bel piatto di carne per la cena, ma oggi non siamo propensi a dormire per terra all’umido, quindi paghiamo, salutiamo e rimontiamo in sella. I tornanti verso il passo non sono difficili come avevamo sentito dire ed arriviamo rapidamente alla brutta costruzione del mirador che offre una incredibile vista sul lago che abbiamo appena costeggiato. Grande discesa ininterrotta di 7-8 km e poi altri 20 km di mini salite e lunghe discese, la Tierra del Fuego ha voluto farci questo regalo per l’ultimo tratto di strada da percorrere.
Lago Escondido
Nel tardo pomeriggio eccoci all’ingresso di Ushuaia, appoggiamo le bici al muro della colonna con il nome della città, sosta obbligatoria per la foto ricordo.
Arrivati ad Ushuaia
Dopo 36 giorni siamo arrivati alla Fin del Mundo. La seconda foto sarà davanti al famoso cartello ufficiale “Fin del Mundo”, una consuetudine per i turisti che arrivano qui. Altra tappa di rito passare all’ufficio turistico per farsi timbrare il passaporto, come dei bambini scegliamo tra il timbro con i pinguini o con il nome della città.
Ed anche noi siamo arrivati!!!
Disquisizioni filosofiche – Garibaldi a Ushuaia?
Che ci fa un Paso Garibaldi alla fine del mondo? Non si tratta del “nostro” Giuseppe nazionale, ma bensì Luis Garibaldi Honte, colui che trovò il passaggio per poter costruire la strada. L’aneddoto è facilmente reperibile su internet.
Mirador al Paso Garibaldi
19 febbraio – Ushuaia
Dopo una laboriosa ricerca, troviamo un bilocale carino e pulitissimo al Rincon del Beagle, corredato anche di lavatrice per eliminare lo sgradevole odore di vissuto, nostro compagno di viaggio fisso, un vero lusso. Riusciremo anche ad organizzare una cena “a casa nostra” con Carlo e Fabio. Grazie all’abilità culinaria di Fabio, condivideremo un eccellente spaghetti aglio, olio e peperoncino. Domani andremo alla fine della Ruta 3, dopodomani viaggio in bus, poi giornata di sosta a Punta Arenas, volo su Santiago e finalmente volo a casa via Houston, Toronto. Sarà un ritorno piuttosto lungo e tortuoso, ma in compagnia di magnifici ricordi.
Questo viaggio non poteva considerarsi terminato senza aver visitato il Parque Tierra del Fuego ed un luogo che Manuela sognava dall’epoca delle scuole elementari. Usciti dalla città con le bici scariche dopo circa 10 km arriviamo all’ingresso del parco. Il guardiaparco controlla il biglietto, verifica che abbiamo il casco (obbligatorio all’ interno del parco) e ci chiede se siamo italiani: “Siiii” e lui ci racconta che ha vissuto per anni vicino a Bergamo. Quando ce ne andiamo, ci saluta esclamando un bel “Pota!” Pedalando su un bel ripio (porca zozza, solo alla fine lo troviamo bello?) arriviamo fino alla Bahía Lapataia, poi l’Ensenada Zaratiegui dove si trova un ufficio del Correo Argentino, la Unidad Postal del Fin del Mundo. Purtroppo è chiuso causa festività, ma Manuela può finalmente fare la foto che aveva visto sul suo sussidiario delle elementari quando si promise che un giorno sarebbe andata in quel posto: il suo sogno è stato esaudito.
L’ufficio postale più a Sud del mondo
Per evitare ai frequentatori del campo da golf più a sud del mondo di respirare troppa polvere, alcuni chilometri di ripio sono stati bagnati. Questa gentilezza fatta ad alcuni, è sinonimo di fango per altri e ci ritroviamo le bici completamente inzaccherate. La fortuna vuole che una coppia sta lavando le proprie auto con un’idropulitrice davanti a casa loro. Manuela mi provoca dicendo che se fosse sfrontata come suo marito chiederebbe ai due di poter lavare i nostri preziosi mezzi. Detto, fatto! La gentilezza di queste persone è tale che la risposta è affermativa e noi ripartiamo con le biciclette pulite. L’operazione sarà un’idea eccellente, poiché un solerte agente dei servizi doganali canadesi qualche giorno dopo ci fermerà per controllare se le nostre biciclette hanno residui di terra sulle ruote. Sapesse che avventure hanno vissuto queste biciclette…
21-26 febbraio – USHUAIA – QUÉBEC
E con oggi si comincia la fase di rientro. Un’ ultima passeggiata in centro per trovare un paio di souvenir per la nostra Princess, una visita da Carlo e Fabio per un brindisi, anche se siamo d’accordo che li raggiungeremo nel loro hostal di Punta Arenas il giorno successivo. Neza e Stephan ci invitano a prendere un caffè, ci raccontano del loro tentativo di raggiungere Ushuaia da Rio Grande seguendo una strada alternativa più “wild” rispetto alla Ruta 3; il tentativo è fallito, la polizia li ha mandati indietro a causa di lavori sulla strada.
…E non è finita qui…
Varie
Cose positive
La Carretera Austral, magnifica e varia dall’inizio alla fine, con i suoi colori, il cielo stellato, la flora e la fauna, le montagne ed i corsi d’acqua, ed in particolare la Laguna del desierto
I ciclisti che abbiamo incontrato: Mirna e Juan (argentini), i tre parigini di cui non abbiamo il nome, Nicolas e Morgan di Parigi, Neza (slovena) e Stephan (tedesco), Carlo (fiorentino) e Fabio (leccese), Stein (belga), Yvonne e la sua amica (olandesi), Christian (cileno), Marcelo ed il suo amico (cileni di Santiago), i cinque bolzanini ed i quattro spagnoli.
Gli “albergatori” di Villa Tehuelches, Jaime il giornalista e i padroni dell’hostal di Tolhouin, nonché i primi Patricia e José di Puerto Montt.
La gentilezza del popolo cileno e argentino.
La ruta 7 tra El Cerrito e Tapi Aike i 70 km “più peggio” della nostra vita.
Il vento in coda che ci spinge anche in salita.
Cose negative
La megera che non ci ha venduto le uova con 50 galline che razzolavano davanti a casa.
La ruta 7 tra El Cerrito e Tapi Aike i 70 km “più peggio” della nostra vita.
Il vento contro a El Calafate che ci ha obbligato ad imbrogliare per 10 km facendo autostop.
Il traffico della ruta 3, dopo un mese di quasi silenzio non siamo più abituati al casino delle auto.
Dopo soli 5-6 km arriviamo al molo di Tres Puentes da dove partono i traghetti che attraversano i 40 km di stretto. Per pedoni e biciclette non c’è bisogno di prenotazione ed acquistati i biglietti in pochi minuti saliamo a bordo. Sulle poltrone del salone passeggeri ecco ritrovati Carlo, Fabio ed anche Neza con Stephan. La traversata dura un paio di ore per entrare finalmente nella parte finale del nostro viaggio: la Tierra del Fuego.
Verso lo stretto di Magellano
Siamo a Porvenir, come scendiamo siamo accolti dal solito vento contrario e partiamo alla ricerca di un posto per passare la notte. C’è chi ha già prenotato e chi, come noi, comincia dal primo hostal trovato su Google Map, ci fermiamo all’Hospedaje Shinka e c’è una camera libera, come al solito gente gentilissima che ti fa sentire a casa.
I fuegini a PorvenirFerry sullo strettoBienvenidos a la Tierra del FuegoPorvenir
Oggi sarebbe di riposo perché domani si ripartirà per affrontare gli ultimi 450 km. Dopo una lunga passeggiata fotografica, ci tocca una seconda lunga camminata alla ricerca del ristorante; dopo un paio di posti con “speciale serata San Valentino”, un posto completo, uno che non troviamo e un altro chiuso, arriviamo al Ristorante Puerto Montt. Il posto è al completo, ma chi vediamo? Carlo e Fabio che ci invitano al loro tavolo per farci passare una piacevole serata in compagnia e salvandoci così da un frustrante ritorno in camera senza cena. Buon San Valentino!
Brutto risveglio, più che stanchezza fisica è stanchezza psicologica e voglia di starsene a letto fino a tardi, sono già 36 giorni che siamo in giro e forse avremmo bisogno di una vera pausa relax più lunga. Fuori fa freddo, ci saranno circa 5° ed il cielo è grigio, molto grigio, pioggia in vista?
Sulla Bahia Inútil
Usciti dal paese, non c’è proprio più nulla, dopo 12 km arriviamo sul ripio, che proprio non ci mancava e che ci accompagnerà fino al bivio per il Parque Pingüino Rey. Pedaliamo svogliatamente, siamo superati prima da Carlo e Fabio e poi da Neza e Stephan. Dopo una trentina di chilometri comincia a piovere, io e Manuela saremo gli unici a vestirsi, gli altri quattro non conoscono la nostra tattica scaramantica, quando noi ci vestiamo per un temporale incerto, smette subito di piovere, infatti porteremo fortuna al gruppo: il sole ci accompagnerà fino a tardo pomeriggio quando potremo osservare un magnifico tramonto. Siamo sulla Bahia Inútil, il panorama è come un dipinto a pastello con i colori delle nuvole, cielo, acqua e terra. Sulla riva in lontananza si scorgono delle baracche di pescatori semi-diroccate, vediamo le bici sloveno-tedesce appoggiate ad una di queste, ogni coppia segue il suo ritmo, le sue pause ed ha il suo modo per appropriarsi del paesaggio.
