PERÙ – Ai piedi de Los Nevados

Usciti dal Cañón del Pato, arriviamo al cospetto delle montagne che hanno fatto la storia dell’alpinismo andino. Alpamayo, Huandoy, Huascaran…

7 giugno – Laguna Chinan Cocha
Ci troviamo nella Cordillera Blanca, in centro al paesino di Yungay, a 2.500 metri di altitudine e come mettiamo la bici in strada, si comincia a pedalare in salita, sarà così fino a fine giornata… o meglio per qualche giorno.


Oggi c’è il sole e l’Huascarán è alla nostra destra, imponente con i suoi 6.768 metri di altezza. Passiamo tra gruppi di case sparsi, fortunatamente il traffico è quasi inesistente. Durante la sosta, nella tiendita di turno, siamo serviti da una ragazzina di 10-12 anni, ancora vestita con la divisa della scuola. Le chiediamo se andava o veniva dalla scuola? «Sí, vengo de la escuela. Hice la parada de la bandera !». Quella che abbiamo visto nella piazza di Yungay? «¡Sí, claro! ¿Y ustedes, de dónde vienen?» Le chiediamo se sa dove sia l’Italia? «No.» E l’Europa? … «Nada.», non sa nulla. Avevamo già avuto dei dubbi sulla qualità dell’insegnamento in precedenti conversazioni, ma oggi ne abbiamo un’ulteriore conferma, tante sfilate, cerimonie e alzabandiera con inno, ma poca sostanza. Cosa si insegna da queste parti? In alcuni paesi l’eccellenza della scuola permette di far evolvere il popolo, in altri, l’ignoranza è una scelta del potere, così ci è stato detto da alcuni peruviani parlando della pessima qualità della scuola pubblica. La logica del Panem et circenses è ancora adottata dal governo.
Dopo pochi chilometri si paga l’ingresso al Parco nazionale (Patrimonio Unesco) e raggiungiamo Yurac Corral, nei pressi della laguna Chinan Cocha. Qui vive un guardiaparco che ci accoglie e ci indica dove montare la tenda per essere riparati dal vento. Volendo, avremmo anche a disposizione una doccia calda, ma la temperatura esterna, intorno ai 10 °C, ce ne sconsiglia l’uso.


In questo paradiso, ci sono alcune vacche al pascolo, gli asini utilizzati dalle spedizioni alpinistiche ed un camper di una coppia di alpinisti tedeschi che ha in progetto la salita de Nevado Pisco come alternativa all’Huascaran che quest’anno non è in condizioni.
Noi prepariamo la nostra misera cena a base di ramen ed alle 20:30 siamo in branda.

Manuela: Obbiettivo, l’Huascarán Circuit. Circa 250 km tra vette spettacolari, ghiacciai e laghi! Dal paesino, lo sguardo viene catturato dalle due cime del Huascarán, il cui nome in quechua significa “catena di montagne”, sogno di tanti alpinisti. Salendo lentamente lungo la strada sterrata ai piedi di questa montagna imponente, non posso fare a meno di pensare alla tragedia di Yungay e dei villaggi vicini. Nel 1970 un terremoto provocò una colata di detriti, fango e ghiaccio che rasò a zero tutto in pochi minuti. Era domenica, giorno di mercato, e molte persone erano arrivate dalle campagne. Si pensa che tra 20.000 e 25.000 persone siano rimaste sepolte. Si salvarono solo i 300 bambini che si trovavano nello stadio e una novantina di persone rifugiate sulla collina del cimitero. Oggi, quel cimitero circolare con la statua del Cristo è diventato uno dei simboli della tragedia.
Il guardiaparco è anche una perfetta guida turistica, adora condividere le sue conoscenze sulla regione e sempre svolgendo i suoi lavori quotidiani chiacchiera con noi scacciando gli asini che ogni tanto si avvicinano un po’ troppo alla tenda in cerca di cibo. Purtroppo qualche giorno fa, 3 alpinisti sono stati travolti da una slavina e un gruppo di soccorritori sono ancora alla loro ricerca, la montagna non perdona.

Portachuelo de Llanganuco

8 giugno – Yanama
La mattina, molto velocemente smontiamo la tenda e cominciamo la salita al Portachuelo de Llanganuco, passo alla rispettabile quota di 4.767 m; la strada è generalmente pedalabile, il maggior problema sono i tornanti più ripidi che risultano molto sconnessi e sabbiosi a causa delle manovre dei camion più grossi.
Le montagne attorno sono maestose, l’Huascarán non è sempre visibile, ma sappiamo che svetta ad oltre 2.000 m sopra di noi, dall’altra parte della valle altre cime superano i 5.000 m.

Quasi in cima al passo, un’auto si ferma, il conducente mette dei fiori ad una croce e si ferma a dire una preghiera; molto probabilmente sarà uno degli innumerevoli morti per guida azzardata (facendo una breve ricerca abbiamo saputo che i guidatori di questo paese sono considerati i peggiori al mondo subito dopo gli Indiani).

Finalmente anche l’ultimo dei tornanti è superato, un breve rettilineo e siamo in cima dove incontriamo due ciclisti statunitensi un po’ fuori norma. Abiti etnici, capelli rasta, bici con bagagli minimi, copertoni slick (poco adatti a queste strade), sandali con piedi nudi e tremanti per il freddo. Lei, sorridendo, mostra dei denti neri piuttosto in cattivo stato, che fanno pensare alla masticazione di foglie in uso da queste parti. Ognuno è libero di viaggiare come meglio crede… ma cosa sarebbe successo se si fossero trovati in mezzo a una bufera di neve improvvisa, situazione non rara a queste altitudini?


