ECUADOR – La pioggia e l’artrosi

Sembravano rose (e qui ne producono molte), ma invece erano ortiche.
Cambiamento di programma…

3 maggio – Ambato
Dopo una giornata di riposo, si riparte. Ma che succede a pochi chilometri dall’albergo? Inizia a piovere, BASTA! È da oltre un mese che non vediamo una vera giornata di sole, ogni giorno pioggia, pioggerella o veri diluvi. A volte per tutto il tragitto, altre a sprazzi, appena partiti, poco prima di arrivare, o di notte, obbligandoci in ogni caso a pedalare su strade bagnate.
Siamo entrati in Ecuador il 22 aprile, le tappe non sono state lunghe in termini di chilometri, ma ogni giorno abbiamo affrontato almeno 1.000 metri di dislivello, tra i 2.500 m ed i 3.500 m di altitudine, spesso su pendenze che sembrano rampe da garage. La morale?

Forse dalla foto non si capisce, ma la pendenza è oltre il 20%

Oggi ho detto basta alla pioggia e basta alle salite stile Mortirolo, almeno per qualche giorno. Dobbiamo trovare un’alternativa, perché tutta questa umidità e queste pendenze hanno risvegliato la mia povera artrosi, forse ho chiesto un po’ troppo alle mie giunture malandate, messe alla prova da anni di attività sportiva in montagna. Abbiamo promesso, a chi ce lo ha fatto notare, che ci prenderemo qualche giornata di riposo e andremo in cerca di un clima più clemente.
E adesso? Domani prenderemo un autobus per Cuenca, evitando così circa 300 km e 7.000 m di dislivello, poi riorganizzeremo il percorso delle prossime settimane. Secondo l’etica del cicloviaggiatore puro, che deve avanzare solo con la forza delle proprie gambe, questa scelta non è corretta. Lo ammetto, ho sempre criticato chi si serviva di mezzi pubblici alla prima difficoltà, non rinnego nulla, ma stavolta rischiavo davvero il KO tecnico e il rientro anticipato a casa. Voilà, mea culpa!

Ascoltate Mauvaise journée di Stromae… Me la dedico, oggi era proprio una cattiva giornata.

Manuela: Oggi ci aspettava una giornata dura, e speravamo almeno in un cielo nuvoloso, ma asciutto ed invece dopo appena 10 km di salita tosta per uscire dalla città, già fradici come pulcini, abbiamo perso la pazienza. Non ci è rimasto che fare marcia indietro e tornare in albergo. Le previsioni meteo restano disastrose per i prossimi giorni, riceviamo allerte sul cellulare per innondazioni e possibili frane. Siamo delusi, ma sappiamo che in un viaggio lungo queste cose possono succedere. C’è chi è costretto a prendere un autobus perché la bici si rompe, chi perché viene messo ko dalla “Turista”, e chi, come noi, perché pioggia e umidità hanno finito per arrugginire le articolazioni.

4 maggio – Cuenca
Questa mattina ci rifacciamo la salitona di 10 km di ieri per arrivare al terminal degli autobus dove a mezzogiorno, sotto una pioggerella fitta, partiamo alle 12h00 con puntualità svizzera.
La “zia Natalie” ci aveva chiesto quando ci saremmo fermati, adesso è stata accontentata. Natalie, se ci leggi stappa una buona bottiglia in nostro onore, io ho ormai dimenticato il sapore del vino, tra la tua amica astemia e la scarsa offerta, mi devo accontentare di birra insipida.
Mentre scrivo seduto in autobus, siamo alla stessa altezza del Monte Adamello (montagna di 3.554 m delle Alpi dietro casa nostra ), ci sono vacche al pascolo e vediamo in lontananza delle macchie di neve; è il Chimborazo (6.268 m), purtroppo non riusciamo a vederne la vetta, le nuvole sono appena al di sopra di noi.

Arriviamo a destinazione dopo ben 8 ore, fortunatamente l’albergo è a un chilometro dal terminal degli autobus. Buona notte!

In autobus stavo facendo pulizia delle mie foto, passa una foto di Lee, conosciuto sulla Baja, mi viene in mente Padre Hugo, una delle più belle persone che abbiamo conosciuto in questo viaggio. Voglio dedicargli Heaven on their mind, uno dei più bei brani del film Jesus Christ Superstar. Anche se il film è molto vecchio (1972) lo consiglio vivamente.

Manuela: Viaggiare in autobus è uno spaccato autentico di vita locale. Secondo l’orario ufficiale, il viaggio doveva durare cinque ore e mezza, con tre o quattro fermate nei paesi lungo il tragitto. In realtà sarà tutto un sali e scendi, le persone aspettano sul ciglio della strada, alzano una mano e l’autobus si ferma. A bordo il bigliettaio chiede la destinazione, incassa i soldi e consegna un biglietto che verrà ritirato al momento della discesa. Tutto avviene con un’efficienza sorprendente.
È domenica, le signore tornano dal mercato con i sacchi della spesa, ci sono famiglie con bambini, nonni e nonne, tante persone indossano abiti tradizionali colorati e ricamati, c’è chi riesce a sedersi e chi resta in piedi. Sale una nonnina trasportando un grande secchio più pesante di lei, le cedo il mio posto, mi sorride e prima di scendere mi stringe la mano con dolcezza. Attraversiamo paesaggi montani immersi nella nebbia, con nuvole basse e pioggia fitta, e guardo la strada che avremmo voluto percorrere in bicicletta. Devo ammetterlo, anche se un po’ a denti stretti, è stata una decisione saggia lasciar perdere.

5-6 maggio – Cuenca
Terminata la colazione, usciamo per far sistemare il raggio della ruota rotto sull’ultima salita di ieri e rientriamo appena in tempo per… evitare la pioggia. Usciamo a cambiare dei soldi e… rientriamo sotto una fitta pioggia. Comincio quasi a rimpiangere i 40° C del deserto sulla Baja California.


Ci prendiamo una intera giornata per visitare la città, che molti descrivono come una delle più interessanti del paese… a piedi e con molta calma.
Il giro turistico del centro storico prevede, per la gioia della mia gentil consorte, il passaggio da una decina di chiese, alcune veramente interessanti dal punto di vista architettonico, un paio di piccoli musei ed una visita al Consolato del Perù per vedere se possiamo prolungare la permanenza nel paese oltre i 90 giorni previsti per gli Italiani.


Dopo questo descanso a Cuenca, abbiamo deciso di puntare verso il Pacifico e proseguire lungo la costa, attraversando il confine con il Perù a un’altitudine più rilassante. Proveremo a tornare in quota un po’ più a Sud, non ho ancora rinunciato al sogno di percorrere il nostro ‘Everest ciclistico’. Intanto, le pastiglie prescritte a Manuela per l’artrosi alla mano, sembrano dare sollievo anche a me (lo sappiamo, i farmaci non si passano, ma certe situazioni richiedono misure… farmacologicamente discutibili).
À suivre…

Manuela: Ci avevano detto che Cuenca era una bella città, e non siamo rimasti delusi. È stata una sosta piacevole, ricca di scoperte culturali e architettoniche… e abbiamo mangiato come porcellini all’ingrasso! Avrei comprato mille cose di artigianato locale come sempre, le porterò nei miei ricordi, nessun grammo supplementare è concesso nelle borse della mia Fermenta (nome della mia bicicletta).

Pianificando le prossime tappe, ascoltavo Everything di Alanis Morissette, la cantante è canadese, ma il nesso è che questa canzone era ripetuta alla nausea nella palestra in cui andavo ad allenarmi in pausa pranzo prima di emigrare in Canada.

7 maggio – Santa Isabel
Partiamo da Cuenca, fortunatamente con poco traffico vista l’ora, e ci dirigiamo verso la destinazione decisa. Sopravvissuti all’uscita dalla città (oltre 600.000 abitanti), cominciamo a pedalare in una valle che ci ricorda l’Alta Valle Camonica nelle nostre montagne della provicnia di Brescia, la sola differenza è che qui si vendono noci di cocco…SOLE! Incredibile, questa mattina guardiamo il cielo davanti a noi, è azzurro. Continuiamo in leggera salita e la valle si fa sempre più bella, sembra proprio di essere nelle Alpi italiane, l’Ecuador è veramente un paese fantastico per chi ama la montagna.
Incontriamo due ciclisti in MTB che ci interrogano sul nostro viaggio, vogliono fare qualche foto con noi, poi loro ripartono verso casa e noi continuiamo in direzione della costa.
La ripresa del viaggio è andata bene, arriviamo a destinazione sotto il sole. Domani scenderemo ancora di più, la frontiera peruviana si avvicina.

Manuela: Tra un paio di giorni dovremmo raggiungere il livello del mare, il che dovrebbe tradursi in una lunghissima discesa… ma in questo paese le cose non funzionano così. Chi ha progettato le strade da queste parti? Nelle Sierra, e in tutto l’Ecuador, è un continuo tornanti e saliscendi, anche quando scendi da 2.600 metri fino a quota zero in 200 chilometri, alla fine ti ritrovi comunque con quasi 2.000 metri di dislivello nelle gambe…tutto allenamento, direbbe qualcuno.

Giornata quasi completamente sotto il sole, anche noi potevamo… I can see clearly now come Johnny Cash.


8 maggio – Santa Rosa
La notte scorsa non ho dormito bene, come diciamo noi avevo “i nervetti alle gambe”. Al mattino mi alzo e, appena sento le gambe indolenzite, subentra una depressione pensando al sogno che dovrebbe essere il clou del nostro viaggio.
Ci rimettiamo in sella, generalmente sulle salite è Pantanina Manuela che sta davanti, ma oggi dopo pochi chilometri sono richiamato all’ordine perché l’ho lasciata indietro un po’ troppo.
La prima cosa positiva è che nell’aprire la porta della camera siamo accolti da una seconda giornata con un cielo completamente azzurro. Dopo pochi chilometri entriamo in una valle disabitata, molto brulla e selvaggia, spettacolare, fantastica. Mi ricorda le fotografie che ho visto delle valli che dovremmo (condizionale d’obbligo) attraversare, risalire e scendere nelle prossime settimane quando entreremo nella sierra peruviana. Il morale ritorna ad un buon livello.


Le discese finiscono ed arriviamo a Pasaje, ci avevano consigliato di fermarci in un hotel poco prima della città, ma vedendo un’auto della Polizia, provo ad interrogare i due agenti sulla situazione “sicurezza”, sapiamo che la zona costiera la costa dell’Ecuador è problematica a causa di guerriglia e narcotraffico. Il poliziotto sul sedile del passeggero ha il mitra a tracolla, non appoggiato per terra o sul sedile posteriore, ma a tracolla. Per caso pronto all’uso?
Abbiamo già fatto 90 km, ma i due, gentilissimi e molto precisi nelle indicazioni, ci suggeriscono di continuare fino a Santa Rosa, bella cittadina tranquilla a 30 km e ci raccomandano anche di metterci in camera prima del buio. ¡No se preocupe! è da sempre la nostra regola della vita da ciclista-viaggiatore: pedala, mangia, dormi e ripeti, niente vita notturna.
All’ingresso del paese, ci fermiamo a fare la spesa e nel piccolo supermercato sento parlare italiano, mi giro e scopro di essere in compagnia di una famiglia milanese che vive qui da anni. Solite domande di curiosità sul nostro viaggio, ma abbiamo la conferma che al loro villaggio nella sierra, possono dimenticare la porta di casa aperta poiché non succede nulla, è la costa la zona problematica, non è grave manca ancora un giorno e poi si cambierà paese.

Manuela: La famiglia italiana che abbiamo incontrato ci conferma che non piove così da 50 anni, che la stagione delle piogge di solito finisce a metà aprile con qualche strascico fino a fine mese, ma niente a maggio nelle montagne. Anche nella valle dove loro vivono ci sono state tantissime frane.
Ecuador, mi sono innamorata di questo paese, ma mi hai tradito! Mi obblighi a ritornare, forse con la mia Princess che sarà contenta di rivederti.

Oggi, metto nella mia lista una vecchia canzone degli Abba, I have a dream. Anche io spero che il mio sogno si avveri; promesso che se poi dovrò andare in pensione anche come ciclista non mi lamenterò più… Forse.

Il riassunto del nostro ECUADOR

Siamo entrati in Ecuador il 22 aprile ed abbiamo attraversato il confine del Perù il 9 maggio.

  • Chilometri percorsi: 573
  • Metri di dislivello: 8.083
  • Giorni totali inclusi riposi e visite: 17
  • Giorni in sella: 11
  • Notti: Albergo e ospiti vari 17, nessun giorno in tenda. Come in Colombia, la troppa pioggia ed i prezzi economici, ci hanno spesso convinti a scegliere una camera piuttosto che la tenda.

PRO
– Il popolo ecuadoregno è estremamente accogliente, cortese e sempre sorridente.
– La città di Cuenca merita una visita.
– Le montagne e le valli dopo Cuenca, ci hanno ricordato le nostre Alpi.
– Tutta la strada che attraversa la Sierra offre paesaggi molto suggestivi.
Manuela: anche i pompieri ospitano i ciclisti nelle loro caserme… Donne, non illudetevi, nessun soggetto da calendario, solo molta gentilezza e simpatia

CONTRO
– Aggiungiamo i guidatori ecuadoregni a fianco dei colombiani nella nostra personale classifica delle persone più irrispettose nei confronti dei ciclisti.
– La meteo. Anche in questo paese non siamo stati fortunati, un vero peccato perché la pioggia ci ha rovinato buona parte del viaggio e dell’umore.
– Nessun merito gastronomico, anche se gli ingredienti a disposizione come frutta, verdura e pesce sono di ottima qualità.

Grazie Ecuador, ti ricorderemo per sempre.

Adiós Ecuador

ECUADOR – Latitudine zero

L’Ecuador, siamo alla latitudine zero. Le montagne sono sempre più alte e l’aria si fa più frizzante. Riusciranno i nostri eroi a superare anche questi 1000 km?

