COLOMBIA – El Trampolin de la Muerte

Bella l’immagine di apertura? Oggi l’AI fa molte cose, anche divertenti. Il perché di questa immagine lo si capirà leggendo l’articolo.

12 aprile – Trampolin de la Muerte
Il menù del giorno prevede l’inizio del Trampolin de la Muerte, tra le strade più pericolose al mondo: 80 km di carreggiata sterrata a corsia unica, una media di 18 curve per chilometro, piogge costanti, visibilità spesso scarsa, terreno instabile, frane frequenti e profondi precipizi senza protezione. Auto, moto, furgoni e camion a velocità piuttosto elevata, perché collega due città molto abitate con 140 km, l’alternativa sarebbe di farne più di 500. È una strada storica, iniziata dai missionari cappuccini nel 1909, poi fonte di conflitti tra le popolazioni indigene che cercavano di proteggere l’Amazzonia. Per chi conosce il Passo del Gavia (classica salita del Giro d’Italia) immaginate di moltiplicarlo per quattro… nel cuore della foresta sub-tropicale.

Oggi arriveremo a un colle a circa 2.300 metri. Partenza alle ore 7, i primi 15 km su asfalto, poi tutta su sterrato. Attraverseremo una decina di guadi, le pendenze medie sono accettabili, 5-7% e qualche muro intorno al 10% . Le bici sono un po’ più leggere, abbiamo spedito parte del bagaglio nella città che raggiungeremo fra 3-4 giorni. A metà salita entriamo nelle nuvole, finalmente, la temperatura scende, ma l’umidità aumenta.
Al colle dove ci hanno consigliato di dormire, c’è uno pseudo-ristorante dove chiediamo se possiamo installare la tenda sotto un tetto.

Il proprietario, un uomo sulla settantina con occhiali neri e ghigno da Padrino, ci chiede 20.000 COP (5 €) per 3 persone, non è che ci lamentiamo della cifra, ma del principio. È d’uso che i ristoranti in cui consumi, ti facciano piazzare la tenda gratuitamente. Fu*** you.
Morale della giornata: guidano come folli, forse è questa una delle principali cause di incidenti mortali e ovviamente zero rispetto per il ciclista. Fino a oggi, per me i conducenti più irrispettosi erano gli italiani, da quando sono in Colombia ho rivalutato i miei connazionali.


Manuela: Salita e strada incredibile! Mille sfumature di verde che rappresentano l’incredibile varietà della vegetazione. Più saliamo, più il paesaggio migliora e le gambe sono sempre più stanche. Per evitare di essere travolti dai camion, siamo spesso costretti a fermarci sul ciglio della strada, e ripartire su certe pendenze è una fatica extra. Ci avevano raccomandato di non pedalare mai dal lato del precipizio e se necessario di pedalare contromano, effettivamente se si scivolasse, chi ci ritrova più! Prendiamo la pioggia solo negli ultimi chilometri, ma tanto siamo già zuppi per l’umidità, chissà quando riusciremo ad asciugarci, forse tra 3 giorni.

Sdraiato sul nostro rumoroso materassino, in un locale sporco e umido, tentando di addormentarmi, pensavo alla giornata tutta in salita, in parte sotto la pioggia, cercando di evitare di farci travolgere dai pazzi al volante. Continuando con il filone franco-canadese oggi, alla mia lista, aggiungo Aujourd’hui ma vie c’est d’la marde di Lisa Leblanc.

13 aprile – Sibundoy
Cominciamo con la musica del giorno. Si parla di alba, acqua (ne abbiamo presa tanta fino ad oggi) e natura. Vediamola poeticamente. Oggi aggiungo Amanecer di Danit.
Durante i molteplici risvegli notturni, si sente sempre piovere, però nelle prime ore della mattina riusciamo a scamparla. Come in ogni buona avventura dopo soli 5 km di discesa, vediamo un altro posto dove dormire dall’aspetto decisamente migliore, peccato non averlo saputo ieri.
Piccola sosta foto, si ferma un’auto e ci vengono regalati due mandarini.
A causa di un piccolo incidente che ci ha costretto ad un breve ripiego, Jorge ci distanzia e lo ritroviamo dopo un paio d’ore seduto al tavolo di un ristorantino. Mangiamo anche noi dell’ottima pasta fritta ancora calda e ripartiamo.

Completiamo la salita sotto l’acqua, ma con due sacchettini di noccioline regalateci da un’altra auto. Iniziamo l’ultima lunga discesa verso la fine del Trampolin de la Muerte e passiamo davanti ad una tiendita: sosta con caffè caldo, e mentre ce lo beviamo con gusto comincia un diluvio. Aspettiamo in piedi sotto la tettoia per più di un’ora; la voglia di caffè è stata provvidenziale.
Siamo alla fine, magicamente riappare la strada asfaltata, ci dirigiamo al paese di Sibundoy e dopo due giorni bagnaticci dormiamo in albergo. Quello che troviamo è un po’ particolare: la carta igienica è contata e la doccia che dicevano calda, diciamo che non è congelata.

Manuela: Ieri sera abbiamo appeso i vestiti in tenda, sperando che si asciugassero un po’… Ah! Ah! Ah! Poveri illusi! Alle 6 del mattino indossare roba bagnata e fredda è davvero un piacere. La strada è tosta, ma dai racconti mi aspettavo peggio; forse ci è andata bene, a parte i conducenti dei veicoli motorizzati, pazzi da legare, il resto era tutto ok.
Piccola nota: quando parliamo di ristorantini o negozietti, sono in realtà dei buchi che, in questi luoghi, diventano posti di ristoro da sogno. Se nelle foto non si vedono parti di strada franati, precipizi o noi schiacciati contro la roccia per far passare un camion, è perché in quei momenti eravamo impegnati in altro; alle foto pensavamo solo quando non diluviava e pedalavamo tranquilli.

14 aprile – Santiago
Ripensandoci bene, perché farsi per tre giorni di seguito più di mille metri di salita? Oggi giornata relax, ci spostiamo in un secondo hotel che dovrebbe essere più decente 15 km più avanti e qui, finalmente dal 25 marzo in Messico, ci facciamo la prima doccia CALDA! Anche oggi pioggia, e domani? No comment.