Il bus di CarlosLa Bahia InútilSulla strada verso San Sebastián Fabio, Carlo, Francesco, Neza, Manuela sulla Bahia Inútil (Foto di Stephan)
In lontananza un autobus sgangherato parcheggiato vicino a delle baracche in lamiera, ci sono già le bici di Carlo e Fabio che ci fanno segno di fermarci; nell’autobus vediamo pile di vestiti ben piegati ed accatastati sui sedili, altri sedili sono pieni di libri. Vicino al posto del guidatore c’è una cucina a gas e, per terra, due sacchi di cibo per gatti. È il bus-casa di Carlos, un pescatore di 73 anni che vive qui in solitudine. Carlos offre a tutti un caffè e dei crackers, nella zona non mi sembra di aver visto molte sorgenti d’acqua, quindi non bisognerà essere troppo schizzinosi. Con fierezza ci mostra anche un enorme salmone appena pescato. Quando ripartiamo e chiediamo cosa gli dobbiamo, non vuole assolutamente essere pagato e la cosa ci imbarazza, ma ricordando un racconto di altri cicloturisti, gli offriamo le nostre due banane. Vivendo ad una cinquantina di chilometri dal primo centro abitato, immaginiamo che per lui sia difficile procurarsi frutta fresca. Inizialmente rifiuta perché non vuole farci restare senza, ma con un’innocente bugia, dicendo che ne abbiamo altre, le accetta con un grande sorriso. Si dovrebbe riflettere su come certa gente che non ha nulla, sia più generosa di chi ha tutto.
Quando arriviamo ad un bivio verso i 50 km, vediamo in lontananza Neza e Stephan che stanno ripartendo salutandoci e ci diamo il cambio nel rifugio per una veloce pausa rifornimento di energia. Il ripio peggiora, ma il vento comincia ad aumentare ed essere nella direzione giusta. Al km 98 da un lato ricomincia la strada pavimentata e dall’altro la strada che si dirige verso ua pinguinera. Nel solito rifugio al bivio riecco Neza e Stephan che stanno decidendo se girare a destra o andare diritti verso la frontiera di Paso San Sebastián. Visitare la pinguinera sarebbe bello, ma dopo una veloce ricerca su Internet, scopriamo che l’ingresso è solo su prenotazione e che il posto chiude tra non molto, vogliamo rischiare?
Fermate d’autobus, protezione anti-vento e pioggia, sala da pranzo viandanti…
Le due signore vorrebbero dormire qui e riprovare la visita ai pinguini domani mattina, i due maschietti vorrebbero approfittare del vento portante e percorrere gli ultimi 40 km di strada asfaltata prima del buio. L’ idea di dormire in un bel letto sognando i pinguini sta facendo breccia nella volontà delle due ribelli, si riparte, con il vento che ci regala un’ottima andatura per arrivare alla frontiera cilena nei pressi della quale c’è l’Hostaria la Frontera. Qui le camere sono spartane, con bagno in comune, la corrente elettrica è accesa solo dalle 19 alle 23, ma dormire in un vero letto è sempre meglio che dormire in un rifugio sulla strada.
Verso San Sebastián
Verso le 22 siamo quasi tra le braccia di Morfeo quando sentiamo le voci familiari di Carlo e Fabio che, lottando contro il vento e le recinzioni, erano andati fino alla pinguinera. Non avendo trovato un posto idoneo per dormire e riflettendo su dove fermarsi sono arrivati qui.
Disquisizioni filosofiche – Gli shelter sulla strada
Una nota di disgusto su questi rifugi e sulle persone che li vandalizzano. Per motivi di sicurezza, ogni tot chilometri, il governo ha costruito a bordo strada delle baracche costituite da una sola stanzina con una panca, una finestra, riparato dalla vista un WC secco ed un piccolo soppalco che potrebbe ospitare 2-4 sacchi letto. Viaggiando nella desolazione della Patagonia, questi rifugi sono provvidenziali per chi vuole fare una pausa, preso dal maltempo o semplicemente per passarci la notte. Invece cosa succede? Che spesso alcuni incivili spaccano i vetri, lasciano sacchetti di immondizia per non dire i propri bisogni intestinali. Alcuni rifugi diventano impraticabili.
Giornata fresca, ma che inizia senza una nuvola in cielo, appena fuori dall’albergo ci si deve fermare alla dogana cilena per avere il timbro di uscita dal paese, una sola domanda: “Bicicletas?” Nostra risposta: “Si”. Il doganiere: “Pasa. Suerte!”
Pedaliamo nella solita prateria, immensa, recintata, bella, desolata; una volpe ci guarda da bordo strada, centinaia di pecore alzano lo sguardo quando passiamo e poi continuano a brucare, sembra far parte del paesaggio. Arriviamo alla frontiera argentina e passati i controlli, subito una sosta al caffè vicino e nell’ arco di pochi minuti ci troviamo sia con Neza e Stephan, che con Carlo e Fabio. Si approfitta del WiFi per trovare una sistemazione per la notte.
La ruta 3 per Rio Grande in compagnia
Stranamente, Carlo e Fabio restano indietro fino a quando siamo raggiunti da un solitario Carlo che ci spiega che Fabio non si sente bene e un pickup della Polizia gentilmente gli ha dato un passaggio fino a Rio Grande. Pedaliamo un po’ con Carlo, poi ognuno riprende i propri ritmi di soste per mangiare o per incontri casuali con gente del posto, e lo rivedremo ad una quindicina di chilometri dall’arrivo.
Il vento è contrario, non molto forte, ma comunque estremamente fastidioso. Quando ci immettiamo sulla Ruta 3, la strada che collega Buenos Aires a Ushuaia, il traffico di camion aumenta ed il paesaggio cambia, in peggio direi. Nonostante ogni tanto si intraveda l’oceano, incrociamo gli ingressi ai pozzi petroliferi e agli impianti di estrazione del gas, purtroppo in Patagonia non ci sono solo le immagini da cartolina dei giorni scorsi. Ci dirigiamo all’Echo Hotel, quando il concetto di ecologico significa ” molto di base”, ma per una notte e per due ciclisti stanchi va sempre bene, la mattina successiva ci ritroveremo per colazione una montagna di gustosissimi croissants. La chicca della serata è l’ennesima avventura con la rubinetteria del sud America; Manuela inizia a farsi la doccia, ma dopo 2-3 minuti di acqua calda nemmeno l’ombra, la cosa è sospetta, vado alla reception e chiedo delucidazioni, la risposta è semplice: “Andiamo subito a connetterla”. Domani penultima tappa, non dovrebbe essere difficile nonostante i 110 km, sempre che il vento non ci si metta di mezzo.
Usciamo dalla città, Rio Grande è stato un posto da dimenticare, una grande zona industriale con qualche brutto quartiere residenziale, in grande contrasto a ciò a cui ci eravamo abituati abbiamo nelle settimane precedenti. Sempre sulla Ruta 3 si continua verso sud, il panorama è ritornato solitario e naturale con abbondanza di guanachi e pecore da entrambi i lati della strada quasi in piano. Alcuni rapaci appollaiati sulle recinzioni ci osservano. Oggi incrociamo solo un giovane ciclista sudamericano diretto in Messico, vuole fare un selfie assieme a noi che ci invierà la sera stessa come ricordo.
Dopo 40 km piatti si comincia con qualche salitella, poi tanti su e giù ed alla fine saranno altri 600 metri di dislivello da aggiungere al totale, il bisogno di smettere di pedalare si sente sempre di più. Quando mancano una ventina di chilometri, anche il sole si fa rivedere, purtroppo non scalda molto e la temperatura resta sempre freddina. Anche per oggi è fatta.
Dormiamo all’Hostel Kau Karskam, abbiamo una bellissima camera da sei persone solo per noi, il bagno è comune, ma c’è solo un’altra cliente. I proprietari sono persone squisite, ancora una volta abbiamo fatto centro con una sistemazione da 5 stelle.
Clienti del Hostel Kau Karskam
Si discute di tutto, Manuela passa un po’ di tempo con loro figlio che sta partendo per Buenos Aires iscritto allo stesso suo programma universitario, io mi intrattengo con la madre. Anche se si parla di banalità è sempre piacevole parlare con persone dal cuore d’oro, di cultura e di ampie vedute. Verso le 21:45 noi saliamo in camera mentre loro si preparano per la cena. Oggi pomeriggio abbiamo visitato la Panaderia La Union, luogo mitico per i viaggiatori, il proprietario, appassionato ciclista ha sempre ospitato i cicloturisti nel retro-bottega e per chi fosse interessato un letto lo si può ancora trovare, per gli altri resta il gusto di una deliziosa sosta zuccherata.
Dopo un buona colazione in cui mangiamo tutto ciò che riusciamo a fagocitare, lasciamo l’albergo salutando la Miss Simpatia alla reception che non è in grado di ricambiare i saluti nemmeno con un falso sorriso. Strano posto, con persone scorbutiche e snob, probabilmente si sentono superiori agli altri avendo clientela danarosa e non solo di poveri ciclisti.
Superato con dispiacere il bivio per le Torres del Paine, anche Manuela si deve arrendere al cattivo tempo e rinunciare alla foto in bici davanti alle torri. Continuando verso sud, ci imbattiamo in un gregge di pecore che blocca la strada e che si dirige in direzione opposta alla nostra, sosta obbligatoria.