 22 Aprile – Tulcán
Questa mattina siamo entrati in Ecuador in compagnia di Jorge e Aurelio. Le pratiche burocratiche sono state veloci per tutto il gruppo, compreso Jorge, che aveva dimenticato a casa il certificato della vaccinazione contro la febbre gialla; ha avuto fortuna, non gli è stato richiesto. Dopo pochi chilometri di salita, abbiamo raggiunto la prima città e rapidamente ci ritroviamo nel parco principale in pieno centro.


Dovendo fare passare qualche ora, dopo l’abbondante pranzo, la nostra jefa Manuela ci propone un visita particolare: il cimitero! All’inizio ridiamo della scelta, ma appena superato il cancello ci ricrediamo, siamo in un magnifico giardino celebre per le sue siepi di cipresso potate per creare diverse forme: una vera opera d’arte. Aurelio regala a ciascuno una piccola bandiera dell’Ecuador che fissiamo dietro alla bici come simbolo di buon auspicio, poi ci dirigiamo verso la casa di Gary, nostro ospite Warmshowers.


Gary è un giornalista quarantenne che vive da solo con due cani. È una persona appassionata di educazione ed ha trasformato la sua casa (casa dei nonni che lui sta ristrutturando poco a poco) in un piccolo museo con l’intento di migliorare la vita sociale del quartiere.
La sera siamo invitati a una piccola riunione di vicinato da lui organizzata, per trovare soluzioni di sicurezza di base poiché, negli ultimi tempi, con il continuo passaggio di migranti venezuelani, si sono verificati furti e aggressioni. Ad un certo punto, anche noi siamo interrogati su cosa accade nelle nostre città, ma non siamo di molto aiuto, per nostra fortuna abitiamo in una delle città più tranquille del mondo.

Per la musica del giorno aggiungo il brano Zapateando Juyayay di Juyac, quando nostra figlia tornò dall’Ecuador, dopo un periodo di vacanze-lavoro, ci asfissiò per settimane con questa canzone.

In pratica: Ti buttiamo in una vasca con acqua gelida, ti frustiamo con le ortiche e ti bruciamo…. Tradizioni indigene…

Manuela: finalmente in Ecuador! i passaggi di frontiera, per dei vagabondi in bicicletta, sono sempre un po’ stressanti, ma oggi fila tutto liscio perchè a turno entriamo negli uffici, mentre gli altri sorvegliano le biciclette. Molti ci avevano messo in guardia su questa zona, parlando di furti e pericoli… e invece, dopo pochi chilometri in questo nuovo paese, ci sentiamo tranquilli e sereni. La prima cosa che abbiamo visitato? Un cimitero. Speriamo non sia di cattivo auspicio… ma impossibile pensarlo, il luogo è così suggestivo!

23 aprile – Bolivar
Eccoci alla prima vera tappa ecuadoregna, con molta calma partiamo dalla città natale di Carapaz, il vincitore del Giro d’Italia 2019. Oggi proseguiremo in tre, perchè Jorge ha deciso di continuare in autobus, rimarremo quindi solo in compagnia di Aurelio.
È anche l’occasione per conoscere meglio il nostro nuovo compagno di viaggio; prima di lasciare la casa di Gary, questo strano Babbo Natale dalla barba grigia, regala a ciascuno di noi un portachiavi intrecciato a mano come portafortuna. L’altro giorno, a Ipiales, aveva detto a Manuela che, dopo un anno di viaggio solitario, era la prima volta che attraversava una frontiera in compagnia.


Stiamo pedalando da pochi minuti quando siamo abbordati da un paio di ciclisti locali che vogliono una fotografia ricordo con noi, poi ci immettiamo sulla E35, la Panamericana seguiremo con qualche deviazioni fin quasi al confine peruviano. In cima alla lunga salita quotidiana, incontriamo Dayana (@dayagguerrero) una giovane ciclista che si sta allenando, chiacchieriamo qualche minuto di passioni ciclistiche, di abitudini locali e le chiediamo com’è il rapporto tra automobilisti e ciclisti da queste parti… Speriamo sia meglio che in Colombia!

Continuiamo per la nostra strada ed arriviamo così a Bolivar, dove saremo ospiti dei bomberos (I pompieri). Nel vederci arrivare, il comandante della caserma sembrava quasi ci aspettasse, infatti ci dice che questa mattina ci aveva visti vicini a Tulcán.
La nostra prima vera giornata in Ecuador è stata piacevole, la temperatura era piuttosto fredda ma asciutta, la valle è molto carina con campi coltivati a perdita d’occhio e nonostante il traffico la strada ha una buona corsia d’emergenza per pedalare in relativa sicurezza. Speriamo di continuare così.
Oggi ho finalmente ricominciato a riascoltare musica, la prima canzone è stata Naturaleza di Danit.

Manuela: Siamo sull’altipiano andino, la storica Panamericana si snoda tra colline ondulate, dovrei chiamarle colline o montagne? in questo tratto un saliscendi continuo su e giù sempre tra i 2500 e 3300 metri sul livello del mare. Il cielo è sempre minaccioso, ma arriviamo asciutti alla caserma dei pompieri che ci ospitano nel dormitorio. Dove sono i pompieri da calendario? …forse oggi non erano di turno…in compenso all’inizio del paese ci da il benvenuto la riproduzione gigante di un mammut.

24 aprile – Ibarra
Quando lasciamo la caserma dei pompieri pioviggina, ma per fortuna la pioggia smette poco prima di imboccare la E35. E, per la prima volta, intravediamo un cielo quasi azzurro. Metti la giacca togli la giacca, è il rituale che quasi ogni giorno ci accompagna fin dall’arrivo in Sud-America.


Cominciamo con una lunga discesa di una ventina di chilometri che ci porta nella valle del fiume Chota,fa caldo e tutto è coltivato. Dopo una curva vediamo una montagna in lontananza, innevata, alta, bella. Finalmente siamo nel nostro elemento.

Nel primo pomeriggio arriviamo nell cittadina di Ibarra, ospiti a casa di Elaine, un’americana della rete Warmshowers che vive qui da circa vent’anni. Elaine ci accoglie nel cortiletto della sua casa coloniale, ci mostra le due stanze in cui dormiremo e poi ci saluta velocemente dicendo che ci sentiremo al suo ritorno dal lavoro.
Dopo tanto tempo, ci faremo una magnifica, fantastica, rilassante doccia veramente calda. Quando tutti e tre saremo puliti e riscaldati partiamo per cercarci un ristorante. Questa volta torneremo alle origini, ci dirigiamo a El Horno, per mangiare una pizza cotta con un forno a legna. Il gusto non sarà come quello a cui siamo abituati, ma gli ingredienti sono naturali ed il risultato è più che eccellente. Scoprendo che siamo italiani, il padrone del locale ci offre anche delle buone banane flambées.

Manuela: sulla strada, all’ingresso di ogni paesino è comune trovare cappelle, statue o monumenti che rappresentano figure storiche, culturali o religiose significative per la comunità locale. Mi diverto a immaginare cosa rappresenterà il prossimo paese. Dopo una bella e lunga discesa con le mani incollate sui freni, cosa può aspettarsi un ciclista? Salitaaaaa ! guardando il profilo altimetrico del nostro percorso in Ecuador, credo che sarà il nostro destino per svariate settimane.
La città di Ibarra è davvero graziosa, così come la casa tipica di Elaine, che ci accoglie con grande gentilezza insieme alla sua cara mamma e ai suoi tre cani.


25 aprile – Otavalo
Oltre i confini italiani, è stata recentemente resa famosa dalla serie televisiva “La casa de papel”, ma in Italia ha sempre avuto un significato diverso. Oggi, nel giorno in cui si celebra l’ottantesimo anniversario della fine della Seconda guerra mondiale, ascolto “Bella ciao“: una canzone simbolo della nostra storia e della resistenza.

Questa mattina Elaine ci prepara la colazione e abbiamo il piacere di gustare dei pancakes con sciroppo d’acero, una delizia che ci fa ricordare il nostro Québec da cui proviene il 75% della produzione mondiale.
Di cosa si parla attorno a una tavola di ciclisti? Di viaggi in bicicletta, ovviamente. Però non siamo così monotoni. Elaine, con entusiasmo e orgoglio, ci racconta i suoi programmi di volontariato per aiutare i bambini disabili a migliorare la loro vita quotidiana, anche attraverso l’apprendimento dell’uso della bicicletta. Le proponiamo di mettersi in contatto con una nostra conoscente di Virginia Beach, impegnata in un’attività simile, e Aurelio decide di restare qualche giorno in più per offrire il suo aiuto e la sua esperienza. Ripartiamo quindi da soli: la tappa di oggi è breve, appena 25 chilometri fino a Otavalo, città famosa per il suo mercato artigianale. Siamo ospitati da Papito Papito, un motociclista viaggiatore che oltre a noi accoglie Leo, un altro motociclista argentino che sta viaggiando su una particolarissima moto. Leo e Papito ci suggeriranno le migliori strade da percorrere in Argentina.

Manuela: Non smetteremo mai di ripeterlo, le persone che incontriamo in questi viaggi rendono ogni luogo unico, la gentilezza e l’ospitalità delle persone ci sorprendono ogni volta. Come fare per non acquistare nulla visitando un immenso mercato dell’artigianato ? Viaggiare in bicicletta dove tutto è ridotto all’essenziale.


26-27 Aprile – Caluqui
Siamo diretti al villaggio dove la nostra Princess aveva trascorso un paio di settimane facendo volontariato quando frequentava il college, un’esperienza che è rimasta tra i suoi ricordi più belli. Ad accoglierci troviamo Bryan, uno dei figli di Elvia, una signora che oltre a lavorare per sostenere la sua famiglia, ha dedicato molto tempo all’organizzazione di viaggi per i giovani delle scuole del Québec. Ci viene offerto di dormire in una camera con vista sul lago San Pablo, poi visitiamo il villaggio e, la sera, siamo invitati a casa loro per la cena. Già sapevamo che questa gente (sia colombiana che ecuadoregna) era generosa ed altruista, ma ogni volta siamo colpiti per ciò che riceviamo.


Descrivere dettagliatamente in un blog queste persone e la loro vita non sempre facile, sarebbe troppo lungo, quindi ci limitiamo a ringraziarle ed a augurargli il meglio per i loro progetti futuri.

Manuela: ho capito perchè mia figlia si era innamorata di questo villaggio e della sua gente. Abbiamo assistito a una partita di calcio, impastato e cotto il pane, dato da mangiare a maiali, polli e porcellini d’India e visitato le serre di rose. Nel villaggio, dove vivono circa 300 famiglie, una ventina di piccole imprese coltivano rose (rosse, gialle, rosa e bianche) per il mercato nordamericano. Ogni rosa a gambo lungo viene venduta a soli 8 centesimi di dollaro, e in meno di 15 giorni finisce in un bouquet a New York, venduta a minimo 2 dollari cadauna. È un lavoro duro e meticoloso, 12 ore al giorno tra cura delle piante, potatura e imballaggio per un misero salario mensile.

La musica del giorno è Longuita nella versione di Apu. A mio parere è una delle più belle musiche andine, ma negli ultimi tre giorni ci ha asfissiato. Alle 5 del mattino il camion che vende bombole del gas passa nelle vie suonando questa musica per farsi riconoscere, non ne potevamo più.

28 aprile – Ascazubi
Al risveglio piove, alla partenza piove, all’arrivo smette di piovere. La sfortuna colpisce ancora!

Serre di rosai

La valle che percorriamo sembrerebbe carina, però le nuvole basse impediscono di vedere il panorama.

Incontri di viaggio: comitato ti accoglienza all’inizio di un paese.

La sosta pranzo (senza pranzo) di oggi la facciamo proprio alla latitudine zero; Il luogo non è particolarmente valorizzato, ma dopo una tisana calda per riprenderci dal freddo, ritroviamo le energie per scattare la foto di rito.


Ancora un piccolo sforzo e finalmente arriviamo a destinazione, per la seconda volta siamo ospiti dei bomberos che ci offrono una camera, una cucina e la doccia calda. Usciamo a comprare qualcosa per la cena ed al ritorno, vediamo una bicicletta fermarsi al cancello. È Laura, un’inglese che avevamo superato prima di arrivare a Ibarra e che oggi dormirà con noi.

Manuela: Quanta acqua, ancora pioggia, Resisteremo o prima o poi cederemo alla tentazione di caricare le bici su un autobus? A nord di Quito c’è la famosa Ciudad Mitad del Mundo, con un monumento imponente a segnare l’equatore… peccato che non sia proprio nel punto giusto! È stato costruito lì più per motivi turistici che geografici. Noi invece la foto l’abbiamo fatta sul vero Equatore—latitudine zero precisa, parola di GPS!

29 aprile – Sangolqui
La giornata di oggi non è niente di speciale; chilometri, salite e discese e come sempre un po’ di pioggia. Il maltempo ci sta rovinando la bellezza di queste montagne.

Manuela: una giornata di semplice transito, senza infamia né lode. Ci siamo premiati con una notte in un grazioso alberghetto e un pranzo luculliano (le porzioni sono da lottatore di sumo): pollo arrosto, patate, riso, fagioli e una zuppa con zampe di gallina e verdure. Come si dice da queste parti, un almuerzo completo.


30 aprile – Latacunga
In Scozia avevo sentito un proverbio: “Quando la mattina ti alzi, apri la finestra e vedi il sole, chiudila e riaprila, vedrai che piove”.
Da Bogotà a oggi è piovuto tutti i giorni, a volte su di noi, a volte di notte, a volte appena partiti o appena arrivati.
Cominciamo a pedalare su una lunghissima salita di una quarantina di chilometri, a 5 km dal colle da cui dovremmo divallare comincia a piovere, siamo a 3.500 metri di quota e ci sono circa 11 C, ci ripariamo appena in tempo sotto la tettoia di un ristorante. Decidiamo di aspettare per vedere se smette, ma la pioggia si trasforma in acquazzone e, per non ripartire, chiediamo ai proprietari due caffè. Purtroppo, abbiamo un solo biglietto da 20 $ e loro non hanno il resto:”Bevetevi il caffè, non c’è problema”.
Ci sentiamo un po’ in imbarazzo e cerchiamo qualcosa per contraccambiare, ieri avevamo comprato un pacco di pasta e glielo offriamo; così, per una volta, cambieranno menu mangiando pasta invece del solito riso bollito. Il resto della strada sarà sotto l’acqua che prenderemo dal cielo e dalle auto che ci superano.