Manuela: suona la sveglia, alziamo gli occhi al cielo, è grigio e piove. Basta uno sguardo tra di noi: ancora acqua e ci spuntano le branchie! Accettiamo di fare qualche chilometro in piano per raggiungere l’inizio della prossima lunga salita. Eccellente scelta, paesino tranquillo, alberghetto pulito e una signora gentilissima che ci accoglie con un sorriso smagliante.

Ieri non ci avevo pensato, ma la canzone del giorno non potrà essere che il tema del Padrino di Nino Rota.

15 aprile – El Encano
La strada si impenna dal primo chilometro e resterà empinada fino al colle da dove cominceremo a scendere. Sono 17 km, la pendenza media alla fine sarà del 8-9 % con rimontini fino al 13 %. I ciclisti lo capiranno, le bici del Giro d’Italia sono sui 7-9 kg, noi dobbiamo moltiplicare il peso per 4 o 5.
È MALEDETTAMENTE DURA! Mi sento fisicamente in forma, nonostante ci troviamo vicini ai 3.000 m di quota, ma penso alle mie ginocchia che ogni giorno peggiorano ( ho subito tre operazioni ai menischi, mi manca un bel pezzo di legamento crociato e soffro di artrosi…eh sì, l’età avanza!). Spero di non lagnarmi più fino alla tappa finale, ma oggi mi fanno veramente male.
Il GPS segna 13% di pendenza, scendo e mi faccio un chilometro a piedi.
Siamo in settimana santa, che Padre Hugo mi perdoni, ma il primo pensiero va alla III Stazione della Via Crucis quando Gesù cadde per la prima volta. noi siamo al terzo giorno di salite impegnative, incrociamo le dita. La giornata si conclude positivamente, quasi al passo ci fermiamo a fotografare una distesa di frailejones (Espeletia), le piante simbolo di queste regioni (stampate anche sul retro della banconota da 5.000 pesos), era una delle cose che avremmo voluto vedere in questo viaggio, direi che siamo stati accontentati.
Oggi arriviamo in paese asciutti, facciamo una bella doccia, nuovamente calda, mangiamo un’ottima trota e ci mettiamo in branda alle 17 per rilassarci.


Visti i pensieri negativi suggeriti dalle mie povere ginocchia distrutte dalle continue salite, oggi il mio umore era nero pensando al nostro sogno peruviano. La sola canzone che mi viene in mente è Paint it black dei Rolling Stones.

Manuela: giriamo attorno alla piazza e la strada sale come una rampa di garage, ci siamo sbagliati? Purtroppo noooo! 2-3 tornanti, poi ancora e ancora, @#§%&! “Dai che dopo spiana”… Macché, non spiana niente! Anzi, più saliamo, più si fa ripida. Francesco si lamenta delle ginocchia, anche le mie scricchiolano, ma preferisco pensare positivo: siamo a 3.000 metri, respiriamo bene e  non piove. Ottimo così! Il paesaggio è magico, la vallata sotto di noi è a perdita d’occhio, coltivazioni di mais, tomate de arbol, granadilla, lulo, vacche al pascolo, etc. Ogni tanto una casa isolata, sempre annunciata da 2-3 cani a bordo strada, ma i cani colombiani sono gentili con i ciclisti, spesso non ci considerano, al massimo un mezzo abbaio, giusto per dire al padrone che hanno fatto il loro dovere. Quasi al passo, in un páramo (ecosistema montano tipico delle Ande), compaiono i magici alberi che desideravamo vedere, che bella sorpresa!


Poi si scende e appare la laguna de la Cocha, sulla strada un gruppo di bambini sta provando un balletto con musica moderna a tutto volume. Incrociamo Nelson, un ciclista colombiano, professore universitario di inglese anche lui diretto verso El Trampolin. Con pochi pesos ci compriamo una montagna di uchuva (alchechengi), poi troviamo  un alberghetto con doccia bollente accanto ad un ristorantino dove divoriamo una eccellente trota fritta con patate. In piazza, una banda di giovani musicisti sta suonando… che dire, la grande fatica di oggi è stata ripagata da tante piccole sorprese e domani sarà un altro giorno di salite e forse di pioggia.

16 aprile – San Juan de Pasto
Nonostante la nostra stanza sia un buco, siamo riusciti ad incastrarci con le biciclette e passare una buona notte. Oggi ci concediamo una partenza posticipata di mezz’ora e ci dirigiamo dove ha dormito Jorge, un ristorante-caseificio 3 km più avanti lungo la salita. Ci gustiamo un buon tinto e, nel pagare, mi cade l’occhio su un formaggio a forma di pera. Chiedo cosa sia e la risposta è quella che speravo: provola! Peccato non avere con noi un pacchetto di riso Carnaroli.

Salitella tranquilla di altri 5 km, foto ad un mirador quasi al passo e facile discesa verso Pasto, una città di circa 400.000 abitanti. Qui saremo ospiti di Mateo, un ciclista del gruppo Vibico che ci offre un appartamento a dir poco eccezionale in centro città, spazioso e con tutte le comodità a disposizione. Il pacco con le cose spedite da Mocoa, dovrebbe arrivare solo il 19, siamo sicuri che ci dispiaccia aspettarlo? Siamo in sella dal 20 febbraio e negli ultimi 5 giorni abbiamo fatto parecchio dislivello, credo che questa sosta forzata sarà molto salutare. Il confine con l’Ecuador si avvicina.

Manuela: Tutti ci avevano parlato malissimo di Pasto: “State attenti, è una città molto pericolosa, niente cellulari in vista, niente macchina fotografica, ecc… E poi, con la Settimana Santa, sarà affollatissima!”.
Mateo ci accoglie come principi. Nel centro città tutto ci sembra simile alle altre città colombiane, anzi: le strade sono sorprendentemente pulite e tranquille. Mateo ci conferma di evitare di girare con cellulari o macchine fotografiche, meglio portare con sé solo i soldi necessari. Questo è il nostro rituale durante i giorni di riposo: far la spesa, mangiare, dormire, lavarsi, fare il bucato… e ricominciare.