La discesa è infinita, arriviamo a Yanama piuttosto tardi e l’unico albergo ci chiede una cifra assurda, mai pagata in un mese di Perù. Ci accontentiamo del giardino piantando la nostra tenda. Mavaffa… sempre la solita storia ci sono prezzi per i locali e prezzi per i ricchi gringos.

Manuela: Tenda con vista sulla laguna, abbiamo dormito come angioletti. La rincorsa all’asino che ci ha rubato un sacchetto dalle borse, ci ha risvegliato a dovere. Oggi ci aspetta un’altra strada memorabile. Procediamo lentamente in salita, non solo per il fiato corto causato dall’altitudine o per le condizioni disastrose della strada sterrata, ma soprattutto per le continue soste a contemplare il paesaggio. Siamo circondati da montagne rocciose altissime, coperte da ghiacciai. Come spesso accade in queste valli, a una lunga salita segue sempre una lunga discesa. Fa freddissimo, le mani strette sui freni, il corpo in tensione per mantenere l’equilibrio, arriviamo sfiniti nell’unico paesino della zona. Niente doccia calda ad attenderci, solo il dover rimontare la tenda al freddo e al buio. Nel solo ristorante aperto per la cena, divoriamo un pollo arrosto con patate in compagnia di un giovane ragazzo tedesco, in viaggio da mesi in Sud America tra la vita di spiaggia, il surf e brevi avventure in bicicletta tra le montagne.

9 giugno – Sapcha
La strada sterrata e le pendenze assurde, ci faranno percorrere 9 km di salita praticamente tutti a spinta, oggi non viaggiamo “in” bici, ma “con” la bici. Al passo, che supera di poco i 4.000 m,  ci buttiamo nella valle successiva decidendo di fermarci al primo paesino dove sembra ci sia un hospedaje.


Purtroppo, non è così,  ci suggeriscono di andare in chiesa dove dovremmo trovare Padre Luca, un italiano originario di Flero-Brescia (la nostra città!), ma oggi non è in paese. Ci accompagnano da Federica, una volontaria brianzola dell’Operazione Mato Grosso che vive qui da 22 anni. Grazie a lei possiamo mettere la tenda sotto il portico del signor Elvio che affitta camere, anche lui con prezzi fuori mercato.

Manuela: Perchè dite che le strade sono ripidissime quando nelle foto sembrano in piano? 1) per la prospettiva fotografica 2) perchè scattiamo solo nei momenti tranquilli 3) quando stiamo sbuffando come muli, con le mani incollate al manubrio, la macchina fotografica è l’ultimo dei nostri pensieri; il cervello passa in modalità survive: respira, avanza, non cadere… e scaccia i maledetti tafani che ti stanno divorando le gambe. Le “camere” del signor Elvio sono poco più che una stalla, ma con un prezzo da cinque stelle. La nostra tenda è la migliore opzione, potremo dormire e cenare al riparo dalla pioggia. Cena di alta gastronomia: purè di patate liofilizzato con pane e ancora pane e, per dessert, il lusso di pane con un velo di marmellata.

10-12 giugno – Chacas
La notte scorsa è piovuto e la strada sterrata per scendere nella valle è in pieno rifacimento, il risultato è che ci ritroviamo con biciclette, borse e scarpe ricoperte di un fango argilloso. Una delizia! Arrivati in fondo valle, nessuna sorpresa, dobbiamo risalire sul pendio di fronte mentre pioviggina, smette e ricomincia. Questi saliscendi a quote piuttosto elevate sono molto faticosi, però i panorami ci ripagano abbondantemente.

Quando arriviamo nella Plaza Mayor di Chacas scopriamo un paesino diverso dal solito, le facciate di tante case sono rivestite di legno intarsiato ad arte, il portale della chiesa e l’altare sono una vera opera di falegnameria, tutto è curato e pulito.
E dopo tanta fatica, oggi una delle cose che più apprezziamo è la cena. Entriamo in una pizzeria con un forno a legna, quando addentiamo il primo boccone è una meraviglia ! Per qualcuno sarà banale, ma per noi, che da tre mesi mangiamo gli stessi piatti, poveri, insipidi, cotti approssimativamente, questa pizza dai sapori italiani è da tre stelle Michelin. Chiediamo al pizzaiolo dove ha imparato e la risposta è immediata: Padre Luca!


Rientrato in albergo, inizia una notte difficile, con brividi di freddo e più tempo in bagno che nel letto. Io, che ero il fortunato superstite della famiglia (Lucrezia in Perù, Manuela a Cuba), sono stato colpito dalla vendetta di Montezuma. NOOO, non è stata colpa della pizza, ma di qualcos’altro ingerito prima! Spero di rimettermi per domani, ci attende l’ultima sfida della Vuelta al Huascarán: la Punta Olimpica. Purtroppo Montezuma continua a divertirsi.
In un momento di tranquillità intestinale, usciamo a comprare del pane. Il gusto è diverso dal solito e dal retrobottega esce Brunetta, la cognata della panadera. Originaria di Firenze, vive qui da 20 anni, è sposata con un peruviano, ha sei figli e lavora per l’Operazione Mato Grosso. Ci invita a casa sua per vedere il panificio dove lavorano parecchie persone del paese, le promettiamo di andarla a trovare appena mi sentirò meglio.