Per democrazia colloco anche gli ecuadoregni al primo posto della mia personale classifica dei peggiori conduttori. Persone gentilissime nella vita, anche loro diventano degli **** con un volante tra le mani (mi astengo da scrivere ulteriori commenti).
Per chi fosse curioso:
PEGGIORI CONDUTTORI NEI CONFRONTI DI UN CICLISTA:
1 Colombiani e Ecuadoregni
2 Italiani
3 Cileni
4 Canadesi del Quebec
MIGLIORI
1 In assoluto i camionisti messicani
2 Canadesi delle province atlantiche
3 Statunitensi (Texani a parte)


Le nostre tenute da pioggia fortunatamente funzionano, anche se ci sentiremo addosso un’umidità oscena fino al momento di chiudere gli occhi. Domani è un altro giorno, la battuta non è: “Pioverà?”, ma: “Quanta ne prenderemo?”

Manuela: No comment ! Oggi sarebbero solo parolacce, preferisco astenermi. Nessuna deviazione per vedere il Cotopaxi da vicino, rimaniamo sulla strada principale sperando di non annegare. Latacunga ci sembra una cittadina piacevole, con alcune case antiche costruite in pietra pomice. Ma non ci fermiamo a visitare nulla, questa sera pensiamo solo a scaldarci e rifocillarci.

1-2 maggio – Ambato
Dopo la giornata di ieri, la voglia di ripartire è poca. Ma il dovere chiama (la tappa è per fortuna abbastanza breve) e ci rimettiamo in strada. Miracolo: arriviamo ad Ambato senza prendere pioggia!
La stanchezza si fa sentire, ma è soprattutto il maltempo a pesare sull’umore. Un’altra cinquantina di chilometri sull’odometro verso il sud e domani riposo totale… sempre che Manuela non mi faccia camminare chilometri per visitare la città.

Manuela: Siamo stanchi del rumore del traffico sulla Panamericana e, visto che il tempo sembra reggere, ci spostiamo su una strada parallela, ottima scelta! Attraversiamo il cantone di Salcedo, conosciuto per la coltivazione dei fiori e per il suo gelato tipico multistrato alla frutta. Una serie di bancarelle a bordo strada vendono entrambi. Nonostante io sia un vero gelato addicted, oggi proprio non ne ho voglia, ho ancora freddo da ieri.

COLOMBIA – El Trampolin de la Muerte

Bella l’immagine di apertura? Oggi l’AI fa molte cose, anche divertenti. Il perché di questa immagine lo si capirà leggendo l’articolo.

12 aprile – Trampolin de la Muerte
Il menù del giorno prevede l’inizio del Trampolin de la Muerte, tra le strade più pericolose al mondo: 80 km di carreggiata sterrata a corsia unica, una media di 18 curve per chilometro, piogge costanti, visibilità spesso scarsa, terreno instabile, frane frequenti e profondi precipizi senza protezione. Auto, moto, furgoni e camion a velocità piuttosto elevata, perché collega due città molto abitate con 140 km, l’alternativa sarebbe di farne più di 500. È una strada storica, iniziata dai missionari cappuccini nel 1909, poi fonte di conflitti tra le popolazioni indigene che cercavano di proteggere l’Amazzonia. Per chi conosce il Passo del Gavia (classica salita del Giro d’Italia) immaginate di moltiplicarlo per quattro… nel cuore della foresta sub-tropicale.

Oggi arriveremo a un colle a circa 2.300 metri. Partenza alle ore 7, i primi 15 km su asfalto, poi tutta su sterrato. Attraverseremo una decina di guadi, le pendenze medie sono accettabili, 5-7% e qualche muro intorno al 10% . Le bici sono un po’ più leggere, abbiamo spedito parte del bagaglio nella città che raggiungeremo fra 3-4 giorni. A metà salita entriamo nelle nuvole, finalmente, la temperatura scende, ma l’umidità aumenta.
Al colle dove ci hanno consigliato di dormire, c’è uno pseudo-ristorante dove chiediamo se possiamo installare la tenda sotto un tetto.

Il proprietario, un uomo sulla settantina con occhiali neri e ghigno da Padrino, ci chiede 20.000 COP (5 €) per 3 persone, non è che ci lamentiamo della cifra, ma del principio. È d’uso che i ristoranti in cui consumi, ti facciano piazzare la tenda gratuitamente. Fu*** you.
Morale della giornata: guidano come folli, forse è questa una delle principali cause di incidenti mortali e ovviamente zero rispetto per il ciclista. Fino a oggi, per me i conducenti più irrispettosi erano gli italiani, da quando sono in Colombia ho rivalutato i miei connazionali.


Manuela: Salita e strada incredibile! Mille sfumature di verde che rappresentano l’incredibile varietà della vegetazione. Più saliamo, più il paesaggio migliora e le gambe sono sempre più stanche. Per evitare di essere travolti dai camion, siamo spesso costretti a fermarci sul ciglio della strada, e ripartire su certe pendenze è una fatica extra. Ci avevano raccomandato di non pedalare mai dal lato del precipizio e se necessario di pedalare contromano, effettivamente se si scivolasse, chi ci ritrova più! Prendiamo la pioggia solo negli ultimi chilometri, ma tanto siamo già zuppi per l’umidità, chissà quando riusciremo ad asciugarci, forse tra 3 giorni.

Sdraiato sul nostro rumoroso materassino, in un locale sporco e umido, tentando di addormentarmi, pensavo alla giornata tutta in salita, in parte sotto la pioggia, cercando di evitare di farci travolgere dai pazzi al volante. Continuando con il filone franco-canadese oggi, alla mia lista, aggiungo Aujourd’hui ma vie c’est d’la marde di Lisa Leblanc.

13 aprile – Sibundoy
Cominciamo con la musica del giorno. Si parla di alba, acqua (ne abbiamo presa tanta fino ad oggi) e natura. Vediamola poeticamente. Oggi aggiungo Amanecer di Danit.
Durante i molteplici risvegli notturni, si sente sempre piovere, però nelle prime ore della mattina riusciamo a scamparla. Come in ogni buona avventura dopo soli 5 km di discesa, vediamo un altro posto dove dormire dall’aspetto decisamente migliore, peccato non averlo saputo ieri.
Piccola sosta foto, si ferma un’auto e ci vengono regalati due mandarini.
A causa di un piccolo incidente che ci ha costretto ad un breve ripiego, Jorge ci distanzia e lo ritroviamo dopo un paio d’ore seduto al tavolo di un ristorantino. Mangiamo anche noi dell’ottima pasta fritta ancora calda e ripartiamo.

Completiamo la salita sotto l’acqua, ma con due sacchettini di noccioline regalateci da un’altra auto. Iniziamo l’ultima lunga discesa verso la fine del Trampolin de la Muerte e passiamo davanti ad una tiendita: sosta con caffè caldo, e mentre ce lo beviamo con gusto comincia un diluvio. Aspettiamo in piedi sotto la tettoia per più di un’ora; la voglia di caffè è stata provvidenziale.
Siamo alla fine, magicamente riappare la strada asfaltata, ci dirigiamo al paese di Sibundoy e dopo due giorni bagnaticci dormiamo in albergo. Quello che troviamo è un po’ particolare: la carta igienica è contata e la doccia che dicevano calda, diciamo che non è congelata.

Manuela: Ieri sera abbiamo appeso i vestiti in tenda, sperando che si asciugassero un po’… Ah! Ah! Ah! Poveri illusi! Alle 6 del mattino indossare roba bagnata e fredda è davvero un piacere. La strada è tosta, ma dai racconti mi aspettavo peggio; forse ci è andata bene, a parte i conducenti dei veicoli motorizzati, pazzi da legare, il resto era tutto ok.
Piccola nota: quando parliamo di ristorantini o negozietti, sono in realtà dei buchi che, in questi luoghi, diventano posti di ristoro da sogno. Se nelle foto non si vedono parti di strada franati, precipizi o noi schiacciati contro la roccia per far passare un camion, è perché in quei momenti eravamo impegnati in altro; alle foto pensavamo solo quando non diluviava e pedalavamo tranquilli.

14 aprile – Santiago
Ripensandoci bene, perché farsi per tre giorni di seguito più di mille metri di salita? Oggi giornata relax, ci spostiamo in un secondo hotel che dovrebbe essere più decente 15 km più avanti e qui, finalmente dal 25 marzo in Messico, ci facciamo la prima doccia CALDA! Anche oggi pioggia, e domani? No comment.

Manuela: suona la sveglia, alziamo gli occhi al cielo, è grigio e piove. Basta uno sguardo tra di noi: ancora acqua e ci spuntano le branchie! Accettiamo di fare qualche chilometro in piano per raggiungere l’inizio della prossima lunga salita. Eccellente scelta, paesino tranquillo, alberghetto pulito e una signora gentilissima che ci accoglie con un sorriso smagliante.

Ieri non ci avevo pensato, ma la canzone del giorno non potrà essere che il tema del Padrino di Nino Rota.

15 aprile – El Encano
La strada si impenna dal primo chilometro e resterà empinada fino al colle da dove cominceremo a scendere. Sono 17 km, la pendenza media alla fine sarà del 8-9 % con rimontini fino al 13 %. I ciclisti lo capiranno, le bici del Giro d’Italia sono sui 7-9 kg, noi dobbiamo moltiplicare il peso per 4 o 5.
È MALEDETTAMENTE DURA! Mi sento fisicamente in forma, nonostante ci troviamo vicini ai 3.000 m di quota, ma penso alle mie ginocchia che ogni giorno peggiorano ( ho subito tre operazioni ai menischi, mi manca un bel pezzo di legamento crociato e soffro di artrosi…eh sì, l’età avanza!). Spero di non lagnarmi più fino alla tappa finale, ma oggi mi fanno veramente male.
Il GPS segna 13% di pendenza, scendo e mi faccio un chilometro a piedi.
Siamo in settimana santa, che Padre Hugo mi perdoni, ma il primo pensiero va alla III Stazione della Via Crucis quando Gesù cadde per la prima volta. noi siamo al terzo giorno di salite impegnative, incrociamo le dita. La giornata si conclude positivamente, quasi al passo ci fermiamo a fotografare una distesa di frailejones (Espeletia), le piante simbolo di queste regioni (stampate anche sul retro della banconota da 5.000 pesos), era una delle cose che avremmo voluto vedere in questo viaggio, direi che siamo stati accontentati.
Oggi arriviamo in paese asciutti, facciamo una bella doccia, nuovamente calda, mangiamo un’ottima trota e ci mettiamo in branda alle 17 per rilassarci.


Visti i pensieri negativi suggeriti dalle mie povere ginocchia distrutte dalle continue salite, oggi il mio umore era nero pensando al nostro sogno peruviano. La sola canzone che mi viene in mente è Paint it black dei Rolling Stones.

Manuela: giriamo attorno alla piazza e la strada sale come una rampa di garage, ci siamo sbagliati? Purtroppo noooo! 2-3 tornanti, poi ancora e ancora, @#§%&! “Dai che dopo spiana”… Macché, non spiana niente! Anzi, più saliamo, più si fa ripida. Francesco si lamenta delle ginocchia, anche le mie scricchiolano, ma preferisco pensare positivo: siamo a 3.000 metri, respiriamo bene e  non piove. Ottimo così! Il paesaggio è magico, la vallata sotto di noi è a perdita d’occhio, coltivazioni di mais, tomate de arbol, granadilla, lulo, vacche al pascolo, etc. Ogni tanto una casa isolata, sempre annunciata da 2-3 cani a bordo strada, ma i cani colombiani sono gentili con i ciclisti, spesso non ci considerano, al massimo un mezzo abbaio, giusto per dire al padrone che hanno fatto il loro dovere. Quasi al passo, in un páramo (ecosistema montano tipico delle Ande), compaiono i magici alberi che desideravamo vedere, che bella sorpresa!


Poi si scende e appare la laguna de la Cocha, sulla strada un gruppo di bambini sta provando un balletto con musica moderna a tutto volume. Incrociamo Nelson, un ciclista colombiano, professore universitario di inglese anche lui diretto verso El Trampolin. Con pochi pesos ci compriamo una montagna di uchuva (alchechengi), poi troviamo  un alberghetto con doccia bollente accanto ad un ristorantino dove divoriamo una eccellente trota fritta con patate. In piazza, una banda di giovani musicisti sta suonando… che dire, la grande fatica di oggi è stata ripagata da tante piccole sorprese e domani sarà un altro giorno di salite e forse di pioggia.

16 aprile – San Juan de Pasto
Nonostante la nostra stanza sia un buco, siamo riusciti ad incastrarci con le biciclette e passare una buona notte. Oggi ci concediamo una partenza posticipata di mezz’ora e ci dirigiamo dove ha dormito Jorge, un ristorante-caseificio 3 km più avanti lungo la salita. Ci gustiamo un buon tinto e, nel pagare, mi cade l’occhio su un formaggio a forma di pera. Chiedo cosa sia e la risposta è quella che speravo: provola! Peccato non avere con noi un pacchetto di riso Carnaroli.

Salitella tranquilla di altri 5 km, foto ad un mirador quasi al passo e facile discesa verso Pasto, una città di circa 400.000 abitanti. Qui saremo ospiti di Mateo, un ciclista del gruppo Vibico che ci offre un appartamento a dir poco eccezionale in centro città, spazioso e con tutte le comodità a disposizione. Il pacco con le cose spedite da Mocoa, dovrebbe arrivare solo il 19, siamo sicuri che ci dispiaccia aspettarlo? Siamo in sella dal 20 febbraio e negli ultimi 5 giorni abbiamo fatto parecchio dislivello, credo che questa sosta forzata sarà molto salutare. Il confine con l’Ecuador si avvicina.