È solo il titolo che rende l’idea, però nel campeggio di “Don Vito Corleone” dell’altro giorno, Jorge, avendo abbandonato il proprio materassino considerandolo irreparabile ha dormito su un paio di cartoni. Ecco l’occasione per aggiungere Sleeping on the floor di The Lumineers.

17-18 aprile – San Juan de Pasto
Alla fine il pacco è arrivato 2 giorni prima del previsto, potremmo partire subito. Pasto, città con grandi tradizioni religiose e numerose chiese, attira sia credenti che turisti, decidiamo di restare qualche giorno in più per visitarla, lavare la biancheria e riposare le rotule.
Le chiese sono architettonicamente una diversa dall’altra, visitiamo le principali, tanti fedeli entrano ed escono, nella piazza principale sono anche esposte grandi sculture che rappresentano la Via Crucis (utilizzate anche per i carri del carnevale che qui comincia il 28 dicembre). Buona Pasqua!
Passiamo una piacevole serata cenando con Mateo, si parla del più e del meno, della Colombia e delle particolarità di questa regione, nota per l’insicurezza e il coinvolgimento nel narcotraffico.

Manuela: Passiamo del tempo a parlare con nostra figlia neo laureata e festeggiarla a distanza. Brava la nostra Princess! Adesso goditi la tua libertà per un po’, ti aspettiamo a pedalare con noi in autunno. Siamo orgogliosi di te. ❤ ❤ ❤


La nostra Princess il 17 aprile 2025 ha ufficialmente finito l’università. Ancora più patita di me per la musica cominciò a suonare pianoforte parecchi anni fa, quando era adolescente adorava Cœur de Pirate ed uno dei primi pezzi che imparò a suonare fu Intermission.

19 aprile – Pedregal
Si ricomincia subito in salita e fortunatamente, le pendenze sono umane. Partiamo abbastanza presto la mattina ed alla fine della salita, appare una panadería, perfetta pausa per il nostro tinto mattutino.
Discesa di 25 km fino a Pedregal. Troviamo un piccolo hotel in centro al villaggio che è proprio vicino alla stazione della polizia. Sapendo che potremmo guadagnare un’altra decina di chilometri dormendo in un altro posto fuori dal paese, provo a chiedere informazioni sulla situazione sicurezza.

La risposta è veloce, l’hotel è isolato e ci consigliano di restare qui. Inutile riflettere, paghiamo la camera e la giornata è finita.
Domani partiremo presto, è domenica di Pasqua e come abbiamo passato una delle città più pericolose di Colombia, Soacha, senza problemi data l’ora e dato il giorno, arriveremo anche all’ultima città sul confine di questo paese.
Manuela: dopo tante salite, che bella sensazione quella di aver male alle mani per il continuo frenare in discesa!

Non so quando potrò riascoltare la mia musica in pace mentre pedalo, probabilmente nella Sierra. Su queste strade ce lo dicono tutti… No des papaya… Sii discreto… Quindi niente musica. Sdraiato sul letto in attesa dell’ora per dormire, leggo un articolo sui Pink Floyd e decido di aggiungere Comfortably numb.

20 aprile – Ipiales
Oggi un’altra bella giornatina da 45 km x 1.400 m di dislivello. Praticamente tutta salita fino a destinazione.


Essendo domenica, la strada è invasa da ciclisti, con il nostro ritmo tranquillo piano piano risaliamo la lunga valle che ci porta a Ipiales, l’ultima città in cui soggiorneremo prima di arrivare alla frontiera con l’Ecuador.
Oggi siamo ospiti di Andrés, anche lui anfitrione del gruppo Vibico. Arriviamo a casa sua, ci offre un mate di benvenuto, ceniamo e facciamo conoscenza reciproca. Sono le 19 quando Jorge ci comunica che è arrivato. Lui ha scelto di passare un giorno di più a Pasto e si è fatto in una sola tappa tutta la strada arrivando al buio. Scelta curiosa, perché ha sempre ripetuto che non è saggio viaggiare dopo il tramonto, ma è già la seconda volta che lo vediamo arrivare con il buio.
Dopo poco arrivano anche Boris, un altro anfitrione colombiano che accompagna Aurelio, un giornalista salvadoregno diretto a Ushuaia. Boris anima la serata elogiando l’ospitalità dei colombiani, dicendo che gli piacerebbe vedere più cicloturisti nel suo paese. Noi ascoltiamo, a volte ribattiamo, ma non è semplice fare capire che per noi stranieri la Colombia, in tante zone, è ancora troppo “difficile”.
Manuela: Oggi la salita non finiva più e con una pendenza costante che non ci permetteva di rilassarsi un solo attimo. Abbiamo fatto una pausa a lato strada con un gruppetto di ciclisti di una squadra, ridavamo insieme sul fatto che una nostra borsa pesava più di tutta la loro bicicletta.

21 aprile – Santuario di Las Lajas
Nella giornata di descanso andiamo a visitare una chiesa a qualche chilometro dalla città. Boris, viene a prenderci con il suo minivan e la combriccola composta da due Colombiani, un Colombiano di Germania, un Salvadoregno e due Italiani, parte per il santuario.


La chiesa ed il villaggio adiacente sono molto interessanti, ma cosa ci fa una chiesa gotica in un posto simile? Il mio pensiero è sulla vita di coloro che l’hanno costruita, quanti operai saranno precipitati in fondo a quel canyon? Era necessaria questa “cattedrale nel deserto”?
È il lunedì di Pasqua, Papa Francesco è morto la notte scorsa, farò il bravo e mi fermerò qui.
Andrés è stato un ottima guida e ci ha mostrato ogni angolo del piccolo villaggio, rientriamo a casa e prepariamo le nostre cose per il passaggio della frontiera di domani.

Il riassunto della nostra Colombia.

Siamo arrivati a Bogotá il 26 marzo ed abbiamo attraversato il confine dell’Ecuador il 22 aprile.