Sembra che al terzo giorno anche io possa resuscitare e come promesso ci dirigiamo a casa di Brunetta per passare un po’ di tempo con lei. Persona estremamente accogliente, ci offre una tisana con dei Cantuccini e parliamo della vita nel suo paese di accoglienza. I suoi discorsi, molto amorevoli e allo stesso tempo critici, ci confermano che quando notiamo certi limiti del modo di vivere qui, non lo facciamo da gringos altezzosi, ma con il dispiacere di chi vorrebbero vedere questa gente uscire dalla loro miseria. Non parliamo di arretratezza culturale, religiosa o delle loro usanze, che anzi hanno un valore profondo, ma di aspetti concreti come igiene, salute, alimentazione, istruzione. Oggi, con la diffusione massiccia dei telefoni cellulari (la copertura in Perù supera il 100%), le opportunità di informarsi, crescere e migliorare la propria vita ci sarebbero. Eppure, la sensazione è che restino chiusi in un piccolo mondo, senza curiosità per ciò che li circonda (Ricordate un vecchio discorso di un grande industriale americano? Stay hungry, stay foolish – Siate affamati, siate “curiosi”), come se accettassero passivamente il proprio destino. Finché questo non cambia, sarà difficile immaginare un reale cambiamento.

Manuela: Brunetta, grazie per la tua accoglienza e per la squisita formaggella che ci hai regalato. Ma il dono più grande è l’avermi parlato della mia amica Luisa che ha vissuto e lavorato come volontaria proprio in questa città per anni ! Trovarmi qui mi ha fatto riportato indietro nel tempo a quarant’anni fa.
Chacas è stata il cuore dell’OMG, dove Padre Ugo De Censi ha vissuto, creato un grande ospedale, la prima scuola di artigianato Don Bosco e dato l’opportunità a tanti ragazzi e ragazze svantaggiati.

13 giugno – Carhuaz
Un paio di Immodium ed alle 7:30 siamo pronti per l’ultima tappa del giro tra Los Nevados. I primi 10 km scorrono facili, poi la strada si impenna e non molla più. Appena fuori città Manuela rischia grosso, un idiota in mototaxi fa inversione senza nemmeno guardare. L’ennesimo troglodita al volante stava facendo la prima vittima della giornata.


Alla nostra sinistra il cielo è limpido e pedaliamo con lo sguardo fisso su una cima che supera i 6.000 metri. Guadagniamo quota fino all’ingresso del Tunel de Punta Olimpica, la galleria più alta del mondo. È stretta, senza illuminazione, scavata nella roccia e con scrosci di acqua che scendono dal soffitto. 1.350 m di pedalata col fiato sospeso, sperando di non incrociare qualche pazzo alla guida.
Usciamo vivi e vegeti dall’altro lato e ci ritroviamo davanti a un nuovo versante de l’Huascaran, sempre imponente e maestoso. Ci fermiamo a lungo nel piazzale ad ammirare il paesaggio mozzafiato, poi ci copriamo bene e iniziamo la discesa. La valle è stretta, i primi chilometri sono ripidissimi.
Verso la fine attraversiamo un villaggio all’ora del rientro a casa: asini carichi, donne, giovani ed anziane, con fascine di mais sulle spalle, uomini con il machete che tagliano arbusti a lato strada. Scene che mi riportano agli anni ’60… ma qui sono ancora la quotidianità. Peccato che la videocamera fosse scarica, mi sarebbe piaciuto riprendere quei momenti con discrezione.


È quasi buio quando arriviamo in un albergo, siamo infreddoliti, mangiamo un panino in camera e ci infiliamo nel letto.

Arrivati in « vetta » e riattaccata la musica, cercavo qualcosa di adatto a questa grande giornata : The Light That Never Fails di Andra Day. La canzone è nella colonna sonora del film Meru, del grande operatore e alpinista Jimmy Chin. La nostra scalata è stata meno faticosa, ma la soddisfazione penso fosse allo stesso livello degli scalatori della Shark’s Fin Route.

Manuela: Incredibile ! non trovo le parole per descrivere la bellezza di queste valli selvagge e di queste montagne vertiginose. Non so dire se sia stata più dura la salita o la discesa con mani, piedi e viso congelati. Venire qui era il nostro sogno, e ce l’abbiamo fatta nonostante il mal di ginocchia, l’artrosi alle mani e la vendetta di Montezuma. Nulla ci ha fermato…Francesco pedalava in scioltezza in salita, leggero come una piuma dopo 3 giorni passati sul trono.

14 giugno – Yungay
Finalmente un risveglio in tranquillità, oggi pedaliamo solamente per venti chilometri di su e giù per rientrare a prendere la borsa che avevamo lasciato in albergo. Il giro dell’Huascarán è terminato, adesso dovremo decidere su quali strade proseguire il nostro viaggio.

15 giugno – Huaraz
Non avevo molta voglia di farmi i 55 km per arrivare a Huaraz su questa strada piuttosto trafficata.
Sono molto stanco, la consapevolezza di non avere più la forza né le ginocchia per la Perù Great Divide-PGD (il nostro secondo sogno) mi abbatte ancora di più. Ciliegina sulla torta, non sopporto più questi trogloditi al volante. Oggi un’auto, solo perché avevo fatto cenno di rallentare per una buca, ha stretto prima me e poi Manuela. Guidano in modo folle, senza regole, sorpassi azzardati, manovre al limite, clacson perennemente attivo. Ti sfiorano a un soffio dall’incidente, ignorando pedoni, moto e le rare biciclette: qui comanda il più grosso! Non lo fanno per cattiveria, è proprio che il senso civico non sanno cosa sia. Nemmeno il monito di tante croci lungo la strada fa cambiare le loro abitudini.
Non posso nemmeno svagarmi guardando il paesaggio, il cielo è coperto e non si vedono le montagne, testa bassa sull’asfalto che è pieno di buchi e occhio perennemente fisso sullo specchietto retrovisore per spostarmi fuori dalla strada appena arriva un’auto.

