12 aprile – Trampolin de la Muerte
Il menù del giorno prevede l’inizio del Trampolin de la Muerte, tra le strade più pericolose al mondo: 80 km di carreggiata sterrata a corsia unica, una media di 18 curve per chilometro, piogge costanti, visibilità spesso scarsa, terreno instabile, frane frequenti e profondi precipizi senza protezione. Auto, moto, furgoni e camion a velocità piuttosto elevata, perché collega due città molto abitate con 140 km, l’alternativa sarebbe di farne più di 500. È una strada storica, iniziata dai missionari cappuccini nel 1909, poi fonte di conflitti tra le popolazioni indigene che cercavano di proteggere l’Amazzonia. Per chi conosce il Passo del Gavia (classica salita del Giro d’Italia) immaginate di moltiplicarlo per quattro… nel cuore della foresta sub-tropicale.






Oggi arriveremo a un colle a circa 2.300 metri. Partenza alle ore 7, i primi 15 km su asfalto, poi tutta su sterrato. Attraverseremo una decina di guadi, le pendenze medie sono accettabili, 5-7% e qualche muro intorno al 10% . Le bici sono un po’ più leggere, abbiamo spedito parte del bagaglio nella città che raggiungeremo fra 3-4 giorni. A metà salita entriamo nelle nuvole, finalmente, la temperatura scende, ma l’umidità aumenta.
Al colle dove ci hanno consigliato di dormire, c’è uno pseudo-ristorante dove chiediamo se possiamo installare la tenda sotto un tetto.






Il proprietario, un uomo sulla settantina con occhiali neri e ghigno da Padrino, ci chiede 20.000 COP (5 €) per 3 persone, non è che ci lamentiamo della cifra, ma del principio. È d’uso che i ristoranti in cui consumi, ti facciano piazzare la tenda gratuitamente. Fu*** you.
Morale della giornata: guidano come folli, forse è questa una delle principali cause di incidenti mortali e ovviamente zero rispetto per il ciclista. Fino a oggi, per me i conducenti più irrispettosi erano gli italiani, da quando sono in Colombia ho rivalutato i miei connazionali.



Manuela: Salita e strada incredibile! Mille sfumature di verde che rappresentano l’incredibile varietà della vegetazione. Più saliamo, più il paesaggio migliora e le gambe sono sempre più stanche. Per evitare di essere travolti dai camion, siamo spesso costretti a fermarci sul ciglio della strada, e ripartire su certe pendenze è una fatica extra. Ci avevano raccomandato di non pedalare mai dal lato del precipizio e se necessario di pedalare contromano, effettivamente se si scivolasse, chi ci ritrova più! Prendiamo la pioggia solo negli ultimi chilometri, ma tanto siamo già zuppi per l’umidità, chissà quando riusciremo ad asciugarci, forse tra 3 giorni.
Sdraiato sul nostro rumoroso materassino, in un locale sporco e umido, tentando di addormentarmi, pensavo alla giornata tutta in salita, in parte sotto la pioggia, cercando di evitare di farci travolgere dai pazzi al volante. Continuando con il filone franco-canadese oggi, alla mia lista, aggiungo Aujourd’hui ma vie c’est d’la marde di Lisa Leblanc.
13 aprile – Sibundoy
Cominciamo con la musica del giorno. Si parla di alba, acqua (ne abbiamo presa tanta fino ad oggi) e natura. Vediamola poeticamente. Oggi aggiungo Amanecer di Danit.
Durante i molteplici risvegli notturni, si sente sempre piovere, però nelle prime ore della mattina riusciamo a scamparla. Come in ogni buona avventura dopo soli 5 km di discesa, vediamo un altro posto dove dormire dall’aspetto decisamente migliore, peccato non averlo saputo ieri.
Piccola sosta foto, si ferma un’auto e ci vengono regalati due mandarini.
A causa di un piccolo incidente che ci ha costretto ad un breve ripiego, Jorge ci distanzia e lo ritroviamo dopo un paio d’ore seduto al tavolo di un ristorantino. Mangiamo anche noi dell’ottima pasta fritta ancora calda e ripartiamo.