Manuela: Tutti ci avevano parlato malissimo di Pasto: “State attenti, è una città molto pericolosa, niente cellulari in vista, niente macchina fotografica, ecc… E poi, con la Settimana Santa, sarà affollatissima!”.
Mateo ci accoglie come principi. Nel centro città tutto ci sembra simile alle altre città colombiane, anzi: le strade sono sorprendentemente pulite e tranquille. Mateo ci conferma di evitare di girare con cellulari o macchine fotografiche, meglio portare con sé solo i soldi necessari. Questo è il nostro rituale durante i giorni di riposo: far la spesa, mangiare, dormire, lavarsi, fare il bucato… e ricominciare.

È solo il titolo che rende l’idea, però nel campeggio di “Don Vito Corleone” dell’altro giorno, Jorge, avendo abbandonato il proprio materassino considerandolo irreparabile ha dormito su un paio di cartoni. Ecco l’occasione per aggiungere Sleeping on the floor di The Lumineers.

17-18 aprile – San Juan de Pasto
Alla fine il pacco è arrivato 2 giorni prima del previsto, potremmo partire subito. Pasto, città con grandi tradizioni religiose e numerose chiese, attira sia credenti che turisti, decidiamo di restare qualche giorno in più per visitarla, lavare la biancheria e riposare le rotule.
Le chiese sono architettonicamente una diversa dall’altra, visitiamo le principali, tanti fedeli entrano ed escono, nella piazza principale sono anche esposte grandi sculture che rappresentano la Via Crucis (utilizzate anche per i carri del carnevale che qui comincia il 28 dicembre). Buona Pasqua!
Passiamo una piacevole serata cenando con Mateo, si parla del più e del meno, della Colombia e delle particolarità di questa regione, nota per l’insicurezza e il coinvolgimento nel narcotraffico.

Manuela: Passiamo del tempo a parlare con nostra figlia neo laureata e festeggiarla a distanza. Brava la nostra Princess! Adesso goditi la tua libertà per un po’, ti aspettiamo a pedalare con noi in autunno. Siamo orgogliosi di te. ❤ ❤ ❤


La nostra Princess il 17 aprile 2025 ha ufficialmente finito l’università. Ancora più patita di me per la musica cominciò a suonare pianoforte parecchi anni fa, quando era adolescente adorava Cœur de Pirate ed uno dei primi pezzi che imparò a suonare fu Intermission.

19 aprile – Pedregal
Si ricomincia subito in salita e fortunatamente, le pendenze sono umane. Partiamo abbastanza presto la mattina ed alla fine della salita, appare una panadería, perfetta pausa per il nostro tinto mattutino.
Discesa di 25 km fino a Pedregal. Troviamo un piccolo hotel in centro al villaggio che è proprio vicino alla stazione della polizia. Sapendo che potremmo guadagnare un’altra decina di chilometri dormendo in un altro posto fuori dal paese, provo a chiedere informazioni sulla situazione sicurezza.

La risposta è veloce, l’hotel è isolato e ci consigliano di restare qui. Inutile riflettere, paghiamo la camera e la giornata è finita.
Domani partiremo presto, è domenica di Pasqua e come abbiamo passato una delle città più pericolose di Colombia, Soacha, senza problemi data l’ora e dato il giorno, arriveremo anche all’ultima città sul confine di questo paese.
Manuela: dopo tante salite, che bella sensazione quella di aver male alle mani per il continuo frenare in discesa!

Non so quando potrò riascoltare la mia musica in pace mentre pedalo, probabilmente nella Sierra. Su queste strade ce lo dicono tutti… No des papaya… Sii discreto… Quindi niente musica. Sdraiato sul letto in attesa dell’ora per dormire, leggo un articolo sui Pink Floyd e decido di aggiungere Comfortably numb.

20 aprile – Ipiales
Oggi un’altra bella giornatina da 45 km x 1.400 m di dislivello. Praticamente tutta salita fino a destinazione.


Essendo domenica, la strada è invasa da ciclisti, con il nostro ritmo tranquillo piano piano risaliamo la lunga valle che ci porta a Ipiales, l’ultima città in cui soggiorneremo prima di arrivare alla frontiera con l’Ecuador.
Oggi siamo ospiti di Andrés, anche lui anfitrione del gruppo Vibico. Arriviamo a casa sua, ci offre un mate di benvenuto, ceniamo e facciamo conoscenza reciproca. Sono le 19 quando Jorge ci comunica che è arrivato. Lui ha scelto di passare un giorno di più a Pasto e si è fatto in una sola tappa tutta la strada arrivando al buio. Scelta curiosa, perché ha sempre ripetuto che non è saggio viaggiare dopo il tramonto, ma è già la seconda volta che lo vediamo arrivare con il buio.
Dopo poco arrivano anche Boris, un altro anfitrione colombiano che accompagna Aurelio, un giornalista salvadoregno diretto a Ushuaia. Boris anima la serata elogiando l’ospitalità dei colombiani, dicendo che gli piacerebbe vedere più cicloturisti nel suo paese. Noi ascoltiamo, a volte ribattiamo, ma non è semplice fare capire che per noi stranieri la Colombia, in tante zone, è ancora troppo “difficile”.
Manuela: Oggi la salita non finiva più e con una pendenza costante che non ci permetteva di rilassarsi un solo attimo. Abbiamo fatto una pausa a lato strada con un gruppetto di ciclisti di una squadra, ridavamo insieme sul fatto che una nostra borsa pesava più di tutta la loro bicicletta.

21 aprile – Santuario di Las Lajas
Nella giornata di descanso andiamo a visitare una chiesa a qualche chilometro dalla città. Boris, viene a prenderci con il suo minivan e la combriccola composta da due Colombiani, un Colombiano di Germania, un Salvadoregno e due Italiani, parte per il santuario.


La chiesa ed il villaggio adiacente sono molto interessanti, ma cosa ci fa una chiesa gotica in un posto simile? Il mio pensiero è sulla vita di coloro che l’hanno costruita, quanti operai saranno precipitati in fondo a quel canyon? Era necessaria questa “cattedrale nel deserto”?
È il lunedì di Pasqua, Papa Francesco è morto la notte scorsa, farò il bravo e mi fermerò qui.
Andrés è stato un ottima guida e ci ha mostrato ogni angolo del piccolo villaggio, rientriamo a casa e prepariamo le nostre cose per il passaggio della frontiera di domani.

Il riassunto della nostra Colombia.

Siamo arrivati a Bogotá il 26 marzo ed abbiamo attraversato il confine dell’Ecuador il 22 aprile.

  • Chilometri percorsi: 875
  • Metri di dislivello: 14.000
  • Giorni totali inclusi riposi e visite: 27
  • Giorni in sella: 17
  • Notti: Albergo e ospiti vari 25, tenda 2. La troppa pioggia ed i prezzi economici, ci hanno spesso convinti a scegliere una camera piuttosto che la tenda. Dato che gli sconti per anziani mi hanno fatto capire che faccio parte della terza età, quando posso, preferisco dormire sul morbido.

PRO
– Il popolo colombiano si è dimostrato gentilissimo, operai della strada che ti invitano a mangiare, sconosciuti che ti offrono frutta, negozianti che non si fanno pagare il caffè. Grazie soprattutto a Camilo di Bogotà, Angie e Jeison di Verdeyaco, Mateo di Pasto e Andrés di Ipiales per l’accoglienza ricevuta.
– I musei di Botero e dell’oro, fantastici.
– Il deserto di Tatacoa, deviazione obbligatoria per chi decide di venire in Colombia.
– Il Trampolin de la Muerte. Ne valeva proprio la pena, due giorni ed 80 km da ricordare; per me rimarrà uno tra i percorsi più belli della mia vita da ciclista.
Manuela: la varietà di piante e fiori è incredibile. Quanto gustosa è la frutta e gradevole la zuppa calda che viene sempre servita all’ inizio di ogni pasto.

CONTRO
– Fino all’arrivo in questo paese, pensavo che i peggiori guidatori al mondo nei confronti dei ciclisti, fossero i miei compatrioti italiani, da oggi il trofeo lo assegno ai Colombiani (Cari Colombiani, non insultatemi🙂).
– La meteo. Preferisco spalare neve a -30 C, che pedalare per giorni nell’umidità, sotto la pioggia ed a temperature sub-tropicali.
– Il perenne senso di insicurezza che ti accompagna. No des papaya, è la frase che abbiamo sentito ripetere ogni giorno passato in Colombia. Cosa significa? Tieni un profilo basso, non esporti, sii discreto. Vorrei pedalare per il piacere, non per continuare a guardarmi attorno.
Manuela: svegliarsi sempre al freddo e tutto è sempre umido o per l’umidità o per la pioggia.

Adios Colombia

COLOMBIA – Caldo, pioggia e las maravillas de la naturaleza

La nostra discesa verso Sud continua ed inizia aprile, il mese più piovoso dell’anno, ma come dice Camilo: No somos de azucar.

1 aprile – Natagaima
Sembrava dovesse piovere, invece la tappa inizia e finisce sotto il sole. Pedaliamo in sandali fin dal primo chilometro e scarpe nelle borse che quando riapriremo ci provocheranno un malessere momentaneo: sentono ancora di formaggio stagionato in decomposizione.
Volevamo dormire in tenda sulla strada all’inizio del deserto de la Tatacoa, ma i 35º C e l’umidità sopra l’80% ci fanno preferire una camera nella città prima del bivio. Siamo due vecchi pensionati, possiamo rimandare ancora per un po’ le scelte da veri duri.
Manuela: Cielo azzurro, cosa rara da queste parti dove sembra piovere sempre. Attraversiamo vaste distese di risaie e penso al duro lavoro degli agricoltori, immersi tutto il giorno nell’acqua tra serpenti, sanguisughe, zanzare e non certo equipaggiati con tenute impermeabili, che vita! Lungo la strada, negozietti vendono oggetti in argilla fatti a mano, il più gettonato? Il porcellino salvadanaio anche in versione gigante. Ieri avevo lavato velocemente le scarpe, illudendomi di ritrovarle profumate alla lavanda, pesce d’aprile ! riusciranno mai i nostri eroi a riutilizzarle senza asfissiarsi?


Qualche giorno fa vedevamo ovunque baracchini che vendevano chicha, oggi ho sentito una vecchia canzone di Inti Illimani: Señora Chichera.

2 aprile – Villavieja
Lo so, sono monotono, però la prima cosa che faccio ogni mattina è riverificare Windy per la meteo (che è altrettanto monotonamente fissa sul piovoso) e oggi cosa ci suggerisce? Forse non la prenderemo!
Pronti, partenza, via verso il deserto. Solita carretera rumorosa, ma con un asfalto ottimo. Arriviamo al bivio per Patá e La Victoria, da dove raggiungeremo un ferry per attraversare il Rio Magdalena.


Una ventina di chilometri di sterrato in un ambiente desertico, ma verde, diverso dal solito. Ci sono 30° C, ma sembra meno caldo degli altri giorni. Sostiamo per un bibita fresca da Jaime, un anziano signore che ha un negozietto sulla strada, parliamo un po’ con lui, gli promettiamo di mettere la sua tienda su iOverlander e prima di partire ci regala un paio di chewing-gum.
Raggiungiamo un villaggio, sembra molto tranquillo, cerchiamo il posto in cui dormire e ci rilassiamo per la giornata successiva.

Manuela: Ferry? parliamone. Una piccola chiatta che ci fa attraversare il fiume con acque torbide cariche di argilla e sedimenti, meglio non caderci dentro, non ci ritroverebbero mai più, la corrente è molto forte. Finalmente siamo su una strada sterrata, solo il rumore della natura. Osserviamo il deserto… ma è verde ! ovvio c’è acqua, ritroviamo vari cactus, dune di sabbia grigia coperte di erba e vacche al pascolo. Nell’ultimo paese, la proprietaria dell’albergo ci parla con entusiasmo di questa zona di 370 km² che la popolazione indigena cerca di valorizzare. Esiste una parte del deserto con sabbia e rocce rosse; domani in base al caldo, decideremo se allungare il percorso di un giorno oppure no.

3, 4, 5 aprile – Rivera, Gigante
Oggi tappa dura, non tanto per la strada, quanto per il caldo. Come dissi ad un Colombiano: “Mi sento più a mio agio nella neve ed a -30º C che a queste temperature“.


Un paio di persone ci hanno sconsigliato di dormire nella cittadina che avevamo scelto così abbiamo fatto una deviazione di 5 chilometri al 3-5 % con 35° C. Io mi sono sciolto Pantanina-Manuela pedalava in scioltezza.

Manuela: Niente deserto rosso, caldo e umidità atroci! Attraversiamo la città di Neiva, poco rassicurante e poco attraente. Mangiando un gelato, chiacchieriamo con un ragazzo venezuelano gentilissimo che ci consiglia il paesino dove fermarci per la notte, non tutti i centri abitati nella zona sono sicuri per due turisti… e nemmeno per i locali.

Rivera

Era da un po’ che non ascoltavo il mio cantautore preferito, Fabrizio De Andrè, oggi ho passato un’oretta con le sue canzoni e dedico Bocca di rosa alla nostra amica Roberta originaria di Genova , mi sembra di ricordare che al suo matrimonio pranzammo vicino a Sant’Ilario, nello stesso “paesino” della canzone. Ciao Robi.

Sveglia, partiamo, piove, no non piove, facciamo tappa corta… Questi sono i discorsi di due ciclisti, accaldati, umidi fino alle ossa, un po’ stanchi e che non hanno voglia di buttarsi in strada.
Alla fine, a svegliarci definitivamente, ci pensa il campanile della chiesa. Ci rimettiamo sulla carretera 45 e ci dirigiamo verso Gigante.
Il caldo aumenta e saranno 70 km x 1.000 m. Come qualcuno di cui non faccio il nome ha scritto ad un amico: “Francesco cola sudore da lasciare una scia che sembra la bava di una lumaca“.