  • Chilometri percorsi: 875
  • Metri di dislivello: 14.000
  • Giorni totali inclusi riposi e visite: 27
  • Giorni in sella: 17
  • Notti: Albergo e ospiti vari 25, tenda 2. La troppa pioggia ed i prezzi economici, ci hanno spesso convinti a scegliere una camera piuttosto che la tenda. Dato che gli sconti per anziani mi hanno fatto capire che faccio parte della terza età, quando posso, preferisco dormire sul morbido.

PRO
– Il popolo colombiano si è dimostrato gentilissimo, operai della strada che ti invitano a mangiare, sconosciuti che ti offrono frutta, negozianti che non si fanno pagare il caffè. Grazie soprattutto a Camilo di Bogotà, Angie e Jeison di Verdeyaco, Mateo di Pasto e Andrés di Ipiales per l’accoglienza ricevuta.
– I musei di Botero e dell’oro, fantastici.
– Il deserto di Tatacoa, deviazione obbligatoria per chi decide di venire in Colombia.
– Il Trampolin de la Muerte. Ne valeva proprio la pena, due giorni ed 80 km da ricordare; per me rimarrà uno tra i percorsi più belli della mia vita da ciclista.
Manuela: la varietà di piante e fiori è incredibile. Quanto gustosa è la frutta e gradevole la zuppa calda che viene sempre servita all’ inizio di ogni pasto.

CONTRO
– Fino all’arrivo in questo paese, pensavo che i peggiori guidatori al mondo nei confronti dei ciclisti, fossero i miei compatrioti italiani, da oggi il trofeo lo assegno ai Colombiani (Cari Colombiani, non insultatemi🙂).
– La meteo. Preferisco spalare neve a -30 C, che pedalare per giorni nell’umidità, sotto la pioggia ed a temperature sub-tropicali.
– Il perenne senso di insicurezza che ti accompagna. No des papaya, è la frase che abbiamo sentito ripetere ogni giorno passato in Colombia. Cosa significa? Tieni un profilo basso, non esporti, sii discreto. Vorrei pedalare per il piacere, non per continuare a guardarmi attorno.
Manuela: svegliarsi sempre al freddo e tutto è sempre umido o per l’umidità o per la pioggia.

Adios Colombia

COLOMBIA – Caldo, pioggia e las maravillas de la naturaleza

La nostra discesa verso Sud continua ed inizia aprile, il mese più piovoso dell’anno, ma come dice Camilo: No somos de azucar.

1 aprile – Natagaima
Sembrava dovesse piovere, invece la tappa inizia e finisce sotto il sole. Pedaliamo in sandali fin dal primo chilometro e scarpe nelle borse che quando riapriremo ci provocheranno un malessere momentaneo: sentono ancora di formaggio stagionato in decomposizione.
Volevamo dormire in tenda sulla strada all’inizio del deserto de la Tatacoa, ma i 35º C e l’umidità sopra l’80% ci fanno preferire una camera nella città prima del bivio. Siamo due vecchi pensionati, possiamo rimandare ancora per un po’ le scelte da veri duri.
Manuela: Cielo azzurro, cosa rara da queste parti dove sembra piovere sempre. Attraversiamo vaste distese di risaie e penso al duro lavoro degli agricoltori, immersi tutto il giorno nell’acqua tra serpenti, sanguisughe, zanzare e non certo equipaggiati con tenute impermeabili, che vita! Lungo la strada, negozietti vendono oggetti in argilla fatti a mano, il più gettonato? Il porcellino salvadanaio anche in versione gigante. Ieri avevo lavato velocemente le scarpe, illudendomi di ritrovarle profumate alla lavanda, pesce d’aprile ! riusciranno mai i nostri eroi a riutilizzarle senza asfissiarsi?


Qualche giorno fa vedevamo ovunque baracchini che vendevano chicha, oggi ho sentito una vecchia canzone di Inti Illimani: Señora Chichera.

2 aprile – Villavieja
Lo so, sono monotono, però la prima cosa che faccio ogni mattina è riverificare Windy per la meteo (che è altrettanto monotonamente fissa sul piovoso) e oggi cosa ci suggerisce? Forse non la prenderemo!
Pronti, partenza, via verso il deserto. Solita carretera rumorosa, ma con un asfalto ottimo. Arriviamo al bivio per Patá e La Victoria, da dove raggiungeremo un ferry per attraversare il Rio Magdalena.


Una ventina di chilometri di sterrato in un ambiente desertico, ma verde, diverso dal solito. Ci sono 30° C, ma sembra meno caldo degli altri giorni. Sostiamo per un bibita fresca da Jaime, un anziano signore che ha un negozietto sulla strada, parliamo un po’ con lui, gli promettiamo di mettere la sua tienda su iOverlander e prima di partire ci regala un paio di chewing-gum.
Raggiungiamo un villaggio, sembra molto tranquillo, cerchiamo il posto in cui dormire e ci rilassiamo per la giornata successiva.

Manuela: Ferry? parliamone. Una piccola chiatta che ci fa attraversare il fiume con acque torbide cariche di argilla e sedimenti, meglio non caderci dentro, non ci ritroverebbero mai più, la corrente è molto forte. Finalmente siamo su una strada sterrata, solo il rumore della natura. Osserviamo il deserto… ma è verde ! ovvio c’è acqua, ritroviamo vari cactus, dune di sabbia grigia coperte di erba e vacche al pascolo. Nell’ultimo paese, la proprietaria dell’albergo ci parla con entusiasmo di questa zona di 370 km² che la popolazione indigena cerca di valorizzare. Esiste una parte del deserto con sabbia e rocce rosse; domani in base al caldo, decideremo se allungare il percorso di un giorno oppure no.

3, 4, 5 aprile – Rivera, Gigante
Oggi tappa dura, non tanto per la strada, quanto per il caldo. Come dissi ad un Colombiano: “Mi sento più a mio agio nella neve ed a -30º C che a queste temperature“.


Un paio di persone ci hanno sconsigliato di dormire nella cittadina che avevamo scelto così abbiamo fatto una deviazione di 5 chilometri al 3-5 % con 35° C. Io mi sono sciolto Pantanina-Manuela pedalava in scioltezza.

