ARGENTINA – Fine del primo tempo

Cari amici vicini e lontani rieccoci qui, non siamo spariti. Qualcuno ci ha scritto per avere notizie, altri sono stati avvisati direttamente. Siamo a casa per riposarci un po’ e ripartire a breve con nostra figlia.
Perché come immagine di apertura c’è un cane? Leggete l’articolo per scoprirlo.

Nell’inverno argentino, continuiamo a pedalare attraverso altipiani semi-desertici e maestosi canyon di rocce rosse scolpite dal vento, per giungere infine tra i vigneti e oliveti di Mendoza.

9 luglio – Pagancillo
In questo tratto di Routa 40 arriviamo ad affrontare uno dei tratti più incantevoli di questa regione: la Cuesta de Miranda, trenta chilometri di salita in un canyon scolpito dal vento.
Poco dopo aver superato la prima rampa, un’auto rossa ci supera e notiamo che si ferma in una piazzola più avanti. Il conducente scende e apre il baule che contiene un enorme sacco di mandarini. Ci invita a fermarci, prende quattro mandarini e ce li offre con un sorriso: “Vi torneranno sicuramente utili“.

Il vallone della cuesta è spettacolare con le sue pareti di rocce rosse e ocra e il fiume che scorre a fondo valle; le pendenze sono moderate e, con calma, i chilometri scorrono. Una volta conclusa la salita, ci fermiamo al mirador per ammirare il panorama.
E chi incontriamo?
Il signore dei mandarini, intento a vendere noci e dolciumi. Non appena ci avviciniamo per salutarlo, ci porge un vassoio per farci assaggiare i suoi prodotti, le noci zuccherate sono davvero eccellenti. Cogliamo l’occasione per acquistare qualcosa, ricambiando così il dono della mattina. La cortesia paga!


Per il resto della cronaca, il finale prevedeva venti chilometri di sterrato su calamina (table à laver o washboard). I ricordi patagonici sono riaffiorati nella nostra mente. Siamo cotti!

Manuela: Nel giorno di riposo a Chilecito, ho convinto Francesco a visitare almeno il Cable Carril, l’attrazione più storica della città. Questa funivia, lunga oltre 35 km e che raggiunge i 4.000 metri di altitudine, fu costruita all’inizio del secolo scorso per trasportare minerali, operai e attrezzature tra le miniere in alta montagna e la valle. In disuso dagli anni ’70, fu considerata un capolavoro ingegneristico per la sua difficoltà tecnica. I piloni della funivia attraversano ancora la città, simbolo di una storia passata, mentre le miniere circostanti sono ancora attive, gestite principalmente da aziende straniere che, secondo quanto affermano gli argentini, sfruttano manodopera a basso costo e danneggiano l’ambiente, contribuendo all’inquinamento delle falde acquifere. La gestione delle risorse idriche è una preoccupazione costante in queste regioni, dove l’economia agricola è strettamente legata alla qualità e alla scarsità d’acqua.



Dopo due giorni sotto il sole del deserto
la mia pelle ha incominciato a diventare rossa
dopo tre giorni nel divertimento del deserto
io guardavo la riva del fiume

Dopo nove giorni nel deserto, ho lasciato il cavallo correre libero
uore fatto di cemento
Ma gli umani non gli daranno nessun amore

Sono alcune parole della canzone A horse with no name di America, idonea a questo ambiente. Dalla California a qui, avevamo pedalato molte volte nel deserto, ma non mi era mai venuto in mente di aggiungere questa canzone storica.

10 luglio – Los Baldecitos
In inverno, in Argentina, non piove mai… o quasi…delle nuvole nere in lontananza ci inseguiranno tutta la giornata. Non siamo più sulla Ruta 40, ma abbiamo fatto una deviazione di un centinaio di chilometri per visitare due parchi nazionali : Talampaya e Ischigualasto.
Il panorama è cambiato e inizialmente piuttosto monotono, una grande spianata desertica di terra rossa e sterpaglie attraversata da una strada piuttosto sconnessa in linea retta.


A metà percorso dopo una breve deviazione raggiungiamo l’entrata del Parque Nacional Talampaya dove si visitano formazioni rocciose di arenaria, canyon e fossili di dinosauri. Purtroppo non si può entrare nel cuore del parco in bicicletta e la prossima visita guidata disponibile sarebbe nel tardo pomeriggio. Rimanere qui e dormire in tenda o raggiungere il prossimo paesino? Il freddo, il forte vento e la pioggia prevista ci fanno abbandonare l’idea della notte in tenda. Chiediamo un po’ di acqua calda al bar della reception per farci un caffè caldo e dopo la breve sosta ci rimettiamo in strada.
Arriviamo al microscopico agglomerato di Los Baldecitos. Qui siamo in un hospedaje che ci era stato consigliato dal precedente albergatore, purtroppo si tratta di una sistemazione molto spartana, poco pulita e dal prezzo elevato. Siamo nel bel mezzo del nulla e in questo piccolo paese ci sono solo quattro case, un distributore, un ufficio turistico (mah!?), e si dice ci sia un ristorante, anche se non è chiaro se aprirà o meno. Cuciniamo della pasta in camera e poi a nanna.


Manuela: Peccato non aver fatto la visita guidata dei parchi e averli visitati solo superficialmente! Non siamo certo delle principesse con la puzza sotto il naso che dormono solo in hotel, ma l’influenza e la bronchite ci hanno ulteriormente indebolito. Siamo stanchi e non sopportiamo più il freddo; se fossimo in condizioni fisiche e meteorologiche diverse, non avremmo esitato a montare la tenda. I campeggi dei parchi in Argentina sono davvero bellissimi e, da quello che siamo riusciti a vedere pedalando sulla strada principale a bordo parco, questa zona è davvero interessante, sia dal punto di vista storico che paesaggistico. Faccio la fila con dei bambini per avere la foto davanti alla riproduzione di un dinosauro all’ingresso del piccolo museo; Francesco ogni tanto si vergogna di me, ma io mi diverto un sacco a fare queste cose, bambina nello spirito per sempre!

11 luglio – Huaco
Con la tappa di oggi saranno circa 300 km in tre giorni, ma non dovevamo venire da queste parti per riposarci?
Oggi ci sarebbe da visitare il Parque Provencial de Ischigualasto, ma il problema organizzativo è il medesimo di ieri e siamo diventati difficili o troppo stanchi per aver voglia di dormire in tenda nel nulla con temperature prossime allo zero. Continuiamo sulla strada principale riuscendo comunque ad ammirare questa zona molto particolare, una incredibile e surreale distesa di terra rossa (chiamata Valle de la Luna). Finiamo la giornata con una apprezzatissima discesa che ci porterà in un piccolo centro abitato dove faremo una nuova conoscenza.

Manuela: Terra dal colore rosso intenso, enormi formazioni rocciose scolpite dal vento e dall’erosione spuntano dal deserto, creando un paesaggio irreale. Il deserto argentino continua ad affascinarci. Una strada sterrata ci conduce fino all’Hostería Huaco, dove veniamo accolti con un grande sorriso da un giovane sulla trentina.
Quando arriviamo in piccoli centri abitati come questo, mi chiedo sempre come si viva qui: cosa fanno le persone, dove vanno a scuola i bambini? Parlando con la gente, capiamo che hanno un legame profondo con la propria terra. Si conoscono tutti, si aiutano a vicenda, mantengono vive le tradizioni, elementi essenziali per continuare a vivere in luoghi così isolati.
Alcuni giovani se ne vanno, attratti da una vita più dinamica; altri rimangono perché non hanno alternative, ma molti scelgono consapevolmente di restare, dedicandosi con passione alla terra e all’allevamento, portando avanti uno stile di vita che resiste al tempo.


12 luglio – San José de Jachal
Ieri sera, durante la nostra solita passeggia alla ricerca di pane, incrociamo un cane. Si avvicina scodinzolando, gli diamo una carezza e ci segue fino alla porta del nostro hospedaje, buona notte.
Questa mattina, chi troviamo ad aspettarci fuori dalla porta? Il cane di ieri sera! Saliamo in sella e cominciamo a pedalare. Chi ci segue? Il cane. Usciamo dal paese, chi ci segue come un’ombra? Sempre lui. Il problema è che il botolo non ha nessuna intenzione di abbandonarci; superiamo la prima salita, poi la seconda, ci fermiamo per qualche foto, passiamo un tunnel (…sicuramente lo spaventerà e tornerà indietro… penso io) e invece no. Dopo quasi 20 chilometri, finalmente ci fermiamo per una pausa caffè. Il cane è ancora con noi.
Con il cane seduto ai nostri piedi, stiamo preparando la colazione, pensando come sbarazzarci di lui in modo gentile, dato che non possiamo continuare in sua compagnia ma nemmeno abbandonarlo nel deserto.
Poco dopo si ferma uno scooter: è un giovane partito dal paese per cercare il cane di un suo amico che “…in genere segue gli sconosciuti, ma solo in paese…”. Gli diamo un po’ d’acqua e un pezzo di pane, poi lui se lo prende in braccio e riparte verso casa.
A differenza del Perù, dove i cani erano spesso aggressivi o spaventati, qui non siamo mai stati attaccati. Sono gentili, tranquilli e ignorano i ciclisti. E oggi abbiamo anche scoperto che i loro padroni si prendono cura di loro.

Oggi ascoltando un po’ di musica classica ho pensato di aggiungere Csárdás di Vincenzo Monti. Il brano forse non è tra i più conosciuti, ma anche Lady Gaga lo ha ripreso per la sua canzone Alejandro.

Manuela: Dai, non guardarmi con quegli occhi languidi… ti prego, mi si spezza il cuore. Guai a me se ti do dell’acqua o qualcosa da mangiare… ti prego, non seguirci! Perché sei così dolce e affettuoso? Cosa abbiamo di speciale? Ti piace la puzza dei cicliti? Siamo esotici, forse? Lo sai che rischio davvero di caricarti in bici e portarti a casa con me? Il nostro amico peloso, che abbiamo battezzato Huaco, ha affrontato salite e discese ripidissime, ci ha aspettato, è tornato indietro più volte per tenerci d’occhio entrambi, con la lingua che toccava terra, ma non ci ha lasciati un attimo.
Addio, adorabile Huaco.
Noi ciclisti viaggiatori spesso ci troviamo a difenderci dai cani aggressivi, ma tu ci hai ricordato che i cani sono i più fedeli amici dell’uomo.

13/14 luglio – San Juan
Tra Huaco e città di San Juan passando da San José de Jáchal, ci sono parecchi chilometri, farla in due giorni e controvento sarebbe una tirata assurda, prevediamo 3 giorni dormendo una notte in mezzo al nulla. Trascorriamo la prima notte in un hospedaje isolato il più a Sud possibile di Jáchal e poi vedremo dove ci porterà il vento per i restanti 130 chilometri in mezzo al nulla.


Un po’ più a Nord di San Juan però c’è un altro hospedaje, la mia compagna di viaggio non ha molta voglia di dormire in tenda vicino ai ruderi della vecchia ferrovia e comincia ad elencare tutti i vantaggi nel percorrere i chilometri mancanti: una doccia calda… un letto… magari un ristorante… sono quasi tutti in piano… c’è solo una salitella facile di 5 km… gli ultimi 15 km sono anche in discesa… magari il vento è a favore…
Io non commento, penso al mio “soprasella” ed alle 8:45 partiamo, il vento è leggero, ma tira dalla parte giusta ed abbastanza rapidamente, dopo 95 km, arriviamo al parador dove dovremmo cenare e montare la tenda. Il vento soffia sempre nella buona direzione, ci mangiamo qualcosa per riflettere e…… ricominciamo a pedalare!
Superata l’ultima salita, vediamo da lontano San Juan, quasi ci siamo. Qualche curva in discesa, passiamo accanto ad un’enorme miniera d’oro, oggi proprietà cinese, ma per lungo tempo proprietà canadese (ed anche su questa installazione chi ci ha lavorato, ha raccontato storie che non fanno proprio onore al nostro paese). Con 132 chilometri nelle gambe, alle 17:15 suoniamo alla porta di Martha, la proprietaria dell’hospedaje Albarda di Campo Afuera.

La signora è molto gentile, ci fa accomodare, ci prepara una tisana e ci accompagna alla panaderia vicina di proprietà dei suoi figli dove ci riforniamo di pane e dolci. In serata uno dei figli ci porta in regalo un sacchetto di noci, un altro di semi di girasole ed un baratto di miele. Credo che lo sforzo di arrivare fin qui sia stato premiato dall’accoglienza e gentilezza di queste persone.

La mattina successiva dobbiamo lasciare la “Zia Martha” perché abbiamo appuntamento con un ospite Warmshowers. Questa volta l’ospite non è un cicloturista, ma una famiglia che ha deciso di iscriversi al gruppo Warmshowers, per ricambiare l’ospitalità che uno dei suoi figli, oggi residente in Spagna, aveva ricevuto durante le sue scorribande ciclistiche in Sud America.
Grazie a tutta la famiglia Benitez per averci ospitato.

Dopo questa lunghissima pedalata ho pensato di aggiungere Follow the sun di Xavier Rudd. Oggi il sole lo abbiamo proprio seguito dall’alba al tramonto.

15-19 luglio – Mendoza
Indecisioni, ripensamenti, dopo consulti con ciclisti locali, previsioni meteo e confronto dei prezzi aerei, abbiamo deciso di concludere il nostro tour argentino a Mendoza. Non potremo proseguire lungo la Ruta 40 fino a Bariloche né attraversare le Ande verso il Cile, siamo in pieno inverno e la neve blocca i passi di montagna. La strada verso Mendoza è priva di corsia d’emergenza, molto trafficata e con diversi cantieri che restringono la carreggiata. Perché rischiare di rovinare tutto proprio all’ultimo giorno? La decisione è semplice: da oggi comincia il nostro rientro verso casa.
Il piano è prendere un autobus per Mendoza e concederci qualche giorno di meritato riposo facendo i turisti a piedi. Poi ci sposteremo sempre in autobus a Santiago del Cile, dove i voli per il Canada costano un terzo rispetto all’Argentina. Da lì voleremo verso Québec.