Manuela: Abbiamo parlato spesso della PGD, senza mai spiegare cosa sia a chi non è un patito di bicicletta. La Perù Great Divide è tra i percorsi più prestigiosi del Sud America; 1600km di strade sterrate e remote nella Cordillera centrale tra le città di Huaraz e Abancay. Un percorso molto esigente con circa 35 passi sopra i 4000m di quota e 36000 m di dislivello totali. Lo abbiamo sognato da anni, credo dovremo rimandarlo ancora a data da destinarsi.

Oggi siamo obbligati a restare sulla strada principale, ed è un vero stress. Francesco sporcona a ogni auto che gli passa troppo vicino ed io cerco di mantenere la calma per non alimentare la sua rabbia. Finora ce la siamo cavata su strade quasi prive di traffico, ma questo tratto della 3N è è tutt’altro. Francesco mi avvisa urlando quando arriva qualche auto “pirata”, mentre io tengo davanti tengo d’occhio i cani. Alcuni dormono, altri partono all’improvviso, ringhiando a pochi centimetri dalle nostre gambe. Passiamo la giornata tra insulti agli automobilisti e urla o lancio di finte pietre per tenere lontani i cani. Che giornatina rilassante! preferirei fare altri 1.500 m di dislivello su sterrato a 5.000 metri.

16-19 giugno Huaraz
Cerchiamo un hostal in centro, con tutte le comodità a portata di mano, vietato l’uso delle bici e solo brevi camminate, abbiamo bisogno di riposarci dopo tante salite.
Mentre siamo immersi tra itinerari e cartine alla ricerca di un’alternativa alla PGD, riceviamo un messaggio inaspettato e gradevolissimo da Aurelio , il Salvadoregno conosciuto tra Colombia e Ecuador. Per una fortunata coincidenza, anche lui si trova a Huaraz.
Usciamo a cena per festeggiare il ritrovarsi e decidiamo di fare insieme un tour organizzato al ghiacciaio Pastoruri; per una volta saremo dei normalissimi turisti.


Il tour si rivela un altro colpo al mio morale. La valle di accesso al ghiacciaio, oramai quasi scomparso, è mozzafiato e molto simile alle zone che avremmo dovuto percorrere con la PGD. Che tristezza, maledette ginocchia!
Il giorno dopo è di nuovo tempo di saluti. Aurelio rientrerà sulla costa a ritrovare la sua bici e proseguire lungo il deserto peruviano verso la Bolivia e noi… Boh! Chi lo sa… E per giunta ci sta venendo anche il raffreddore, se non peggio. La signora brasiliana seduta accanto a noi in autobus era malata fino al giorno prima: ci avrà attaccato qualche virus?

Ciao Aurelio, sei la più bella persona che abbiamo incontrato in questo viaggio, speriamo che le nostre strade si incrocino nuovamente.


Manuela: In molti ci avevano detto che Huaraz era una città bellissima. I dintorni, sì, sono spettacolari, ma la città in sé, pur essendo ben tenuta e molto turistica, punto di partenza per trekking e spedizioni alpinistiche, non ha nulla di davvero speciale.
Diciamo che, dopo settimane trascorse tra le montagne e i piccoli villaggi, qui si trova di tutto: si può mangiare e bere come animali affamati… e finalmente farsi una vera doccia con acqua calda!
Avevo già sentito parlare del Nevado Pastoruri, un tempo imponente, oggi tristemente ridotto a causa dei cambiamenti climatici. Le stime dicono che potrebbe scomparire del tutto entro 1–8 anni.
Siamo una quindicina, con autista e guida al seguito, che ci racconta la regione lungo i 40 km asfaltati (e pieni di buche) della famigerata 3N. Poi imbocchiamo una sterrata di una trentina di chilometri attraverso una valle spettacolare con montagne innevate a sinistra, un fiume al centro, pareti rocciose colorate a destra. La prima sosta è per osservare la Puya Raimondii, detta Regina delle Ande, una pianta enorme dalla forma appuntita, alta circa 10 metri che vive solo in queste regioni. Che crudele destino, vive circa 100 anni, produce circa 10mila fiori in un’unica fioritura per poi morire. Il nome fu dato da un naturalista milanese che, dopo aver combattuto nelle Cinque giornate di Milano, emigrò in Perù e qui si rifece una vita.
Facciamo una breve sosta anche presso una parete rocciosa con antichi disegni, solo io e Aurelio scendiamo a vederli. Poco dopo ci fermiamo vicino a delle sorgenti termali, dove l’acqua gorgoglia tra i ciuffi d’erba, ma è vietato toccarla o berla perchè ricca di piombo e altri minerali tossici. Finalmente arriviamo al parcheggio del Visitor center, la passeggiata è breve, circa un’ora in tutto per noi. Raggiungiamo i piedi del ghiacciaio a 5.000 metri di quota e scendiamo subito perché sta cominciando a nevicare piuttosto forte. Altri del gruppo, meno abituati alla quota, ci metteranno un bel po’ ad arrivare all’autobus, infreddoliti e affaticati.

Il riassunto del nostro PERÙ

Non abbiamo ancora deciso quali strade percorreremo nelle prossime settimane, ma è certo che sentiamo la necessità di pedalare su salite meno ripide ed a quote più basse. In Perù non abbiamo voglia di pedalare lungo il deserto sulla costa, quindi l’alternativa sarà visitare un altro paese per qualche tempo.