Abbiamo quasi terminato la nostra giornata che incontriamo Jorge, un ingegnere colombiano che vive a Dusseldorf che si sta dirigendo in Perù. Restiamo in contatto e la sera  ci incontriamo per bere qualcosa assieme, dopo varie discussioni filosofiche, programmiamo di continuare assieme per un po’.

La signora non era molto abile con i cellulari

La giornata di riposo a Gigante passa tranquillamente e mentre discutiamo sul programma della prossima settimana, si fa vivo anche Gus, l’olandese incontrato già nei giorni scorsi. Ceniamo assieme parlando della vita nei rispettivi paesi e verso le 20 ognuno si ritira nei propri alloggi.

Manuela: Panaderia y Pasteleria, un sogno per chi adora i dolci! in ogni paesino ad ogni angolo ce ne è una, i dolci sono buoni anche se un po’ monotoni, il paradiso dello zucchero di canna, arequipe (dulche de leche) e Guayaba. Anche il pane è dolce al nostro palato, ma il ciclista affamato divora tutto.

6, 7, 8 aprile – Altamira, Bruselas, San Juan Villalobos
Da oggi iniziamo a pedalare con Jorge, pur non avendo molta esperienza come cicloturista, fisicamente è in forma, ci ha detto che in passato correva la maratona in 3:30.


Saliscendi piacevoli, nessun “rimontino ignorante” e poco dopo mezzogiorno arriviamo a destinazione. Finalmente, siamo in una cittadina carina, a parte il solito caos della via principale, il quartiere residenziale che attraversiamo a piedi è tranquillo, le case sono ben tenute e le persone che incrociamo salutano cordialmente. Qui non si ha l’idea di essere in un paese con la fama che tutti conosciamo.
Devo ammettere che oggi non ho sudato come sempre, questa sera “appena” 25º C. Aprendo la finestra al mattino, in lontananza, vedo una cima innevata, sarà il miraggio della voglia di vedere le montagne? L’idea mi fa già sentire meglio.

Manuela: siamo nella zona di coltivazione del cacao e del caffè. Si dice che il miglior caffè colombiano provenga da Brusselas. Io, che adoro questa bevanda, non perderò l’occasione di assaggiare tanti tinto (tazzina di caffe nero). Questo pomeriggio, ad Altamira, iniziamo con la degustazione di una bella tazza di cioccolato caldo servito con biscottini a forma di grissino stranamente non dolci e bocconi di formaggio fresco: eccellente!

Cercando la lista da ascoltare sulla strada decido per musica franco-canadese e così per queste giornate calde, troppo calde, vada per Lit vert di Plume Latraverse che mi fa ricordare la primavera québécoises con la sua slush.

Cronaca ciclistica della tappa verso Bruselas: 1.000 m di salita con alcuni tratti piuttosto ripidi, un passaggio da Timaná per fotografare il monumento alla Gaitana, l’eroina indigena del XIV secolo che diede filo da torcere agli invasori spagnoli. Poi è la volta di Pitalito, una città in cui, si dice, si può gustare il miglior caffè di Colombia.
Jorge preferisce fare un lunga sosta per il pranzo, noi preferiamo soste brevi e arrivare presto per evitare i temporali pomeridiani. Giunti a destinazione, io e Manuela decidiamo di aspettare il nostro compagno di viaggio in piazza, preferiamo sia lui a negoziare il prezzo dell’hotel, a volte, spesso, i gringos hanno prezzi differenti dai locali.


Dopo una colazione senza caffè, cominciamo subito con 17 km di salita costante, qualche impennata nelle curve più strette, ma alla fine arriviamo al posto di blocco dell’esercito per il cambio di regione. Il seguito sarà una bella discesa fino a San Juan. È da quando siamo partiti da Bogotá che la carretera 45 è un cantiere continuo ed osserviamo. Ci sono una miriade di operai che lavorano manualmente. Giusto? Sì, dai lavoro a molte persone. Sbagliato? Sì. La qualità del lavoro non sarà mai come quella fatta da macchine specializzate. Osserviamo, passiamo oltre ed apprezziamo i tratti di strada nuovi.

Come sempre, in salita non riesco ad ascoltare musica, ma appena arrivato al colle, ricomincio e continuo ad ascoltare la lista di lettura di ieri. La prima canzone è La fin du show dei Cowboy fringants. La consiglio, veramente bella!

Manuela: da 3 giorni stiamo attraversando delle bellissime valli; si pedala in salita tutto il giorno, ma quasi non me ne accorgo, passo il tempo a osservare la natura che ci circonda: maestosa, rigogliosa. Piante di caffè intervallate da palme di banane, tutto coltivato su pendenze così ripide che le scenderei solo in corda doppia! Grazie a Jorge stiamo scoprendo aspetti di questo paese che difficilmente avremmo conosciuto da soli: cibi, tradizioni, abitudini di vita. Ora inizio ad apprezzarlo. Purtroppo, all’inizio non è stato facile coglierne il vero valore, l’insicurezza e il clima, piovoso e afoso, ci avevano un po’ offuscato le idee.

9, 10 aprile – Verdeyaco, Mocoa
Di notte comincia a piovere, già l’umidità dell’alberghetto in cui alloggiamo non aiuta, ma ci si mette anche la pioggia.
Se penso che da queste parti vivono costantemente in ammollo, mi sento male.
Ci si sveglia, nessuna voglia di partire, “si apre… “dice Jorge… Lo guardo e la mia lunga esperienza da montagnino mi dice che: cielo grigio uniforme, niente vento, come vuoi che smetta?
Durante una piccola pausa tra uno scroscio più violento dell’altro, decidiamo di partire, sono le 11:30 e dopo solo 3-4 chilometri ricomincia a piovere. Prima piccola sosta per un caffè che bevo senza nemmeno togliere il casco per non fare movimenti con i vestiti bagnati, poi si riparte. Su questo pezzo di strada non c’è nulla, solo foresta, dietro una curva vediamo una piccola tiendita, è ricominciato a piovere forte e chiediamo ai proprietari, spaparanzati sotto il porticato, se possiamo ripararci. Restiamo in attesa per una decina di minuti e decidiamo per un secondo caffè, la signora ce lo porta e dopo aver chiesto il conto, ci risponde che non dobbiamo nulla “Sono solo tre caffé“. Un negozio, una coppia che vive di quel poco che possono ricavare dal loro minuscolo giro di affari ed il caffè è gratis!
Il consiglio italo-canadese-colombiano-tedesco decide che proseguire fino a destinazione potrebbe comportare un arrivo al buio (una delle regole base della sicurezza in Colombia e quella di essere a destinazione con la luce), quindi riprese le bici cominciamo a divallare decidendo di fermarci alla prima casa o ristorante a chiedere un posto per la tenda.
Incrociamo un hospedaje che scartiamo subito per chiara insalubrità ed arriviamo davanti ad una chiesa episcopale. Esce il pastore con la moglie che ci propongono una fantastica tettoia sul retro della loro chiesa-abitazione, ma non finisce qui. Mentre montiamo le tende, la signora arriva con tre caffè e ci chiede se abbiamo da mangiare. Pur rispondendo affermativamente, lei ci propone di andare a cenare da un’amica che ha un hospedaje poco lontano. Ci incamminiamo, lei ci segue con i due bambini ed alla fine siamo seduti a tavola serviti e riveriti in un posto magnifico in mezzo alla foresta. Magnifica serata in compagnia di gente cordialissima. Abbiamo cenato, assaggiato il miele prodotto dalle melipone, particolari api selvatiche senza pungiglione.


La mattina, appena sorge il sole vado a scrutare il cielo che, finalmente, è quasi tutto sereno. (E con questa occasione nella mia lista di lettura oggi ci sarà Mattinata di  Leoncavallo interpretata da Luciano Pavarotti). È tutto schifosamente umido, ma sicuramente abbiamo dormito meglio nei nostri sacchi-letto.
Passiamo vicino alla tenda dove si riuniscono gli operai di un cantiere stradale e ci sentiamo gridare: “Venite qui, c’è cibo caldo se volete”. Ieri a Manuela e Jorge altri operai avevano offerto una bottiglia d’acqua.


In queste zone spesso c’è un’economia di sussistenza, la vita è estremamente semplice, però ci sono negozianti che ti offrono il caffè, operai che ti propongono di dividere la loro colazione e gente che ti apre la porta della loro casa con un grande sorriso. Anche questa è la Colombia.

Manuela: i muri della camera in cui abbiamo dormito erano ricoperti di muffa, noi eravamo bagnati fradici e rimarremo così, niente si asciuga. Qualcuno direbbe:” ma non avete cose impermeabili, ciclisti sprovveduti !” Si, abbiamo tutto, ma preferiamo prenderla, perché qui non piove, è come essere sotto una cascata, ci stanno crescendo muschio e funghetti addosso, chissà quando ritorneremo asciutti. Grazie per l’ospitalità della chiesa di Verdeyaco, grazie per averci fatto scoprire il vostro angolo di paradiso, vi auguriamo di realizzare grandi progetti per la vostra comunità.

E si ricomincia in America del Sud, Colombia

Siamo in Sud-America, il primo paese è la Colombia. Arriviamo nella capitale e facciamo i turisti, poi si risale in sella e si prosegue verso Sud.

26 marzo – Bogotà
Dopo un consulto familiare ed una valutazione sulle opzioni logistiche, abbiamo deciso di inscatolare tutto e accellerare l’arrivo in Sud America, per trovarci sulle Ande nella stagione ideale. Il resto del Messico e gli Stati dell’America Centrale ci rivedranno quando farà meno caldo, sperando che le nostre ossa sopravviveranno alle alte quote.
I nostri ospiti Liliana e Paco ci hanno ancora una volta viziato, prima ci fanno trovare davanti alla porta due scatole per le bici, poi ci organizzano il trasporto alla stazione degli autobus con un loro pickup. Nel pomeriggio lasciamo Xalisco e a mezzanotte dall’aeroporto di Guadalajara decolliamo per Bogotá, la capitale della Colombia.
Sì, lo sappiamo, certi paesi non hanno una buona reputazione ed il primo commento che abbiamo ricevuto: “…il Messico è pericoloso e la Colombia ancora di più….”. Per cercare di tranquillizzare amici e parenti, possiamo dire che per viaggiare in Colombia si devono rispettare alcune regole e prendere alcune precauzioni. Certo, tutto può succedere, il tasso di criminalità è alto, ma abbiamo una rete di ciclisti locali che ci tiene aggiornati e, come abbiamo sempre fatto, non andiamo a cercare guai.
Alle 9:30 arriviamo a Bogotà, tutto è stato facile e veloce, sia l’immigrazione che il ritiro dei bagagli. Un appunto per i viaggiatori: se voleste venire in Colombia ricordatevi che bisogna compilare un modulo in linea ed avere un biglietto aereo di ritorno (anche per coloro che usciranno via terra, ma esiste un sistema diverso).
Il taxi che avevamo prenotato ci preleva e ci porta al nostro albergo in un quartiere che sembra tranquillo. Trascorriamo il pomeriggio rimontando le biciclette e ricontattiamo il ciclista che ci aveva invitato a passare qualche giorno a casa sua.
Manuela: viaggiare in un paese nuovo è sempre un’incognita, viaggiare con delle biciclette come bagaglio è stressante, sapere di arrivare in una città dove molti quartieri sono inaccessibili ai turisti aggiunge ancora più tensione. In poche ore, dover capire gli usi e i costumi di un paese per non fare errori nelle prime ore rende il tutto ancora più complesso…Insomma, giornatina mentalmente difficile, condita da 24 ore senza dormire. Un grazie infinito ai nostri ospiti messicani che ci hanno facilitato la prima parte del trasferimento.

27 marzo – Bogotà
Ci dirigiamo verso la strada indicataci, la città finora non ci entusiasma molto. Il traffico è intenso, tuttavia ci sono molte ciclabili. Negli attraversamenti, bisogna essere decisi, ma le auto generalmente si fermano. Incontriamo Camilo, il nostro ospite, conosciuto tramite la rete WhatsApp dei ciclisti in Colombia organizzata dal sito Vibico.org. Camilo ci precede ed arriviamo al gruppo di case popolari dove abita. L’appartamento, che condivide con un altro ragazzo, ha tutto ciò che ci serve, ci offre una delle camere dove trascorreremo le prossime tre notti. La sera ci darà indicazioni sul percorso di 800 km che ci porterà al confine con l’Ecuador, rivelandoci dettagli che solo un ciclista del posto conosce: per uscire da Bogotá, prendi questa strada invece di quella, passando per la città di…; al bivio, gira a sinistra e visita il deserto di…; quando arriverai a…, continua verso…. Dopo aver fatto la spesa accompagnati da Camillo, ceniamo in compagnia gustando il pollo arrosto appena acquistato e poi a nanna.
Manuela: che traffico, che caos! Auto, moto, biciclette, bicitaxi, autobus , tutti a velocità pazzesca ed in aggiunta i pedoni. Per fortuna ci sono delle ciclabili, anche se il loro tracciato è alquanto discutibile. Lo stress diminuisce quando, grazie alle indicazioni di Camilo, iniziamo a capire meglio come funziona questa città immensa. Meglio smettere di cercare informazioni su Internet, si leggono solo commenti negativi, mentre i primi approcci con la gente del posto sono cordiali e di grande gentilezza. Che freddo appena scende il sole e che umidità ! Ovvio: piove quasi tutti i giorni e siamo a 2.582 mt di altitudine.