A casa faremo tutti un check-up completo, sia alle biciclette che al nostro chassis, dalla punta dei piedi ai capelli. Non ci resterà che aspettare che la Princess rientri dalle vacanze europee con il moroso per poter ripartire con lei a metà settembre per La Paz, Bolivia. Un regalo di laurea per la nostra “piccolina”… o forse è lei che ci fa un regalo, viaggiando ancora con noi.
Nonostante la nostra lunga esperienza con l’imballaggio delle biciclette, i voli aerei, i trasporti pubblici e i valichi di frontiera, organizzare tutto richiede sempre diverse ore, a volte anche giorni. Questa volta, la difficoltà maggiore è stata trovare qualcuno che potesse accompagnarci alla stazione degli autobus con le scatole delle bici.
Il giorno prima della partenza, decidiamo di visitare una cantina, andiamo alla Bodega Pulenta (https://www.pulentaestate.com/index.php), situata a una cinquantina di chilometri dalla città. Il fratello di un caro amico franciacortino ci aveva consigliato di incontrare il suo amico Eduardo, descrivendolo come una persona squisita e accogliente.
Le biciclette sono già imballate, così noleggiamo un’auto. Lungo l’autostrada ammiriamo le montagne innevate, con i vigneti che si estendono ai loro piedi. Arrivati al cancello d’ingresso ci dirigiamo verso la reception, dove ci accoglie Raphael, la nostra guida per la visita.
Esploriamo la cantina, oltre che dalle vasche in cemento e Inox, siamo circondati da più di 2.000 barriques, lungo i corridoi ci viene anche raccontata la storia della famiglia arrivata dalle Marche ad inizio del secolo scorso. Passiamo accanto a motori Porsche e Ferrari — la famiglia, infatti, è importatrice ufficiale Porsche in Argentina — per poi essere accompagnati alla sala degustazione. Qui ci vengono offerti quattro vini davvero straordinari: un Malbec, un Cabernet Franc, un Cabernet Sauvignon ed il fiore all’occhiello della casa, il Gran Corte.


Inutile dire che è stata una mattinata estremamente gratificante. Grazie a tutta l’équipe Pulenta, speriamo di potervi incontrare nuovamente.

Alla visita della Pulenta Estate dedico una mitica canzone di Lucio Dalla: Nuvolari. Anche se il pilota italiano non corse per la Porsche, il fondatore della casa automobilistica tedesca disse: “Nuvolari è il più grande corridore del passato, del presente e del futuro”.

Sabato 19 luglio, ci dirigiamo alla stazione dei bus, siamo partiti per la California esattamente cinque mesi fa, ma il viaggio non è finito, è solo in pausa.

Manuela: Sono già passati cinque mesi dalla nostra partenza. Non avevamo previsto di rientrare ora, ma non tutto si può pianificare… ed è proprio questo che amiamo dei viaggi avventurosi. Abbiamo visto luoghi meravigliosi, incontrato persone straordinarie, fatto tanta fatica, riso e pianto, vissuto emozioni forti, belle e difficili.
Ci sono stati momenti in cui avremmo voluto lanciare la bici in un fosso e giurato di non risalire mai più in sella. Abbiamo maledetto l’artrosi, l’età, le docce fredde, la scomodità. Abbiamo sognato la doccia di casa e una bella cena con amici e famiglia.
Ma MAI abbiamo rimpianto la scelta di vivere questa esperienza. E no, non è finita: diciamo solo che ci stiamo concedendo una breve… pausa pubblicitaria.

À LA PROCHAINE.

Per questo arrivederci all’Argentina voglio aggiungere un brano di Manu Chao, Desaparecido. Le prime parole sono le seguenti:
Me llaman el desaparecido (Mi chiamano il desaparecido)
cuando llega ya se ha ido (che quando arriva è già partito)
volando vengo, volando voy (volando vengo, volando vado)
deprisa, deprisa, a rumbo perdido. (di fretta, di fretta, senza una direzione precisa)

Speriamo di ri-sparire ben presto anche noi

Il riassunto delLA nostrA ARGENTINA

La scelta di venire in Argentina in questa stagione è stata un po’ obbligata a causa dei miei problemi alle ginocchia. La settima successiva al nostro arrivo a Salta, il paese ha battuto i record del freddo risultando il più congelato al mondo, ben più della Groenlandia. Non siamo andati oltre Mendoza, poiché scendendo più a Sud faceva ancora più freddo ed i passi erano innevati.

  • Chilometri percorsi: 1.154 (Per un totale di 6.561)
  • Metri di dislivello: 6.874 (Per un totale di 68.581)
  • Giorni totali inclusi riposi e visite: 28
  • Giorni in sella: 16
  • Notti: Tutte in albergo a da ospiti vari.

PRO
– Il Nord dell’Argentina non è molto conosciuto ma è assolutamente da visitare, abbiamo avuto solamente due o tre tappe un po’ monotone su oltre mille chilometri.
– Le québrade che abbiamo attraversato, una più affascinante dell’altra.
– Gli Argentini. Ancora una volta l’ospitalità latina si è fatta notare.
– Il nostro amico cane Huaco, ce lo saremmo portato a casa.
Manuela: L’artigianato argentino è straordinario: lana, legno, cuoio… come sempre, avrei comprato tutto! Ma la fortuna o la sfortuna di viaggiare in bicicletta è che ti costringe a guardare, sospirare e lasciare la carta di credito nel portafoglio. Il sogno di ogni marito! Ero partita dal Perù con il cuore a pezzi, senza alcuna voglia di pedalare in Argentina, ma questi paesaggi desertici mi hanno conquistata, facendomi dimenticare anche il freddo più intenso.
In Perù avevamo patito un po’ la fame, ma qui ci siamo rifatti con gli interessi. Per chi ama la carne e il buon vino, l’Argentina è una tappa obbligata. Evviva la parrilla!

CONTRO
– Il freddo è stato l’unico punto negativo. Le notti gelide ci hanno fatto desistere e non abbiamo potuto approfittare dei bei campeggi argentini e visitare meglio i parchi naturali.


ARGENTINA – Fuga dalle salite

Le mie ginocchia chiedevano pietà, prendiamo un aereo e ci spostiamo in Argentina.

La morale del trasferimento è: “Abbiamo bisogno di una PAUSA!!!!”.

Riassunto delle puntate precedenti.
Siamo a Huaraz, nel cuore della Cordillera Bianca, punto di partenza della PGD (Perù Great Divide), siamo acclimatati ed allenati per fare questo percorso , ma le ginocchia del vecchio hanno detto stop. Se continuassi adesso su queste salite, rischierei di rompermi.
Dove andare e cosa fare per continuare a pedalare? Il deserto tra Lima ed il Cile lo abbiamo già visitato e non ci attira rifarlo in bicicletta, la Bolivia è prevista in settembre con nostra figlia la Princess, cosa rimane? Trasferirci a Salta, Provincia di Salta, Argentina ed affogare i nostri dispiaceri su 1.300km di Ruta 40, la strada del vino più alta del mondo.

19 giugno – Huaraz / Lima / Salta
Dopo un pomeriggio ad inscatolare bici e bagagli, la sera iniziamo il lungo viaggio di trasferta. Prendiamo un autobus notturno per Lima, 8 ore di sballottamenti intervallati da brevi pisolini su sedili tutto sommato comodi. Poi 12 ore di attesa in aeroporto, per finalmente imbarcarci su un aereo verso la città di Salta. Ho fatto il viaggio completo in uno stato semi-comatoso, credo che il mio mal di gola sia in realtà un’ influenza. Alle 5 del mattino montiamo le nostre bici in aeroporto, facciamo colazione con una tazza di caffè e due croissants, sublimi! Grazie Argentina, per il gradito benvenuto.
Ci ambientiamo al clima freddo di questa zona pedalando una dozzina di chilometri per arrivare in centro città. Ad ogni incrocio le auto si fermano, ci danno la precedenza e lasciano passare i pedoni. Siamo scioccati! È dal 26 marzo, data di ingresso in Colombia, che una simile cosa non succedeva.

Una delle prime cose da comperare è il nuovo casco per El Tonto, il suo è rimasto sull’autobus… Poi compramio del cibo, una doccia calda e molte nanne, le pampas dell’Argentina ci aspettano.

Oggi, per l’entrata in Argentina, non ho potuto fare altro che aggiungere un brano del fantastico Gustavo Santaolalla, De Ushuaia a La Quiaca. Un pezzo sublime del doppio premio Oscar argentino ed un ricordo al nostro passaggio a la Fin del Mundo di due anni fa.

Manuela: Perù, mi mancherai tanto. Non mi tolgo dalla testa la Perù Great Divide, mannaggia eravamo in perfette condizioni di allenamento …@#$%&! Adesso godiamoci questa pausa dalle salite e dalle alte quote. Oggi penso anche ad altro perchè inizio a non sentirmi bene. Pensavo di averla scampata bella vedendo Francesco star male ed io ancora arzilla nel ruolo di infermiera, invece era solo un appuntamento posticipato verso la discesa agli inferi. Il lungo viaggio di trasferimento con due notti insonni, non ha certo aiutato il nostro stato di salute. Fortunatamente in Argentina siamo in un bel alberghetto con acqua calda, riscaldamento ed una cucina a nostra disposizione.

20-24 giugno – Salta
Il mio stato di salute non è proprio dei migliori, penso di non essere mai riuscito a dormire per 24 ore di fila in vita mia. In camera fa caldissimo, ma continuo a tremare mentre la mia vicina di letto dorme beatamente. Verso le otto arranco al frigorifero della cucina per mangiare qualcosa e poi continuare a sonnecchiare. Come aperitivo questa sera un sacchettino di patatine (Mamma Manuela mi ha autorizzato, perché ho perso più di 15 chili da novembre ad oggi) ed una fantastica birra IPA per tirarmi su di morale; non bevevo una vera birra dal Messico.
Comincio a sentirmi meglio, chatto un po’ con il nostro amico Aurelio che dovrebbe aver ricominciato a pedalare sulla costa e scopro che anche lui è fermo a Chimbote, stessi sintomi. Sembra che l’untrice sia la nostra conoscenza brasilera Gisele che quando l’abbiamo conosciuta sul Pastoruri era ancora malaticcia.


Oggi ci dedico Je suis malade nella versione di Dalida.

Il 24 mattina dovremmo partire, ma questa volta è Manuela in stato semi-comatoso, si posticipa a domani.

Manuela: Ma chi sono quei due ciclisti così intelligenti da iniziare a pedalare nella Pampa argentina il giorno del solstizio d’inverno? NOI! Di notte le temperature scendono sotto lo zero, e di giorno si sta bene solo al sole, all’ombra si gela.
Per non restare sempre chiusi in camera, cerchiamo di prendere un po’ d’aria passeggiando per le vie centrali di Salta che ha una splendida architettura coloniale, memoria di un passato glorioso. Oggi l’economia argentina non consente di mantenere tutti gli edifici come meriterebbero ed alcuni sono fatiscenti, che peccato!
Attorno alla Plaza 9 de Julio, che prende il nome dal giorno dell’Indipendenza dell’Argentina, si trovano caffè, ristoranti, palazzi storici e la Cattedrale. La domenica vediamo una grande folla radunata davanti alla chiesa, stanno celebrando la messa all’aperto. Non siamo più abituati a vedere così tanta gente partecipare a una funzione religiosa.
Carissima amica Marie-Charlotte, pensiamo a te. Ci dispiace non essere riusciti ad apprezzare davvero questa città a te tanto cara, l’influenza ci ha inchiodati a letto.

2526 giugno – El Carril
Finalmente si rimettono le chiappe in sella, Manuela sembra stia meglio, io sono quasi rinato. Prevediamo di fare solo una quarantina di chilometri sulla Ruta 68 per testare le nostre condizioni fisiche post influenza.
C’è un bellissimo sole, il cielo è di un azzurro intenso e verso le 11 riusciamo anche a toglierci la giacca a vento ed i guanti. Il panorama non è quello della Cordillera Blanca, ma cerchiamo di apprezzare la strada pianeggiante fiancheggiata da un paesaggio agricolo, piccole costruzioni rurali ed in lontananza le montagne.

Oggi riesco anche ad ascoltare un po’ di musica, finalmente, pensando alla storia del paese a cavallo tra gli anni ’70 ed ’80 dedico Mothers Of The Disappeared degli U2. Non c’è bisogno di commenti sul titolo della canzone.

Ed il giorno dopo siamo di nuovo fermi, Manuela non riesce ad alzarsi dal letto, forse abbiamo ripreso a pedalare troppo presto.

Aspettando la rinascita della mia metà, oggi riascolto l’intero album The Joshua Tree di U2. Il brano Red Hill Mining Town era legato agli scioperi dei minatori inglesi negli anni ’80. A quando una reazione dei loro colleghi peruviani contro l’onta dello sfruttamento da parte delle aziende del mio grande Canada?

Manuela: Mai sottovalutare un’influenza, ogni respiro d’aria fredda mi brucia i polmoni. Sono stata imprudente a pedalare oggi, ma non riuscivo più a restare ferma e così mi sono guadagnata un altro giorno di riposo forzato. Ho promesso a Francesco che ripartirò da qui solo quando starò davvero meglio. In questo paesino di quaranta case non c’è praticamente nulla. Svaligiamo il panificio e decidiamo di assaggiare tutti i dolci disponibili…alla fine si somigliano tutti: pane zuccherato farcito con dulce de leche, crema pasticcera o marmellata di membrillo (mela cotogna).

27 giugno-1 luglio – Cafayate
Ripartiamo da El Carril con Manuela che sembra stare meglio, anche se dice che l’aria fredda le brucia i polmoni. Si pedala tra zone aride e coltivazioni sparse, ogni tanto compaiono stradine sterrate che si perdono nel paesaggio, delimitate da grandi cancelli, sono gli ingressi alle fincas, immense tenute agricole. In mezzo al nulla arriviamo nell’unico posto che offre dei posti letto, un ristorante e un buffet con caffè e torte. Uhaooo! Tutto sembra invitante finché non vediamo i prezzi: “Ma questi sono pazzi! ” triplicati rispetto al solito, più un 10% se si paga con carta di credito.