  • Chilometri percorsi: 1.621 (Per un totale di 5.406)
  • Metri di dislivello: 20.639 (Per un totale di 61.707)
  • Giorni totali inclusi riposi e visite: 43
  • Giorni in sella: 30
  • Notti: Albergo e ospiti vari 37, tenda 4.

PRO

– Per il nostro passato di “montagnini” il Perù è uno dei paesi più belli al mondo. È con molta tristezza che me ne sono andato da Huaraz invece di continuare sulla PGD.
– Il tour de l’Huascaran fantastico, panoramico, magnifico, faticoso. Sarà uno dei migliori ricordi di tutto il viaggio.
– Il Cañón del pato. Angosciante, opprimente, spettacolare, ma la strada è un must to ride per ogni cicloviaggiatore che passa da queste parti.
– Manuela: Adoro questo paese, i paesaggi montani mi fanno sentire bene, come in un paradiso terrestre. Da sempre chi mi conosce dice che soffro della sindrome di Heidi, confermo, tra le montagna rinasco.
I sorrisi dei bambini e delle signore con i loro abiti tradizionali ti scaldano il cuore. So che tornerò a breve da queste parti. Forse non sarà la PGD, ma la mia bicicletta un giorno pedalerà sulle strade di Cuzco. Ma siamo positivi, avevamo due sogni in Perù, l’Huascaran circuit e la PDG, uno lo abbiamo realizzato.

CONTRO
– I guidatori peruviani conquistano il gradino più alto del podio nella classifica dei peggiori guidatori. Irrispettosi, maleducati, trogloditi, dei veri bruti della strada ( come alcuni peruviani stessi li hanno descritti).
– Il non aver potuto pedalare sulla PGD. Dovrò rinascere un’altra volta per tornare qui più in forma.
– Manuela: l’acqua per lavarsi sempre fredda. I panini di base venduti ovunque che per sfamarti ne devi mangiare 10 talmente sono vuoti. Basta Caldo de Gallina, non ne posso più !

PERÙ – La generosità di chi non ha nulla

Il nostro viaggio continua e risaliamo nelle montagne. Finalmente arriviamo alle pendici dell’Huascaran, la montagna più alta del paese.

23, 24, 25 maggio – Cajamarca
Questa volta facciamo i bravi con i giorni di riposo, arriviamo in un alberghetto in centro città e ci sistemiamo per due giorni di completo relax.
L’unico obbligo è un po’ di manutenzione alle bici che potremmo fare da soli, ma preferiamo affidarla a un meccanico che la esegue per un prezzo irrisorio. La città è piacevole, facciamo brevi passeggiate per la spesa in un buon supermercato, un po’ di scrittura ed il piacere di non fare nulla.

Il primo giorno siamo gli unici ospiti del nostro alberghetto, purtroppo il giorno successivo arriva una giovane coppia di backpackers bulgari. In oltre trenta anni di viaggi abbiamo incontrato persone di ogni età e nazionalità; la passione comune per il vagabondaggio ha quasi sempre reso facile socializzare e scambiare opinioni. Oggi forse le cose sono cambiate, i due faticano a rivolgerci un saluto, escono dalla camera con occhi rossi e difficoltà locutorie, lasciano il lavello nella zona pranzo del giardino ed il bagno in comune sporchi. Altre tradizioni? “Io pago, quindi posso?” O forse è per questo che uno dei nostri ospiti colombiani ci disse di non voler avere nulla a che fare con i mochilleros.
Dopo due giorni, decidiamo di lasciare il centro città e spostarci a solo una decina di chilometri, nel lodge gestito da una persona con cui eravamo in contatto. Da lì, potremo ripartire con più calma, senza dover zigzagare nel traffico mattutino.

Il 25 maggio è una data speciale per noi. Esattamente quarant’anni fa, un istruttore di alpinismo si recò al distributore vicino al passaggio a livello di Iseo (in provincia di Brescia), punto di ritrovo per istruttori e allievi del CAI di Brescia. Arrivato, scoprì che i suoi allievi non erano presenti, così il direttore del corso gli affidò per l’uscita settimanale una giovane ragazza di nome Manuela.
All’allieva Manuela oggi dedico Love of my life dei Queen.

Manuela: Ho rispettato la pausa, cosa difficile per me, quando arrivo in un posto il desiderio di conoscere e scoprire prende il sopravvento . Fortunatamente le cose da vedere in città sono tutte nelle vie centrali attorno alla Plaza des Armas. Per il nostro anniversario, ci mangiamo un piatto enorme di carne mista ai ferri con patate fritte e come merenda una crêpe con crema pasticcera…si fa quel che si può 😉

26 maggio – Aguas Calientes
Ieri abbiamo trascorso un piacevole pomeriggio con la famiglia che ci ha ospitati al Lodge Villa Ventura. Mario è guida di MTB e di altre attività all’aria aperta, mentre Pamela, architetto, ha progettato la splendida e accogliente casa che ci ospita. Miki, il figlio maggiore, è un ragazzo riservato e appassionato di pianoforte. E poi c’è Sofia, 5 anni, che io definisco il clown della famiglia. È raro vedere una bambina così piccola socializzare con tanta naturalezza con adulti appena conosciuti.

Foto di famiglia a Iscoconga

Abbiamo parlato di famiglia, del loro futuro progetto di immigrazione in Canada e di cucina, trascorrendo un pomeriggio immersi nella realtà quotidiana, in compagnia di una famiglia davvero piacevole.