Completiamo la salita sotto l’acqua, ma con due sacchettini di noccioline regalateci da un’altra auto. Iniziamo l’ultima lunga discesa verso la fine del Trampolin de la Muerte e passiamo davanti ad una tiendita: sosta con caffè caldo, e mentre ce lo beviamo con gusto comincia un diluvio. Aspettiamo in piedi sotto la tettoia per più di un’ora; la voglia di caffè è stata provvidenziale.
Siamo alla fine, magicamente riappare la strada asfaltata, ci dirigiamo al paese di Sibundoy e dopo due giorni bagnaticci dormiamo in albergo. Quello che troviamo è un po’ particolare: la carta igienica è contata e la doccia che dicevano calda, diciamo che non è congelata.
Manuela: Ieri sera abbiamo appeso i vestiti in tenda, sperando che si asciugassero un po’… Ah! Ah! Ah! Poveri illusi! Alle 6 del mattino indossare roba bagnata e fredda è davvero un piacere. La strada è tosta, ma dai racconti mi aspettavo peggio; forse ci è andata bene, a parte i conducenti dei veicoli motorizzati, pazzi da legare, il resto era tutto ok.
Piccola nota: quando parliamo di ristorantini o negozietti, sono in realtà dei buchi che, in questi luoghi, diventano posti di ristoro da sogno. Se nelle foto non si vedono parti di strada franati, precipizi o noi schiacciati contro la roccia per far passare un camion, è perché in quei momenti eravamo impegnati in altro; alle foto pensavamo solo quando non diluviava e pedalavamo tranquilli.



14 aprile – Santiago
Ripensandoci bene, perché farsi per tre giorni di seguito più di mille metri di salita? Oggi giornata relax, ci spostiamo in un secondo hotel che dovrebbe essere più decente 15 km più avanti e qui, finalmente dal 25 marzo in Messico, ci facciamo la prima doccia CALDA! Anche oggi pioggia, e domani? No comment.
Manuela: suona la sveglia, alziamo gli occhi al cielo, è grigio e piove. Basta uno sguardo tra di noi: ancora acqua e ci spuntano le branchie! Accettiamo di fare qualche chilometro in piano per raggiungere l’inizio della prossima lunga salita. Eccellente scelta, paesino tranquillo, alberghetto pulito e una signora gentilissima che ci accoglie con un sorriso smagliante.
Ieri non ci avevo pensato, ma la canzone del giorno non potrà essere che il tema del Padrino di Nino Rota.



15 aprile – El Encano
La strada si impenna dal primo chilometro e resterà empinada fino al colle da dove cominceremo a scendere. Sono 17 km, la pendenza media alla fine sarà del 8-9 % con rimontini fino al 13 %. I ciclisti lo capiranno, le bici del Giro d’Italia sono sui 7-9 kg, noi dobbiamo moltiplicare il peso per 4 o 5.
È MALEDETTAMENTE DURA! Mi sento fisicamente in forma, nonostante ci troviamo vicini ai 3.000 m di quota, ma penso alle mie ginocchia che ogni giorno peggiorano ( ho subito tre operazioni ai menischi, mi manca un bel pezzo di legamento crociato e soffro di artrosi…eh sì, l’età avanza!). Spero di non lagnarmi più fino alla tappa finale, ma oggi mi fanno veramente male.
Il GPS segna 13% di pendenza, scendo e mi faccio un chilometro a piedi.
Siamo in settimana santa, che Padre Hugo mi perdoni, ma il primo pensiero va alla III Stazione della Via Crucis quando Gesù cadde per la prima volta. noi siamo al terzo giorno di salite impegnative, incrociamo le dita. La giornata si conclude positivamente, quasi al passo ci fermiamo a fotografare una distesa di frailejones (Espeletia), le piante simbolo di queste regioni (stampate anche sul retro della banconota da 5.000 pesos), era una delle cose che avremmo voluto vedere in questo viaggio, direi che siamo stati accontentati.
Oggi arriviamo in paese asciutti, facciamo una bella doccia, nuovamente calda, mangiamo un’ottima trota e ci mettiamo in branda alle 17 per rilassarci.