Vista l’ora e il nostro stato di salute, ci fermiamo. La camera è un frigorifero, dormiremo sotto una montagna di coperte a 12°C, il piccolo frigorifero è una coltivazione di funghi, le lampadine non funzionano e la doccia un congelatore sporco. Il tutto al doppio del prezzo dell’appartamento perfetto del giorno prima. Fu** you, al bar ci concediamo una grande fetta di torta alla quale non resistiamo e ci infiliamo nel letto.
Partiamo appena fa luce, con un freddo pungente, indossiamo tutto ciò che abbiamo. La strada si infila nella Quebrada de las Conchas, una gola stretta incastonata tra pareti di roccia altissime, molto sceniche.
La percorreremo interamente fino al bivio con la leggendaria Ruta National 40 (lunga circa 5200km è l’equivalente argentino della Route 66 negli Stati Uniti). Già due anni fa pedalammo con gioie e dolori gli ultimi 600 km di questa strada nella Tierra del Fuego.
Dal Mirador de las Tres Cruces, il panorama diventa sempre più mozzafiato… e il vento sempre più forte, ovviamente contrario. Manuela fa fatica a stare in piedi. Avanziamo a fatica per una quindicina di chilometri, tra pedalate e tratti a spinta, ma il vento aumenta ancora (le previsioni danno raffiche a 70 km/h), mancano ancora 10 km alla città, ed è già tardo pomeriggio.
La salvezza arriva sotto forma di un pick-up. Spieghiamo la situazione e, quasi per magia, ci ritroviamo nel cassone, con bici e bagagli. In venti minuti siamo alle porte di Cafayate, sani e salvi.

Quale canzone poteva essere meglio ambientata al duro pomeriggio alla fine della Quebrada de las conchas se non Ride the wild Wind dei Queen?

Manuela: Sarebbe stato meglio dormire in tenda nascosti nella pampa, almeno sapevamo cosa aspettarci, La Posta de las Cabras era proprio per delle capre! Lo sbalzo termico tra l’alba e il giorno è incredibile: si passa dall’indossare tutto ciò che abbiamo nelle borse, a restare in maglietta e pantaloncini sotto il sole. Questa strada è lunare, con tante conformazioni geologiche alle quali hanno dato nomi simbolici come El Anfiteatro, El Sapo, El Fraile. Ci si sente soli nel nulla, passa qualche rara auto e sempre i passeggeri ci salutano con un cenno. Nel parcheggio della Garganda del Diablo vediamo la bici stracarica di un ciclista che però non incontriamo, sarà andato ad esplorare la gola strettissima, noi ci fermiamo all’inizio, il vento inizia a soffiare forte e la strada è ancora lunga. C’è anche qualche banchetto improvvisato di venditori locali che offrono piccoli oggetti artigianali. Ma da dove saranno spuntati? Sono decine di chilometri che non vediamo una sola casa.
Grazie alla giovane coppia russa in vacanza, senza il passaggio sul loro pick-up saremmo arrivati in città in piena notte. Il vento forte, a quanto pare, non è una leggenda solo patagonica… in Argentina soffia ovunque!

2-5 luglio – Santa Maria, Hualfin, Londres, Salicas
Ancora un giorno di sosta per permettere a Manuela di riprendersi un po’ dalla sua non-sappiamo-bene-cosa-influenza-tosse-bronchite, poi un giorno ancora per riposarci meglio e goderci una buona parilla mixta con del buon vino Torrontés. Ieri l’Argentina è stata considerata il paese più freddo al mondo ed anche qui da noi, il termometro si avvicina allo zero e si intravede la neve sulle montagne circostanti.


Lasciamo Cafayate ed ci immettiamo sulla Ruta 40, che qui è anche Ruta del vino. Per diversi chilometri pedaliamo in mezzo a vigneti nei quali spesso vediamo squadre di potatori all’opera. Poi i vigneti spariscono e noi continuiamo nella valle che qui è larga almeno una decina di chilometri, dove in mezzo al nulla si intravedono vacche, capre, asini e cavalli liberi al pascolo, qualche rarissima casa. Da queste parti ci sono solo minuscoli paesini e trovare un posto dove dormire o dove comprare qualche cosa da mangiare non è sempre facile, pane, uova, un’arancia, un ciclista affamato si arrangia sempre.
Per il resto ancora deserto, sempre deserto e sempre la Ruta 40 che è un susseguirsi di leggeri su e giù. Facciamo sosta pranzo seduti davanti ad una piccola cappella. Facendo il giro del fabbricato, vedo un ripiano con un riparo per il vento e, ben nascosta, una piccola candela che sta bruciando. Qui non c’è molto traffico, però qualche fedele si è fermato anche oggi e non deve essere una cosa rare, poiché vicino al riparo c’è una confezione di candele votive.

Manuela: In posti come questi, quando mi sento una formichina persa nel nulla, dove l’unico suono è quello delle ruote della mia bicicletta sull’asfalto e il vento che mi soffia nelle orecchie (ok, a volte c’è anche la musica sparata a tutto volume dallo speaker di Francesco), mi diverto come una bambina. I pensieri si spengono, vanno in modalità off, e io mi godo il paesaggio e la solitudine.
Qualcuno potrebbe dire: “Che noia, tutta pampa e nient’altro.” Vi assicuro che è una sensazione di libertà bellissima.


Siamo su un altipiano di una ventina di chilometri, alla fine ci appare una pista per aerei completamente asfaltata. Ingenuamente diciamo che potrebbe essere un impianto militare, ma dopo una ricerca su Internet, scopriamo che la pista è proprietà di un’azienda canadese che l’aveva costruita per gli operai della vicina miniera d’oro e rame. Poche sono le informazioni sulla chiusura della miniera per un possibile avvelenamento da metalli tossici delle sorgenti dell’intera regione. Viva le plus meilleur pays au monde (la storpiatura grammaticale è umoristicamente molto usata in Québec. Letteralmente: Il più migliore stato del mondo).
Inizia una lunghissima discesa di una trentina di chilometri per arrivare in un piccolo pueblo, Hualfin, dopo 115 km che saranno tra i più belli di questo viaggio.

Pedalando in questo deserto pensavo a chi riesce a percorrere tutta la strada “A2A” (Alaska to Argentina come alcuni la chiamano) in bicicletta. In Alaska perse la vita Christopher McCandless, il protagonista di Into the Wild. Bellissima la canzone Long Nights di Eddie Vedder, adattissima anche in questo deserto, 15.000 km più a Sud di Anchorage.


Nuovo giorno, stesso vallone desertico, guardando l’orizzonte sembra impossibile che la strada possa passare la barriera delle montagne ed invece ci addentriamo nella Québrada de Bélen, un altro canyon molto panoramico che ci permetterà anche di osservare delle magnifiche aquile che vanno e vengono da un nido posto sopra il costone roccioso ad un centinaio di metri dalla strada.

Nella quebrada non erano condor, ma “solamente” aquile però direi che El condor pasa si addice alla situazione.

Speravamo di dormire nuovamente in un’Hosteria Municipal (locale con ristorante e camere, gestito dal comune a prezzi molto onesti), come il giorno prima, purtroppo il magnifico fabbricato è stato inaugurato, ma non ancora aperto. Fortunatamente, la proprietaria di un vicino ristorante ci aiuta a trovare un alloggio dopo una decina di telefonate. Dormiremo in una camera senza riscaldamento, ma in un letto e non in tenda, le nostre vecchie ossa ringraziano.
Al chilometro 4040 incontriamo due motociclisti argentini in viaggio verso Nord con la loro nuova moto del marchio italiano Benelli.
Non facciamo che qualche chilometro che ci fermiamo a scambiare qualche parola con Mary e Bert (https://www.pedalsandpuffins.com/), due Statunitensi della Florida che arrivano da Ushuaia e sono diretti a Bogotà. Solite discussioni tra ciclisti e poi c’è chi continua verso Nord e chi verso Sud, ci auguriamo a entrambi di avere il vento alle spalle !


Manuela: Ogni scusa è buona per fare una pausa, e quindi… foto di rito sia al cartello del chilometro 4.040 che a quello del 4.000 della mitica Ruta 40!
Il cartello segnaletico e il guardrail sono ormai completamente ricoperti di adesivi lasciati da viaggiatori in moto, in bici o in motorhome che sono passati di qui prima di noi. Un piccolo rito di passaggio per dire: “ce l’ho fatta anche io”. Noi, invece, non incolliamo adesivi in questi luoghi simbolici: siamo due “vecchi ciclisti low profile”.
Oggi un altro bell’incontro ! una coppia di viaggiatori in bici, più o meno della nostra età, anche loro in giro per il mondo. Ci si capisce subito, anche con poche parole, basta uno sguardo tra “animali” dello stesso tipo per sentirsi in sintonia. Ci scambiamo i biglietti da visita, simili ai nostri, sorridiamo e siamo sicuri che ci rimarremo in contatto.


Nelle nostre prime sei-sette tappe in Argentina avevamo elogiato la civiltà degli utenti delle strade, ma sono due giorni che la quantità di sporco, bottiglie di plastica e lattine è notevolmente aumentata. All’inciviltà di queste persone dedico Plus rien di Les Cowboys fringants. Prima di buttare qualcosa per terra, bisognerebbe riflettere.

Manuela: Dobbiamo resistere ancora un paio di giorni e poi, forse, dormiremo in una camera al caldo nell’unica vera cittadina della zona. Urge anche fare un po’ di bucato, sempre con gli stessi vestiti addosso, giorno e notte, altro che romanticismo dell’avventura, qui si puzza sul serio. Perchè in Argentina per la cena si aprono i ristoranti solo verso le 21? io sono affamata e a quella ora sono già stesa sul letto, sfinita, vestita da capo a piedi sotto dieci coperte!
Quando partiamo, tra le 8 e le 9 del mattino, le strade sono completamente deserte. E tra le 13 e le 17… tutti i negozi sono chiusi e nuovamente tutti spariscono. Le finestre delle case restano sempre chiuse; è vero che luglio è il mese più freddo dell’anno da queste parti…Ogni paese ha le sue abitudini, le sue tradizioni ed è giusto così, siamo noi a doverci adattare.

6-7 giugno – Pituil, Chilecito
Ancora deserto, ancora Ruta 40. Pochi incontri e purtroppo sia ieri che oggi gli ultimi 10-15 chilometri con il vento contrario. Non impossibile, ma faticoso, molto faticoso.

Siamo migliaia di chilometri a Sud delle regioni (New York, Ontario) in cui era ambientato il film “L’ultimo dei Mohicani” e le grandi pianure Nord-Americane sono totalmente diverse. Promentory di Trevor Jones è uno dei brani più belli.

Oggi si parte alla primissima luce perché le previsioni danno ancora vento contro su quasi tutto il percorso ed invece arriviamo tranquillamente a destinazione senza troppa fatica. Mentre aspettiamo la padrona di casa che deve portarci le chiavi del miniappartamento in cui resteremo due giorni, l’occhio vigile di Manuela vede ad una cinquantina di metri un locale dove stanno cuocendo polli alla griglia, ne sognavamo uno da giorni!
Tanto buon cibo e riposo sia.

Da giorni, lungo la strada, incontriamo piccole “santelle”, cappelle improvvisate o semplici statuette incollate su una roccia, circondate da pietre, vecchi copertoni di camion, bandiere, strisce di tessuto… il tutto rigorosamente pitturato di rosso. Accanto, bottiglie d’acqua, resti di cibo, sigarette e piccoli oggetti votivi. In Argentina, sono molto venerate due figure del culto popolare: la Difunta Correa e il Gauchito Gil.
Si racconta che intorno al 1850 la Difunta Correa morì di sete nel deserto mentre seguiva a piedi il marito, arruolato con la forza. Quando il suo corpo fu ritrovato, il bambino che portava con sé era ancora vivo e attaccato al seno. È considerata una santa popolare, simbolo di fede e miracoli, e molto amata da camionisti e viaggiatori.
Il Gauchito Gil era un ex soldato diventato fuorilegge per aiutare i poveri. Fu ucciso dalla polizia nel 1878, ma prima di morire predisse la guarigione del figlio del suo carnefice. Il miracolo si avverò, e da allora Gil è venerato come un santo, protettore dei viaggiatori, portatore d’amore, buona salute e fortuna.

Manuela: Accanto ai santuari del Gauchito Gil e della Difunta Correa ci sono spesso piccoli tavolini e panche improvvisate. Noi li utilizziamo per le nostre pause caffè o pranzo, nel deserto non ci sono molti posti dove sedersi.
A forza di incontrarli lungo la strada, ci affezioniamo a queste figure, e in fondo, speriamo che portino un po’ di fortuna anche a noi.


Qualche nota sul nostro viaggio in Patagonia

Bicicletta

Ci sono decine di siti e video su come allestire una bici da viaggio, nonché libri scritti da viaggiatori e tecnici esperti dove si possono trovare una multitudine di consigli e informazioni. Noi utilizziamo una bicicletta con telaio Surly Bridge Club e componentistica personalizzata, rapporti 2×9, cerchi rivettati con 32 raggi, pedali doppia funzione (piatto e SPD). Abbiamo due set di ruote, uno da 29 con pneumatici da 1,6″ ed uno da 27.5 con pneumatici da 2.3″ (usate per questo viaggio).

Le luci sulla bicicletta le abbiamo usate solo due volte e per poco tempo, avremmo potuto arrangiarci con le frontali, ma averle è una questione di sicurezza nel caso il buio ci prenda prima di arrivare a destinazione.

Note sulle SIM

Oramai viaggiare con un cellulare è cosa normale e la facilità di acquistare SIM da gestori locali permette di avere un numero  a basso costo come anche con una buona quantità di dati per la navigazione Internet.
Prima di partire, avevamo fatto delle ricerche su chi offrisse contratti “prepago” e buone coperture sulla Carretera Austral.
Claro è uno dei migliori gestori di telefonia mobile in Sudamerica, lo avevamo già usato in Perù, ma in Cile optammo per Entel. Entrambi sono validi, buon prezzo, buona offerta dati, raramente senza campo.
In Argentina seguendo il consiglio di un italo-argentino comprammo una SIM Movistar al costo di 1$, la cattiva sorpresa fu che non riuscimmo ad attivarla perché Movistar richiede il numero di un documento d’identità argentino. I nostri amici francesi avevano un contratto Claro e non ebbero problemi.
Per tutti questi gestori, un’altra differenza rispetto a quelli di altri paesi è il servizio dati mobili. Non basta avere caricato il denaro nella “bolsa”, bisogna anche spostare questo montante dal salvadanaio virtuale al conto in uso, altrimenti la ricarica non è utilizzabile.
Il nostro suggerimento è di farsi attivare la SIM dal negoziante al momento dell’ acquisto e fare la prima ricarica con la sua assistenza, si perde meno tempo a studiare il sito del gestore e le persone sono sempre disponibili.