Negli 80 km che abbiamo previsto di percorrere oggi, affronteremo tre salite piuttosto lunghe, ma non difficili, che ci faranno arrivare vicini ai 3.000 metri di quota ad ogni passo. Il riposo di 3 giorni ci ha fatto bene e saliamo piuttosto in scioltezza. Incontriamo una coppia di svizzeri e ci fermiamo a chiacchierare con Leandra e Nando; sono partiti da Bogotá con destinazione Ushuaia, la “Fin del Mundo”. Purtroppo, Nando sta ancora guarendo dal dengue preso in Ecuador e non è in perfetta forma, ci dice che alcune giornate sono più difficili di altre. La sera ci inviano la foto scattata insieme, dicendo che hanno appena incrociato un’altra coppia di tedeschi. Speriamo di rincontrarli lungo la strada e auguriamo a Nando una rapida guarigione. Noi facciamo qualche chilometro in più perché siamo diventati pigri, non abbiamo voglia di montare la tenda sul bordo della strada e preferiamo una camera in un paesino con delle terme di acqua calda.

Gruppo vacanze italo-svizzero, Leandra e Nando

Oggi ho sentito qualche pezzo di un gruppo in voga negli anni ’70 Creedence Clearwater Revival tra i vari brani c’era Up Around the bend. Un ottimo ritmo per pedalare.

Manuela: La nostra camera si affaccia sulla piscina delle terme, chiamarle “terme” è una concessione poetica, si tratta di una semplice piscina e uno stabile malandato che sembra più un capannone per attrezzi che un centro benessere. Malgrado il colore dell’acqua non attiri molto, alcune persone fanno il bagno mentre dei tecnici sistemano dei tubi del sistema di filtraggio… preferiamo la doccia sporca del nostro hostal spartano che, malgrado non abbia il rubinetto dell’acqua calda, è piacevolmente tiepida, ci dicono che sia la stessa sorgente termale che rifornisce tutto il paese.

27 maggio – Cajabamba
Questa notte abbiamo tentato di dormire malgrado un gruppetto di giovani imbecilli abbia fatto casino fino all’1:30 della mattina, la fatica delle pedalate aiuta, ma non sempre. Prima di ripartire, ci ritroviamo in mano due avocado da parte della proprietaria del posto… perché vi faranno sicuramente piacere sulla strada…
Oggi non dovremmo avere una giornata difficile, solo una trentina di chilometri per arrivare a destinazione; la scelta è data dalla logistica delle tappe per i prossimi giorni: poca la distanza, ma tanto il dislivello…
A metà strada, ci fermiamo per un sorso d’acqua e, nel campo dall’altro lato della strada, c’è una signora che sta pascolando le pecore. Ci saluta e ci chiede da dove veniamo, attraversiamo la strada per meglio comunicare e Lucilla ci interroga sul viaggio e sulla nostra vita.

Lucilla con le sue pecore e gli immancabili cani

E i vostri figli?
– Abbiamo una sola figlia, è grande e vive da sola, poi con questo (indico il cellulare) ci possiamo sentire tutti i giorni.
– Non è lo stesso! Qui i figli vivono in casa.

– È bello viaggiare, noi invece siamo obbligati a lavorare come schiavi. Mio marito sta tagliando la legna perché non possiamo comperare il gas per la cucina. Il cellulare costa troppo. Siamo in schiavitù qui.

– Le cose che hanno fatto gli Incas esistono ancora, quelle che fanno oggi si rompono subito.

– Vi andrebbero delle arance? Qui crescono ovunque.
– Grazie signora, molto volentieri.

La signora sparisce e ritorna con il suo sombrero pieno di frutta, saranno almeno due chili. Noi non sappiamo come ringraziare e le regaliamo alcune barrette di cereali, biscotti e crackers.
Un giorno, un agiato signore che conoscevo, negli ultimi giorni della sua vita disse alla propria moglie: “Ricordati, quando avrai bisogno di qualche cosa, non rivolgerti mai ad un ricco, sarà molto più facile che sia una persona modesta che ti aiuti”. Ho avuto molte occasioni per dargli ragione, un’altra oggi.

Manuela: La signora Lucilla aveva mani e piedi segnati dal tempo e da una vita dura, ma sul volto portava un sorriso di una dolcezza infinita. Mi raccontò che aveva 50 anni e 6 figli, come molte donne della zona indossava l’abito tradizionale, era quello di tutti i giorni perchè non era ricamato o forse era l’unico che possedeva a giudicare dallo stato di sporcizia della sua camicetta bianca e del sombrero. È sempre sorprendente come, a pochi chilometri dalla città, la vita in campagna sia così diversa, essenziale, quasi sospesa nel tempo.

28 maggio – Huamachuco
La tappa di oggi è sicuramente una tra le più belle da quando siamo partiti, stiamo entrando in una regione più montuosa, non si vedono ancora le grandi montagne, ma il panorama è affascinante.


Dopo la pausa caffè seduti vicino ad una casa, arriviamo in un paesino e decidiamo che i gradini di una scuola fanno al caso nostro per la pausa di mezzogiorno. La fine del nostro pranzo coincide con l’uscita dei bambini che, vedendo la novità, ci assalgono con decine di domande.
Appena riusciamo a liberarci dalla scolaresca, ricominciamo a pedalare per finire la nostra tappa. Oggi saremo ospiti in una “Casa del ciclista” dove metteremo la tenda in giardino, ma cominciando a piovigginare, il nostro padrone di casa ci propone di andare a dormire in una camera-ripostiglio. Il letto è piccolo, ma spostandolo, riusciamo anche a piazzare un nostro materassino a terra per dormire più confortevolmente.
Doccia, cena, nanna, domani si salirà ancora e sempre più in alto.