Sono scene che oramai si vedono solamente in posti come questo, l’ultimo gregge visto i Italia penso sia stato durante la mia lontana infanzia. La cosa divertente di queste immagini un po’ anacronistiche è la modernità applicata a delle attività antiche e non più comuni come il lavoro dei pastori. Oggi ci passano vicino due ragazzi ed una ragazza a cavallo, vestiti da veri cow-boy, ma con dei giubbotti riflettenti come quelli dei cantieri stradali, uno sta parlando ad un cellulare ed un altro in un walkie-talkie, il gregge è seguito da un pickup e non più da un vecchio carro dei film western, ma il top sono i soliti, intelligentissimi cani pastore.
Ad un fischio del conducente del pickup, cinque cani arrivano di corsa ed uno dopo l’altro saltano nel cassone, solo l’ultimo ha bisogno di essere sollecitato più volte dal suo padrone che alla fine gli porge il piede a mo’ di gradino e lo solleva delicatamente, tutto senza violenza o parole forti. Forse il cane è solo stanco o troppo vecchio per salire con un solo balzo come gli altri, tma tramite questo gesto si percepisce la relazione di fiducia e rispetto tra il pastore ed il cane, ancora oggi fondamentale per questo lavoro. Guardando il cane ed i cavalli penso ai racconti di Coloane su queste regioni, capitoli interi dedicati ai cavalli ed ai cani pastore, magnifici.
Dopo la pausa bucolica, continuiamo verso Puerto Natales, fermandoci all’ingresso della città per un’altra foto di rito, alle dita che sporgono dalla terra, in lontananza il Monte Balmaceda con un ghiacciaio che scende fino a livello del mare, rendendo il panorama sempre più unico. Oggi dormiremo al Hostal Nancy, abbastanza centrale ed accogliente, è il clou della stagione turistica ed è difficile trovare una camera disponibile senza prenotazione. Usciamo per una passeggiata, un po’ di spesa, un caffè con un qualcosa di dolce. Passando in parte ad una pizzeria, leggiamo le note su Google Map e scopriamo che il proprietario è napoletano, il forno è a legna e quindi anche per la cena il locale è già deciso.
Appena immessi sulla strada per Punta Arenas cominciamo con il ritornello della giornata: aria frizzante, vento e salite leggere, ma presenti su tutto il percorso. Dopo pochi chilometri siamo superati da Neza e Stephan che, come al solito, con il loro ritmo veloce spariscono dalla nostra vista in pochi minuti.
Neza e Stephan
Li ritroviamo verso il trentesimo chilometro quando arriva la pioggia che ci obbliga ad indossare sovra-pantaloni e giacca impermeabile; salvati appena in tempo, comincia a piovere abbondantemente. Altra sosta per spogliarci alla fine del temporale ed un piacevole venticello che ci dà una bella spinta da dietro. Oggi non ci saranno molti punti di ristoro, all’Hotel Rubens ci fermiamo per una birra ed un panino; simpatica la scritta appesa vicino all’ingresso di questo posto costruito nel nulla: Aquí abrimos cuando llegamos y cerramos cuando nos vamos. Si usted viene y no estamos es que no nos encontramos. Gracias. (Qui apriamo quando arriviamo e chiudiamo quando partiamo. Se vieni e noi non ci siamo, vuol dire che non ci incontreremo. Grazie).
Il benvenuto all’hotel Rubens
Arriviamo a Morro Chico altra località in mezzo al nulla, più che altro il nome dato ad un incrocio stradale ed un gruppo di forse 5 case con un distributore di benzina. Qui c’è l’unico caffè-ristorante nel quale entriamo per una seconda pausa caffè, chi vi troviamo? Neza e Stephan, che, come ci vedono, con un gran sorriso ci dicono: “Eravamo certi che nell’ arco di dieci minuti sarebbero arrivati anche gli italiani”. È da Tapi Aike che noi e loro ci rincorriamo ai pochi punti di sosta reperibili; altro arrivo è quello di Christian, il cileno solitario che avevamo conosciuto a Laguna del Desierto e poi incrociato oggi mentre pranzava comodamente seduto in una fermata d’autobus. Questo è il cicloturismo dei grandi itinerari, che ti fa apprezzare ogni piccolo incontro. Si riparte, prima Neza e Stephan, poi noi e quindi sarà la volta di Christian. Purtroppo, a breve una grande curva a destra con netto cambio di direzione ci farà pedalare gli ultimi 50 chilometri con vento laterale; fortunatamente le pendenze dell’ultima parte della giornata non superano mai il 4%. Arrivati quasi a destinazione, vediamo due biciclette per terra e due individui sdraiati in una piazzola di sosta, sono ancora Neza e Stephan che per ripararsi dal vento, si sono messi al riparo di un minuscolo rialzo del terreno che non supera i 40 cm.
Ogni riparo è buono per una sosta senza vento
Pausa cioccolato e pausa vento anche per noi, oggi i chilometri saranno 146 e sarà la tappa più lunga del nostro viaggio.
Incontri patagonici
Villa Tehuelches, un villaggetto di 150 abitanti, è la meta finale per oggi. Al bivio usciamo e ci fermiamo alla prima casa a chiedere dove si possa trovare un alloggio “Qui!”, ci risponde la padrona di casa. Oggi saremo ospiti di una coppia che ha deciso di aprire un B&B direttamente in casa propria, la nostra camera avrà accesso dalla loro sala, la loro camera accanto alla cucina ed il bagno sarà in comune. Un’accoglienza più famigliare di questa è impossibile averla, magari poca privacy, però tanta gentilezza da parte di questi fuegini.
Hostal Tierra de Tehuelches
Questa sera, ceneremo sul tavolo della cucina e sarà l’ennesima piacevole serata in compagnia di gente gentilissima che fa di tutto per farti stare bene. Discuteremo delle solite storie della vita, noi gli facciamo molte domande perché siamo curiosi di come passano le giornate nel sud del mondo persi nel nulla. Il marito, oggi in pensione, era barman su navi da crociera e quindi la conversazione è più facile potendo usare un po’ di inglese. È anche un eccellente falegname e sta costruendo delle cabañas in fondo al giardino per migliorare il servizio di ospitalità. Offriranno anche uno spazio tenda rustico a Neza e Stephan, giusto sotto la finestra della nostra camera. La nostra sosta nell’hostal Tierra de Tehuelches sarà un altro dei molti bei ricordi della Patagonia.
Mentre facciamo colazione con il nostro ospite (la moglie sta ancora dormendo) verso le 8 continuiamo le discussioni inutili sulla vita in Patagonia. La nostra curiosità è volta ai pecorari: cosa fanno durante l’anno? In gennaio devono tosare tutte le pecore, poi a turno nei mesi seguenti, per evitare malattie, si taglia la lana solo intorno agli occhi, poi quella del posteriore, poi si pulisce in mezzo alle zampe. Dove sono, che non li vediamo mai? Non li vediamo semplicemente perché ogni estancia ha migliaia di ettari di pascolo e loro girano a radunare le pecore per i lavori da eseguire.
Cominciando il va e vieni dalla camera per preparare le bici, parliamo con Neza che ci dice di essere stanca, ma quando i due partono spariscono come dei razzi e li incroceremo più tardi alla sosta caffè nell’unico distributore di Los latas. Sembra che tutti e quattro facciamo apposta, ma se su 100 km di strada, la possibile sosta è un solo distributore a metà strada e la velocità dei ciclisti è abbastanza simile, la casualità non è proprio tale. Seconda parte del percorso con pendenze lievi (max 3%), siamo ancora stanchi da ieri e fare 100 km dopo averne percorsi 150 il giorno precedente, non è facile.
Ci avviciniamo a Punta Arenas, una città di circa 130.000 abitanti, già ad una trentina di chilometri dalla città entriamo nella zona industriale, i capannoni si infittiscono ed il traffico aumenta. È più di un mese che pedaliamo quasi nel silenzio assoluto e questo traffico, pur essendo ben lontano da quello della Milano – Bergamo, ci infastidisce.
Arriviamo finalmente all’Hostal Victoria, posto piacevole, cucina a disposizione, vicino a ristoranti e supermercato; tutto quello che ci serve, anche se la città è tutt’altro che bella. Considerando le future tappe che saranno molto probabilmente non facili, decidiamo di attraversare lo stretto di Magellano domani mattina, sbarcare a Porvenir, la prima cittadina in Terra del Fuoco, e non fare nulla per potersi riposare.
Partenza alle 8 con vento laterale. Dopo una ventina di chilometri il primo incontro della giornata è con un camminatore solitario che sta andando a Buenos Aires…auguri y suerte… Arriviamo al già conosciuto incrocio per El Chaltén e ci immettiamo sulla Ruta 40 in direzione sud, il vento sta già aumentando, ma è sempre molto pedalabile.
Sulla Cuesta de Miguez
Il paesaggio è desertico, il traffico ridotto, non fa caldo e stiamo benissimo. Dopo 50 km comincia la Cuesta de Miguez, una salita di circa 10 km, con pendenze massime del 9% e media sul 3-5%, il vento fortunatamente lo abbiamo a ore 8.