Cani

I cani sono il terrore di ogni ciclista, noi abbiamo sentito storie di tutti i generil: c’è chi tenta di scappare, chi usa un bastone, chi spruzza l’acqua della borraccia, chi sceglie di scendere e farsi avvicinare come “amico” oppure di raccogliere una pietra facendo il gesto di lanciargliela. Noi privilegiamo le ultime due opzioni perché un cane anche se piccolo corre molto più veloce di un cicloturista, il bastone è “violento” e non sempre a portata e l’acqua è preziosa.
Oggi sul mercato esistono anche spray anti-orso oppure anti-cane (nostro gadget preferito per pedalare negli USA), a questi si può abbinare un clacson spray che ha una potenza di parecchi decibel (lo si trova negli oggetti da nautica e online).
Visto il peso e l’ingombro veramente minimi, questi oggetti oramai fanno parte della nostra lista di cose prioritarie come il GPS e la crema da sole. Durante questo viaggio di cani pericolosi non ne abbiamo mai incontrati, anzi spesso dopo il primo abbaio si avvicinavano scodinzolanti e con grande voglia di farsi coccolare o seguirci per qualche kilometro.

Dove dormire e mangiare

La scelta dei posti in cui passare la notte è varia. Di base occorre adattabilità, noi abbiamo dormito sotto un ponte, su un prato vicino ad un minuscolo abitato di una cinquantina di case, sulla riva di un torrente, vicino ad un pollaio. Potrebbe capitare di dormire in fermate d’autobus, in case disabitate, oppure veramente nel nulla. Per il tipo di alloggi, lungo il percorso si può trovare di tutto: Hostal con uso di cucina, alberghetti, capanne, camere in case private, alberghi con piscina e spa, etc.
Per la spesa, considerare sempre i giorni di autonomia necessari fino al prossimo centro abitato per avere sufficienti scorte di cibo, comunque sulla Carretera è impossibile morire di fame.
Oltre a Google Maps che segnala molti dei posti in cui fermarsi, l’applicazione più aggiornata ed utile per i luoghi in cui fermarsi è iOverlander. È gratuita, offre informazioni utilissime anche per i posti nel nulla ed è continuamente aggiornata da motociclisti, automobilisti e ciclisti.

Denaro

In Cile ci sono le Casa de cambio, ovviamente non ad ogni angolo di strada, sono luoghi ufficiali in cui cambiare euro o dollari americani, i cileni non “amano” cambiare valuta in nero.
In Argentina dopo l’avventura di molti anni fa del cambio 1 a 1 con il dollaro americano, oggi esiste il Dollar Blue un cambio in nero ufficiosamente legale, chiunque cambia dollari ed euro, ma fare attenzione il tasso è estremamente variabile e negoziabile. Spesso i tassi migliori si hanno nei negozi in cui si fanno acquisti, nel ristorante dove si mangia od in albergo. È sconsigliato pagare con carta di credito in Argentina, mentre fattibile in Cile se si accetta di pagare una piccola commissione applicata alle carte di credito straniere.

Elettricità

Si trova quasi ovunque, ma un battery pack da 20.000 mA nella borsa potrebbe essere una sicurezza in più.

Applicazioni per cellulare

  • OsmAnd – Ottima cartografia offline.
  • Windy – La miglior applicazione per le previsioni meteo.
  • Meteo Blue – Altra affidabile applicazione per la meteorologia. A differenza di Windy, qui è possibile avere previsioni più a lungo termine anche con la versione gratuita.
  • iOverlander – Per trovare siti in cui campeggiare, è usata da camperisti, motociclisti e ciclisti di tutto il mondo. Tutto il percorso è ottimamente documentato. Se si utilizza un sito recensito da iOverlander, è consigliato fare il “check-in” per documentare il proprio passaggio, in questo modo chi arriverà dopo, avrà informazioni recenti, si sconsiglia di fare affidamento a siti non aggiornati da anni.
  • WhatsApp – Usato moltissimo anche per motivi professionali da molte aziende sudamericane ed è più facile comunicare in questo modo.
  • Google Maps – I servizi sulla Carretera lo utilizzano molto, si trova quasi tutto, un piccolo commento è sempre gradito ai posteri.

Cucinare

Nessun problema a trovare gas, quindi un fornellino multifuel non è necessario. Acqua da bollire e/o filtrare facilmente reperibile lungo la Carretera, attenzione invece che la Terra del fuoco è arida.

Riflessioni pedalando nella solitudine

Dopo due settimane che pedalavo nel deserto tra New Mexico e Texas, scrissi ad una coppia di amici che ero veramente stufo di quella monotonia grigio-marrone; mi risposero che forse un italiano ed il deserto non sono compatibili. Ricordai che ero appena stato nella Terra del Fuoco, altro posto di steppe e aree semi-deserticche e non avevo avuto la stessa sensazione, perché?
Riflettendo ho provato ad analizzare i due ambienti come viaggiatore. Quando viaggiavamo verso la fin del mundo ogni due o tre ore incrociavamo la stradina di ingresso ad un’estancia e, in lontananza, si scorgeva una macchia di vegetazione che indicava l’esistenza di un’abitazione; al cancello, nove volte su dieci, c’era un riparo più o meno grande, più o meno in buono stato, più o meno pulito, nel quale ogni viandante poteva ripararsi dal sole, dalla pioggia, dal vento.
In Texas?  Notice: Private property, no trepassing!
In Terra del Fuoco, quando arrivavamo in un hostal od in qualsiasi altro posto, ci accoglieva un sorriso, mangiavamo in cucina con i proprietari, discorrevamo di qualsiasi cosa con i commensali di un ristorante, eravamo persone tra le persone.
In Texas? Quando entri in un distributore a comperare un caffè, il proprietario con la pistola al cinturone come Tex Willer, ti chiede con tono non proprio amicale da dove vieni, dove vai e ti fa notare che hai uno strano accento.
In Terra del Fuoco quando ci fermavamo a mangiare il nostro panino seduti in un riparo sulla strada, chi passava, anche se era la polizia, ci salutava cordialmente.
In Texas? Quando mangi un panino seduto su un guardrail in mezzo al deserto e passa il Border Patrol, ti viene chiesto se va tutto bene… grazie… ma ti viene anche fatto un mezzo interrogatorio da dove vieni e dove vai, etc…
In Terra del Fuoco, quando ti fermi a guardare cosa ci faccia un autobus in mezzo al nulla, scopri che è l’abitazione di un vecchio pescatore settantenne che offre un caffè a chi si ferma da lui a scambiare quattro parole, rifiuta di essere pagato e si vergogna a ricevere in compenso due banane “perché potrebbero servirti”.
In Texas? Fuori da un ranch trovi un cartello con scritto: We don’t call 911. This property is protected by second amendment oppure si avvisano i fedeli che in chiesa non è consentito portare armi oppure si scrivono cartelli del tipo: Country, God and Gun.
Forse sono queste le piccole cose che fanno trovare lungo il passaggio nel deserto meridionale degli USA e invece ti fanno trovare la motivazione per continuare a pedalare controvento nell’inospitale Tierra del Fuego.

Tierra del Fuego – 18/26 febbraio –  Da TOLHIUN a USHUAÏA…e Québec

18 febbraio – giorno 37 – USHUAIA

Meteo: 🌦️
Distanza: 104 (2.420)
Dislivello: 1.147 (25.279)
Ripio: 0 (768)

Visto il cielo uggioso, Manuela vorrebbe rimanere nel letto, a fatica si alza e si prepara per la colazione. Abbiamo fatto più di 2.300 km senza una sola foratura, ma dopo nemmeno 10 km dalla partenza, la mia gomma posteriore è a terra, per fortuna ha appena smesso di piovigginare ed in una ventina di minuti riusciamo a ripartire.

L’unica foratura del viaggio a 90 km dalla fine

Prima della salita al Paso Garibaldi, ultimo colle prima di arrivare a Ushuaia, ci fermiamo in un locale sulle rive del Lago Escondido per il consueto caffè con dolce di metà mattina. Nell’entrare la visione di un cordero che sta abbrustolendo sul classico BBQ patagonico; metterlo a cuocere vicino all’entrata del locale è una violenza psicologica nei confronti di due poveri ciclisti perennemente affamati.

BBQ

Chiacchierando con la proprietaria, potremmo piantare gratuitamente la tenda nel giardino ed assaporarci un bel piatto di carne per la cena, ma oggi non siamo propensi a dormire per terra all’umido, quindi paghiamo, salutiamo e rimontiamo in sella. I tornanti verso il passo non sono difficili come avevamo sentito dire ed arriviamo rapidamente alla brutta costruzione del mirador che offre una incredibile vista sul lago che abbiamo appena costeggiato. Grande discesa ininterrotta di 7-8 km e poi altri 20 km di mini salite e lunghe discese, la Tierra del Fuego ha voluto farci questo regalo per l’ultimo tratto di strada da percorrere.

Lago Escondido

Nel tardo pomeriggio eccoci all’ingresso di Ushuaia, appoggiamo le bici al muro della colonna con il nome della città, sosta obbligatoria per la foto ricordo.

Arrivati ad Ushuaia

Dopo 36 giorni siamo arrivati alla Fin del Mundo. La seconda foto sarà davanti al famoso cartello ufficiale “Fin del Mundo”, una consuetudine per i turisti che arrivano qui. Altra tappa di rito passare all’ufficio turistico per farsi timbrare il passaporto, come dei bambini scegliamo tra il timbro con i pinguini o con il nome della città.

Ed anche noi siamo arrivati!!!

Disquisizioni filosofiche – Garibaldi a Ushuaia?

Che ci fa un Paso Garibaldi alla fine del mondo? Non si tratta del “nostro” Giuseppe nazionale, ma bensì Luis Garibaldi Honte, colui che trovò il passaggio per poter costruire la strada. L’aneddoto è facilmente reperibile su internet.

Mirador al Paso Garibaldi

19 febbraio – Ushuaia

Dopo una laboriosa ricerca, troviamo un bilocale carino e pulitissimo al Rincon del Beagle, corredato anche di lavatrice per eliminare lo sgradevole odore di vissuto, nostro compagno di viaggio fisso, un vero lusso. Riusciremo anche ad organizzare una cena “a casa nostra” con Carlo e Fabio. Grazie all’abilità culinaria di Fabio, condivideremo un eccellente spaghetti aglio, olio e peperoncino.
Domani andremo alla fine della Ruta 3, dopodomani viaggio in bus, poi giornata di sosta a Punta Arenas, volo su Santiago e finalmente volo a casa via Houston, Toronto. Sarà un ritorno piuttosto lungo e tortuoso, ma in compagnia di magnifici ricordi.

20 febbraio – Ushuaia

Meteo: ⛅
Distanza: 51 (2.475)
Dislivello: 719 (25.998)
Ripio: 40 (808)

Questo viaggio non poteva considerarsi terminato senza aver visitato il Parque Tierra del Fuego ed un luogo che Manuela sognava dall’epoca delle scuole elementari. Usciti dalla città con le bici scariche dopo circa 10 km arriviamo all’ingresso del parco. Il guardiaparco controlla il biglietto, verifica che abbiamo il casco (obbligatorio all’ interno del parco) e ci chiede se siamo italiani: “Siiii” e lui ci racconta che ha vissuto per anni vicino a Bergamo. Quando ce ne andiamo, ci saluta esclamando un bel “Pota!”
Pedalando su un bel ripio (porca zozza, solo alla fine lo troviamo bello?) arriviamo fino alla Bahía Lapataia, poi l’Ensenada Zaratiegui dove si trova un ufficio del Correo Argentino, la Unidad Postal del Fin del Mundo. Purtroppo è chiuso causa festività, ma Manuela può finalmente fare la foto che aveva visto sul suo sussidiario delle elementari quando si promise che un giorno sarebbe andata in quel posto: il suo sogno è stato esaudito.

L’ufficio postale più a Sud del mondo

Per evitare ai frequentatori del campo da golf più a sud del mondo di respirare troppa polvere, alcuni chilometri di ripio sono stati bagnati. Questa gentilezza fatta ad alcuni, è sinonimo di fango per altri e ci ritroviamo le bici completamente inzaccherate. La fortuna vuole che una coppia sta lavando le proprie auto con un’idropulitrice davanti a casa loro. Manuela mi provoca dicendo che se fosse sfrontata come suo marito chiederebbe ai due di poter lavare i nostri preziosi mezzi. Detto, fatto! La gentilezza di queste persone è tale che la risposta è affermativa e noi ripartiamo con le biciclette pulite. L’operazione sarà un’idea eccellente, poiché un solerte agente dei servizi doganali canadesi qualche giorno dopo ci fermerà per controllare se le nostre biciclette hanno residui di terra sulle ruote. Sapesse che avventure hanno vissuto queste biciclette…

21-26 febbraio – USHUAIA – QUÉBEC

E con oggi si comincia la fase di rientro. Un’ ultima passeggiata in centro per trovare un paio di souvenir per la nostra Princess, una visita da Carlo e Fabio per un brindisi, anche se siamo d’accordo che li raggiungeremo nel loro hostal di Punta Arenas il giorno successivo.
Neza e Stephan ci invitano a prendere un caffè, ci raccontano del loro tentativo di raggiungere Ushuaia da Rio Grande seguendo una strada alternativa più “wild” rispetto alla Ruta 3; il tentativo è fallito, la polizia li ha mandati indietro a causa di lavori sulla strada.

…E non è finita qui…

Varie

Cose positive

  • La Carretera Austral, magnifica e varia dall’inizio alla fine, con i suoi colori, il cielo stellato, la flora e la fauna, le montagne ed i corsi d’acqua, ed in particolare la Laguna del desierto
  • I ciclisti che abbiamo incontrato: Mirna e Juan (argentini), i tre parigini di cui non abbiamo il nome, Nicolas e Morgan di Parigi, Neza (slovena) e Stephan (tedesco), Carlo (fiorentino) e Fabio (leccese), Stein (belga), Yvonne e la sua amica (olandesi), Christian (cileno), Marcelo ed il suo amico (cileni di Santiago), i cinque bolzanini ed i quattro spagnoli.
  • Gli “albergatori” di Villa Tehuelches, Jaime il giornalista e i padroni dell’hostal di Tolhouin, nonché i primi Patricia e José di Puerto Montt.
  • La gentilezza del popolo cileno e argentino.
  • La ruta 7 tra El Cerrito e Tapi Aike i 70 km “più peggio” della nostra vita.
  • Il vento in coda che ci spinge anche in salita.