Alla tappa odierna assegno un brano strumentale The warming Sunrise di Kevin P Holt. Finalmente una giornata rilassante con poco traffico e bucolici scorci da cartolina.

Manuela: Il verde brillante dei prati, il giallo acceso delle ginestre in fiore, il verde scuro degli eucalipti adulti, quello argentato dei giovani, e l’azzurro intenso del cielo, il contrasto dei colori è straordinario! Sembra di pedalare dentro una cartolina. Le montagne diventano sempre più alte e imponenti e la campagna è rigogliosa. Nonostante lungo la strada ci siano alcune case sparse e campi coltivati, si ha la sensazione di essere soli, persi nel nulla, ad accoglierci ovunque i soliti cani, chi abbaia, chi ci segue scodinzolando, chi aspetta cibo in regalo. Le strade che percorriamo sono sterrate, qui è la normalità; di tanto in tanto passa una moto, un pick-up carico di merce o un minivan utilizzato come autobus locale ( chiamato “collettivo”) immancabilmente stracarico di bagagli sul tetto e di persone stipate all’interno.

29 maggio – Cachicadan
Oggi ci siamo goduti il silenzio quasi assoluto, incrociando solo raramente qualcuno. Percorriamo qualche chilometro su una strada nazionale che scenderebbe fino all’oceano, ma noi restiamo tra le montagne. Poco fuori Huamachuco, deviamo a sinistra cominciando a pedalare su sterrato. Nell’arco della giornata, attraversiamo 4-5 guadi, uno dei quali un po’ problematico e superiamo a spinta alcune rampe, non tanto per la pendenza quanto per l’altitudine sempre più elevata. Il colle di oggi si trova a 3.575 metri, da lì scendiamo fino ad un paesino di quattro case, dove troviamo un hospedaje proprio poco prima che inizi a diluviare.
La nota stonata del giorno è stato vedere l’immensa miniera (naturalmente non di proprietà peruviana, ma straniera) a poche centinaia di metri in linea d’aria.


Per il resto, le gambe e le ginocchia sono in forma anche se non so fino a quando, il fiato sembra esserci, ma i “seimila” sono ancora lontani.

Per chi non lo conoscesse Gustavo Santaolalla è un compositore argentino vincitore di due premi Oscar. Oggi aggiungo Quiebre, fuego y revelación. Musica ideale in queste montagne, ma sicuramente avrò occasione per proporre altri brani.

Manuela: Mentre mangiamo, seduti sui gradini della scuola, alcune mamme aspettano i bambini più piccoli: filano la lana, lavorano a maglia, chiacchierano tra loro e ci osservano con curiosità. Appena finisce la scuola ci ritroviamo circondati da un gruppo di zagazzini e ragazzine che ci fanno mille domande. Una bambina, in particolare, si avvicina e mi chiede: «Conosci l’inglese? Per favore, dimmi alcune parole… vorrei tanto impararlo.» Il divertimento di alcuni bambini invece è quello di provare a sollevare la bicicletta, solo un paio ci riescono con grande soddisfazione. L’altra domanda di rilievo è se sia più forte Messi, Ronaldo o Mbappé. Chissà cosa racconteranno a casa dei due ciclisti che arrivano da un lontano paese che ha la forma di ” una bota que patea un balón de fútbol”.

30 maggio – Angasmarca
Era troppo bello per essere vero, i dislivelli affrontati dal livello del mare a qui hanno avuto delle conseguenze sul mio chassis. Alle 4 di mattina mi sveglio per i forti dolori alle ginocchia, sono di pessimo umore, mi dico che questa volta è definitivo, il mio sogno per l’Huascaran e la Perù Great Divide finisce qui a Cachicadán, Distrito de Cachicadán, Provincia de Santiago de Chuco, Departamento de La Libertad, Perú.


Mi sforzo a pedalare per circa 30 chilometri in salita per arrivare a Angasmarca dove chiediamo ad un pick-up se ci carica le biciclette fino al villaggio successivo di Mollebamba. Riesco ad evitare così circa 20 chilometri di tornanti con salite ripide e di dormire in tenda sulla strada, ma in un hospedaje molto di base. L’unica idea alla quale riesco a pensare è quella di riscendere verso la costa per raggiungere la città di Lima, almeno in pianura riesco ancora a pedalare e voglio tentare di mantenere la promessa fatta ad una Princess.

In questa brutta giornata aggiungo Ain’t Gonna Drown di Elle King

Manuela: Ogni tanto ci sono giornate come queste, nere come il carbone. Viaggi del genere mettono alla prova non solo il corpo, ma anche la mente. Nei momenti in cui tutto sembra negativo, cerchiamo di sostenerci a vicenda, ma non è sempre facile. Mi chiedo come Francesco abbia fatto a pedalare oggi, sarà stata la forza della disperazione. Nella nostra camera con i muri di argilla e paglia speriamo di ritrovare un po’ di positività.
Cara signora Lucilla, non ci siamo mangiati tutte le tue deliziose arance, alcune le abbiamo regalate ad una famiglia che vive nelle montagne e che le ha accettate con un enorme sorriso; il bambino sulla porta aveva uno sguardo così disarmante che ci è sembrato il modo più giusto per onorare la tua generosità.

31 maggio – Pallasca
Dicono che la notte porti consiglio. Mi sveglio alle 4 e mi riaddormento, la bestia nera non si fa sentire, decido di riprovarci e abbandonare l’idea di andare verso Lima.