Manuela: Niente deserto rosso, caldo e umidità atroci! Attraversiamo la città di Neiva, poco rassicurante e poco attraente. Mangiando un gelato, chiacchieriamo con un ragazzo venezuelano gentilissimo che ci consiglia il paesino dove fermarci per la notte, non tutti i centri abitati nella zona sono sicuri per due turisti… e nemmeno per i locali.

Rivera

Era da un po’ che non ascoltavo il mio cantautore preferito, Fabrizio De Andrè, oggi ho passato un’oretta con le sue canzoni e dedico Bocca di rosa alla nostra amica Roberta originaria di Genova , mi sembra di ricordare che al suo matrimonio pranzammo vicino a Sant’Ilario, nello stesso “paesino” della canzone. Ciao Robi.

Sveglia, partiamo, piove, no non piove, facciamo tappa corta… Questi sono i discorsi di due ciclisti, accaldati, umidi fino alle ossa, un po’ stanchi e che non hanno voglia di buttarsi in strada.
Alla fine, a svegliarci definitivamente, ci pensa il campanile della chiesa. Ci rimettiamo sulla carretera 45 e ci dirigiamo verso Gigante.
Il caldo aumenta e saranno 70 km x 1.000 m. Come qualcuno di cui non faccio il nome ha scritto ad un amico: “Francesco cola sudore da lasciare una scia che sembra la bava di una lumaca“.


Abbiamo quasi terminato la nostra giornata che incontriamo Jorge, un ingegnere colombiano che vive a Dusseldorf che si sta dirigendo in Perù. Restiamo in contatto e la sera  ci incontriamo per bere qualcosa assieme, dopo varie discussioni filosofiche, programmiamo di continuare assieme per un po’.

La signora non era molto abile con i cellulari

La giornata di riposo a Gigante passa tranquillamente e mentre discutiamo sul programma della prossima settimana, si fa vivo anche Gus, l’olandese incontrato già nei giorni scorsi. Ceniamo assieme parlando della vita nei rispettivi paesi e verso le 20 ognuno si ritira nei propri alloggi.

Manuela: Panaderia y Pasteleria, un sogno per chi adora i dolci! in ogni paesino ad ogni angolo ce ne è una, i dolci sono buoni anche se un po’ monotoni, il paradiso dello zucchero di canna, arequipe (dulche de leche) e Guayaba. Anche il pane è dolce al nostro palato, ma il ciclista affamato divora tutto.

6, 7, 8 aprile – Altamira, Bruselas, San Juan Villalobos
Da oggi iniziamo a pedalare con Jorge, pur non avendo molta esperienza come cicloturista, fisicamente è in forma, ci ha detto che in passato correva la maratona in 3:30.


Saliscendi piacevoli, nessun “rimontino ignorante” e poco dopo mezzogiorno arriviamo a destinazione. Finalmente, siamo in una cittadina carina, a parte il solito caos della via principale, il quartiere residenziale che attraversiamo a piedi è tranquillo, le case sono ben tenute e le persone che incrociamo salutano cordialmente. Qui non si ha l’idea di essere in un paese con la fama che tutti conosciamo.
Devo ammettere che oggi non ho sudato come sempre, questa sera “appena” 25º C. Aprendo la finestra al mattino, in lontananza, vedo una cima innevata, sarà il miraggio della voglia di vedere le montagne? L’idea mi fa già sentire meglio.

Manuela: siamo nella zona di coltivazione del cacao e del caffè. Si dice che il miglior caffè colombiano provenga da Brusselas. Io, che adoro questa bevanda, non perderò l’occasione di assaggiare tanti tinto (tazzina di caffe nero). Questo pomeriggio, ad Altamira, iniziamo con la degustazione di una bella tazza di cioccolato caldo servito con biscottini a forma di grissino stranamente non dolci e bocconi di formaggio fresco: eccellente!

Cercando la lista da ascoltare sulla strada decido per musica franco-canadese e così per queste giornate calde, troppo calde, vada per Lit vert di Plume Latraverse che mi fa ricordare la primavera québécoises con la sua slush.

Cronaca ciclistica della tappa verso Bruselas: 1.000 m di salita con alcuni tratti piuttosto ripidi, un passaggio da Timaná per fotografare il monumento alla Gaitana, l’eroina indigena del XIV secolo che diede filo da torcere agli invasori spagnoli. Poi è la volta di Pitalito, una città in cui, si dice, si può gustare il miglior caffè di Colombia.
Jorge preferisce fare un lunga sosta per il pranzo, noi preferiamo soste brevi e arrivare presto per evitare i temporali pomeridiani. Giunti a destinazione, io e Manuela decidiamo di aspettare il nostro compagno di viaggio in piazza, preferiamo sia lui a negoziare il prezzo dell’hotel, a volte, spesso, i gringos hanno prezzi differenti dai locali.


Dopo una colazione senza caffè, cominciamo subito con 17 km di salita costante, qualche impennata nelle curve più strette, ma alla fine arriviamo al posto di blocco dell’esercito per il cambio di regione. Il seguito sarà una bella discesa fino a San Juan. È da quando siamo partiti da Bogotá che la carretera 45 è un cantiere continuo ed osserviamo. Ci sono una miriade di operai che lavorano manualmente. Giusto? Sì, dai lavoro a molte persone. Sbagliato? Sì. La qualità del lavoro non sarà mai come quella fatta da macchine specializzate. Osserviamo, passiamo oltre ed apprezziamo i tratti di strada nuovi.

Come sempre, in salita non riesco ad ascoltare musica, ma appena arrivato al colle, ricomincio e continuo ad ascoltare la lista di lettura di ieri. La prima canzone è La fin du show dei Cowboy fringants. La consiglio, veramente bella!

Manuela: da 3 giorni stiamo attraversando delle bellissime valli; si pedala in salita tutto il giorno, ma quasi non me ne accorgo, passo il tempo a osservare la natura che ci circonda: maestosa, rigogliosa. Piante di caffè intervallate da palme di banane, tutto coltivato su pendenze così ripide che le scenderei solo in corda doppia! Grazie a Jorge stiamo scoprendo aspetti di questo paese che difficilmente avremmo conosciuto da soli: cibi, tradizioni, abitudini di vita. Ora inizio ad apprezzarlo. Purtroppo, all’inizio non è stato facile coglierne il vero valore, l’insicurezza e il clima, piovoso e afoso, ci avevano un po’ offuscato le idee.