Arrivati agevolmente in cima, fatichiamo non poco a restare in piedi per fare una fotografia, le raffiche sono talmente intense che abbiamo problemi di equilibrio, Manuela se ne va immediatamente dopo aver rischiato di cadere almeno 2-3 volte. Girando sull’ultimo tornante ci ritroviamo con un vento fortissimo alle spalle, comincia una leggera discesa in un ambiente desertico e ci sono più guanachi che auto. Scopriamo il piacere della bicicletta eolica: siamo su una pendenza che varia dallo 0% al -2%, ci basta sollevare i piedi da terra che il vento ci spinge a velocità variabili tra i 30 ed i 50 km/h, superiamo i 20 km/h anche sulle brevi salite!
VersoEl Cerrito
È quasi mezzogiorno, vorremmo mangiare, ma fino ad ora non abbiamo trovato alcun riparo; sulla sinistra scorgiamo un cancello, un pickup parcheggiato vicino ad una baracca da cantiere, ci fermiamo e chiediamo se possiamo restare a ridosso del muro sottovento. Gli operai ci invitano ad entrare, ci offrono tavolo, sedie ed acqua. Appena sentono la parola caffè, ci accendono il fornello e ci offrono due tazze di Nescafé caldo, un vero servizio a cinque stelle. I due ci raccontano che sono di guardia all’ingresso di un impianto per l’estrazione del gas; fanno turni di guardia di 12 ore a testa per 14 giorni consecutivi, poi 7 giorni di riposo a casa. Che vita! Quando ce ne andiamo, ci sentiamo in dovere di regalare qualche cosa, sarà una confezione di biscotti Oreo, almeno avranno un dolce diverso per la cena. Uscendo dalla baracca avevamo dimenticato l’effetto vento, Manuela quasi si schianta a causa di una folata. Saliamo in bici e appena tornati sull’asfalto, alziamo i piedi e via a 30 km/h di media senza una sola pedalata. Arriviamo velocemente a El Cerrito un incrocio tra la Ruta 40 e la Ruta 7, suoniamo alla porta del fabbricato appartenente alla AGVP (Administración General De Vialidad Provincial) per chiedere dove poter mettere la tenda e un po’ di acqua potabile, un operaio ci rifornisce del necessario. Siamo i primi ad arrivare nel magnifico “posto tenda dietro un muro” ed avremo la fortuna di scegliere la zona più riparata, il lusso di oggi è che avremo anche il WiFi gratuito.
El Cerrito
Non abbiamo ancora finito di montare la tenda che arriva un romano in compagnia di due francesi, poi sarà la volta di un ciclista solitario che arriva dall’isola di Jersey e quindi di una coppia europea sulla trentina. Per fortuna siamo stati veloci, la scelta del vecchio rompiballe che vuole partire presto si è rivelata azzeccata. Cena con noodles cinesi ed un mezzo pacchetto di biscotti, quasi da ristorante 3 Stelle Michelin.
Oggi la sveglia suona alle 5, all’apertura della tenda ci accoglie una magnifica alba. Vista l’ora decidiamo di spostarci sotto il portico dell’AGVP per non disturbare i nostri vicini e sfruttare lo sfiato d’aria calda di una stufa per scaldarci. Per la tappa di oggi dobbiamo scegliere tra la Ruta 7 totalmente in ripio e con commenti poco rassicuranti oppure un giro di 150 km verso Esperanza fattibile in due tappe. Oggi ci sentiamo coraggiosi e optiamo per l’avventura sul ripio, quando partiamo alle 6:45 il tempo è magnifico e l’aria frizzante. Superiamo la classica griglia anti-passaggio bestiame in parte alla quale dei simpaticoni hanno fissato un fantoccio, una sorta di zombie-lebbroso che ci guarda da dietro un paio di occhiali da sole arancio. Inizia la lunga giornata verso Tapi Aike, dopo lo zombie ed il deserto che si presenta davanti a noi, ci manca solo un cartello : Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate.
L’inizio della Ruta 7
Il sole sta sorgendo, la luce è fantastica, il ripio sembra discreto e continuiamo a pensare che forse i commenti siano vecchi e la strada sia stata migliorata. Vero che siamo in leggerissima discesa, ma riusciamo comunque a restare tra i 15 ed i 20 km/h, dov’è il problema? Per fortuna non abbiamo fatto il giro lungo… sarà vero?
Il nulla
Mentre gongoliamo come due idioti, ecco che la festa finisce, dopo solamente dieci chilometri si comincia con una discesa che facciamo a meno 10 km/h per evitare di distruggere bici, bagagli e ciclisti. Siamo su una striscia di terra, mista a ghiaia e sassi della dimensione di palline da tennis, una strada impedalabile, siamo partiti circa un mese fa, abbiamo trovato ripio in condizioni da discrete a brutte, ma oggi stiamo percorrendo il peggior tratto di strada della nostra vita, la nostra media è scesa a 8-10 km/h. A fine giornata saremo sempre sicuri che ne valesse la pena passare su questa orribile e schifosa parte di strada?
Alla fine, quando arriveremo sull’asfalto, avremo contato nove veicoli in una sessantina di chilometri, avremo visto un panorama magnifico, pedalato a pochi metri da guanachi e nandù e, poco prima di Tapi Aike, potremo osservare un laghetto pieno di fenicotteri rosa.
Se fossimo passati da Esperanza tutto ciò non l’avremmo sicuramente visto. Credo che la scelta sia stata quella giusta, nonostante i 65 km percorsi in quasi 7 ore.
Arriviamo così ad un’altra stazione AGVP che divide il fabbricato con una stazione di Polizia, il custode ci accompagna dietro e ci indica il posto in cui montare la tenda, ancora una volta siamo i primi ed abbiamo il diritto alla prima scelta. Questo posto è un po’ meno sgarrupato di quello della scorsa notte, ma sempre pieno di rottami e schifezze varie. Appena installati arriva una coppia, francese-messicana e, subito dopo, i due trentenni tedesco-sloveni Stephan e Neza. Non avevo capito bene quanto ci dicesse il custode dell’AGVP, che parlava con uno spagnolo molto stretto, magrazie alla spiegazione del ragazzo tedesco vengo a sapere che la Polizia ci permette di usare il loro cucinino con lavandino con acqua corrente e cucina a gas.
La cucina del posto di Polizia argentina a Tapi Aike
Avviso subito Manuela e prendiamo tutte le nostre carabattole dirigendoci in questo magnifico luogo da favola, meglio che trovarsi nella cucina di Bottura. Possiamo quindi preparare la nostra cenetta a base di pasta in bianco nell’intimità di un cucinino ben riscaldato al posto di Polizia di Tapi Aike, Provincia di Santa Cruz – Argentina. Possiamo anche lavarci denti e faccia tranquillamente e con acqua calda, un lusso da cinque stelle totalmente gratuito.
Oggi, la fortuna di fare colazione al caldo della cucina permette a Manu di riavviare il motore un po’ più agevolmente e senza troppi improperi. Alle 8 siamo in strada ed il vento tira abbastanza dalla parte giusta, siamo sulla Ruta 40 per una quarantina di chilometri e non ci sembra vero, dopo lo schifo di ieri.
Non ci facciamo imbrogliare dal primo bivio che ci indica il GPS e che allungherebbe la parte di ripio, preferiamo qualche chilometro in più sulla 40, ma avremo più strada asfaltata. Al secondo bivio, giriamo a destra su una strada sterrata e, dopo 6-7 km, arriviamo alla dogana argentina dove troviamo una fila piuttosto lunga all’ufficio passaporti. Naturalmente, due ciclisti puzzolenti e impolverati sono oggetto di curiosità per i turisti che arrivano dal Cile o vi devono entrare; le solite domande, le solite risposte, qualcuno scatta foto alle nostre bici. Pedaliamo ancora per qualche chilometro e finalmente il cartello BIENVENIDOS A CHILE ci accoglie con una magnifica strada pavimentata di fresco che ci accompagna fino alla dogana cilena distante solo qualche minuto.
Villa Cerro Castillo
Timbro del passaporto allo sportello della Polizia, sosta infinita allo sportello della dogana, con una zia truccatissima con unghie che quasi le impediscono di scrivere per dichiarare le nostre biciclette (marca, colore, diametro ruote, ecc.). Vedo arrivare Stephan dal secondo doganiere che se ne va rapidamente, avrà trovato un funzionario meno zelante che non gli ha passato allo scan le borse della bici.
Prima di tornare in Cile, non avevamo pensato ai controlli del ministero dell’agricoltura e quindi per non buttali nella spazzatura, ci dobbiamo mangiare carote, mela e pesca: niente prodotti alimentari freschi tra Argentina e Cile. Finalmente liberi, entriamo in paese a cercare un alloggio; Villa Cerro Castillo non offre molto, questo paesino è un posto di passaggio per entrare nel parco Torres del Paine, ma per dei cicloturusti una tappa per la notte e per il rifornimento cibo. O andiamo ad accamparci ancora nel nulla oppure dobbiamo accettare di pagare una bella cifra in uno dei due soli hotel, scegliamo quello più in centro l’Hotel ovejero patagonico. Al nostro arrivo chi troviamo comodamente seduto nelle poltrone della hall a bersi una birra? Neza e Stephan che pernotteranno anche loro qui. L’hotel è molto caro per gli standard di spesa trovati fino ad oggi, ma almeno è molto bello ed offre un buon servizio. I titolari sono anche i padroni di un negozio di souvenir che fa anche da Casa de cambio e naturalmente ci giocano molto sul tasso della valuta straniera, la mancanza di concorrenza e la vicinanza del conosciutissimo parco permettono questa mafia di bassa lega. Dovremmo restare tre giorni nella zona del Paine, ma il meteo non promette nulla di buono: pioggia garantita sempre! Io dico chiaramente che non ho voglia di passare tre giorni senza vedere nulla, dormire in campeggio sotto l’ acqua e pedalare sul ripio infangandoci dalla testa ai piedi, Manuela è più dell’idea di rischiarla. Il mio ricordo del giro fatto sotto le Torri venticinque anni fa mi basta, ma non voglio essere quello che rovina sempre tutto, in fondo di acqua ne abbiamo già presa e, sicuramente ne prenderemo ancora, lascio quindi a lei la decisione finale.