Visti i pensieri negativi suggeriti dalle mie povere ginocchia distrutte dalle continue salite, oggi il mio umore era nero pensando al nostro sogno peruviano. La sola canzone che mi viene in mente è Paint it black dei Rolling Stones.
Manuela: giriamo attorno alla piazza e la strada sale come una rampa di garage, ci siamo sbagliati? Purtroppo noooo! 2-3 tornanti, poi ancora e ancora, @#§%&! “Dai che dopo spiana”… Macché, non spiana niente! Anzi, più saliamo, più si fa ripida. Francesco si lamenta delle ginocchia, anche le mie scricchiolano, ma preferisco pensare positivo: siamo a 3.000 metri, respiriamo bene e non piove. Ottimo così! Il paesaggio è magico, la vallata sotto di noi è a perdita d’occhio, coltivazioni di mais, tomate de arbol, granadilla, lulo, vacche al pascolo, etc. Ogni tanto una casa isolata, sempre annunciata da 2-3 cani a bordo strada, ma i cani colombiani sono gentili con i ciclisti, spesso non ci considerano, al massimo un mezzo abbaio, giusto per dire al padrone che hanno fatto il loro dovere. Quasi al passo, in un páramo (ecosistema montano tipico delle Ande), compaiono i magici alberi che desideravamo vedere, che bella sorpresa!



Poi si scende e appare la laguna de la Cocha, sulla strada un gruppo di bambini sta provando un balletto con musica moderna a tutto volume. Incrociamo Nelson, un ciclista colombiano, professore universitario di inglese anche lui diretto verso El Trampolin. Con pochi pesos ci compriamo una montagna di uchuva (alchechengi), poi troviamo un alberghetto con doccia bollente accanto ad un ristorantino dove divoriamo una eccellente trota fritta con patate. In piazza, una banda di giovani musicisti sta suonando… che dire, la grande fatica di oggi è stata ripagata da tante piccole sorprese e domani sarà un altro giorno di salite e forse di pioggia.
16 aprile – San Juan de Pasto
Nonostante la nostra stanza sia un buco, siamo riusciti ad incastrarci con le biciclette e passare una buona notte. Oggi ci concediamo una partenza posticipata di mezz’ora e ci dirigiamo dove ha dormito Jorge, un ristorante-caseificio 3 km più avanti lungo la salita. Ci gustiamo un buon tinto e, nel pagare, mi cade l’occhio su un formaggio a forma di pera. Chiedo cosa sia e la risposta è quella che speravo: provola! Peccato non avere con noi un pacchetto di riso Carnaroli.

Salitella tranquilla di altri 5 km, foto ad un mirador quasi al passo e facile discesa verso Pasto, una città di circa 400.000 abitanti. Qui saremo ospiti di Mateo, un ciclista del gruppo Vibico che ci offre un appartamento a dir poco eccezionale in centro città, spazioso e con tutte le comodità a disposizione. Il pacco con le cose spedite da Mocoa, dovrebbe arrivare solo il 19, siamo sicuri che ci dispiaccia aspettarlo? Siamo in sella dal 20 febbraio e negli ultimi 5 giorni abbiamo fatto parecchio dislivello, credo che questa sosta forzata sarà molto salutare. Il confine con l’Ecuador si avvicina.
Manuela: Tutti ci avevano parlato malissimo di Pasto: “State attenti, è una città molto pericolosa, niente cellulari in vista, niente macchina fotografica, ecc… E poi, con la Settimana Santa, sarà affollatissima!”.
Mateo ci accoglie come principi. Nel centro città tutto ci sembra simile alle altre città colombiane, anzi: le strade sono sorprendentemente pulite e tranquille. Mateo ci conferma di evitare di girare con cellulari o macchine fotografiche, meglio portare con sé solo i soldi necessari. Questo è il nostro rituale durante i giorni di riposo: far la spesa, mangiare, dormire, lavarsi, fare il bucato… e ricominciare.
È solo il titolo che rende l’idea, però nel campeggio di “Don Vito Corleone” dell’altro giorno, Jorge, avendo abbandonato il proprio materassino considerandolo irreparabile ha dormito su un paio di cartoni. Ecco l’occasione per aggiungere Sleeping on the floor di The Lumineers.
17-18 aprile – San Juan de Pasto
Alla fine il pacco è arrivato 2 giorni prima del previsto, potremmo partire subito. Pasto, città con grandi tradizioni religiose e numerose chiese, attira sia credenti che turisti, decidiamo di restare qualche giorno in più per visitarla, lavare la biancheria e riposare le rotule.
Le chiese sono architettonicamente una diversa dall’altra, visitiamo le principali, tanti fedeli entrano ed escono, nella piazza principale sono anche esposte grandi sculture che rappresentano la Via Crucis (utilizzate anche per i carri del carnevale che qui comincia il 28 dicembre). Buona Pasqua!
Passiamo una piacevole serata cenando con Mateo, si parla del più e del meno, della Colombia e delle particolarità di questa regione, nota per l’insicurezza e il coinvolgimento nel narcotraffico.
Manuela: Passiamo del tempo a parlare con nostra figlia neo laureata e festeggiarla a distanza. Brava la nostra Princess! Adesso goditi la tua libertà per un po’, ti aspettiamo a pedalare con noi in autunno. Siamo orgogliosi di te. ❤ ❤ ❤