9, 10 aprile – Verdeyaco, Mocoa
Di notte comincia a piovere, già l’umidità dell’alberghetto in cui alloggiamo non aiuta, ma ci si mette anche la pioggia.
Se penso che da queste parti vivono costantemente in ammollo, mi sento male.
Ci si sveglia, nessuna voglia di partire, “si apre… “dice Jorge… Lo guardo e la mia lunga esperienza da montagnino mi dice che: cielo grigio uniforme, niente vento, come vuoi che smetta?
Durante una piccola pausa tra uno scroscio più violento dell’altro, decidiamo di partire, sono le 11:30 e dopo solo 3-4 chilometri ricomincia a piovere. Prima piccola sosta per un caffè che bevo senza nemmeno togliere il casco per non fare movimenti con i vestiti bagnati, poi si riparte. Su questo pezzo di strada non c’è nulla, solo foresta, dietro una curva vediamo una piccola tiendita, è ricominciato a piovere forte e chiediamo ai proprietari, spaparanzati sotto il porticato, se possiamo ripararci. Restiamo in attesa per una decina di minuti e decidiamo per un secondo caffè, la signora ce lo porta e dopo aver chiesto il conto, ci risponde che non dobbiamo nulla “Sono solo tre caffé“. Un negozio, una coppia che vive di quel poco che possono ricavare dal loro minuscolo giro di affari ed il caffè è gratis!
Il consiglio italo-canadese-colombiano-tedesco decide che proseguire fino a destinazione potrebbe comportare un arrivo al buio (una delle regole base della sicurezza in Colombia e quella di essere a destinazione con la luce), quindi riprese le bici cominciamo a divallare decidendo di fermarci alla prima casa o ristorante a chiedere un posto per la tenda.
Incrociamo un hospedaje che scartiamo subito per chiara insalubrità ed arriviamo davanti ad una chiesa episcopale. Esce il pastore con la moglie che ci propongono una fantastica tettoia sul retro della loro chiesa-abitazione, ma non finisce qui. Mentre montiamo le tende, la signora arriva con tre caffè e ci chiede se abbiamo da mangiare. Pur rispondendo affermativamente, lei ci propone di andare a cenare da un’amica che ha un hospedaje poco lontano. Ci incamminiamo, lei ci segue con i due bambini ed alla fine siamo seduti a tavola serviti e riveriti in un posto magnifico in mezzo alla foresta. Magnifica serata in compagnia di gente cordialissima. Abbiamo cenato, assaggiato il miele prodotto dalle melipone, particolari api selvatiche senza pungiglione.


La mattina, appena sorge il sole vado a scrutare il cielo che, finalmente, è quasi tutto sereno. (E con questa occasione nella mia lista di lettura oggi ci sarà Mattinata di  Leoncavallo interpretata da Luciano Pavarotti). È tutto schifosamente umido, ma sicuramente abbiamo dormito meglio nei nostri sacchi-letto.
Passiamo vicino alla tenda dove si riuniscono gli operai di un cantiere stradale e ci sentiamo gridare: “Venite qui, c’è cibo caldo se volete”. Ieri a Manuela e Jorge altri operai avevano offerto una bottiglia d’acqua.


In queste zone spesso c’è un’economia di sussistenza, la vita è estremamente semplice, però ci sono negozianti che ti offrono il caffè, operai che ti propongono di dividere la loro colazione e gente che ti apre la porta della loro casa con un grande sorriso. Anche questa è la Colombia.

Manuela: i muri della camera in cui abbiamo dormito erano ricoperti di muffa, noi eravamo bagnati fradici e rimarremo così, niente si asciuga. Qualcuno direbbe:” ma non avete cose impermeabili, ciclisti sprovveduti !” Si, abbiamo tutto, ma preferiamo prenderla, perché qui non piove, è come essere sotto una cascata, ci stanno crescendo muschio e funghetti addosso, chissà quando ritorneremo asciutti. Grazie per l’ospitalità della chiesa di Verdeyaco, grazie per averci fatto scoprire il vostro angolo di paradiso, vi auguriamo di realizzare grandi progetti per la vostra comunità.

E si ricomincia in America del Sud, Colombia

Siamo in Sud-America, il primo paese è la Colombia. Arriviamo nella capitale e facciamo i turisti, poi si risale in sella e si prosegue verso Sud.

26 marzo – Bogotà
Dopo un consulto familiare ed una valutazione sulle opzioni logistiche, abbiamo deciso di inscatolare tutto e accellerare l’arrivo in Sud America, per trovarci sulle Ande nella stagione ideale. Il resto del Messico e gli Stati dell’America Centrale ci rivedranno quando farà meno caldo, sperando che le nostre ossa sopravviveranno alle alte quote.
I nostri ospiti Liliana e Paco ci hanno ancora una volta viziato, prima ci fanno trovare davanti alla porta due scatole per le bici, poi ci organizzano il trasporto alla stazione degli autobus con un loro pickup. Nel pomeriggio lasciamo Xalisco e a mezzanotte dall’aeroporto di Guadalajara decolliamo per Bogotá, la capitale della Colombia.
Sì, lo sappiamo, certi paesi non hanno una buona reputazione ed il primo commento che abbiamo ricevuto: “…il Messico è pericoloso e la Colombia ancora di più….”. Per cercare di tranquillizzare amici e parenti, possiamo dire che per viaggiare in Colombia si devono rispettare alcune regole e prendere alcune precauzioni. Certo, tutto può succedere, il tasso di criminalità è alto, ma abbiamo una rete di ciclisti locali che ci tiene aggiornati e, come abbiamo sempre fatto, non andiamo a cercare guai.
Alle 9:30 arriviamo a Bogotà, tutto è stato facile e veloce, sia l’immigrazione che il ritiro dei bagagli. Un appunto per i viaggiatori: se voleste venire in Colombia ricordatevi che bisogna compilare un modulo in linea ed avere un biglietto aereo di ritorno (anche per coloro che usciranno via terra, ma esiste un sistema diverso).
Il taxi che avevamo prenotato ci preleva e ci porta al nostro albergo in un quartiere che sembra tranquillo. Trascorriamo il pomeriggio rimontando le biciclette e ricontattiamo il ciclista che ci aveva invitato a passare qualche giorno a casa sua.
Manuela: viaggiare in un paese nuovo è sempre un’incognita, viaggiare con delle biciclette come bagaglio è stressante, sapere di arrivare in una città dove molti quartieri sono inaccessibili ai turisti aggiunge ancora più tensione. In poche ore, dover capire gli usi e i costumi di un paese per non fare errori nelle prime ore rende il tutto ancora più complesso…Insomma, giornatina mentalmente difficile, condita da 24 ore senza dormire. Un grazie infinito ai nostri ospiti messicani che ci hanno facilitato la prima parte del trasferimento.