Meteo: ☀️ Distanza: 109 km (1.340) Dislivello: 558 m (17.630) Ripio: 0 R (609)
Verso l’Argentina cielo azzurro, mentre sopra le nostre teste dei grossi nuvoloni passano veloci lungo la catena di montagne che sovrasta El Chaltén. Non abbiamo voglia di farci una scarpinata di tre ore per non vedere nulla, a malincuore, decidiamo quindi di ripartire subito ripromettendoci di andare in pellegrinaggio al Cerro Torre nella nostra prossima vita terrena. Per la colazione ci dirigiamo alla migliore panaderia della cittadina, la Panaderia Banneton; la sosta è molto apprezzata dalle nostre bocche desiderose di qualcosa di goloso dopo un mese di viaggio. Quando paghiamo ed elenchiamo ciò che abbiamo mangiato, il ragazzo alla cassa vede che siamo in due e ci chiede se siamo sicuri che sia il nostro ordine; ridendo, la nostra risposta è: “Arriviamo dal Cile in bicicletta, abbiamo pedalato per oltre mille chilometri, siamo autorizzati a mangiare tutta questa roba?” Ovviamente si mette a ridere. Bye bye El Chaltén, si ricomincia a pedalare su un magnifico asfalto che ci aiuterà a rilassare le nostre povere articolazioni in direzione di El Calafate, la destinazione che dovremmo raggiungere dopodomani.
Cartello d’ingresso a El Chaltén
I primi 20 km li superiamo con un vento laterale fastidioso; vista l’ora incrociamo poche auto, molti ci incoraggiano. Il panorama è cambiato dagli ultimi giorni, lasciate alle spalle le montagne ci stiamo dirigendo verso i grandi pascoli dell’estremità meridionale della Patagonia che abbandoneremo tra una decina di giorni attraversando lo stretto di Magellano per entrare in Terra del Fuoco.
Il Fitz Roy ci saluta
Ogni tanto ci giriamo per ammirare ancora una volta le mitiche cime vicine al Fitz Roy che continua ad apparire e scomparire tra le nuvole; con tutte le letture fatte in passato riconosco anche la caratteristica base del Cerro Torre, ma dopo quell’unica volta durante il tramonto alla Laguna del Desierto, la montagna non si è più mostrata.
Verso la Ruta 40
Dopo una curva, il vento da laterale passa alle spalle, la nostra velocità aumenta di conseguenza, ci sembra di pedalare con delle leggerissime bici da strada, non con i nostri muli da 35 kg e gli pneumatici da quasi 60 mm. Il percorso fino alla Ruta 40 è di circa 70 km, la nostra velocità raramente scende sotto i 30 km/h e spesso vediamo i 40.
Tailwind!
La nostra prima pedalata argentina comincia veramente bene. I panorami sono magnifici, davanti a noi i pascoli infiniti dell’Argentina, guanachi, pecore e qualche vacca al pascolo. Ogni tanto si vedono carcasse di guanachi appese alle recinzioni, queste bestie non hanno alcun problema a superare le barriere saltando, ma può capitare di prendere male la mira, restare impigliati nel filo spinato e morire così divorati dagli animali necrofagi. Brutta fine, speriamo di non finire nello stesso modo. Ci avviciniamo al Lago Viedma, un immenso lago di un azzurro intenso e grande circa quattro volte il lago di Garda, lo costeggeremo fino a La Leona la nostra meta di oggi.
Incontri sul Lago Vidma
Dopo quasi 90 km percorsi in circa quattro ore arriviamo al bivio con la Ruta 40, la strada più lunga dell’Argentina, che va da La Quiaca, al confine con la Bolivia fino all’inizio dello stretto di Magellano. Una strada famosa tra i motociclisti e che è stata anche soggetto di racconti di autori famosi. Proprio all’incrocio tra la strada che porta a El Chaltén e la Ruta 40 è stato costruito un bellissimo rifugio in muratura che offre WiFi gratuito (in Argentina non è difficile trovare accesso gratuito ad Internet per poter chiedere aiuto in caso di bisogno) ampie vetrate ed una panca al suo interno. Appoggiate al muro quattro biciclette da viaggio, all’ interno quattro ragazzi tedeschi, un paio stanno pisolando per terra nei sacchi letto, uno sta tagliando verdure per preparare il pranzo ed un quarto sta verificando il percorso da seguire. Vorrebbero andare verso El Chaltén, ma non hanno troppa voglia di partire in queste condizioni. Qualche giorno fa avevamo sentito racconti di ciclisti che hanno iniziato a pedalare controvento a mezzanotte quando Eolo è solitamente meno arrabbiato. Questa è la Patagonia e sembra che anche per i tedeschi questa sia la decisione che prenderanno. Ci rimettiamo in strada, di malavoglia dato che da qui a destinazione il vento sarà laterale/contro. I prossimi venti km ci faranno pagare con gli interessi la goduria della mattina.
La leona
Ci metteremo un paio d’ore per arrivare a La Leóna, un sito famoso non tanto perché l’esploratore Francisco Moreno (quello del ghiacciaio Perito Moreno) durante il suo bivacco sul fiume fu attaccato da un puma (Leóna in spagnolo), ma soprattutto perché all’inizio del XX secolo vi soggiornò il trio di banditi americani Butch Cassidy, Sundance Kid e Ethel Place durante la loro fuga verso il Cile dopo aver svaligiato il banco di Londra a Rio Gallegos.
Mandato di cattura per Butch Cassidy
Avremmo preferito dormire altrove, magari in mezzo alla natura, ma gli ultimi chilometri ci hanno esaurito e decidiamo per la comodità di una camera nella locanda-albergo. Passata l’ora dei pullman turistici e fatta la doccia in una delle quattro camere spartane, ci dirigiamo verso il ristorante per cenare e, durante l’attesa, possiamo vedere le foto ricordo dei tre banditi gringos, ma anche articoli di giornale più interessanti per noi italiani, come quello che ricorda la prima salita del Cerro Torre effettuata nel 1974 da una spedizione dei Ragni di Lecco guidata da Casimiro Ferrari.
Cartello di distanze a La LeonaAnnuncio della prima salita al Cerro TorreAncora a La Leona
Ci addormentiamo con la speranza che, come dice il nostro vecchio amico Bonetto: “Domattina Eolo non si dia troppe arie”! Prima di spegnerci, l’ultimo sguardo al cellulare per avere notizie dei nostri compagni di viaggio. Carlo e Fabio andranno a El Calafate in bus a causa dei problemi meccanici di Fabio, mentre Nicolas e Morgan partiranno per un trekking di quattro giorni nel gruppo del Fitz Roy, siamo di nuovo soli.
Alle 9 siamo in sella e si parte con un discreto e fastidioso vento laterale. Pedaliamo un po’ ondeggiando, ma decentemente fino ad un ponte che ci fa attraversare nuovamente il Rio La Leóna, riusciamo anche a trovare un mucchio di terra per ripararci dal vento e mangiare qualche cosa.
Pausa pranzo, unico riparo un mucchio di sassi
Il vento continua ad aumentare raggiungendo una forza notevole e ce lo troviamo frontale girando al bivio con la 11, la strada che ci porterà a El Calafate. Ci mancano circa 30 km, come faremo? Manuela, con la sua stazza leggera, a volte scende dalla bici e si fa dei pezzi a piedi per non rischiare di cadere o per riposare, io peso molto più di lei, ma la situazione non è per niente allegra. Passano due ore e non abbiamo fatto nemmeno 20 km. Ogni tanto ci giriamo indietro per vedere se arriva un pickup e fare l’autostop, nessuno si ferma ed il traffico è scarso. Siamo vicino all’aeroporto, c’è una discesa al 5%, ed oggi ci tocca pedalare per prendere un minimo di velocità!
La disperazione del vento frontale che ti fa scendere e spingere anche sul piano
Ad un certo punto vediamo passare un furgoncino aziendale, una specie di Fiat Fiorino, pensiamo ancora una volta all’occasione persa, invece fa inversione a U. Scende una coppia che ci chiede se vogliamo un passaggio, sono arrivati i nostri due angeli salvatori. Il furgone è molto piccolo e quattro persone, due bici e sei borse non possono starci, propongo di caricare la bici di Manuela, tutti i bagagli e, naturalmente, la mia gentil consorte che potrà aspettarmi all’entrata della città. Io riparto scarico pedalando controvento ad una velocità sempre ridicola, ma almeno più leggero. Dopo soli 2-3 km vedo un mezzo familiare ripetere l’operazione vista pochi minuti prima, i due matti hanno scaricato Manuela e sono tornati indietro dicendo che non potevano lasciarmi da solo con quel vento. Quando arriviamo al cartello di ingresso in città, i due se ne vanno senza nemmeno accettare una birra come ricompensa: Dobbiamo lavorare, buenas tardes y suerte. In qualche secondo spariscono dietro una curva lasciandoci un magnifico ricordo da buon samaritano.