Cose negative

  • La megera che non ci ha venduto le uova con 50 galline che razzolavano davanti a casa.
  • La ruta 7 tra El Cerrito e Tapi Aike i 70 km “più peggio” della nostra vita.
  • Il vento contro a El Calafate che ci ha obbligato ad imbrogliare per 10 km facendo autostop.
  • Il traffico della ruta 3, dopo un mese di quasi silenzio non siamo più abituati al casino delle auto.

Tierra del Fuego – 14/17 febbraio –  Da PUNTA ARENAS a TOLHIUN

14 febbraio – giorno 33 – PORVENIR

Meteo: 🌦️
Distanza: 11 (1.980)
Dislivello: 16 (22.223)
Ripio: 0 (682)

Dopo soli 5-6 km arriviamo al molo di Tres Puentes da dove partono i traghetti che attraversano i 40 km di stretto. Per pedoni e biciclette non c’è bisogno di prenotazione ed acquistati i biglietti in pochi minuti saliamo a bordo. Sulle poltrone del salone passeggeri ecco ritrovati Carlo, Fabio ed anche Neza con Stephan. La traversata dura un paio di ore per entrare finalmente nella parte finale del nostro viaggio: la Tierra del Fuego.

Verso lo stretto di Magellano

Siamo a Porvenir, come scendiamo siamo accolti dal solito vento contrario e partiamo alla ricerca di un posto per passare la notte. C’è chi ha già prenotato e chi, come noi, comincia dal primo hostal trovato su Google Map, ci fermiamo all’Hospedaje Shinka e c’è una camera libera, come al solito gente gentilissima che ti fa sentire a casa.

Oggi sarebbe di riposo perché domani si ripartirà per affrontare gli ultimi 450 km. Dopo una lunga passeggiata fotografica, ci tocca una seconda lunga camminata alla ricerca del ristorante; dopo un paio di posti con “speciale serata San Valentino”, un posto completo, uno che non troviamo e un altro chiuso, arriviamo al Ristorante Puerto Montt. Il posto è al completo, ma chi vediamo? Carlo e Fabio che ci invitano al loro tavolo per farci passare una piacevole serata in compagnia e salvandoci così da un frustrante ritorno in camera senza cena. Buon San Valentino!

15 febbraio – giorno 34 – PASO SAN SEBASTIAN

Meteo: ☁️🌤️
Distanza: 138 (2.118)
Dislivello: 1.016 (23.239)
Ripio: 86 (768)

Brutto risveglio, più che stanchezza fisica è stanchezza psicologica e voglia di starsene a letto fino a tardi, sono già 36 giorni che siamo in giro e forse avremmo bisogno di una vera pausa relax più lunga. Fuori fa freddo, ci saranno circa 5° ed il cielo è grigio, molto grigio, pioggia in vista?

Sulla Bahia Inútil

Usciti dal paese, non c’è proprio più nulla, dopo 12 km arriviamo sul ripio, che proprio non ci mancava e che ci accompagnerà fino al bivio per il Parque Pingüino Rey. Pedaliamo svogliatamente, siamo superati prima da Carlo e Fabio e poi da Neza e Stephan. Dopo una trentina di chilometri comincia a piovere, io e Manuela saremo gli unici a vestirsi, gli altri quattro non conoscono la nostra tattica scaramantica, quando noi ci vestiamo per un temporale incerto, smette subito di piovere, infatti  porteremo fortuna al gruppo: il sole ci accompagnerà fino a tardo pomeriggio quando potremo osservare un magnifico tramonto. Siamo sulla Bahia Inútil, il panorama è come un dipinto a pastello con i colori delle nuvole, cielo, acqua e terra. Sulla riva in lontananza si scorgono delle baracche di pescatori semi-diroccate, vediamo le bici sloveno-tedesce appoggiate ad una di queste, ogni coppia segue il suo ritmo, le sue pause ed ha il suo modo per appropriarsi del paesaggio.

In lontananza un autobus sgangherato parcheggiato vicino a delle baracche in lamiera, ci sono già le bici di Carlo e Fabio che ci fanno segno di fermarci; nell’autobus vediamo pile di vestiti ben piegati ed accatastati sui sedili, altri sedili sono pieni di libri. Vicino al posto del guidatore c’è una cucina a gas e, per terra, due sacchi di cibo per gatti. È il bus-casa di Carlos, un pescatore di 73 anni che vive qui in solitudine. Carlos offre a tutti un caffè e dei crackers, nella zona non mi sembra di aver visto molte sorgenti d’acqua, quindi non bisognerà essere troppo schizzinosi. Con fierezza ci mostra anche un enorme salmone appena pescato.
Quando ripartiamo e chiediamo cosa gli dobbiamo, non vuole assolutamente essere pagato e la cosa ci imbarazza, ma ricordando un racconto di altri cicloturisti, gli offriamo le nostre due banane. Vivendo ad una cinquantina di chilometri dal primo centro abitato, immaginiamo che per lui sia difficile procurarsi frutta fresca. Inizialmente rifiuta perché non vuole farci restare senza, ma con un’innocente bugia, dicendo che ne abbiamo altre, le accetta con un grande sorriso. Si dovrebbe riflettere su come certa gente che non ha nulla, sia più generosa di chi ha tutto.

Quando arriviamo ad un bivio verso i 50 km, vediamo in lontananza Neza e Stephan che stanno ripartendo salutandoci e ci diamo il cambio nel rifugio per una veloce pausa rifornimento di energia. Il ripio peggiora, ma il vento comincia ad aumentare ed essere nella direzione giusta. Al km 98 da un lato ricomincia la strada pavimentata e dall’altro la strada che si dirige verso ua pinguinera. Nel solito rifugio al bivio riecco Neza e Stephan che stanno decidendo se girare a destra o andare diritti verso la frontiera di Paso San Sebastián. Visitare la pinguinera sarebbe bello, ma dopo una veloce ricerca su Internet, scopriamo che l’ingresso è solo su prenotazione e che il posto chiude tra non molto, vogliamo rischiare?

Fermate d’autobus, protezione anti-vento e pioggia, sala da pranzo viandanti…

Le due signore vorrebbero dormire qui e riprovare la visita ai pinguini domani mattina, i due maschietti vorrebbero approfittare del vento portante e percorrere gli ultimi 40 km di strada asfaltata prima del buio. L’ idea di dormire in un bel letto sognando i pinguini sta facendo breccia nella volontà delle due ribelli, si riparte, con il vento che ci regala un’ottima andatura per arrivare alla frontiera cilena nei pressi della quale c’è l’Hostaria la Frontera. Qui le camere sono spartane, con bagno in comune, la corrente elettrica è accesa solo dalle 19 alle 23, ma dormire in un vero letto è sempre meglio che dormire in un rifugio sulla strada.

Verso San Sebastián

Verso le 22 siamo quasi tra le braccia di Morfeo quando sentiamo le voci familiari di Carlo e Fabio che, lottando contro il vento e le recinzioni, erano andati fino alla pinguinera. Non avendo trovato un posto idoneo per dormire e riflettendo su dove fermarsi sono arrivati qui.

Disquisizioni filosofiche – Gli shelter sulla strada

Una nota di disgusto su questi rifugi e sulle persone che li vandalizzano. Per motivi di sicurezza, ogni tot chilometri, il governo ha costruito a bordo strada delle baracche costituite da una sola stanzina con una panca, una finestra, riparato dalla vista un WC secco ed un piccolo soppalco che potrebbe ospitare 2-4 sacchi letto. Viaggiando nella desolazione della Patagonia, questi rifugi sono provvidenziali per chi vuole fare una pausa, preso dal maltempo o semplicemente per passarci la notte. Invece cosa succede? Che spesso alcuni incivili spaccano i vetri, lasciano sacchetti di immondizia per non dire i propri bisogni intestinali. Alcuni rifugi diventano impraticabili.

16 febbraio – giorno 35 – RIO GRANDE

Meteo: 🌤️
Distanza: 94 (2.212)
Dislivello: 277 (23.516)
Ripio: 0 (768)

Giornata fresca, ma che inizia senza una nuvola in cielo, appena fuori dall’albergo ci si deve fermare alla dogana cilena per avere il timbro di uscita dal paese, una sola domanda: “Bicicletas?”
Nostra risposta: “Si”.
Il doganiere: “Pasa. Suerte!”

Pedaliamo nella solita prateria, immensa, recintata, bella, desolata; una volpe ci guarda da bordo strada, centinaia di pecore alzano lo sguardo quando passiamo e poi continuano a brucare, sembra far parte del paesaggio. Arriviamo alla frontiera argentina e passati i controlli, subito una sosta al caffè vicino e nell’ arco di pochi minuti ci troviamo sia con Neza e Stephan, che con Carlo e Fabio. Si approfitta del WiFi per trovare una sistemazione per la notte.

La ruta 3 per Rio Grande in compagnia

Stranamente, Carlo e Fabio restano indietro fino a quando siamo raggiunti da un solitario Carlo che ci spiega che Fabio non si sente bene e un pickup della Polizia gentilmente gli ha dato un passaggio fino a Rio Grande. Pedaliamo un po’ con Carlo, poi ognuno riprende i propri ritmi di soste per mangiare o per incontri casuali con gente del posto, e lo rivedremo ad una quindicina di chilometri dall’arrivo.

Il vento è contrario, non molto forte, ma comunque estremamente fastidioso. Quando ci immettiamo sulla Ruta 3, la strada che collega Buenos Aires a Ushuaia, il traffico di camion aumenta ed il paesaggio cambia, in peggio direi. Nonostante ogni tanto si intraveda l’oceano, incrociamo gli ingressi ai pozzi petroliferi e agli impianti di estrazione del gas, purtroppo in Patagonia non ci sono solo le immagini da cartolina dei giorni scorsi. Ci dirigiamo all’Echo Hotel, quando il concetto di ecologico significa ” molto di base”, ma per una notte e per due ciclisti stanchi va sempre bene, la mattina successiva ci ritroveremo per colazione una montagna di gustosissimi croissants. La chicca della serata è l’ennesima avventura con la rubinetteria del sud America; Manuela inizia a farsi la doccia, ma dopo 2-3 minuti di acqua calda nemmeno l’ombra, la cosa è sospetta, vado alla reception e chiedo delucidazioni, la risposta è semplice: “Andiamo subito a connetterla”.
Domani penultima tappa, non dovrebbe essere difficile nonostante i 110 km, sempre che il vento non ci si metta di mezzo.

17 febbraio – giorno 36 – TOLHUIN

Meteo: 🌦️
Distanza: 108 (2.320)
Dislivello: 616 (24.132)
Ripio: 0 (768)

Usciamo dalla città, Rio Grande è stato un posto da dimenticare, una grande zona industriale con qualche brutto quartiere residenziale, in grande contrasto a ciò a cui ci eravamo abituati abbiamo nelle settimane precedenti. Sempre sulla Ruta 3 si continua verso sud, il panorama è ritornato solitario e naturale con abbondanza di guanachi e pecore da entrambi i lati della strada quasi in piano. Alcuni rapaci appollaiati sulle recinzioni ci osservano. Oggi incrociamo solo un giovane ciclista sudamericano diretto in Messico, vuole fare un selfie assieme a noi che ci invierà la sera stessa come ricordo.

Dopo 40 km piatti si comincia con qualche salitella, poi tanti su e giù ed alla fine saranno altri 600 metri di dislivello da aggiungere al totale, il bisogno di smettere di pedalare si sente sempre di più. Quando mancano una ventina di chilometri, anche il sole si fa rivedere, purtroppo non scalda molto e la temperatura resta sempre freddina. Anche per oggi è fatta.

Dormiamo all’Hostel Kau Karskam, abbiamo una bellissima camera da sei persone solo per noi, il bagno è comune, ma c’è solo un’altra cliente. I proprietari sono persone squisite, ancora una volta abbiamo fatto centro con una sistemazione da 5 stelle.

Clienti del Hostel Kau Karskam

Si discute di tutto, Manuela passa un po’ di tempo con loro figlio che sta partendo per Buenos Aires iscritto allo stesso suo programma universitario, io mi intrattengo con la madre. Anche se si parla di banalità è sempre piacevole parlare con persone dal cuore d’oro, di cultura e di ampie vedute. Verso le 21:45 noi saliamo in camera mentre loro si preparano per la cena. Oggi pomeriggio abbiamo visitato la Panaderia La Union, luogo mitico per i viaggiatori, il proprietario, appassionato ciclista ha sempre ospitato i cicloturisti nel retro-bottega e per chi fosse interessato un letto lo si può ancora trovare, per gli altri resta il gusto di una deliziosa sosta zuccherata.

Tierra del Fuego – 11/13 febbraio –  Da VILLA CERRO CASTILLO a PUNTA ARENAS

11 febbraio – giorno 30 – PUERTO NATALES

Meteo: ⛅ 10°
Distanza: 61 (1.724)
Dislivello: 415 (20.656)
Ripio: 0 (682)

Dopo un buona colazione in cui mangiamo tutto ciò che riusciamo a fagocitare, lasciamo l’albergo salutando la Miss Simpatia alla reception che non è in grado di ricambiare i saluti nemmeno con un falso sorriso. Strano posto, con persone scorbutiche e snob, probabilmente si sentono superiori agli altri avendo clientela danarosa e non solo di poveri ciclisti.

Superato con dispiacere il bivio per le Torres del Paine, anche Manuela si deve arrendere al cattivo tempo e rinunciare alla foto in bici davanti alle torri. Continuando verso sud, ci imbattiamo in un gregge di pecore che blocca la strada e che si dirige in direzione opposta alla nostra, sosta obbligatoria.