28 marzo – Bogotà
Partenza in compagnia di Camilo per visitare il centro città e uno dei luoghi che sognavo da tempo. Ci immettiamo su una ciclabile trafficatissima, dopo qualche chilometro, con bicilette che ci superano a destra e a sinistra, passiamo accanto ad una decina di negozi di biciclette in sequenza. Questo non deve sembrare strano, la Colombia ha una tradizione ciclistica notevole, è di queste parti un certo Nairo Quintana che ha vinto un Giro, una Vuelta ed ha tre podi al Tour de France. Parcheggiamo le bici nella Biblioteca Luis Ángel Arango (una delle più importanti di tutta l’America Latina), dove in passato Camilo lavorò come restauratore di quotidiani antichi. Subito di fronte c’è il Museo Botero, essendo statale l’ingresso è gratuito; qui si trova una collezione dell’artista colombiano morto recentemente, che non ha paragoni.
Visitando le varie sale, scopriamo che oltre alle opere di Botero, ci sono anche capolavori di artisti del calibro di Picasso, Klimt, Degas, Matisse, Monet, Dalì, Mirò e gli italiani Manzù e De Chirico.


Una visita rapida al Museo Casa de la Moneda, dedicato alla storia monetaria e della numismatica del paese, per poi dirigerci a piedi verso il Museo del Oro. La Colombia, infatti, è stata uno dei paesi sfruttati dall’impero spagnolo nella ricerca dell’oro. Come ordine di grandezza possiamo dire che di bacheche simili a quella della foto seguente, ce ne saranno state oltre un centinaio.


La piccola nota sportiva: quando passiamo da un piano all’altro, salendo velocemente le scale, la differenza di quota si fa sentire considerando che solo 2 giorni fa eravamo a livello del mare. All’uscita, l’acquazzone è finito e ritorniamo a casa, zizzagando nel solito traffico caotico per usare un eufemismo.
Dopo questa prima giornata, devo dire che Bogotà non mi ha convinto. Ciò che mi ha davvero affascinato sono i tre musei visitati. Solo per loro, mi sento di consigliare a chiunque stia programmando un viaggio in queste zone di fare una tappa a Bogotá per visitarli.
Manuela: Primo test di guida di bicicletta nel traffico caotico di questa città durante l’ora di punta mattinale: superato, siamo sopravvissuti ! Passando vicino ad alcuni quartieri off-limits, capiamo il perchè. Il più temibile è separato dalla zona più turistica solo da una strada, e il nome parla da sé: la Caldera del Diablo. I musei… WOW ! Botero è stupendo, interessante anche quello della Moneda (in memoria di mio papà) e inaspettatamente affascinante quello dell’Oro con una incredibile collezione di oreficeria e oggetti in ceramica, pietra, conchiglia, osso e tessuti provenienti da diverse culture indigene, risalenti a prima dell’arrivo degli europei. Testato anche il caffè colombiano, squisito! Che dire della città in generale? Le mie impressioni sono ancora contrastanti… a seguire…

29 marzo – Bogotá
Oggi, da turisti solitari, abbiamo preso la linea di bus super efficente (Nota per gli amici di Québec: bus moderni, alimentazione a gas, tre vagoni, corsie preferenziali. E noi aspettiamo ancora da anni un tramway) per ritornare nel quartiere la Candelaria da dove inizia la salita per la collina di Monserrate a 3.200 m.
È sabato e c’è tanta gente, turisti, sportivi e pellegrini che salgono fino al Santuario per assistere alla messa o per vedere la città dall’alto o per fare un’attività sportiva percorrendo il ripido sentiro. La scelta per noi è facile, salita e discesa in funicolare, giornata relax. La vista dall’alto è spettacolare, da un lato la città e dall’altro montagne verdi, facciamo un giro a piedi tra i piccoli ristorantini e negozietti arroccati accanto al santuario, qualche foto d’obbligo e riscendiamo.


Pausa caffè in centro e rientriamo a casa per la spesa ed i preparativi della partenza. Domani si comincia la Colombia ciclistica, ci aspettano 800 km di vegetazione tropicale, deserto, pioggia e montagne che superano i tremila metri.
Suerte!
Manuela: già oggi la città mi sembra diversa, più piacevole. Mi sto abituando al rumore di questa megalopoli che accompagna ogni ora del giorno e della notte. Il dedalo delle vie del centro è delizioso, così come l’idea di mescolarsi con le numerose persone: giovani, anziani, famiglie con bambini che trascorrono insieme il sabato, salendo sulla montagna che domina la città. Vivrei in una città come Bogotà? Mai, ma merita certamente una visita.

Musica del giorno. Who wants yo live Forever dei Queen. Il rapporto “filosofico” del brano del giorno è solamente nel titolo. Ricordo bene le scene del film Highlander in cui questo brano faceva da sottofondo. Si potrebbe dire che quando si viaggia come facciamo noi, incontrando persone piacevoli e visitando luoghi sempre diversi, forse l’immortalità dell’Highlander sarebbe una cosa positiva.

30 marzo – Fusagasugà
Il meteo sarà orribile per i prossimi 2-3 giorni, ma alle 7:15 partiamo per la nostra prima tappa colombiana. Camilo oggi ci accompagna su una parte del tragitto, la prima città che attraverseremo, Soachà, ha una reputazione piuttosto negativa. La nota positiva è che oggi è domenica, molte strade sono chiuse al traffico e trasformate in ciclabili, c’è molta polizia in giro e, come dice Camilo, i delinquenti a quest’ora dormono.
Grazie alla nostra guida riusciamo ad uscire dalla città evitando molti tratti di strada trafficata e superando rapidamente il tratto più pericoloso. Dopo qualche salitella in una zona agricola tra colline verdissime, arriviamo al punto deciso per dividerci. Camilo è stato un eccellente incontro, grazie a lui abbiamo girato il centro della capitale senza perdere tempo ed abbiamo evitato i quartieri “delicati” di Bogotà e dintorni. Speriamo di continuare a fare questi incontri. Grazie Camilo!

Camilo, Fabio e i due ciclisti italiani

Cominciamo la discesa ed i due furbi che hanno ottimi pantaloni da pioggia, non li indossano prendendosi un acquazzone per qualche chilometro. Ci ripariamo sotto il portico di un negozio per aspettare che finisca il peggio e ricominciamo; la discesa fino alla prossima città sarebbe molto piacevole, peccato essere inzuppati come il classico pulcino.
Una considerazione sulla passione ciclistica colombiana, mai viste in vita nostra così tante bici sulla strada, impossibile contarle erano centinaia.
Manuela: sapendo di dover attraversare una delle cittadine piu pericolose della Colombia ero preoccupata, grazie Camilo per aver pedalato con noi! e che fortuna averlo fatto di domenica, incredibile quante persone si mettono in bici sulle strade, anche sotto la pioggia torrenziale, tutti fuori! Che contrasto, girato l’angolo e tutto diventa verde, coltivazioni di fragole a perdita d’occhio e baracchini che vendono bicchieri di panna con fragole fresche. Ma chi riesce a fermarsi, oggi pedalata con doccia inclusa nel prezzo!


Quale poteva essere la canzone del giorno, se non Who’ll Stop the Rain dei Creedence Clearwater Revival?

31 marzo – El Espinal
Passare il pomeriggio sul letto a scrivere diario e blog, pianificare le due prossime tappe, chattare con qualcuno lontano, anche questo è il piacere del cicloturismo. Alzarsi sudaticci, indossare le scarpe e le calze ancora umide, bere acqua a colazione e sapere che anche oggi prenderemo tanta pioggia ti fa sognare per qualche istante un all inclusive ai Caraibi.

Camera di ciclisti bagnati

Poi ci si rassegna e si parte. Il caffè lo beviamo in un baretto in periferia e, subito dopo inizia una lunga discesa di oltre 20 km in autostrada: asfalto nuovo e pendenze piacevoli. Il sogno di ogni ciclista!

Rio Sumapaz

Vediamo due altri ciclisti che stanno riparando una foratura. Ci fermiamo per chiedere se va tutto bene e conosciamo Oswaldo che sta pedalando con suo padre di 73 anni (che a detta del figlio va più di lui). Ci chiede da dove veniamo e scopriamo che Oswaldo vive a Toronto. Discutiamo sull’orribile freddo canadese ed io ribatto con commenti sul caldo-umido colombiano.

Oswaldo colombiano di Toronto

A fine mattinata arriva il consueto acquazzone che questa volta non ci sorprende. Calziamo i sandali e mettiamo le nostre scarpe ancora umide nelle borse. Peccato che l’immersione di ieri ed il caldo umido di questa mattina abbiano creato un puzzo di cadavere che infesterà la nostra camera per tutto il pomeriggio. Speriamo di risvegliarci domattina e non morire nel sonno soffocati.
Manuela: Oggi Giove ha deciso che una lavata non sarebbe stata sufficiente, così, appena dopo la prima, quando iniziavamo a sperare di arrivare a destinazione quasi asciutti, è arrivato il secondo temporale. Arriviamo fradici, sporchi e puzzolenti come un cane bagnato a El Espinal. Si dice che le prime persone che abitarono la zona trovarono un paesaggio arido e ricoperto di piante spinose…arido ???? ma se qui c’è un umidità assurda !

Per la musica del giorno non avevo molte difficoltà, con il primo tuono ho scelto una delle mie canzoni preferite del gruppo The Doors, Riders on the storm.

Pedaleando América Latina

Una nuova avventura sta per cominciare, oggi 26 novembre 2024 siamo diretti a Los Angeles California per cominciare il nostro tour “PEDALEANDO AMÉRICA LATINA” .Se volete più informazioni leggete l’articolo sul blog.

Voglio vedere il mondo.
Seguire una mappa fino ai suoi confini e continuare.
Lasciar che la curiosità sia la mia guida.
Dormire sotto stelle sconosciute e lasciare che il viaggio si sveli davanti a me.

Questo era il motto di Iohan Gueorguiev, The bike wanderer, uno dei primi cicloviaggiatori che documentò le sue avventure pubblicando dei video su YouTube. Nonostante la sua morte prematura, Iohan è ancora oggi un simbolo per la comunità dei viaggiatori su due ruote ed un’ ispirazione anche per noi.

Aeroporto di Québec – 26 novembre 2024

Finalmente, eccoci pronti per l’inizio di una nuova avventura. Siamo in viaggio verso Los Angeles (California) per iniziare quello che sarà il congiungimento di due itinerari : due anni fa percorremmo la costa ovest degli USA e l’anno scorso la strada \che da Puerto Montt in Cile ci portò alla Fin del Mundo a Ushuaia in Argentina.

Unire l’estremo Nord e l’estremo Sud delle Americhe è un’idea che abbiamo in testa da tempo. Il nostro attuale progetto ci porterà prima lungo la Baja California, poi sempre in Messico sulla parte continentale, seguiranno Guatemala, El Salvador, Honduras, Nicaragua, Costa Rica e Panama. Dopo l’America Centrale, vorremmo spostarci in quella Meridionale per attraversare Colombia, Ecuador, Perù, Bolivia, Argentina e Cile. 
L’obiettivo è di recuperare il dollaro perso in una scommessa con la padrona dell’hostal di Puerto Montt dove alloggiammo al km zero della Carretera Austral (potete conoscere l’oggetto della scommessa nel nostro libro in vendita su tutti i siti Amazon sia in italiano che in francese).

Il viaggio sarà lungo, circa 15.000 km con ostacoli geografici, meteorologici e politici, speriamo non fisici. Per questi ultimi ci affidiamo a quanto ci disse il grande alpinista Andrea Sarchi: Sono uno spirito giovane in un vecchio chassis. Per il resto, siamo persone prudenti, viaggiamo da svariati anni in giro per il mondo e con solo qualche disavventura da turista fai-da-te.

Quanto durerà il viaggio? Sinceramente non lo sappiamo, prenderemo il tempo necessario per pedalare, visitare e goderci la vita; riportando il motto di qualcuno molto amato in America Latina: siamo realisti, esigiamo l’impossibile.

Prendiamo l’occasione per ringraziare le aziende che ci hanno aiutato con del materiale:

Big Agnes produttore della tenda, del materassino e di capi di abbigliamento che useremo.
Cnoc Outdoor che ci ha offerto le sacche per l’acqua.
Graphissimo che ci ha fornito i nostri biglietti da visita e rifatto il logo professionalmente.
Olight che illuminerà la strada nel caso ci capitasse di pedalare in condizioni di scarsa visibilità.
OneUp per i pedali.
NordVPN che ci permetterà di navigare su Internet in sicurezza.
Voile Straps per le sue fantastiche ed indistruttibili cinghie per fissare qualsiasi cosa sulle nostre bici.

And Now go sleep in the dirt! (Ci scusiamo con i proprietari dello slogan, ma è troppo in tema e non abbiamo resistito ad usarlo. Big Agnes dixit).

Grazie a tutti per il supporto, seguiteci sul blog e scriveteci, ci terrete compagnia.

Qualche nota sul nostro viaggio in Patagonia

Bicicletta

Ci sono decine di siti e video su come allestire una bici da viaggio, nonché libri scritti da viaggiatori e tecnici esperti dove si possono trovare una multitudine di consigli e informazioni. Noi utilizziamo una bicicletta con telaio Surly Bridge Club e componentistica personalizzata, rapporti 2×9, cerchi rivettati con 32 raggi, pedali doppia funzione (piatto e SPD). Abbiamo due set di ruote, uno da 29 con pneumatici da 1,6″ ed uno da 27.5 con pneumatici da 2.3″ (usate per questo viaggio).

Le luci sulla bicicletta le abbiamo usate solo due volte e per poco tempo, avremmo potuto arrangiarci con le frontali, ma averle è una questione di sicurezza nel caso il buio ci prenda prima di arrivare a destinazione.