Il nostro alloggio è l’Hostal los dos pinos, molto centrale e, sembra, apprezzato dai cicloturisti della Carretera. Da cosa lo capiamo? Dal fatto che mentre ceniamo conosciamo due cicliste olandesi, giovani quanto noi, partite da Puerto Montt. Le sorprese non finiscono, arriva anche Stein, il belga solitario che avevamo incrociato sulle rive della Laguna Esmeralda una decina di giorni fa. Stein si fermerà qui qualche giorno, sono mesi che viaggia da solo ed è veramente stanco. Durante il nostro giorno di riposo andiamo a zonzo fino alla Laguna Nimez per fotografare dei fenicotteri rosa. La sera, dopo cena prepariamo le borse per poter partire molto presto domani, la nostra applicazione meteo prevede l’aumento dell’intensità del vento solo in tarda mattinata, avremo una bella salita da affrontare e saranno tre giorni di campeggio libero.
Meteo: ⛅☀️ Distanza: 8+21 km (1.195) Dislivello: 327 m (16.820) Ripio: 29 (574)
Portiamo in camera le due bici e le carichiamo per accelerare la partenza di domattina. Sveglia alle 3h50, oggi comincerà la seconda parte del nostro viaggio verso la Fin del mundo. Accendiamo le pile frontali, le luci delle bici e via verso Puerto Bahamondes che è a 8 km da qui.
Addio Villa O’Higgins, partiamo verso la Fin del Mundo
Mentre attraversiamo il paese un uccello simile ad una gazza si alza in volo a qualche decina di centimetri da me e il verso che fa mi spaventa al punto che quasi faccio cadere Manuela che pedala a fianco. Dopo le ultime case siamo nel buio totale, sentiamo qualche goccia di pioggia, una parolaccia indirizzata al meteo, ma smette subito, il ripio è discreto. Pedalando illuminiamo una lepre a bordo strada, si spaventa ed invece di scappare si mette a correre nella nostra stessa direzione. In lontananza abbaia qualche cane, addio Carretera Austral. Arriviamo al porticciolo dove sono attraccate sei imbarcazioni, eliminiamo dalla lista dei potenziali traghetti i due mega-gommoni dei Carabineros, Pasquale ci aveva detto che la sua barca è amarilloy… Ce ne sono due amarillo y… una piuttosto grande e rassicurante, l’altra minuscola, molto minuscola.
Puerto Bahamondes
Non c’è ancora nessuno, sono le 5:30, dopo poco arrivano i giovani parigini, poi un ciclista solitario, poi un furgone con Carlo e Fabio, un vecchio signore con zaino in spalla forse tedesco e due donne ispaniche sempre a piedi. Infine Pasquale con sua figlia giovanissima, che si dirige verso la barca, naturalmente è la più piccola. Ci chiede di fare salire per primi i ciclisti con le relative bici, ma i tre ultimi arrivati, senza rispettare la fila, si intrufolano in cabina e si siedono comodamente.
Sul Lago O’Higgins
Si salpa poco dopo le 6, la barca è da otto persone, ma oggi partiremo in undici, tre resteranno fuori dalla cabina. Unica consegna di sicurezza è di stare sul ponte con il giubbotto salvagente, all’interno non è necessario, anche perché non ce ne sono per tutti. Mentre navighiamo su delle acque cristalline verso Candelario Mancilla, che dovremmo raggiungere in circa quattro ore (una di più rispetto alla barcaza ufficiale molto più grande), il vento diventa forte e Pasquale passerà tutta la navigazione giocando con il timone per assecondare le onde che ci sballottano senza tregua. Capiamo velocemente il perché non si può salpare tutti i giorni, oggi le condizioni sono ideali per la gente del posto, per noi al limite della sicurezza.
Il posto di comando, il quadrante sulla sinistra è la fotografia di un vero quadrante
All’interno della cabina siamo seduti uno sull’altro, la temperatura è più o meno di otto gradi e la nostra hostess, che periodicamente prende il posto del comandante Pasquale alla barra, ci offre delle pesanti coperte. L’odore di carburante è molto forte ed il puzzo più le onde cominciano a fare effetto sui passeggeri, io preferisco uscire a prendermi qualche schizzo d’acqua per non rischiare di vomitare.
Verso Candelario Manchila
Complici le poche ore di sonno, malgrado la situazione, io e Manuela riusciamo anche ad addormentarci. Finalmente si avvista il molo, Pasquale attracca, si scende con armi e bagagli e da subito la prima salita improponibile la faremo a spinta. Dopo soli duecento metri Carlo e Fabio ritornano indietro per cercare cibo nell’unico campeggio del posto, noi proseguiamo verso la stazione dei Carabineros per farci timbrare l’uscita dal Cile. Questa sosta è importantissima, poiché chi dimentica di fermarsi verrà rispedito indietro dalla polizia argentina, peccato che tra i due posti di polizia ci siano più di 20 km e 600 metri di dislivello di sentiero e mulattiera orribile.
Il posto di uscita dal Cile
Tralasciando l’idea di fare il sentiero-traccia tra guadi, fango, ponti per pecore (Passo Mayer) che costeggia il lago e che è praticato solo da quei ciclisti/escursionisti in cerca di wild o per risparmiare i circa 70 USD della barcaza, anche dopo Candelario Manchilla il percorso per le bici non è semplice. Svolte le obbligazioni doganali, mentre le due gentili pulzelle ed il tedesco salgono su un fuoristrada che li porterà alla fine della “strada” tra 15 km, noi ciclisti iniziamo la nostra avventura. Sul tratto tra Candelario Mancilla e El Chaltén, abbiamo letto storie di terrore degne di un romanzo di Stephen King. Si segue una carrozzabile di ripio orribile che porta alla frontiera Cile-Argentina e quindi si comincia a scendere verso la Laguna del Desierto, dove ci sarà la polizia argentina che si occupa dell’immigrazione e si deve aspettare la seconda barcaza che ci porta a circa 35 km da El Chaltén.
La parte peggiore sembra sia il sentiero argentino, che è stretto, spesso in single-track, spesso fangoso, con guadi e ponticelli di tronchi, spesso talmente malmesso che obbliga a fare dei va e vieni per trasportare bici e bagagli in due tempi. Visti i racconti, si decide di fare un’alleanza tra i vecchi italiani ed i giovani francesi.
Verso Laguna del Desierto
Durante un’impennata della stradina, mi dimentico di usare i pedali dalla parte piatta, perdo l’equilibrio e le scarpe agganciate mi fanno fare una brutta caduta che però colpisce più il mio orgoglio che il mio fisico. A 5-6 km dalla partenza, siamo al mirador Fitz-Roy, non ci sono parole per descrivere il paesaggio, in lontananza si vede LA montagna che in questo momento è sgombera dalle nuvole.
E dietro di loro il Fitz Roy
Il tempo è ventoso ma bello e procediamo veloci, ci concediamo anche una pausa pranzo e superato il traliccio di confine, giù senza fermarsi. Siamo fortunati perché non c’è fango, al primo guado su due miseri tronchi instabili, passo per primo a piedi, mi installo e comincio a prendere le bici che Nicolas mi passa in bilico sui due tronchi. Il peso della mia e di quella di Manu lo conosco molto bene, ma quando tento di sollevare la bici di Nicolas, quasi non ce la faccio, mortacci sua, ma chi è ‘sto qui, l’incredibile Hulk? Prendo quella di Morgan che è ben più leggera delle nostre e la mia considerazione è: Ah, l’amore! sono giovani, che gentiluomo… La mia compagna di viaggio invece si ritrova con un vecchio rimbambito e deve dividere quasi equamente i pesi, ma in fondo le donne non vogliono la parità? E poi Manuela è una vecchia tosta alpinista, non una giovane triatleta parigina (Pardon Morgan 😊). Dopo altri guadi e discese in toboga talmente stretti che le borse toccano sia a destra che a sinistra, verso le 17 arriviamo dietro un fabbricato in riva ad un altro grande lago.
Il toboga verso l’Argentina
Siamo arrivati alla Gendarmería Nacional Argentina – Grupo Lago del Desierto, presentiamo i nostri passaporti ed il poliziotto ci dice molto sinteticamente di prendere l’acqua nel lago o nel torrentello dietro ed andare ad accamparci dopo il prato sulla riva.
Laguna del Desierto
La seconda barcaza arriverà tra uno o due giorni in funzione del numero di clienti, poche persone uguale lunga attesa. Esiste anche un sentiero ma molto sconsigliato ai ciclisti. Nel prato troviamo già un signore argentino che ha montato una tenda ed un ciclista solitario cileno incrociato al confine di nome Christian. Prima di montare la tenda, Nicolas e Morgan si siedono sul prato di fronte al lago per godersi il panorama, mentre io e Manuela, ligi alla nostra routine, montiamo la tenda e cominciamo a cucinare prima di rilassarci davanti a questo quadro naturale. Siamo nove umani, due cavalli, una ventina di anatre, due poliziotti argentini, di fronte a noi un lago tranquillo, un cielo quasi perfettamente sereno e, all’orizzonte, Aguija Poincenot, il Fitz-Roy ed il Cerro Torre. Cosa vogliamo di più? Io potrei pensare ad un sedile un po’ più comodo del mio tronchetto ed un buon Cognac di una ventina d’anni, ma per stasera mi accontenterò di una tisana e del paesaggio che mi circonda…oltre alla buona compagnia.