27 marzo – Bogotà
Ci dirigiamo verso la strada indicataci, la città finora non ci entusiasma molto. Il traffico è intenso, tuttavia ci sono molte ciclabili. Negli attraversamenti, bisogna essere decisi, ma le auto generalmente si fermano. Incontriamo Camilo, il nostro ospite, conosciuto tramite la rete WhatsApp dei ciclisti in Colombia organizzata dal sito Vibico.org. Camilo ci precede ed arriviamo al gruppo di case popolari dove abita. L’appartamento, che condivide con un altro ragazzo, ha tutto ciò che ci serve, ci offre una delle camere dove trascorreremo le prossime tre notti. La sera ci darà indicazioni sul percorso di 800 km che ci porterà al confine con l’Ecuador, rivelandoci dettagli che solo un ciclista del posto conosce: per uscire da Bogotá, prendi questa strada invece di quella, passando per la città di…; al bivio, gira a sinistra e visita il deserto di…; quando arriverai a…, continua verso…. Dopo aver fatto la spesa accompagnati da Camillo, ceniamo in compagnia gustando il pollo arrosto appena acquistato e poi a nanna.
Manuela: che traffico, che caos! Auto, moto, biciclette, bicitaxi, autobus , tutti a velocità pazzesca ed in aggiunta i pedoni. Per fortuna ci sono delle ciclabili, anche se il loro tracciato è alquanto discutibile. Lo stress diminuisce quando, grazie alle indicazioni di Camilo, iniziamo a capire meglio come funziona questa città immensa. Meglio smettere di cercare informazioni su Internet, si leggono solo commenti negativi, mentre i primi approcci con la gente del posto sono cordiali e di grande gentilezza. Che freddo appena scende il sole e che umidità ! Ovvio: piove quasi tutti i giorni e siamo a 2.582 mt di altitudine.

28 marzo – Bogotà
Partenza in compagnia di Camilo per visitare il centro città e uno dei luoghi che sognavo da tempo. Ci immettiamo su una ciclabile trafficatissima, dopo qualche chilometro, con bicilette che ci superano a destra e a sinistra, passiamo accanto ad una decina di negozi di biciclette in sequenza. Questo non deve sembrare strano, la Colombia ha una tradizione ciclistica notevole, è di queste parti un certo Nairo Quintana che ha vinto un Giro, una Vuelta ed ha tre podi al Tour de France. Parcheggiamo le bici nella Biblioteca Luis Ángel Arango (una delle più importanti di tutta l’America Latina), dove in passato Camilo lavorò come restauratore di quotidiani antichi. Subito di fronte c’è il Museo Botero, essendo statale l’ingresso è gratuito; qui si trova una collezione dell’artista colombiano morto recentemente, che non ha paragoni.
Visitando le varie sale, scopriamo che oltre alle opere di Botero, ci sono anche capolavori di artisti del calibro di Picasso, Klimt, Degas, Matisse, Monet, Dalì, Mirò e gli italiani Manzù e De Chirico.


Una visita rapida al Museo Casa de la Moneda, dedicato alla storia monetaria e della numismatica del paese, per poi dirigerci a piedi verso il Museo del Oro. La Colombia, infatti, è stata uno dei paesi sfruttati dall’impero spagnolo nella ricerca dell’oro. Come ordine di grandezza possiamo dire che di bacheche simili a quella della foto seguente, ce ne saranno state oltre un centinaio.


La piccola nota sportiva: quando passiamo da un piano all’altro, salendo velocemente le scale, la differenza di quota si fa sentire considerando che solo 2 giorni fa eravamo a livello del mare. All’uscita, l’acquazzone è finito e ritorniamo a casa, zizzagando nel solito traffico caotico per usare un eufemismo.
Dopo questa prima giornata, devo dire che Bogotà non mi ha convinto. Ciò che mi ha davvero affascinato sono i tre musei visitati. Solo per loro, mi sento di consigliare a chiunque stia programmando un viaggio in queste zone di fare una tappa a Bogotá per visitarli.
Manuela: Primo test di guida di bicicletta nel traffico caotico di questa città durante l’ora di punta mattinale: superato, siamo sopravvissuti ! Passando vicino ad alcuni quartieri off-limits, capiamo il perchè. Il più temibile è separato dalla zona più turistica solo da una strada, e il nome parla da sé: la Caldera del Diablo. I musei… WOW ! Botero è stupendo, interessante anche quello della Moneda (in memoria di mio papà) e inaspettatamente affascinante quello dell’Oro con una incredibile collezione di oreficeria e oggetti in ceramica, pietra, conchiglia, osso e tessuti provenienti da diverse culture indigene, risalenti a prima dell’arrivo degli europei. Testato anche il caffè colombiano, squisito! Che dire della città in generale? Le mie impressioni sono ancora contrastanti… a seguire…

29 marzo – Bogotá
Oggi, da turisti solitari, abbiamo preso la linea di bus super efficente (Nota per gli amici di Québec: bus moderni, alimentazione a gas, tre vagoni, corsie preferenziali. E noi aspettiamo ancora da anni un tramway) per ritornare nel quartiere la Candelaria da dove inizia la salita per la collina di Monserrate a 3.200 m.
È sabato e c’è tanta gente, turisti, sportivi e pellegrini che salgono fino al Santuario per assistere alla messa o per vedere la città dall’alto o per fare un’attività sportiva percorrendo il ripido sentiro. La scelta per noi è facile, salita e discesa in funicolare, giornata relax. La vista dall’alto è spettacolare, da un lato la città e dall’altro montagne verdi, facciamo un giro a piedi tra i piccoli ristorantini e negozietti arroccati accanto al santuario, qualche foto d’obbligo e riscendiamo.