Sono scene che oramai si vedono solamente in posti come questo, l’ultimo gregge visto i Italia penso sia stato durante la mia lontana infanzia. La cosa divertente di queste immagini un po’ anacronistiche è la modernità applicata a delle attività antiche e non più comuni come il lavoro dei pastori. Oggi ci passano vicino due ragazzi ed una ragazza a cavallo, vestiti da veri cow-boy, ma con dei giubbotti riflettenti come quelli dei cantieri stradali, uno sta parlando ad un cellulare ed un altro in un walkie-talkie, il gregge è seguito da un pickup e non più da un vecchio carro dei film western, ma il top sono i soliti, intelligentissimi cani pastore.

Ad un fischio del conducente del pickup, cinque cani arrivano di corsa ed uno dopo l’altro saltano nel cassone, solo l’ultimo ha bisogno di essere sollecitato più volte dal suo padrone che alla fine gli porge il piede a mo’ di gradino e lo solleva delicatamente, tutto senza violenza o parole forti. Forse il cane è solo stanco o troppo vecchio per salire con un solo balzo come gli altri, tma tramite questo gesto si percepisce la relazione di fiducia e rispetto tra il pastore ed il cane, ancora oggi fondamentale per questo lavoro. Guardando il cane ed i cavalli penso ai racconti di Coloane su queste regioni, capitoli interi dedicati ai cavalli ed ai cani pastore, magnifici.

Dopo la pausa bucolica, continuiamo verso Puerto Natales, fermandoci all’ingresso della città per un’altra foto di rito, alle dita che sporgono dalla terra, in lontananza il Monte Balmaceda con un ghiacciaio che scende fino a livello del mare, rendendo il panorama sempre più unico. Oggi dormiremo al Hostal Nancy, abbastanza centrale ed accogliente, è il clou della stagione turistica ed è difficile trovare una camera disponibile senza prenotazione. Usciamo per una passeggiata, un po’ di spesa, un caffè con un qualcosa di dolce. Passando in parte ad una pizzeria, leggiamo le note su Google Map e scopriamo che il proprietario è napoletano, il forno è a legna e quindi anche per la cena il locale è già deciso.

11 febbraio – giorno 31 – VILLA TEHUELCHES

Meteo: 🌦️ 10°
Distanza: 146 (1.869)
Dislivello: 1.042 (21.698)
Ripio: 0 (682)

Appena immessi sulla strada per Punta Arenas cominciamo con il ritornello della giornata: aria frizzante, vento e salite leggere, ma presenti su tutto il percorso. Dopo pochi chilometri siamo superati da Neza e Stephan che, come al solito, con il loro ritmo veloce spariscono dalla nostra vista in pochi minuti.

Neza e Stephan

Li ritroviamo verso il trentesimo chilometro quando arriva la pioggia che ci obbliga ad indossare sovra-pantaloni e giacca impermeabile; salvati appena in tempo, comincia a piovere abbondantemente. Altra sosta per spogliarci alla fine del temporale ed un piacevole venticello che ci dà una bella spinta da dietro. Oggi non ci saranno molti punti di ristoro, all’Hotel Rubens ci fermiamo per una birra ed un panino; simpatica la scritta appesa vicino all’ingresso di questo posto costruito nel nulla: Aquí abrimos cuando llegamos y cerramos cuando nos vamos. Si usted viene y no estamos es que no nos encontramos. Gracias. (Qui apriamo quando arriviamo e chiudiamo quando partiamo. Se vieni e noi non ci siamo, vuol dire che non ci incontreremo. Grazie).

Il benvenuto all’hotel Rubens

Arriviamo a Morro Chico altra località in mezzo al nulla, più che altro il nome dato ad un incrocio stradale ed un gruppo di forse 5 case con un distributore di benzina. Qui c’è l’unico caffè-ristorante nel quale entriamo per una seconda pausa caffè, chi vi troviamo? Neza e Stephan, che, come ci vedono, con un gran sorriso ci dicono: “Eravamo certi che nell’ arco di dieci minuti sarebbero arrivati anche gli italiani”. È da Tapi Aike che noi e loro ci rincorriamo ai pochi punti di sosta reperibili; altro arrivo è quello di Christian, il cileno solitario che avevamo conosciuto a Laguna del Desierto e poi incrociato oggi mentre pranzava comodamente seduto in una fermata d’autobus. Questo è il cicloturismo dei grandi itinerari, che ti fa apprezzare ogni piccolo incontro.
Si riparte, prima Neza e Stephan, poi noi e quindi sarà la volta di Christian. Purtroppo, a breve una grande curva a destra con netto cambio di direzione ci farà pedalare gli ultimi 50 chilometri con vento laterale; fortunatamente le pendenze dell’ultima parte della giornata non superano mai il 4%. Arrivati quasi a destinazione, vediamo due biciclette per terra e due individui sdraiati in una piazzola di sosta, sono ancora Neza e Stephan che per ripararsi dal vento, si sono messi al riparo di un minuscolo rialzo del terreno che non supera i 40 cm.

Ogni riparo è buono per una sosta senza vento

Pausa cioccolato e pausa vento anche per noi, oggi i chilometri saranno 146 e sarà la tappa più lunga del nostro viaggio.

Incontri patagonici

Villa Tehuelches, un villaggetto di 150 abitanti, è la meta finale per oggi. Al bivio usciamo e ci fermiamo alla prima casa a chiedere dove si possa trovare un alloggio “Qui!”, ci risponde la padrona di casa. Oggi saremo ospiti di una coppia che ha deciso di aprire un B&B direttamente in casa propria, la nostra camera avrà accesso dalla loro sala, la loro camera accanto alla cucina ed il bagno sarà in comune. Un’accoglienza più famigliare di questa è impossibile averla, magari poca privacy, però tanta gentilezza da parte di questi fuegini.

Hostal Tierra de Tehuelches

Questa sera, ceneremo sul tavolo della cucina e sarà l’ennesima piacevole serata in compagnia di gente gentilissima che fa di tutto per farti stare bene. Discuteremo delle solite storie della vita, noi gli facciamo molte domande perché siamo curiosi di come passano le giornate nel sud del mondo persi nel nulla. Il marito, oggi in pensione, era barman su navi da crociera e quindi la conversazione è più facile potendo usare un po’ di inglese. È anche un eccellente falegname e sta costruendo delle cabañas in fondo al giardino per migliorare il servizio di ospitalità. Offriranno anche uno spazio tenda rustico a Neza e Stephan, giusto sotto la finestra della nostra camera. La nostra sosta nell’hostal Tierra de Tehuelches sarà un altro dei molti bei ricordi della Patagonia.

12 febbraio – giorno 32 – PUNTA ARENAS

Meteo: ☁️
Distanza: 100 (1.969)
Dislivello: 509 (22.207)
Ripio: 0 (682)

Mentre facciamo colazione con il nostro ospite (la moglie sta ancora dormendo) verso le 8 continuiamo le discussioni inutili sulla vita in Patagonia. La nostra curiosità è volta ai pecorari: cosa fanno durante l’anno? In gennaio devono tosare tutte le pecore, poi a turno nei mesi seguenti, per evitare malattie, si taglia la lana solo intorno agli occhi, poi quella del posteriore, poi si pulisce in mezzo alle zampe. Dove sono, che non li vediamo mai? Non li vediamo semplicemente perché ogni estancia ha migliaia di ettari di pascolo e loro girano a radunare le pecore per i lavori da eseguire.

Cominciando il va e vieni dalla camera per preparare le bici, parliamo con Neza che ci dice di essere stanca, ma quando i due partono spariscono come dei razzi e li incroceremo più tardi alla sosta caffè nell’unico distributore di Los latas. Sembra che tutti e quattro facciamo apposta, ma se su 100 km di strada, la possibile sosta è un solo distributore a metà strada e la velocità dei ciclisti è abbastanza simile, la casualità non è proprio tale. Seconda parte del percorso con pendenze lievi (max 3%), siamo ancora stanchi da ieri e fare 100 km dopo averne percorsi 150 il giorno precedente, non è facile.


Ci avviciniamo a Punta Arenas, una città di circa 130.000 abitanti, già ad una trentina di chilometri dalla città entriamo nella zona industriale, i capannoni si infittiscono ed il traffico aumenta. È più di un mese che pedaliamo quasi nel silenzio assoluto e questo traffico, pur essendo ben lontano da quello della Milano – Bergamo, ci infastidisce.

Arriviamo finalmente all’Hostal Victoria, posto piacevole, cucina a disposizione, vicino a ristoranti e supermercato; tutto quello che ci serve, anche se la città è tutt’altro che bella. Considerando le future tappe che saranno molto probabilmente non facili, decidiamo di attraversare lo stretto di Magellano domani mattina, sbarcare a Porvenir, la prima cittadina in Terra del Fuoco, e non fare nulla per potersi riposare.


Tierra del Fuego – 8/10 febbraio –  Da EL CALAFATE a VILLA CERRO CASTILLO

8 febbraio – giorno 27 – EL CERRITO

Meteo: ⛅
Distanza: 95 (1.540)
Dislivello: 1.017 (19.565)
Ripio: 0 (609)

Partenza alle 8 con vento laterale. Dopo una ventina di chilometri il primo incontro della giornata è con un camminatore solitario che sta andando a Buenos Aires…auguri y suerte
Arriviamo al già conosciuto incrocio per El Chaltén e ci immettiamo sulla Ruta 40 in direzione sud, il vento sta già aumentando, ma è sempre molto pedalabile.

Sulla Cuesta de Miguez

Il paesaggio è desertico, il traffico ridotto, non fa caldo e stiamo benissimo. Dopo 50 km comincia la Cuesta de Miguez, una salita di circa 10 km, con pendenze massime del 9% e media sul 3-5%, il vento fortunatamente lo abbiamo a ore 8.

Arrivati agevolmente in cima, fatichiamo non poco a restare in piedi per fare una fotografia, le raffiche sono talmente intense che abbiamo problemi di equilibrio, Manuela se ne va immediatamente dopo aver rischiato di cadere almeno 2-3 volte. Girando sull’ultimo tornante ci ritroviamo con un vento fortissimo alle spalle, comincia una leggera discesa in un ambiente desertico e ci sono più guanachi che auto. Scopriamo il piacere della bicicletta eolica: siamo su una pendenza che varia dallo 0% al -2%, ci basta sollevare i piedi da terra che il vento ci spinge a velocità variabili tra i 30 ed i 50 km/h, superiamo i 20 km/h anche sulle brevi salite!

Verso El Cerrito

È quasi mezzogiorno, vorremmo mangiare, ma fino ad ora non abbiamo trovato alcun riparo; sulla sinistra scorgiamo un cancello, un pickup parcheggiato vicino ad una baracca da cantiere, ci fermiamo e chiediamo se possiamo restare a ridosso del muro sottovento. Gli operai ci invitano ad entrare, ci offrono tavolo, sedie ed acqua. Appena sentono la parola caffè, ci accendono il fornello e ci offrono due tazze di Nescafé caldo, un vero servizio a cinque stelle. I due ci raccontano che sono di guardia all’ingresso di un impianto per l’estrazione del gas; fanno turni di guardia di 12 ore a testa per 14 giorni consecutivi, poi 7 giorni di riposo a casa. Che vita! Quando ce ne andiamo, ci sentiamo in dovere di regalare qualche cosa, sarà una confezione di biscotti Oreo, almeno avranno un dolce diverso per la cena.
Uscendo dalla baracca avevamo dimenticato l’effetto vento, Manuela quasi si schianta a causa di una folata. Saliamo in bici e appena tornati sull’asfalto, alziamo i piedi e via a 30 km/h di media senza una sola pedalata. Arriviamo velocemente a El Cerrito un incrocio tra la Ruta 40 e la Ruta 7, suoniamo alla porta del fabbricato appartenente alla AGVP (Administración General De Vialidad Provincial) per chiedere dove poter mettere la tenda e un po’ di acqua potabile, un operaio ci rifornisce del necessario. Siamo i primi ad arrivare nel magnifico “posto tenda dietro un muro” ed avremo la fortuna di scegliere la zona più riparata, il lusso di oggi è che avremo anche il WiFi gratuito.

El Cerrito

Non abbiamo ancora finito di montare la tenda che arriva un romano in compagnia di due francesi, poi sarà la volta di un ciclista solitario che arriva dall’isola di Jersey e quindi di una coppia europea sulla trentina. Per fortuna siamo stati veloci, la scelta del vecchio rompiballe che vuole partire presto si è rivelata azzeccata.  Cena con noodles cinesi ed un mezzo pacchetto di biscotti, quasi da ristorante 3 Stelle Michelin.

9 febbraio – giorno 28 – TAPI AIKE

Meteo: ☀️ 5 – 25°
Distanza: 65 (1.605)
Dislivello: 311 (19.876)
Ripio: 65 (674)

Oggi la sveglia suona alle 5, all’apertura della tenda ci accoglie una magnifica alba. Vista l’ora decidiamo di spostarci sotto il portico dell’AGVP per non disturbare i nostri vicini e sfruttare lo sfiato d’aria calda di una stufa per scaldarci.
Per la tappa di oggi dobbiamo scegliere tra la Ruta 7 totalmente in ripio e con commenti poco rassicuranti oppure un giro di 150 km verso Esperanza fattibile in due tappe.
Oggi ci sentiamo coraggiosi e optiamo per l’avventura sul ripio, quando partiamo alle 6:45 il tempo è magnifico e l’aria frizzante. Superiamo la classica griglia anti-passaggio bestiame in parte alla quale dei simpaticoni hanno fissato un fantoccio, una sorta di zombie-lebbroso che ci guarda da dietro un paio di occhiali da sole arancio. Inizia la lunga giornata verso Tapi Aike, dopo lo zombie ed il deserto che si presenta davanti a noi, ci manca solo un cartello : Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate.

L’inizio della Ruta 7

Il sole sta sorgendo, la luce è fantastica, il ripio sembra discreto e continuiamo a pensare che forse i commenti siano vecchi e la strada sia stata migliorata. Vero che siamo in leggerissima discesa, ma riusciamo comunque a restare tra i 15 ed i 20 km/h, dov’è il problema? Per fortuna non abbiamo fatto il giro lungo… sarà vero?