Note sulle SIM

Oramai viaggiare con un cellulare è cosa normale e la facilità di acquistare SIM da gestori locali permette di avere un numero  a basso costo come anche con una buona quantità di dati per la navigazione Internet.
Prima di partire, avevamo fatto delle ricerche su chi offrisse contratti “prepago” e buone coperture sulla Carretera Austral.
Claro è uno dei migliori gestori di telefonia mobile in Sudamerica, lo avevamo già usato in Perù, ma in Cile optammo per Entel. Entrambi sono validi, buon prezzo, buona offerta dati, raramente senza campo.
In Argentina seguendo il consiglio di un italo-argentino comprammo una SIM Movistar al costo di 1$, la cattiva sorpresa fu che non riuscimmo ad attivarla perché Movistar richiede il numero di un documento d’identità argentino. I nostri amici francesi avevano un contratto Claro e non ebbero problemi.
Per tutti questi gestori, un’altra differenza rispetto a quelli di altri paesi è il servizio dati mobili. Non basta avere caricato il denaro nella “bolsa”, bisogna anche spostare questo montante dal salvadanaio virtuale al conto in uso, altrimenti la ricarica non è utilizzabile.
Il nostro suggerimento è di farsi attivare la SIM dal negoziante al momento dell’ acquisto e fare la prima ricarica con la sua assistenza, si perde meno tempo a studiare il sito del gestore e le persone sono sempre disponibili.

Cani

I cani sono il terrore di ogni ciclista, noi abbiamo sentito storie di tutti i generil: c’è chi tenta di scappare, chi usa un bastone, chi spruzza l’acqua della borraccia, chi sceglie di scendere e farsi avvicinare come “amico” oppure di raccogliere una pietra facendo il gesto di lanciargliela. Noi privilegiamo le ultime due opzioni perché un cane anche se piccolo corre molto più veloce di un cicloturista, il bastone è “violento” e non sempre a portata e l’acqua è preziosa.
Oggi sul mercato esistono anche spray anti-orso oppure anti-cane (nostro gadget preferito per pedalare negli USA), a questi si può abbinare un clacson spray che ha una potenza di parecchi decibel (lo si trova negli oggetti da nautica e online).
Visto il peso e l’ingombro veramente minimi, questi oggetti oramai fanno parte della nostra lista di cose prioritarie come il GPS e la crema da sole. Durante questo viaggio di cani pericolosi non ne abbiamo mai incontrati, anzi spesso dopo il primo abbaio si avvicinavano scodinzolanti e con grande voglia di farsi coccolare o seguirci per qualche kilometro.

Dove dormire e mangiare

La scelta dei posti in cui passare la notte è varia. Di base occorre adattabilità, noi abbiamo dormito sotto un ponte, su un prato vicino ad un minuscolo abitato di una cinquantina di case, sulla riva di un torrente, vicino ad un pollaio. Potrebbe capitare di dormire in fermate d’autobus, in case disabitate, oppure veramente nel nulla. Per il tipo di alloggi, lungo il percorso si può trovare di tutto: Hostal con uso di cucina, alberghetti, capanne, camere in case private, alberghi con piscina e spa, etc.
Per la spesa, considerare sempre i giorni di autonomia necessari fino al prossimo centro abitato per avere sufficienti scorte di cibo, comunque sulla Carretera è impossibile morire di fame.
Oltre a Google Maps che segnala molti dei posti in cui fermarsi, l’applicazione più aggiornata ed utile per i luoghi in cui fermarsi è iOverlander. È gratuita, offre informazioni utilissime anche per i posti nel nulla ed è continuamente aggiornata da motociclisti, automobilisti e ciclisti.

Denaro

In Cile ci sono le Casa de cambio, ovviamente non ad ogni angolo di strada, sono luoghi ufficiali in cui cambiare euro o dollari americani, i cileni non “amano” cambiare valuta in nero.
In Argentina dopo l’avventura di molti anni fa del cambio 1 a 1 con il dollaro americano, oggi esiste il Dollar Blue un cambio in nero ufficiosamente legale, chiunque cambia dollari ed euro, ma fare attenzione il tasso è estremamente variabile e negoziabile. Spesso i tassi migliori si hanno nei negozi in cui si fanno acquisti, nel ristorante dove si mangia od in albergo. È sconsigliato pagare con carta di credito in Argentina, mentre fattibile in Cile se si accetta di pagare una piccola commissione applicata alle carte di credito straniere.

Elettricità

Si trova quasi ovunque, ma un battery pack da 20.000 mA nella borsa potrebbe essere una sicurezza in più.

Applicazioni per cellulare

  • OsmAnd – Ottima cartografia offline.
  • Windy – La miglior applicazione per le previsioni meteo.
  • Meteo Blue – Altra affidabile applicazione per la meteorologia. A differenza di Windy, qui è possibile avere previsioni più a lungo termine anche con la versione gratuita.
  • iOverlander – Per trovare siti in cui campeggiare, è usata da camperisti, motociclisti e ciclisti di tutto il mondo. Tutto il percorso è ottimamente documentato. Se si utilizza un sito recensito da iOverlander, è consigliato fare il “check-in” per documentare il proprio passaggio, in questo modo chi arriverà dopo, avrà informazioni recenti, si sconsiglia di fare affidamento a siti non aggiornati da anni.
  • WhatsApp – Usato moltissimo anche per motivi professionali da molte aziende sudamericane ed è più facile comunicare in questo modo.
  • Google Maps – I servizi sulla Carretera lo utilizzano molto, si trova quasi tutto, un piccolo commento è sempre gradito ai posteri.

Cucinare

Nessun problema a trovare gas, quindi un fornellino multifuel non è necessario. Acqua da bollire e/o filtrare facilmente reperibile lungo la Carretera, attenzione invece che la Terra del fuoco è arida.

Riflessioni pedalando nella solitudine

Dopo due settimane che pedalavo nel deserto tra New Mexico e Texas, scrissi ad una coppia di amici che ero veramente stufo di quella monotonia grigio-marrone; mi risposero che forse un italiano ed il deserto non sono compatibili. Ricordai che ero appena stato nella Terra del Fuoco, altro posto di steppe e aree semi-deserticche e non avevo avuto la stessa sensazione, perché?
Riflettendo ho provato ad analizzare i due ambienti come viaggiatore. Quando viaggiavamo verso la fin del mundo ogni due o tre ore incrociavamo la stradina di ingresso ad un’estancia e, in lontananza, si scorgeva una macchia di vegetazione che indicava l’esistenza di un’abitazione; al cancello, nove volte su dieci, c’era un riparo più o meno grande, più o meno in buono stato, più o meno pulito, nel quale ogni viandante poteva ripararsi dal sole, dalla pioggia, dal vento.
In Texas?  Notice: Private property, no trepassing!
In Terra del Fuoco, quando arrivavamo in un hostal od in qualsiasi altro posto, ci accoglieva un sorriso, mangiavamo in cucina con i proprietari, discorrevamo di qualsiasi cosa con i commensali di un ristorante, eravamo persone tra le persone.
In Texas? Quando entri in un distributore a comperare un caffè, il proprietario con la pistola al cinturone come Tex Willer, ti chiede con tono non proprio amicale da dove vieni, dove vai e ti fa notare che hai uno strano accento.
In Terra del Fuoco quando ci fermavamo a mangiare il nostro panino seduti in un riparo sulla strada, chi passava, anche se era la polizia, ci salutava cordialmente.
In Texas? Quando mangi un panino seduto su un guardrail in mezzo al deserto e passa il Border Patrol, ti viene chiesto se va tutto bene… grazie… ma ti viene anche fatto un mezzo interrogatorio da dove vieni e dove vai, etc…
In Terra del Fuoco, quando ti fermi a guardare cosa ci faccia un autobus in mezzo al nulla, scopri che è l’abitazione di un vecchio pescatore settantenne che offre un caffè a chi si ferma da lui a scambiare quattro parole, rifiuta di essere pagato e si vergogna a ricevere in compenso due banane “perché potrebbero servirti”.
In Texas? Fuori da un ranch trovi un cartello con scritto: We don’t call 911. This property is protected by second amendment oppure si avvisano i fedeli che in chiesa non è consentito portare armi oppure si scrivono cartelli del tipo: Country, God and Gun.
Forse sono queste le piccole cose che fanno trovare lungo il passaggio nel deserto meridionale degli USA e invece ti fanno trovare la motivazione per continuare a pedalare controvento nell’inospitale Tierra del Fuego.

Tierra del Fuego – 18/26 febbraio –  Da TOLHIUN a USHUAÏA…e Québec

18 febbraio – giorno 37 – USHUAIA

Meteo: 🌦️
Distanza: 104 (2.420)
Dislivello: 1.147 (25.279)
Ripio: 0 (768)

Visto il cielo uggioso, Manuela vorrebbe rimanere nel letto, a fatica si alza e si prepara per la colazione. Abbiamo fatto più di 2.300 km senza una sola foratura, ma dopo nemmeno 10 km dalla partenza, la mia gomma posteriore è a terra, per fortuna ha appena smesso di piovigginare ed in una ventina di minuti riusciamo a ripartire.

L’unica foratura del viaggio a 90 km dalla fine

Prima della salita al Paso Garibaldi, ultimo colle prima di arrivare a Ushuaia, ci fermiamo in un locale sulle rive del Lago Escondido per il consueto caffè con dolce di metà mattina. Nell’entrare la visione di un cordero che sta abbrustolendo sul classico BBQ patagonico; metterlo a cuocere vicino all’entrata del locale è una violenza psicologica nei confronti di due poveri ciclisti perennemente affamati.

BBQ

Chiacchierando con la proprietaria, potremmo piantare gratuitamente la tenda nel giardino ed assaporarci un bel piatto di carne per la cena, ma oggi non siamo propensi a dormire per terra all’umido, quindi paghiamo, salutiamo e rimontiamo in sella. I tornanti verso il passo non sono difficili come avevamo sentito dire ed arriviamo rapidamente alla brutta costruzione del mirador che offre una incredibile vista sul lago che abbiamo appena costeggiato. Grande discesa ininterrotta di 7-8 km e poi altri 20 km di mini salite e lunghe discese, la Tierra del Fuego ha voluto farci questo regalo per l’ultimo tratto di strada da percorrere.

Lago Escondido

Nel tardo pomeriggio eccoci all’ingresso di Ushuaia, appoggiamo le bici al muro della colonna con il nome della città, sosta obbligatoria per la foto ricordo.

Arrivati ad Ushuaia

Dopo 36 giorni siamo arrivati alla Fin del Mundo. La seconda foto sarà davanti al famoso cartello ufficiale “Fin del Mundo”, una consuetudine per i turisti che arrivano qui. Altra tappa di rito passare all’ufficio turistico per farsi timbrare il passaporto, come dei bambini scegliamo tra il timbro con i pinguini o con il nome della città.

Ed anche noi siamo arrivati!!!

Disquisizioni filosofiche – Garibaldi a Ushuaia?

Che ci fa un Paso Garibaldi alla fine del mondo? Non si tratta del “nostro” Giuseppe nazionale, ma bensì Luis Garibaldi Honte, colui che trovò il passaggio per poter costruire la strada. L’aneddoto è facilmente reperibile su internet.

Mirador al Paso Garibaldi

19 febbraio – Ushuaia

Dopo una laboriosa ricerca, troviamo un bilocale carino e pulitissimo al Rincon del Beagle, corredato anche di lavatrice per eliminare lo sgradevole odore di vissuto, nostro compagno di viaggio fisso, un vero lusso. Riusciremo anche ad organizzare una cena “a casa nostra” con Carlo e Fabio. Grazie all’abilità culinaria di Fabio, condivideremo un eccellente spaghetti aglio, olio e peperoncino.
Domani andremo alla fine della Ruta 3, dopodomani viaggio in bus, poi giornata di sosta a Punta Arenas, volo su Santiago e finalmente volo a casa via Houston, Toronto. Sarà un ritorno piuttosto lungo e tortuoso, ma in compagnia di magnifici ricordi.

20 febbraio – Ushuaia

Meteo: ⛅
Distanza: 51 (2.475)
Dislivello: 719 (25.998)
Ripio: 40 (808)

Questo viaggio non poteva considerarsi terminato senza aver visitato il Parque Tierra del Fuego ed un luogo che Manuela sognava dall’epoca delle scuole elementari. Usciti dalla città con le bici scariche dopo circa 10 km arriviamo all’ingresso del parco. Il guardiaparco controlla il biglietto, verifica che abbiamo il casco (obbligatorio all’ interno del parco) e ci chiede se siamo italiani: “Siiii” e lui ci racconta che ha vissuto per anni vicino a Bergamo. Quando ce ne andiamo, ci saluta esclamando un bel “Pota!”
Pedalando su un bel ripio (porca zozza, solo alla fine lo troviamo bello?) arriviamo fino alla Bahía Lapataia, poi l’Ensenada Zaratiegui dove si trova un ufficio del Correo Argentino, la Unidad Postal del Fin del Mundo. Purtroppo è chiuso causa festività, ma Manuela può finalmente fare la foto che aveva visto sul suo sussidiario delle elementari quando si promise che un giorno sarebbe andata in quel posto: il suo sogno è stato esaudito.

L’ufficio postale più a Sud del mondo

Per evitare ai frequentatori del campo da golf più a sud del mondo di respirare troppa polvere, alcuni chilometri di ripio sono stati bagnati. Questa gentilezza fatta ad alcuni, è sinonimo di fango per altri e ci ritroviamo le bici completamente inzaccherate. La fortuna vuole che una coppia sta lavando le proprie auto con un’idropulitrice davanti a casa loro. Manuela mi provoca dicendo che se fosse sfrontata come suo marito chiederebbe ai due di poter lavare i nostri preziosi mezzi. Detto, fatto! La gentilezza di queste persone è tale che la risposta è affermativa e noi ripartiamo con le biciclette pulite. L’operazione sarà un’idea eccellente, poiché un solerte agente dei servizi doganali canadesi qualche giorno dopo ci fermerà per controllare se le nostre biciclette hanno residui di terra sulle ruote. Sapesse che avventure hanno vissuto queste biciclette…

21-26 febbraio – USHUAIA – QUÉBEC

E con oggi si comincia la fase di rientro. Un’ ultima passeggiata in centro per trovare un paio di souvenir per la nostra Princess, una visita da Carlo e Fabio per un brindisi, anche se siamo d’accordo che li raggiungeremo nel loro hostal di Punta Arenas il giorno successivo.
Neza e Stephan ci invitano a prendere un caffè, ci raccontano del loro tentativo di raggiungere Ushuaia da Rio Grande seguendo una strada alternativa più “wild” rispetto alla Ruta 3; il tentativo è fallito, la polizia li ha mandati indietro a causa di lavori sulla strada.