La nostra Princess il 17 aprile 2025 ha ufficialmente finito l’università. Ancora più patita di me per la musica cominciò a suonare pianoforte parecchi anni fa, quando era adolescente adorava Cœur de Pirate ed uno dei primi pezzi che imparò a suonare fu Intermission.
19 aprile – Pedregal
Si ricomincia subito in salita e fortunatamente, le pendenze sono umane. Partiamo abbastanza presto la mattina ed alla fine della salita, appare una panadería, perfetta pausa per il nostro tinto mattutino.
Discesa di 25 km fino a Pedregal. Troviamo un piccolo hotel in centro al villaggio che è proprio vicino alla stazione della polizia. Sapendo che potremmo guadagnare un’altra decina di chilometri dormendo in un altro posto fuori dal paese, provo a chiedere informazioni sulla situazione sicurezza.


La risposta è veloce, l’hotel è isolato e ci consigliano di restare qui. Inutile riflettere, paghiamo la camera e la giornata è finita.
Domani partiremo presto, è domenica di Pasqua e come abbiamo passato una delle città più pericolose di Colombia, Soacha, senza problemi data l’ora e dato il giorno, arriveremo anche all’ultima città sul confine di questo paese.
Manuela: dopo tante salite, che bella sensazione quella di aver male alle mani per il continuo frenare in discesa!
Non so quando potrò riascoltare la mia musica in pace mentre pedalo, probabilmente nella Sierra. Su queste strade ce lo dicono tutti… No des papaya… Sii discreto… Quindi niente musica. Sdraiato sul letto in attesa dell’ora per dormire, leggo un articolo sui Pink Floyd e decido di aggiungere Comfortably numb.
20 aprile – Ipiales
Oggi un’altra bella giornatina da 45 km x 1.400 m di dislivello. Praticamente tutta salita fino a destinazione.