Pausa caffè in centro e rientriamo a casa per la spesa ed i preparativi della partenza. Domani si comincia la Colombia ciclistica, ci aspettano 800 km di vegetazione tropicale, deserto, pioggia e montagne che superano i tremila metri.
Suerte!
Manuela: già oggi la città mi sembra diversa, più piacevole. Mi sto abituando al rumore di questa megalopoli che accompagna ogni ora del giorno e della notte. Il dedalo delle vie del centro è delizioso, così come l’idea di mescolarsi con le numerose persone: giovani, anziani, famiglie con bambini che trascorrono insieme il sabato, salendo sulla montagna che domina la città. Vivrei in una città come Bogotà? Mai, ma merita certamente una visita.

Musica del giorno. Who wants yo live Forever dei Queen. Il rapporto “filosofico” del brano del giorno è solamente nel titolo. Ricordo bene le scene del film Highlander in cui questo brano faceva da sottofondo. Si potrebbe dire che quando si viaggia come facciamo noi, incontrando persone piacevoli e visitando luoghi sempre diversi, forse l’immortalità dell’Highlander sarebbe una cosa positiva.

30 marzo – Fusagasugà
Il meteo sarà orribile per i prossimi 2-3 giorni, ma alle 7:15 partiamo per la nostra prima tappa colombiana. Camilo oggi ci accompagna su una parte del tragitto, la prima città che attraverseremo, Soachà, ha una reputazione piuttosto negativa. La nota positiva è che oggi è domenica, molte strade sono chiuse al traffico e trasformate in ciclabili, c’è molta polizia in giro e, come dice Camilo, i delinquenti a quest’ora dormono.
Grazie alla nostra guida riusciamo ad uscire dalla città evitando molti tratti di strada trafficata e superando rapidamente il tratto più pericoloso. Dopo qualche salitella in una zona agricola tra colline verdissime, arriviamo al punto deciso per dividerci. Camilo è stato un eccellente incontro, grazie a lui abbiamo girato il centro della capitale senza perdere tempo ed abbiamo evitato i quartieri “delicati” di Bogotà e dintorni. Speriamo di continuare a fare questi incontri. Grazie Camilo!

Camilo, Fabio e i due ciclisti italiani

Cominciamo la discesa ed i due furbi che hanno ottimi pantaloni da pioggia, non li indossano prendendosi un acquazzone per qualche chilometro. Ci ripariamo sotto il portico di un negozio per aspettare che finisca il peggio e ricominciamo; la discesa fino alla prossima città sarebbe molto piacevole, peccato essere inzuppati come il classico pulcino.
Una considerazione sulla passione ciclistica colombiana, mai viste in vita nostra così tante bici sulla strada, impossibile contarle erano centinaia.
Manuela: sapendo di dover attraversare una delle cittadine piu pericolose della Colombia ero preoccupata, grazie Camilo per aver pedalato con noi! e che fortuna averlo fatto di domenica, incredibile quante persone si mettono in bici sulle strade, anche sotto la pioggia torrenziale, tutti fuori! Che contrasto, girato l’angolo e tutto diventa verde, coltivazioni di fragole a perdita d’occhio e baracchini che vendono bicchieri di panna con fragole fresche. Ma chi riesce a fermarsi, oggi pedalata con doccia inclusa nel prezzo!


Quale poteva essere la canzone del giorno, se non Who’ll Stop the Rain dei Creedence Clearwater Revival?

31 marzo – El Espinal
Passare il pomeriggio sul letto a scrivere diario e blog, pianificare le due prossime tappe, chattare con qualcuno lontano, anche questo è il piacere del cicloturismo. Alzarsi sudaticci, indossare le scarpe e le calze ancora umide, bere acqua a colazione e sapere che anche oggi prenderemo tanta pioggia ti fa sognare per qualche istante un all inclusive ai Caraibi.

Camera di ciclisti bagnati

Poi ci si rassegna e si parte. Il caffè lo beviamo in un baretto in periferia e, subito dopo inizia una lunga discesa di oltre 20 km in autostrada: asfalto nuovo e pendenze piacevoli. Il sogno di ogni ciclista!

Rio Sumapaz

Vediamo due altri ciclisti che stanno riparando una foratura. Ci fermiamo per chiedere se va tutto bene e conosciamo Oswaldo che sta pedalando con suo padre di 73 anni (che a detta del figlio va più di lui). Ci chiede da dove veniamo e scopriamo che Oswaldo vive a Toronto. Discutiamo sull’orribile freddo canadese ed io ribatto con commenti sul caldo-umido colombiano.

Oswaldo colombiano di Toronto

A fine mattinata arriva il consueto acquazzone che questa volta non ci sorprende. Calziamo i sandali e mettiamo le nostre scarpe ancora umide nelle borse. Peccato che l’immersione di ieri ed il caldo umido di questa mattina abbiano creato un puzzo di cadavere che infesterà la nostra camera per tutto il pomeriggio. Speriamo di risvegliarci domattina e non morire nel sonno soffocati.
Manuela: Oggi Giove ha deciso che una lavata non sarebbe stata sufficiente, così, appena dopo la prima, quando iniziavamo a sperare di arrivare a destinazione quasi asciutti, è arrivato il secondo temporale. Arriviamo fradici, sporchi e puzzolenti come un cane bagnato a El Espinal. Si dice che le prime persone che abitarono la zona trovarono un paesaggio arido e ricoperto di piante spinose…arido ???? ma se qui c’è un umidità assurda !

Per la musica del giorno non avevo molte difficoltà, con il primo tuono ho scelto una delle mie canzoni preferite del gruppo The Doors, Riders on the storm.