…E non è finita qui…

Varie

Cose positive

  • La Carretera Austral, magnifica e varia dall’inizio alla fine, con i suoi colori, il cielo stellato, la flora e la fauna, le montagne ed i corsi d’acqua, ed in particolare la Laguna del desierto
  • I ciclisti che abbiamo incontrato: Mirna e Juan (argentini), i tre parigini di cui non abbiamo il nome, Nicolas e Morgan di Parigi, Neza (slovena) e Stephan (tedesco), Carlo (fiorentino) e Fabio (leccese), Stein (belga), Yvonne e la sua amica (olandesi), Christian (cileno), Marcelo ed il suo amico (cileni di Santiago), i cinque bolzanini ed i quattro spagnoli.
  • Gli “albergatori” di Villa Tehuelches, Jaime il giornalista e i padroni dell’hostal di Tolhouin, nonché i primi Patricia e José di Puerto Montt.
  • La gentilezza del popolo cileno e argentino.
  • La ruta 7 tra El Cerrito e Tapi Aike i 70 km “più peggio” della nostra vita.
  • Il vento in coda che ci spinge anche in salita.

Cose negative

  • La megera che non ci ha venduto le uova con 50 galline che razzolavano davanti a casa.
  • La ruta 7 tra El Cerrito e Tapi Aike i 70 km “più peggio” della nostra vita.
  • Il vento contro a El Calafate che ci ha obbligato ad imbrogliare per 10 km facendo autostop.
  • Il traffico della ruta 3, dopo un mese di quasi silenzio non siamo più abituati al casino delle auto.

Tierra del Fuego – 14/17 febbraio –  Da PUNTA ARENAS a TOLHIUN

14 febbraio – giorno 33 – PORVENIR

Meteo: 🌦️
Distanza: 11 (1.980)
Dislivello: 16 (22.223)
Ripio: 0 (682)

Dopo soli 5-6 km arriviamo al molo di Tres Puentes da dove partono i traghetti che attraversano i 40 km di stretto. Per pedoni e biciclette non c’è bisogno di prenotazione ed acquistati i biglietti in pochi minuti saliamo a bordo. Sulle poltrone del salone passeggeri ecco ritrovati Carlo, Fabio ed anche Neza con Stephan. La traversata dura un paio di ore per entrare finalmente nella parte finale del nostro viaggio: la Tierra del Fuego.

Verso lo stretto di Magellano

Siamo a Porvenir, come scendiamo siamo accolti dal solito vento contrario e partiamo alla ricerca di un posto per passare la notte. C’è chi ha già prenotato e chi, come noi, comincia dal primo hostal trovato su Google Map, ci fermiamo all’Hospedaje Shinka e c’è una camera libera, come al solito gente gentilissima che ti fa sentire a casa.

Oggi sarebbe di riposo perché domani si ripartirà per affrontare gli ultimi 450 km. Dopo una lunga passeggiata fotografica, ci tocca una seconda lunga camminata alla ricerca del ristorante; dopo un paio di posti con “speciale serata San Valentino”, un posto completo, uno che non troviamo e un altro chiuso, arriviamo al Ristorante Puerto Montt. Il posto è al completo, ma chi vediamo? Carlo e Fabio che ci invitano al loro tavolo per farci passare una piacevole serata in compagnia e salvandoci così da un frustrante ritorno in camera senza cena. Buon San Valentino!

15 febbraio – giorno 34 – PASO SAN SEBASTIAN

Meteo: ☁️🌤️
Distanza: 138 (2.118)
Dislivello: 1.016 (23.239)
Ripio: 86 (768)

Brutto risveglio, più che stanchezza fisica è stanchezza psicologica e voglia di starsene a letto fino a tardi, sono già 36 giorni che siamo in giro e forse avremmo bisogno di una vera pausa relax più lunga. Fuori fa freddo, ci saranno circa 5° ed il cielo è grigio, molto grigio, pioggia in vista?

Sulla Bahia Inútil

Usciti dal paese, non c’è proprio più nulla, dopo 12 km arriviamo sul ripio, che proprio non ci mancava e che ci accompagnerà fino al bivio per il Parque Pingüino Rey. Pedaliamo svogliatamente, siamo superati prima da Carlo e Fabio e poi da Neza e Stephan. Dopo una trentina di chilometri comincia a piovere, io e Manuela saremo gli unici a vestirsi, gli altri quattro non conoscono la nostra tattica scaramantica, quando noi ci vestiamo per un temporale incerto, smette subito di piovere, infatti  porteremo fortuna al gruppo: il sole ci accompagnerà fino a tardo pomeriggio quando potremo osservare un magnifico tramonto. Siamo sulla Bahia Inútil, il panorama è come un dipinto a pastello con i colori delle nuvole, cielo, acqua e terra. Sulla riva in lontananza si scorgono delle baracche di pescatori semi-diroccate, vediamo le bici sloveno-tedesce appoggiate ad una di queste, ogni coppia segue il suo ritmo, le sue pause ed ha il suo modo per appropriarsi del paesaggio.

In lontananza un autobus sgangherato parcheggiato vicino a delle baracche in lamiera, ci sono già le bici di Carlo e Fabio che ci fanno segno di fermarci; nell’autobus vediamo pile di vestiti ben piegati ed accatastati sui sedili, altri sedili sono pieni di libri. Vicino al posto del guidatore c’è una cucina a gas e, per terra, due sacchi di cibo per gatti. È il bus-casa di Carlos, un pescatore di 73 anni che vive qui in solitudine. Carlos offre a tutti un caffè e dei crackers, nella zona non mi sembra di aver visto molte sorgenti d’acqua, quindi non bisognerà essere troppo schizzinosi. Con fierezza ci mostra anche un enorme salmone appena pescato.
Quando ripartiamo e chiediamo cosa gli dobbiamo, non vuole assolutamente essere pagato e la cosa ci imbarazza, ma ricordando un racconto di altri cicloturisti, gli offriamo le nostre due banane. Vivendo ad una cinquantina di chilometri dal primo centro abitato, immaginiamo che per lui sia difficile procurarsi frutta fresca. Inizialmente rifiuta perché non vuole farci restare senza, ma con un’innocente bugia, dicendo che ne abbiamo altre, le accetta con un grande sorriso. Si dovrebbe riflettere su come certa gente che non ha nulla, sia più generosa di chi ha tutto.

Quando arriviamo ad un bivio verso i 50 km, vediamo in lontananza Neza e Stephan che stanno ripartendo salutandoci e ci diamo il cambio nel rifugio per una veloce pausa rifornimento di energia. Il ripio peggiora, ma il vento comincia ad aumentare ed essere nella direzione giusta. Al km 98 da un lato ricomincia la strada pavimentata e dall’altro la strada che si dirige verso ua pinguinera. Nel solito rifugio al bivio riecco Neza e Stephan che stanno decidendo se girare a destra o andare diritti verso la frontiera di Paso San Sebastián. Visitare la pinguinera sarebbe bello, ma dopo una veloce ricerca su Internet, scopriamo che l’ingresso è solo su prenotazione e che il posto chiude tra non molto, vogliamo rischiare?

Fermate d’autobus, protezione anti-vento e pioggia, sala da pranzo viandanti…

Le due signore vorrebbero dormire qui e riprovare la visita ai pinguini domani mattina, i due maschietti vorrebbero approfittare del vento portante e percorrere gli ultimi 40 km di strada asfaltata prima del buio. L’ idea di dormire in un bel letto sognando i pinguini sta facendo breccia nella volontà delle due ribelli, si riparte, con il vento che ci regala un’ottima andatura per arrivare alla frontiera cilena nei pressi della quale c’è l’Hostaria la Frontera. Qui le camere sono spartane, con bagno in comune, la corrente elettrica è accesa solo dalle 19 alle 23, ma dormire in un vero letto è sempre meglio che dormire in un rifugio sulla strada.

Verso San Sebastián

Verso le 22 siamo quasi tra le braccia di Morfeo quando sentiamo le voci familiari di Carlo e Fabio che, lottando contro il vento e le recinzioni, erano andati fino alla pinguinera. Non avendo trovato un posto idoneo per dormire e riflettendo su dove fermarsi sono arrivati qui.

Disquisizioni filosofiche – Gli shelter sulla strada

Una nota di disgusto su questi rifugi e sulle persone che li vandalizzano. Per motivi di sicurezza, ogni tot chilometri, il governo ha costruito a bordo strada delle baracche costituite da una sola stanzina con una panca, una finestra, riparato dalla vista un WC secco ed un piccolo soppalco che potrebbe ospitare 2-4 sacchi letto. Viaggiando nella desolazione della Patagonia, questi rifugi sono provvidenziali per chi vuole fare una pausa, preso dal maltempo o semplicemente per passarci la notte. Invece cosa succede? Che spesso alcuni incivili spaccano i vetri, lasciano sacchetti di immondizia per non dire i propri bisogni intestinali. Alcuni rifugi diventano impraticabili.

16 febbraio – giorno 35 – RIO GRANDE

Meteo: 🌤️
Distanza: 94 (2.212)
Dislivello: 277 (23.516)
Ripio: 0 (768)

Giornata fresca, ma che inizia senza una nuvola in cielo, appena fuori dall’albergo ci si deve fermare alla dogana cilena per avere il timbro di uscita dal paese, una sola domanda: “Bicicletas?”
Nostra risposta: “Si”.
Il doganiere: “Pasa. Suerte!”

Pedaliamo nella solita prateria, immensa, recintata, bella, desolata; una volpe ci guarda da bordo strada, centinaia di pecore alzano lo sguardo quando passiamo e poi continuano a brucare, sembra far parte del paesaggio. Arriviamo alla frontiera argentina e passati i controlli, subito una sosta al caffè vicino e nell’ arco di pochi minuti ci troviamo sia con Neza e Stephan, che con Carlo e Fabio. Si approfitta del WiFi per trovare una sistemazione per la notte.

La ruta 3 per Rio Grande in compagnia

Stranamente, Carlo e Fabio restano indietro fino a quando siamo raggiunti da un solitario Carlo che ci spiega che Fabio non si sente bene e un pickup della Polizia gentilmente gli ha dato un passaggio fino a Rio Grande. Pedaliamo un po’ con Carlo, poi ognuno riprende i propri ritmi di soste per mangiare o per incontri casuali con gente del posto, e lo rivedremo ad una quindicina di chilometri dall’arrivo.

Il vento è contrario, non molto forte, ma comunque estremamente fastidioso. Quando ci immettiamo sulla Ruta 3, la strada che collega Buenos Aires a Ushuaia, il traffico di camion aumenta ed il paesaggio cambia, in peggio direi. Nonostante ogni tanto si intraveda l’oceano, incrociamo gli ingressi ai pozzi petroliferi e agli impianti di estrazione del gas, purtroppo in Patagonia non ci sono solo le immagini da cartolina dei giorni scorsi. Ci dirigiamo all’Echo Hotel, quando il concetto di ecologico significa ” molto di base”, ma per una notte e per due ciclisti stanchi va sempre bene, la mattina successiva ci ritroveremo per colazione una montagna di gustosissimi croissants. La chicca della serata è l’ennesima avventura con la rubinetteria del sud America; Manuela inizia a farsi la doccia, ma dopo 2-3 minuti di acqua calda nemmeno l’ombra, la cosa è sospetta, vado alla reception e chiedo delucidazioni, la risposta è semplice: “Andiamo subito a connetterla”.
Domani penultima tappa, non dovrebbe essere difficile nonostante i 110 km, sempre che il vento non ci si metta di mezzo.

17 febbraio – giorno 36 – TOLHUIN

Meteo: 🌦️
Distanza: 108 (2.320)
Dislivello: 616 (24.132)
Ripio: 0 (768)

Usciamo dalla città, Rio Grande è stato un posto da dimenticare, una grande zona industriale con qualche brutto quartiere residenziale, in grande contrasto a ciò a cui ci eravamo abituati abbiamo nelle settimane precedenti. Sempre sulla Ruta 3 si continua verso sud, il panorama è ritornato solitario e naturale con abbondanza di guanachi e pecore da entrambi i lati della strada quasi in piano. Alcuni rapaci appollaiati sulle recinzioni ci osservano. Oggi incrociamo solo un giovane ciclista sudamericano diretto in Messico, vuole fare un selfie assieme a noi che ci invierà la sera stessa come ricordo.

Dopo 40 km piatti si comincia con qualche salitella, poi tanti su e giù ed alla fine saranno altri 600 metri di dislivello da aggiungere al totale, il bisogno di smettere di pedalare si sente sempre di più. Quando mancano una ventina di chilometri, anche il sole si fa rivedere, purtroppo non scalda molto e la temperatura resta sempre freddina. Anche per oggi è fatta.

Dormiamo all’Hostel Kau Karskam, abbiamo una bellissima camera da sei persone solo per noi, il bagno è comune, ma c’è solo un’altra cliente. I proprietari sono persone squisite, ancora una volta abbiamo fatto centro con una sistemazione da 5 stelle.

Clienti del Hostel Kau Karskam

Si discute di tutto, Manuela passa un po’ di tempo con loro figlio che sta partendo per Buenos Aires iscritto allo stesso suo programma universitario, io mi intrattengo con la madre. Anche se si parla di banalità è sempre piacevole parlare con persone dal cuore d’oro, di cultura e di ampie vedute. Verso le 21:45 noi saliamo in camera mentre loro si preparano per la cena. Oggi pomeriggio abbiamo visitato la Panaderia La Union, luogo mitico per i viaggiatori, il proprietario, appassionato ciclista ha sempre ospitato i cicloturisti nel retro-bottega e per chi fosse interessato un letto lo si può ancora trovare, per gli altri resta il gusto di una deliziosa sosta zuccherata.