Il nulla


Mentre gongoliamo come due idioti, ecco che la festa finisce, dopo solamente dieci chilometri si comincia con una discesa che facciamo a meno 10 km/h per evitare di distruggere bici, bagagli e ciclisti. Siamo su una striscia di terra, mista a ghiaia e sassi della dimensione di palline da tennis, una strada impedalabile, siamo partiti circa un mese fa, abbiamo trovato ripio in condizioni da discrete a brutte, ma oggi stiamo percorrendo il peggior tratto di strada della nostra vita, la nostra media è scesa a 8-10 km/h. A fine giornata saremo sempre sicuri che ne valesse la pena passare su questa orribile e schifosa parte di strada?

Alla fine, quando arriveremo sull’asfalto, avremo contato nove veicoli in una sessantina di chilometri, avremo visto un panorama magnifico, pedalato a pochi metri da guanachi e nandù e, poco prima di Tapi Aike, potremo osservare un laghetto pieno di fenicotteri rosa.

Se fossimo passati da Esperanza tutto ciò non l’avremmo sicuramente visto. Credo che la scelta sia stata quella giusta, nonostante i 65 km percorsi in quasi 7 ore.

Arriviamo così ad un’altra stazione AGVP che divide il fabbricato con una stazione di Polizia, il custode ci accompagna dietro e ci indica il posto in cui montare la tenda, ancora una volta siamo i primi ed abbiamo il diritto alla prima scelta. Questo posto è un po’ meno sgarrupato di quello della scorsa notte, ma sempre pieno di rottami e schifezze varie. Appena installati arriva una coppia, francese-messicana e, subito dopo, i due trentenni tedesco-sloveni Stephan e Neza.
Non avevo capito bene quanto ci dicesse il custode dell’AGVP, che parlava con uno spagnolo molto stretto, magrazie alla spiegazione del ragazzo tedesco vengo a sapere che la Polizia ci permette di usare il loro cucinino con lavandino con acqua corrente e cucina a gas.

La cucina del posto di Polizia argentina a Tapi Aike

Avviso subito Manuela e prendiamo tutte le nostre carabattole dirigendoci in questo magnifico luogo da favola, meglio che trovarsi nella cucina di Bottura. Possiamo quindi preparare la nostra cenetta a base di pasta in bianco nell’intimità di un cucinino ben riscaldato al posto di Polizia di Tapi Aike, Provincia di Santa Cruz – Argentina. Possiamo anche lavarci denti e faccia tranquillamente e con acqua calda, un lusso da cinque stelle totalmente gratuito.

10 febbraio – giorno 29 – VILLA CERRO CASTILLO

Meteo: ⛅
Distanza: 58 (1.663)
Dislivello: 365 (20.241)
Ripio: 8 (682)

Oggi, la fortuna di fare colazione al caldo della cucina permette a Manu di riavviare il motore un po’ più agevolmente e senza troppi improperi. Alle 8 siamo in strada ed il vento tira abbastanza dalla parte giusta, siamo sulla Ruta 40 per una quarantina di chilometri e non ci sembra vero, dopo lo schifo di ieri.

Non ci facciamo imbrogliare dal primo bivio che ci indica il GPS e che allungherebbe la parte di ripio, preferiamo qualche chilometro in più sulla 40, ma avremo più strada asfaltata. Al secondo bivio, giriamo a destra su una strada sterrata e, dopo 6-7 km, arriviamo alla dogana argentina dove troviamo una fila piuttosto lunga all’ufficio passaporti. Naturalmente, due ciclisti puzzolenti e impolverati sono oggetto di curiosità per i turisti che arrivano dal Cile o vi devono entrare; le solite domande, le solite risposte, qualcuno scatta foto alle nostre bici. Pedaliamo ancora per qualche chilometro e finalmente il cartello BIENVENIDOS A CHILE ci accoglie con una magnifica strada pavimentata di fresco che ci accompagna fino alla dogana cilena distante solo qualche minuto.

Villa Cerro Castillo

Timbro del passaporto allo sportello della Polizia, sosta infinita allo sportello della dogana, con una zia truccatissima con unghie che quasi le impediscono di scrivere per dichiarare le nostre biciclette (marca, colore, diametro ruote, ecc.). Vedo arrivare Stephan dal secondo doganiere che se ne va rapidamente, avrà trovato un funzionario meno zelante che non gli ha passato allo scan le borse della bici.

Prima di tornare in Cile, non avevamo pensato ai controlli del ministero dell’agricoltura e quindi per non buttali nella spazzatura, ci dobbiamo mangiare carote, mela e pesca: niente prodotti alimentari freschi tra Argentina e Cile. Finalmente liberi, entriamo in paese a cercare un alloggio; Villa Cerro Castillo non offre molto, questo paesino è un posto di passaggio per entrare nel parco Torres del Paine, ma per dei cicloturusti una tappa per la notte e per il rifornimento cibo. O andiamo ad accamparci ancora nel nulla oppure dobbiamo accettare di pagare una bella cifra in uno dei due soli hotel, scegliamo quello più in centro l’Hotel ovejero patagonico. Al nostro arrivo chi troviamo comodamente seduto nelle poltrone della hall a bersi una birra? Neza e Stephan che pernotteranno anche loro qui. L’hotel è molto caro per gli standard di spesa trovati fino ad oggi, ma almeno è molto bello ed offre un buon servizio. I titolari sono anche i padroni di un negozio di souvenir che fa anche da Casa de cambio e naturalmente ci giocano molto sul tasso della valuta straniera, la mancanza di concorrenza e la vicinanza del conosciutissimo parco permettono questa mafia di bassa lega. Dovremmo restare tre giorni nella zona del Paine, ma il meteo non promette nulla di buono: pioggia garantita sempre! Io dico chiaramente che non ho voglia di passare tre giorni senza vedere nulla, dormire in campeggio sotto l’ acqua e pedalare sul ripio infangandoci dalla testa ai piedi, Manuela è più dell’idea di rischiarla. Il mio ricordo del giro fatto sotto le Torri venticinque anni fa mi basta, ma non voglio essere quello che rovina sempre tutto, in fondo di acqua ne abbiamo già presa e, sicuramente ne prenderemo ancora, lascio quindi a lei la decisione finale.

Carretera Austral – 5/6 febbraio –  Da EL CHALTÉN a EL CALAFATE

5 febbraio – giorno 24 – LA LEÓNA

Meteo: ☀️
Distanza: 109 km (1.340)
Dislivello: 558 m (17.630)
Ripio: 0 R (609) 

Verso l’Argentina cielo azzurro, mentre sopra le nostre teste dei grossi nuvoloni passano veloci lungo la catena di montagne che sovrasta El Chaltén. Non abbiamo voglia di farci una scarpinata di tre ore per non vedere nulla, a malincuore, decidiamo quindi di ripartire subito ripromettendoci di andare in pellegrinaggio al Cerro Torre nella nostra prossima vita terrena.
Per la colazione ci dirigiamo alla migliore panaderia della cittadina, la Panaderia Banneton; la sosta è molto apprezzata dalle nostre bocche desiderose di qualcosa di goloso dopo un mese di viaggio. Quando paghiamo ed elenchiamo ciò che abbiamo mangiato, il ragazzo alla cassa vede che siamo in due e ci chiede se siamo sicuri che sia il nostro ordine; ridendo, la nostra risposta è: “Arriviamo dal Cile in bicicletta, abbiamo pedalato per oltre mille chilometri, siamo autorizzati a mangiare tutta questa roba?” Ovviamente si mette a ridere.
Bye bye El Chaltén, si ricomincia a pedalare  su un magnifico asfalto che ci aiuterà a rilassare le nostre povere articolazioni in direzione di El Calafate, la destinazione che dovremmo raggiungere dopodomani.

Cartello d’ingresso a El Chaltén

I primi 20 km li superiamo con un vento laterale fastidioso; vista l’ora incrociamo poche auto, molti ci incoraggiano. Il panorama è cambiato dagli ultimi giorni, lasciate alle spalle le montagne ci stiamo dirigendo verso i grandi pascoli dell’estremità meridionale della Patagonia che abbandoneremo tra una decina di giorni attraversando lo stretto di Magellano per entrare in Terra del Fuoco.

Il Fitz Roy ci saluta

Ogni tanto ci giriamo per ammirare ancora una volta le mitiche cime vicine al Fitz Roy che continua ad apparire e scomparire tra le nuvole; con tutte le letture fatte in passato riconosco anche la caratteristica base del Cerro Torre, ma dopo quell’unica volta durante il tramonto alla Laguna del Desierto, la montagna non si è più mostrata.

Verso la Ruta 40

Dopo una curva, il vento da laterale passa alle spalle, la nostra velocità aumenta di conseguenza, ci sembra di pedalare con delle leggerissime bici da strada, non con i nostri muli da 35 kg e gli pneumatici da quasi 60 mm. Il percorso fino alla Ruta 40 è di circa 70 km, la nostra velocità raramente scende sotto i 30 km/h e spesso vediamo i 40.

Tailwind!

La nostra prima pedalata argentina comincia veramente bene. I panorami sono magnifici, davanti a noi i pascoli infiniti dell’Argentina, guanachi, pecore e qualche vacca al pascolo. Ogni tanto si vedono carcasse di guanachi appese alle recinzioni, queste bestie non hanno alcun problema a superare le barriere saltando, ma può capitare di prendere male la mira, restare impigliati nel filo spinato e morire così divorati dagli animali necrofagi. Brutta fine, speriamo di non finire nello stesso modo.
Ci avviciniamo al Lago Viedma, un immenso lago di un azzurro intenso e grande circa quattro volte il lago di Garda, lo costeggeremo fino a La Leona la nostra meta di oggi.

Incontri sul Lago Vidma

Dopo quasi 90 km percorsi in circa quattro ore arriviamo al bivio con la Ruta 40, la strada più lunga dell’Argentina, che va da La Quiaca, al confine con la Bolivia fino all’inizio dello stretto di Magellano. Una strada famosa tra i motociclisti e che è stata anche soggetto di racconti di autori famosi. Proprio all’incrocio tra la strada che porta a El Chaltén e la Ruta 40 è stato costruito un bellissimo rifugio in muratura che offre WiFi gratuito (in Argentina non è difficile trovare accesso gratuito ad Internet per poter chiedere aiuto in caso di bisogno) ampie vetrate ed una panca al suo interno. Appoggiate al muro quattro biciclette da viaggio, all’ interno quattro ragazzi tedeschi, un paio stanno pisolando per terra nei sacchi letto, uno sta tagliando verdure per preparare il pranzo ed un quarto sta verificando il percorso da seguire. Vorrebbero andare verso El Chaltén, ma non hanno troppa voglia di partire in queste condizioni. Qualche giorno fa avevamo sentito racconti di ciclisti che hanno iniziato a pedalare controvento a mezzanotte quando Eolo è solitamente meno arrabbiato. Questa è la Patagonia e sembra che anche per i tedeschi questa sia la decisione che prenderanno.
Ci rimettiamo in strada, di malavoglia dato che da qui a destinazione il vento sarà laterale/contro. I prossimi venti km ci faranno pagare con gli interessi la goduria della mattina.

La leona

Ci metteremo un paio d’ore per arrivare a La Leóna, un sito famoso non tanto perché l’esploratore Francisco Moreno (quello del ghiacciaio Perito Moreno) durante il suo bivacco sul fiume fu attaccato da un puma (Leóna in spagnolo), ma soprattutto perché all’inizio del XX secolo vi soggiornò il trio di banditi americani Butch Cassidy, Sundance Kid e Ethel Place durante la loro fuga verso il Cile dopo aver svaligiato il banco di Londra a Rio Gallegos.

Mandato di cattura per Butch Cassidy

Avremmo preferito dormire altrove, magari in mezzo alla natura, ma gli ultimi chilometri ci hanno esaurito e decidiamo per la comodità di una camera nella locanda-albergo. Passata l’ora dei pullman turistici e fatta la doccia in una delle quattro camere spartane, ci dirigiamo verso il ristorante per cenare e, durante l’attesa, possiamo vedere le foto ricordo dei tre banditi gringos, ma anche articoli di giornale più interessanti per noi italiani, come quello che ricorda la prima salita del Cerro Torre effettuata nel 1974 da una spedizione dei Ragni di Lecco guidata da Casimiro Ferrari.

Ci addormentiamo con la speranza che, come dice il nostro vecchio amico Bonetto: “Domattina Eolo non si dia troppe arie”! Prima di spegnerci, l’ultimo sguardo al cellulare per avere notizie dei nostri compagni di viaggio. Carlo e Fabio andranno a El Calafate in bus a causa dei problemi meccanici di Fabio, mentre Nicolas e Morgan partiranno per un trekking di quattro giorni nel gruppo del Fitz Roy, siamo di nuovo soli.

6 febbraio – giorno 25 – EL CALAFATE

Meteo: ☀️
Distanza: 105 (1.445)
Dislivello: 918 (18.548)
Ripio: 0 Ripio (609)

Alle 9 siamo in sella e si parte con un discreto e fastidioso vento laterale. Pedaliamo un po’ ondeggiando, ma decentemente fino ad un ponte che ci fa attraversare nuovamente il Rio La Leóna, riusciamo anche a trovare un mucchio di terra per ripararci dal vento e mangiare qualche cosa.

Pausa pranzo, unico riparo un mucchio di sassi

Il vento continua ad aumentare raggiungendo una forza notevole e ce lo troviamo frontale girando al bivio con la 11, la strada che ci porterà a El Calafate. Ci mancano circa 30 km, come faremo? Manuela, con la sua stazza leggera, a volte scende dalla bici e si fa dei pezzi a piedi per non rischiare di cadere o per riposare, io peso molto più di lei, ma la situazione non è per niente allegra. Passano due ore e non abbiamo fatto nemmeno 20 km. Ogni tanto ci giriamo indietro per vedere se arriva un pickup e fare l’autostop, nessuno si ferma ed il traffico è scarso. Siamo vicino all’aeroporto, c’è una discesa al 5%, ed oggi ci tocca pedalare per prendere un minimo di velocità!