Essendo domenica, la strada è invasa da ciclisti, con il nostro ritmo tranquillo piano piano risaliamo la lunga valle che ci porta a Ipiales, l’ultima città in cui soggiorneremo prima di arrivare alla frontiera con l’Ecuador.
Oggi siamo ospiti di Andrés, anche lui anfitrione del gruppo Vibico. Arriviamo a casa sua, ci offre un mate di benvenuto, ceniamo e facciamo conoscenza reciproca. Sono le 19 quando Jorge ci comunica che è arrivato. Lui ha scelto di passare un giorno di più a Pasto e si è fatto in una sola tappa tutta la strada arrivando al buio. Scelta curiosa, perché ha sempre ripetuto che non è saggio viaggiare dopo il tramonto, ma è già la seconda volta che lo vediamo arrivare con il buio.
Dopo poco arrivano anche Boris, un altro anfitrione colombiano che accompagna Aurelio, un giornalista salvadoregno diretto a Ushuaia. Boris anima la serata elogiando l’ospitalità dei colombiani, dicendo che gli piacerebbe vedere più cicloturisti nel suo paese. Noi ascoltiamo, a volte ribattiamo, ma non è semplice fare capire che per noi stranieri la Colombia, in tante zone, è ancora troppo “difficile”.
Manuela: Oggi la salita non finiva più e con una pendenza costante che non ci permetteva di rilassarsi un solo attimo. Abbiamo fatto una pausa a lato strada con un gruppetto di ciclisti di una squadra, ridavamo insieme sul fatto che una nostra borsa pesava più di tutta la loro bicicletta.
21 aprile – Santuario di Las Lajas
Nella giornata di descanso andiamo a visitare una chiesa a qualche chilometro dalla città. Boris, viene a prenderci con il suo minivan e la combriccola composta da due Colombiani, un Colombiano di Germania, un Salvadoregno e due Italiani, parte per il santuario.






La chiesa ed il villaggio adiacente sono molto interessanti, ma cosa ci fa una chiesa gotica in un posto simile? Il mio pensiero è sulla vita di coloro che l’hanno costruita, quanti operai saranno precipitati in fondo a quel canyon? Era necessaria questa “cattedrale nel deserto”?
È il lunedì di Pasqua, Papa Francesco è morto la notte scorsa, farò il bravo e mi fermerò qui.
Andrés è stato un ottima guida e ci ha mostrato ogni angolo del piccolo villaggio, rientriamo a casa e prepariamo le nostre cose per il passaggio della frontiera di domani.
Il riassunto della nostra Colombia.
Siamo arrivati a Bogotá il 26 marzo ed abbiamo attraversato il confine dell’Ecuador il 22 aprile.
- Chilometri percorsi: 875
- Metri di dislivello: 14.000
- Giorni totali inclusi riposi e visite: 27
- Giorni in sella: 17
- Notti: Albergo e ospiti vari 25, tenda 2. La troppa pioggia ed i prezzi economici, ci hanno spesso convinti a scegliere una camera piuttosto che la tenda. Dato che gli sconti per anziani mi hanno fatto capire che faccio parte della terza età, quando posso, preferisco dormire sul morbido.
PRO
– Il popolo colombiano si è dimostrato gentilissimo, operai della strada che ti invitano a mangiare, sconosciuti che ti offrono frutta, negozianti che non si fanno pagare il caffè. Grazie soprattutto a Camilo di Bogotà, Angie e Jeison di Verdeyaco, Mateo di Pasto e Andrés di Ipiales per l’accoglienza ricevuta.
– I musei di Botero e dell’oro, fantastici.
– Il deserto di Tatacoa, deviazione obbligatoria per chi decide di venire in Colombia.
– Il Trampolin de la Muerte. Ne valeva proprio la pena, due giorni ed 80 km da ricordare; per me rimarrà uno tra i percorsi più belli della mia vita da ciclista.
– Manuela: la varietà di piante e fiori è incredibile. Quanto gustosa è la frutta e gradevole la zuppa calda che viene sempre servita all’ inizio di ogni pasto.
CONTRO
– Fino all’arrivo in questo paese, pensavo che i peggiori guidatori al mondo nei confronti dei ciclisti, fossero i miei compatrioti italiani, da oggi il trofeo lo assegno ai Colombiani (Cari Colombiani, non insultatemi🙂).
– La meteo. Preferisco spalare neve a -30 C, che pedalare per giorni nell’umidità, sotto la pioggia ed a temperature sub-tropicali.
– Il perenne senso di insicurezza che ti accompagna. No des papaya, è la frase che abbiamo sentito ripetere ogni giorno passato in Colombia. Cosa significa? Tieni un profilo basso, non esporti, sii discreto. Vorrei pedalare per il piacere, non per continuare a guardarmi attorno.
– Manuela: svegliarsi sempre al freddo e tutto è sempre umido o per l’umidità o per la pioggia.

























