Sono le 21:30 quando vediamo delle sagome, che spingono due biciclette, sono Carlo e Fabio che arrivano solo adesso, non li aspettavamo più, convinti che si fossero fermati al primo campeggio. Ci raccontano che Fabio ha rotto nuovamente il pedale ed arrivati in cima alla mulattiera, da una vecchia struttura metallica tutta arrugginita, sono riusciti a recuperare un pezzo filettato. Con tanta fantasia e buona manualità lo hanno adattato come pedalina di fortuna. Mitici!
Durante il racconto, Fabio comincia la sua recita dicendoci che in compenso ha un’ottima notizia per noi e che ce la dirà solamente in cambio di una birra a El Chaltén: grazie al loro arrivo la polizia ha chiamato la barcaza e domani saremo trasportati dall’altra parte del lago verso le 11. Anche se l’informazione era già nota, stiamo al gioco e siamo solo contenti di poter ripartire rapidamente.
Il panorama dal nostro campeggio
3 febbraio – giorno 23 – EL CHALTÉN
Meteo: ⛅ Distanza: 35 km (1.231) Dislivello: 252 m (17.072) Ripio: 35 (609)
Questa mattina anche io riesco a dormire fino alle otto. Quando esco dalla tenda vedo Carlo che sta tentando di riparare il suo portapacchi; essendo a corto di attrezzatura e cibo, gli offro la mia pinza e un paio di cucchiaini di Nescafé. Il tempo è molto grigio, arrivano le 10:30, non si vedono imbarcazioni all’orizzonte, iniziamo ad avere qualche dubbio. Con un po’ di ritardo, il barcone arriva ed alle 12:30 stiamo navigando verso l’altra sponda del lago, ben presto saremo a El Chaltén.
Momento Caro Diario…e sullo sfondo il posto di frontiera argentino.
Quando sbarchiamo il sito è pieno di auto e persone. El Chaltén si autodefinisce la capitale argentina del trekking ed è un posto molto frequentato da turisti di ogni genere, ci siamo noi ciclisti, alpinisti che arrivano qui per le grandi pareti, ma anche gente comune che passa le proprie vacanze tra queste montagne. Volendo fare paragoni europei siamo nella Cortina o nella Chamonix patagonica.
Verso El ChalténQuasi a El Chaltén
Appena a terra una strada di ripio discreto ci fa sperare che in Argentina la vita sarà più facile, ma poi ritorna tutto come al solito. Le soste per fotografare sono tante dati i magnifici panorami, ma il vento ci costringe ad aumentare il ritmo per arrivare in paese ad un’ora decente, cercare un alloggio ed evitare il temporale che si avvicina. All’inizio del paese ritroviamo l’asfalto, mentre cerchiamo di orientarci per trovare una camera, vediamo passare un van e riconosciamo la bici di Fabio che con i suoi problemi meccanici non riusciva più a pedalare. Carlo è sparito, Christian arriva più o meno nel nostro stesso momento, salutiamo Nicolas e Morgan con l’accordo di rivederci per una pizza questa sera e cominciamo a rastrellare tutti fabbricati che offrono alloggio.
El Chaltén, ora il ripido è finito.
Passeremo almeno una quindicina di posti prima di trovarne una camera in un bell’albergo fuori dalla strada principale, trafficata e rumorosa, l’HotelLas Piedras. Incuriositi dal numero di persone incrociate in paese, chiediamo alla signora quanti abitanti abbia la sua città. A nostra memoria, quando venimmo qui nel 1999 c’era un gruppetto di case e qualche turista- alpinista. Scopriamo che alla sua fondazione avvenuta per motivi politici nel 1985, El Chaltén contava una cinquantina di abitanti, nell’anno della nostra prima visita ben 200, mentre oggi sono circa 2.500. La signora ci conferma che tutti coloro che vogliono cambiare dollari ed euro possono farlo liberamente, esiste infatti un tasso in nero quasi ufficiale, chiamato Dollar blue che vale circa il doppio del cambio ufficiale.
Con l’arrivo à El Chaltén, la Carretera Austral è veramente finita e da qui comincerà la seconda parte del nostro viaggio in direzione della Fin del mundo.
Meteo: ⛅ 15-25 Distanza: 75 km (1.021) Dislivello: 1.043 m (14.259) Ripio: 75 (399)
Anche se la sveglia suona presto,oggi siamo lenti a partire. Ripensando al posto che lasciamo, l’hostal di Miss Sorriso, possiamo dire che come posto non lo consiglieremmo a nessun amico perché siamo stati accolti in modo quasi scocciato, insolito da queste parti, ma a volte non si può scegliere e ci si adatta.
Rapaci su bordo strada, staranno aspettando la fine di un ciclista?
Si pedala sul ripio che all’inizio è anche discreto, addirittura dopo poco ci troviamo come in un sogno: asfalto! L’ lusione dura solo un chilometro, boh! Chissà cosa pensavano di fare? Le salite di oggi non sono impegnative ed arriviamo velocemente alla Laguna Esmeralda, cosa dire del panorama? Fantastico come al solito, bei ghiacciai in lontananza, torrenti che si gettano in profondissime forre, e grandi vialoni alberati. Le condizioni stradali si mantengono anche loro come al solito: il ripio è da mediocre a pessimo.
Un selfie tra equinidi
Oggi incrociamo Carlo, un fiorentino che sta pedalando solo, perché il suo compagno di viaggio stava male e si è fatto la tappa su un pickup (avevamo visto passare un camioncino con una bici e borse nel cassone). Rincrociamo i bolzanini al ponte sul Rio Barrancos, alla fine del discesone di oggi dove ci fermiamo per pranzo. Loro tirano dritto, noi abbiamo il nostro classico sandwich prosciutto e formaggio più uova sode. Oggi ci succede anche una delle tante belle cose che accadono sulla Carretera, dall’altra parte della carreggiata, si ferma una moto sulla quale viaggia una coppia, scendono per cambiarsi, ci fanno un saluto con la mano e la passeggera, attraversa la strada e ci regala due barrette di cereali dicendoci che sicuramente a noi avrebbero fatto comodo.
Ripida salita verso Caleta Yungay
Dobbiamo decidere se andare a Caleta Tortel o no. A me non interessa, Manu vorrebbe andarci ma dubita perché ha letto commenti contrastanti, unica certezza le condizioni pessime del ripio. Caleta Tortel è un villaggetto molto caratteristico ad una ventina di chilometri dal percorso principale, ma la decisione è presto presa, si prevedono 2 giorni di brutto tempo nel fiordo.
Altra attività odierna è quella di cominciare a cercare il passaggio sul lago da Villa O’Higgins all’Argentina, abbiamo due contatti, uno non risponde, l’altro ci dice che per il 2 febbraio dovrebbe partire, accettiamo prenotando semplicemente dando il nostro nome. Sembra che sia tutto così poco sicuro e come prendere il famoso traghetto resta un mistero. Il campeggio di questa sera è invaso da italiani: il gruppetto di bolzanini, la coppia di amici e noi, gli unici intrusi la coppia di parigini.
30 gennaio – giorno 19 – CASA SULLA X-91 48.010195S, 73.08484W
Meteo: ⛅ Distanza: 61 km (1.082) Dislivello: 821 m (15.080) Ripio: 61 (460)
Durante la notte metto la testa fuori dalla tenda e c’è un magnifico cielo stellato, poi piove, poi smette, poi tira vento. Finalmente, la mattina non è male, sembra che oggi non ci sia rischio di prenderla. Facciamo colazione con gli italiani, solite ciacole e poi partiamo. Quando passiamo a pagare, la proprietaria, una signora squisita, salutandoci ci offre due fettine di torta che saranno divorate durante la pausa di metà mattina.
Dopo 12 km ci fermiamo al negozietto di Eco Austral, più per curiosità che per necessità. I proprietari sono una coppia giovane e non capiamo esattamente cosa vendano oltre a caffè e pane fritto, perché gli scaffali sono vuoti, però loro sono gentili e sorridenti. Ci invitano a mettere una puntina sulla loro cartina del mondo per certificare che un nuovo straniero è passato da lì. Vista l’accoglienza e la gentilezza gli suggeriamo di registrarsi su Google Maps, la visibilità che il sito offre gratuitamente li aiuterebbe moltissimo per la loro attività appena avviata, offrono anche un posto dove mettere la tenda gratis ai viandanti. In ogni caso, il loro caffè e pane fritto era ottimo.
Le ultime salite toste prima di Villa O’Higgins
Dopo un’altra ventina di km arriviamo al bivio per Tortel e noi andiamo a sinistra per l’inizio della lunga e ripida salita di oggi, la temperatura è fresca e non si suda, pendenza iniziale da “passo spinta”, ma solo un paio dei sei lunghi km sono tosti, scommettiamo su chi metterà per primo i piedi a terra. Finalmente in cima, comincia un bel ripio che resterà tale fino al molo della barcaza per Caleta Yungay, che raggiungiamo cinque minuti prima della partenza.