La disperazione del vento frontale che ti fa scendere e spingere anche sul piano

Ad un certo punto vediamo passare un furgoncino aziendale, una specie di Fiat Fiorino, pensiamo ancora una volta all’occasione persa, invece fa inversione a U. Scende una coppia che ci chiede se vogliamo un passaggio, sono arrivati i nostri due angeli salvatori. Il furgone è molto piccolo e quattro persone, due bici e sei borse non possono starci, propongo di caricare la bici di Manuela, tutti i bagagli e, naturalmente, la mia gentil consorte che potrà aspettarmi all’entrata della città. Io riparto scarico pedalando controvento ad una velocità sempre ridicola, ma almeno più leggero. Dopo soli 2-3 km vedo un mezzo familiare ripetere l’operazione vista pochi minuti prima, i due matti hanno scaricato Manuela e sono tornati indietro dicendo che non potevano lasciarmi da solo con quel vento. Quando arriviamo al cartello di ingresso in città, i due se ne vanno senza nemmeno accettare una birra come ricompensa: Dobbiamo lavorare, buenas tardes y suerte. In qualche secondo spariscono dietro una curva lasciandoci un magnifico ricordo da buon samaritano.

Il nostro alloggio è l’Hostal los dos pinos, molto centrale e, sembra, apprezzato dai cicloturisti della Carretera. Da cosa lo capiamo? Dal fatto che mentre ceniamo conosciamo due cicliste olandesi, giovani quanto noi, partite da Puerto Montt. Le sorprese non finiscono, arriva anche Stein, il belga solitario che avevamo incrociato sulle rive della Laguna Esmeralda una decina di giorni fa. Stein si fermerà qui qualche giorno, sono mesi che viaggia da solo ed è veramente stanco. Durante il nostro giorno di riposo andiamo a zonzo fino alla Laguna Nimez per fotografare dei fenicotteri rosa. La sera, dopo cena prepariamo le borse per poter partire molto presto domani, la nostra applicazione meteo prevede l’aumento dell’intensità del vento solo in tarda mattinata, avremo una bella salita da affrontare e saranno tre giorni di campeggio libero.

Carretera Austral – 2/3 febbraio –  Da VILLA O’HIGGINS a EL CHALTÉN

2 febbraio – giorno 22 – LAGUNA DEL DESIERTO

Meteo: ⛅☀️
Distanza: 8+21 km (1.195)
Dislivello: 327 m (16.820)
Ripio: 29 (574) 

Portiamo in camera le due bici e le carichiamo per accelerare la partenza di domattina. Sveglia alle 3h50, oggi comincerà la seconda parte del nostro viaggio verso la Fin del mundo. Accendiamo le pile frontali, le luci delle bici e via verso Puerto Bahamondes che è a 8 km da qui.

Addio Villa O’Higgins, partiamo verso la Fin del Mundo

Mentre attraversiamo il paese un uccello simile ad una gazza si alza in volo a qualche decina di centimetri da me e il verso che fa mi spaventa al punto che quasi faccio cadere Manuela che pedala a fianco. Dopo le ultime case siamo nel buio totale, sentiamo qualche goccia di pioggia, una parolaccia indirizzata al meteo, ma smette subito, il ripio è discreto. Pedalando illuminiamo una lepre a bordo strada, si spaventa ed invece di scappare si mette a correre nella nostra stessa direzione. In lontananza abbaia qualche cane, addio Carretera Austral.
Arriviamo al porticciolo dove sono attraccate sei imbarcazioni, eliminiamo dalla lista dei potenziali traghetti i due mega-gommoni dei Carabineros, Pasquale ci aveva detto che la sua barca è amarillo y… Ce ne sono due amarillo y… una piuttosto grande e rassicurante, l’altra minuscola, molto minuscola.

Puerto Bahamondes

Non c’è ancora nessuno, sono le 5:30, dopo poco arrivano i giovani parigini, poi un ciclista solitario, poi un furgone con Carlo e Fabio, un vecchio signore con zaino in spalla forse tedesco e due donne ispaniche sempre a piedi.
Infine Pasquale con sua figlia giovanissima, che si dirige verso la barca, naturalmente è la più piccola. Ci chiede di fare salire per primi i ciclisti con le relative bici, ma i tre ultimi arrivati, senza rispettare la fila, si intrufolano in cabina e si siedono comodamente.

Sul Lago O’Higgins


Si salpa poco dopo le 6, la barca è da otto persone, ma oggi partiremo in undici, tre resteranno fuori dalla cabina. Unica consegna di sicurezza è di stare sul ponte con il giubbotto salvagente, all’interno non è necessario, anche perché non ce ne sono per tutti. Mentre navighiamo su delle acque cristalline verso Candelario Mancilla, che dovremmo raggiungere in circa quattro ore (una di più rispetto alla barcaza ufficiale molto più grande), il vento diventa forte e Pasquale passerà tutta la navigazione giocando con il timone per assecondare le onde che ci sballottano senza tregua. Capiamo velocemente il perché non si può salpare tutti i giorni, oggi le condizioni sono ideali per la gente del posto, per noi al limite della sicurezza.

Il posto di comando, il quadrante sulla sinistra è la fotografia di un vero quadrante

All’interno della cabina siamo seduti uno sull’altro, la temperatura è più o meno di otto gradi e la nostra hostess, che periodicamente prende il posto del comandante Pasquale alla barra, ci offre delle pesanti coperte. L’odore di carburante è molto forte ed il puzzo più le onde cominciano a fare effetto sui passeggeri, io preferisco uscire a prendermi qualche schizzo d’acqua per non rischiare di vomitare.

Verso Candelario Manchila

Complici le poche ore di sonno, malgrado la situazione, io e Manuela riusciamo anche ad addormentarci. Finalmente si avvista il molo, Pasquale attracca, si scende con armi e bagagli e da subito la prima salita improponibile la faremo a spinta. Dopo soli duecento metri Carlo e Fabio ritornano indietro per cercare cibo nell’unico campeggio del posto, noi proseguiamo verso la stazione dei Carabineros per farci timbrare l’uscita dal Cile. Questa sosta è importantissima, poiché chi dimentica di fermarsi verrà rispedito indietro dalla polizia argentina, peccato che tra i due posti di polizia ci siano più di 20 km e 600 metri di dislivello di sentiero e mulattiera orribile.

Il posto di uscita dal Cile

Tralasciando l’idea di fare il sentiero-traccia tra guadi, fango, ponti per pecore (Passo Mayer) che costeggia il lago e che è praticato solo da quei ciclisti/escursionisti in cerca di wild o per risparmiare i circa 70 USD della barcaza, anche dopo Candelario Manchilla il percorso per le bici non è semplice. Svolte le obbligazioni doganali, mentre le due gentili pulzelle ed il tedesco salgono su un fuoristrada che li porterà alla fine della “strada” tra 15 km, noi ciclisti iniziamo la nostra avventura. Sul tratto tra Candelario Mancilla e El Chaltén, abbiamo letto storie di terrore degne di un romanzo di Stephen King. Si segue una carrozzabile di ripio orribile che porta alla frontiera Cile-Argentina e quindi si comincia a scendere verso la Laguna del Desierto, dove ci sarà la polizia argentina che si occupa dell’immigrazione e si deve aspettare la seconda barcaza che ci porta a circa 35 km da El Chaltén.

La parte peggiore sembra sia il sentiero argentino, che è stretto, spesso in single-track, spesso fangoso, con guadi e ponticelli di tronchi, spesso talmente malmesso che obbliga a fare dei va e vieni per trasportare bici e bagagli in due tempi. Visti i racconti, si decide di fare un’alleanza tra i vecchi italiani ed i giovani francesi.

Verso Laguna del Desierto

Durante un’impennata della stradina, mi dimentico di usare i pedali dalla parte piatta, perdo l’equilibrio e le scarpe agganciate mi fanno fare una brutta caduta che però colpisce più il mio orgoglio che il mio fisico. A 5-6 km dalla partenza, siamo al mirador Fitz-Roy, non ci sono parole per descrivere il paesaggio, in lontananza si vede LA montagna che in questo momento è sgombera dalle nuvole.

E dietro di loro il Fitz Roy

Il tempo è ventoso ma bello e procediamo veloci, ci concediamo anche una pausa pranzo e superato il traliccio di confine, giù senza fermarsi. Siamo fortunati perché non c’è fango, al primo guado su due miseri tronchi instabili, passo per primo a piedi, mi installo e comincio a prendere le bici che Nicolas mi passa in bilico sui due tronchi. Il peso della mia e di quella di Manu lo conosco molto bene, ma quando tento di sollevare la bici di Nicolas, quasi non ce la faccio, mortacci sua, ma chi è ‘sto qui, l’incredibile Hulk? Prendo quella di Morgan che è ben più leggera delle nostre e la mia considerazione è: Ah, l’amore! sono giovani, che gentiluomo… La mia compagna di viaggio invece si ritrova con un vecchio rimbambito e deve dividere quasi equamente i pesi, ma in fondo le donne non vogliono la parità? E poi Manuela è una vecchia tosta alpinista, non una giovane triatleta parigina (Pardon Morgan 😊).
Dopo altri guadi e discese in toboga talmente stretti che le borse toccano sia a destra che a sinistra, verso le 17 arriviamo dietro un fabbricato in riva ad un altro grande lago.

Il toboga verso l’Argentina

Siamo arrivati alla Gendarmería Nacional ArgentinaGrupo Lago del Desierto, presentiamo i nostri passaporti ed il poliziotto ci dice molto sinteticamente di prendere l’acqua nel lago o nel torrentello dietro ed andare ad accamparci dopo il prato sulla riva.

Laguna del Desierto

La seconda barcaza arriverà tra uno o due giorni in funzione del numero di clienti, poche persone uguale lunga attesa. Esiste anche un sentiero ma molto sconsigliato ai ciclisti. Nel prato troviamo già un signore argentino che ha montato una tenda ed un ciclista solitario cileno incrociato al confine di nome Christian. Prima di montare la tenda, Nicolas e Morgan si siedono sul prato di fronte al lago per godersi il panorama, mentre io e Manuela, ligi alla nostra routine, montiamo la tenda e cominciamo a cucinare prima di rilassarci davanti a questo quadro naturale. Siamo nove umani, due cavalli, una ventina di anatre, due poliziotti argentini, di fronte a noi un lago tranquillo, un cielo quasi perfettamente sereno e, all’orizzonte, Aguija Poincenot, il Fitz-Roy ed il Cerro Torre. Cosa vogliamo di più? Io potrei pensare ad un sedile un po’ più comodo del mio tronchetto ed un buon Cognac di una ventina d’anni, ma per stasera mi accontenterò di una tisana e del paesaggio che mi circonda…oltre alla buona compagnia.

Sono le 21:30 quando vediamo delle sagome, che spingono due biciclette, sono Carlo e Fabio che arrivano solo adesso, non li aspettavamo più, convinti che si fossero fermati al primo campeggio. Ci raccontano che Fabio ha rotto nuovamente il pedale ed arrivati in cima alla mulattiera, da una vecchia struttura metallica tutta arrugginita, sono riusciti a recuperare un pezzo filettato. Con tanta fantasia e buona manualità lo hanno adattato come pedalina di fortuna. Mitici!

Durante il racconto, Fabio comincia la sua recita dicendoci che in compenso ha un’ottima notizia per noi e che ce la dirà solamente in cambio di una birra a El Chaltén: grazie al loro arrivo la polizia ha chiamato la barcaza e domani saremo trasportati dall’altra parte del lago verso le 11. Anche se l’informazione era già nota, stiamo al gioco e siamo solo contenti di poter ripartire rapidamente.

Il panorama dal nostro campeggio

3 febbraio – giorno 23 – EL CHALTÉN

Meteo: ⛅
Distanza: 35 km (1.231)
Dislivello: 252 m (17.072)
Ripio: 35 (609) 

Questa mattina anche io riesco a dormire fino alle otto. Quando esco dalla tenda vedo Carlo che sta tentando di riparare il suo portapacchi; essendo a corto di attrezzatura e cibo, gli offro la mia pinza e un paio di cucchiaini di Nescafé. Il tempo è molto grigio, arrivano le 10:30, non si vedono imbarcazioni all’orizzonte, iniziamo ad avere qualche dubbio. Con un po’ di ritardo, il barcone arriva ed alle 12:30 stiamo navigando verso l’altra sponda del lago, ben presto saremo a El Chaltén.

Momento Caro Diario…e sullo sfondo il posto di frontiera argentino.

Quando sbarchiamo il sito è pieno di auto e persone. El Chaltén si autodefinisce la capitale argentina del trekking ed è un posto molto frequentato da turisti di ogni genere, ci siamo noi ciclisti, alpinisti che arrivano qui per le grandi pareti, ma anche gente comune che passa le proprie vacanze tra queste montagne. Volendo fare paragoni europei siamo nella Cortina o nella Chamonix patagonica.

Verso El Chaltén
Quasi a El Chaltén

Appena a terra una strada di ripio discreto ci fa sperare che in Argentina la vita sarà più facile, ma poi ritorna tutto come al solito. Le soste per fotografare sono tante dati i magnifici panorami, ma il vento ci costringe ad aumentare il ritmo per arrivare in paese ad un’ora decente, cercare un alloggio ed evitare il temporale che si avvicina. All’inizio del paese ritroviamo l’asfalto, mentre cerchiamo di orientarci per trovare una camera, vediamo passare un van e riconosciamo la bici di Fabio che con i suoi problemi meccanici non riusciva più a pedalare. Carlo è sparito, Christian arriva più o meno nel nostro stesso momento, salutiamo Nicolas e Morgan con l’accordo di rivederci per una pizza questa sera e cominciamo a rastrellare tutti fabbricati che offrono alloggio.

El Chaltén, ora il ripido è finito.

Passeremo almeno una quindicina di posti prima di trovarne una camera in un bell’albergo fuori dalla strada principale, trafficata e rumorosa, l’Hotel Las Piedras. Incuriositi dal numero di persone incrociate in paese, chiediamo alla signora quanti abitanti abbia la sua città. A nostra memoria, quando venimmo qui nel 1999 c’era un gruppetto di case e qualche turista- alpinista. Scopriamo che alla sua fondazione avvenuta per motivi politici nel 1985, El Chaltén contava una cinquantina di abitanti, nell’anno della nostra prima visita ben 200, mentre oggi sono circa 2.500. La signora ci conferma che tutti coloro che vogliono cambiare dollari ed euro possono farlo liberamente, esiste infatti un tasso in nero quasi ufficiale, chiamato Dollar blue che vale circa il doppio del cambio ufficiale.


Con l’arrivo à El Chaltén, la Carretera Austral è veramente finita e da qui comincerà la seconda parte del nostro viaggio in direzione della Fin del mundo.