Pranziamo durante l’ora di navigazione ed appena sbarchiamo, ricominciamo a pedalare con l’idea di cercare qualcosa per la notte lungo la strada dato che qui non c’è nulla. Il cielo si fainaccioso e iniziamo a sentire alcune gocce.Verso le 16:30 scorgiamo una casa, fuori galline e capre, ci facciamo vedere alla porta per chiedere se possiamo mettere la tenda sulla loro proprietà e la signora che ci apre ci indica in modo sgarbato il lato della casa dove c’è il pollaio. Chiedo dove trovare l’acqua e mi risponde “…nel rio…”.
Campeggio tra pollaio e…capraio
In molti racconti dei ciclisti, i cileni della Carretera, sono persone molto gentili che ti fanno dormire spesso nei loro giardini se non addirittura in casa, forse noi abbiamo trovato l’eccezione. Nel posto indicatoci dalla megera facciamo fatica a trovare due metri quadri senza schitte di gallina o escrementi di capra. Vediamo un bel posticino sul ghiaione appena sotto la casa, ma non c’è alcun riparo dal vento, quindi siamo quindi obbligati a decidere per il pollaio. Con un ramo puliamo alla meglio lo spazio necessario per la nostra tenda e ci spostiamo a cenare seduti sul rudere di un piccolo fabbricato poco distante per ripararci dal vento. Speriamo solo che le capre non ci mangino la tenda!
Cucina alla Massimo Bottura
La chicca della serata è che vado a bussare alla porta di casa con il contenitore delle uova vuoto e dei soldi in mano, anche se il mio spagnolo sarà pessimo, sicuramente il messaggio sarà chiaro: “Gradirei comprare sei uova”. Cosa mi risponde la strega? Che non ne ha! La cosa mi fa un po’ imbestialire, dato che attorno alla nostra tenda razzolano almeno una cinquantina di galline. Che ci farà con tutte queste uova, il bagno in uno zabaione gigante?
Quando vado “al rio” con le mie due tanichette per l’acqua e le borracce, devo scendere due metri di argine ripido a 60 gradi, in un punto dove se dovessi scivolare, non sarò travolto dalla corrente, atterro su una minuscola riva di 50 x 50 cm e riempio i miei contenitori. L’acqua per la minestra, le tisane e la colazione, la abbiamo. Mentre rientro alla tenda penso a cosa sarebbe successo se fossi finito nel rio e travolto, probabilmente mi avrebbero ritrovato nel Pacifico. Domani vogliamo tentare di arrivare a Villa O’Higgins anche se sono 86 km per 1.500 metri di dislivello. Sveglia all’alba partenza presto, al freddo e, speriamo, non sotto l’acqua. Sono le 19:30, mentre tento di addormentarmi sento il vento tra gli alberi, il telo della tenda che sbatte, le galline che chiocciano, le capre che belano a forse un paio di metri da me, ma sto bene, sono in uno dei più bei posti al mondo, sono con mia moglie e domani forse arriveremo alla fine della Carretera Austral in bicicletta. Cosa voglio di più dalla vita?
31 gennaio – giorno 20 – VILLA O’HIGGINS
Meteo: ☀️ Distanza: 85 km (1.166) Dislivello: 1360 m (16.440) Ripio: 85 (545)
Quando apro la cerniera la mattina presto, mi ritrovo faccia a faccia con una capra attirata dal rumore della zip. Il gallo ha cantato ieri sera tardi (ma da quando i galli cantano di sera? A scuola non me lo avevano detto) e stamattina presto. Fuori ci sono cinque gradi, caffè e partenza alle 7:30. Mentre usciamo dalla proprietà, un vaffa… in buon dialetto bresciano diretto alla signora delle uova, saliamo in bici e ce ne andiamo. Come Murphy insegna con le sue leggi, nei primi cinque chilometri troviamo almeno tre piazzole dove avremmo potuto piantare la tenda in maniera più comoda e piacevole.
Nel menu di oggi, sono previste delle salite abbastanza impegnative per i primi 25 km, poi una sequenza di su e giù fino a destinazione, ma nulla di molto impegnativo. Le prime due ore le pedaliamo in un magnifico silenzio, il primo traghetto arriva solamente alle 9 e quindi non ci sono auto che sollevano polvere, si sentono solo i rumori della natura. Come scrisse Leopardi: Dimenticata è la megera: odo augelli far festa, e la gallina, tornata in su la via, che ripete il suo verso. Ecco il sereno rompe là da ponente, alla montagna; sgombrasi la campagna, e chiaro nella valle il fiume appare. Probabilmente anche lui era passato sulla Carretera Austral. È su una salita un po’ più dura delle altre che Manuela fa cadere la catena durante una cambiata, alla terza grattata su un pezzo in piano la catena si rompe. Erano giorni che si lamentava del cambio difficile da gestire, ma speravamo di poter arrivare a Villa O’Higgins per sistemarlo più comodamente. Ci mettiamo in parte alla strada, distendiamo gli attrezzi e sistemiamo il danno con una falsa maglia di riserva. Manuela arriverà a destinazione pedalando, l’onore è salvo. Rivediamo con sorpresa i due parigini Nicolas e Morgan, loro sono molto più in forma di noi, mi do come scusante che hanno la metà dei miei anni, ci avevano detto che avrebbero diviso l’ultima tappa in due, ma alla fine cambio programma perché anche loro vogliono concludere oggi. I panorami sono monotonamente fantastici, il vento non è forte e spesso alle spalle, la giornata perfetta per concludere la nostra prima parte del viaggio, c’è caldo (con il conseguente arrivo dei tafani in abbondanza), ma non c’è afa. Sosta al Lago Sisnes e finalmente l’ingresso nella cittadina di Villa O’Higgins, ce l’abbiamo fatta, siamo al cartello della fine della Carretera Austral. Per la foto di rito dobbiamo fare la fila con tanti altri turisti. Naturalmente, ne faremo una anche con Nicolas e Morgan arrivati pochi minuti prima di noi e con cui abbiamo pedalato negli ultimi giorni.
CE L’ABBIAMO FATTA!!!
Adesso partiremo alla ricerca di un posto per dormire che troviamo in un fabbricato che stanno ancora completando, Departamentos Alberto Lorenzo, un bellissimo blocco di miniappartamenti per due o tre persone che odora ancora di legno fresco. Magnifica doccia calda, bel cucinino, frigo e stufa a legna. Un vero lusso per coronare il nostro successo. Scopriamo che il proprietario divide il suo ufficio con Pasquale, la persona alla quale avevamo prenotato il passaggio in barca per la Laguna del desierto, meglio di così la giornata non poteva concludersi. Ceniamo con Nicolas e Morgan alla Cerveceria vicino al loro campeggio con una buona pizza e dell’ottima birra. Le mie ginocchia cominciano a farsi sentire, lo chassis del vecchio è veramente malandato.
1° febbraio – giorno 21 – VILLA O’HIGGINS
Meteo: ☀️ 20°
Oggi riposo totale, niente sveglia e l’unica occupazione è fare provviste di cibo e revisione bici. Nicolas, gentilissimo e molto più esperto di noi, aggiusta il cambio di Manuela, con il suo intervento tutto rifunziona a meraviglia. Questa sera apriremo una bottiglia di vino con i nostri due amici parigini che verranno da noi a brindare per festeggiare la fine della Carretera. Quando arriva in ufficio il nostro traghettatore, rivediamo i due italiani Carlo e Fabio e a loro si aggiungono anche i bolzanini, tutti appena arrivati perché avevano deviato per Caleta Tortel. Questi ultimi troveranno posto su un secondo viaggio, noi, Nicolas e Morgan, Carlo e Fabio, partiremo domani mattina alle 6. Villa O’Higgins è un paesino strano, qualche casa di lamiera e legno, incastrato tra le montagne, una pista di aeroporto da poco rinnovata, sembra un posto di frontiera del vecchio west. La strada principale in ripio è perpendicolare alla pista con il suo asfalto nerissimo: l’avventura della strada sterrata, vicino alla modernità di un aeroporto. A piedi si vedono praticamente solo turisti, due negozi di alimentari, molti hostal. Qui siamo alla fine della Ruta 7 e siamo in un punto di passaggio obbligatorio per chiunque voglia affrontarla, sia in una direzione che nell’altra. Non possiamo dire che sia un bel posto, ma per ogni ciclista che arriva da nord questo posto è simbolico. Verso le 19 arrivano Nicolas e Morgan, con un po’ di cibo e con una seconda bottiglia di vino. Dall’aperitivo si passa alla cena e le due bottiglie vengono scolate senza fatica, parlando di viaggi, degli incontri fatti e sul modo di viaggiare. Durante la nostra ciacola serale, nostra figlia ci chiama e scambia anche quattro parole con i nostri compagni di avventura. Alla fine, anche la tanto criticata tecnologia di oggi ha un suo lato positivo e permette di mantenere in contatto i genitori vagabondi con la loro principessa lontana.
Durante la serata, Nicolas ci fa un bellissimo complimento. Ci mostra sul cellulare l’applicazione che usa per condividere con amici e parenti il diario di viaggio del loro anno sabbatico. Ci legge il commento che ha scritto qualche giorno fa: “…abbiamo incontrato due coppie di italiani, Fabio e Carlo, Manuela e Francesco. A differenza di molti altri ciclisti, gli italiani sono quasi sempre dei vecchi, loro quattro hanno rispettivamente 57, 69, 54 e 62 anni…. spesso facciamo fatica a restargli dietro, come fanno?…” Inutile nascondere quanto ha fatto piacere ai vecchi questa frase, alla fine non siamo ancora da buttare via.