Perché ho aggiunto l’immagine precedente? I ricordi scolastici dicono che se gli angoli di un quadrato sono a 90° la diagonale crea due angoli a 45°. La strada che percorreremo oggi è stata costruita su pendenze che spesso vanno oltre la diagonale del suddetto quadrato.

Uscita da Mollebamba

Alle 7:30 l’aria è freddina, iniziamo la giornata spingendo le biciclette sulla prima rampa e poi giù verso il fondovalle su una strada sterrata in pessime condizioni, non ho contato i tornanti, ma i dieci chilometri in discesa per arrivare al fiume in fondo alla valle sono stati apprezzati. La pendenza della strada è accettabile, quella della montagna su cui passa, impossibile.
Una breve pausa per mangiare due biscotti a bordo fiume e poi si ricomincia a salire sull’altro lato della valle: 20 km, circa 1.000 m di dislivello e… 57 tornanti (il famoso Passo dello Stelvio in Italia ne ha 48,con asfalto perfetto, il dislivello è superiore, ma di solito lo si affronta con bici di 10 kg, non di oltre 40).

Questa salita è quasi tutta asfaltata, ma le numerose frane hanno danneggiato la carreggiata e in alcuni tratti il percorso è ancora coperto da detriti e grosse rocce. Qualche tratto è al 14% di pendenza, ma arriviamo vivi, vegeti e molto soddisfatti a Pallasca a circa 3.200 m s.l.m. A detta della coppia inglese Debs and Tom (https://www.debsandtom.com/) questa è stata una delle tappe più dure del loro passaggio in Perù. Vedremo se sarà così anche per noi.
Sugli ultimi tornanti incrociamo due ciclisti a bordo strada. «Ma voi siete la coppia di italiani di cui abbiamo sentito parlare!» Alla nostra domanda rispondono che vengono dalla Germania, «Ma voi siete gli amici di Nando e Leandra » Che piccolo il mondo! E siamo tutti diretti nello stesso posto.


Domani ci meritiamo una giornata di riposo con la sola verifica tecnica delle bici. Le ultime due notti tranquille mi hanno fatto cambiare idea, non voglio abbandonare il mio sogno e la destinazione della prossima settimana sarà Caraz e non la costa del Pacifico. Per auto-motivarmi voglio riportare la frase di una guida alpina bresciana che conosciamo, Roberto Parolari (https://www.guidaalpinarobi.it/). Roberto commentò il nostro ultimo articolo con queste parole: “…leggendo alcuni tratti del vostro scritto, mi è sembrato di rivivere certe situazioni in montagna dove ti dicevi che, se tornato a casa, saresti solo andato al mare… tenevi duro perché non avevi alternativa e sapevi che a breve sarebbe terminato. Credo che il vostro non mollare derivi dal passato alpinistico, veramente un plauso grandissimo alla vostra tenacia…“.

Mortacci tua Roberto, dopo queste parole come faccio a “scendere al mare” Come dicevano durante il risorgimento italiano: “Avanti Savoia”, la Cordillera Blanca si avvicina.

Le montagne sono altissime, le valli o meglio i canyon profondissimi. Oggi la musica è Alturas interpretata da Inti Illimani

Manuela: Sarà la bellezza dei paesaggi o il desiderio di non abbandonare il sogno di percorrere insieme le alte strade accanto ai ghiacciai e alle montgane tra le più belle del mondo, ma qualche cosa ha fatto rinascere Francesco dalle ceneri. A 56 e 64 anni, con qualche problema di salute, le nostre giornate non sono sempre facili né rilassanti. Incrociamo cicloviaggiatori da tutto il mondo, perlopiù giovani intorno ai trent’anni, arrivare anche loro stremati dopo certe tappe. Non neghiamo di provare un pizzico d’orgoglio quando ci fanno i complimenti. «Ma andate più veloci di noi!» oppure «Non pensavamo di rivedervi!» Bravo Franz, non mollare! So che ce la puoi fare, le alte vette innevate ti stanno aspettando.

1 giugno – Pallasca
Il problema del giorno è la tensione della catena, non sappiamo per che motivo si sia allentata, ci armiamo di pazienza per tentare di sistemarla. Un grazie particolare a Gabriele del negozio Les Vélos Roy-O di Québec (https://velosroyo.com/), che ci avevano preparato le bici per il viaggio. Nonostante fosse domenica, ci ha assistito con una chat per trovare una soluzione tecnica in mezzo al nulla e senza attrezzatura di punta.

Ieri abbiamo saputo che per vent’anni il sacerdote di questo paesino a 3.000 m era italiano, originario della provincia di Milano, la parrocchia ospita anche una delle missioni dell’Operazione Mato Grosso, organismo in cui Manuela fece volontariato in gioventù. Visitiamo la chiesa, che è in corso di restauro, osserviamo che è riccamente addobbata e, parlando con le persone del villaggio, scopriamo che una ventina di anni fa ci fu un attentato da parte del gruppo terroristico di ispirazione maoista Sendero Luminoso, i segni della sparatoria sono ancora visibili sulla facciata.


Un pochino di musica me la sono ascoltata anche oggi e On the turning away dei Pink Floyd è il brano che scelgo.

Manuela: In questo paesino abbarbicato su un pendio montano, con vista sul fiume Tablachaca, tutto scorre lento. Uomini portano a pascolare cavalli, vacche, asini e maiali, mentre le donne lavorano nei campi con i bambini avvolti nell’aguayo (telo colorato), filano la lana e raccolgono erbe varie che usano per cucinare. Che sorpresa ritrovare proprio qui l’Operazione Mato Grosso (OMG), il movimento di volontariato con cui trascorsi tante serate e estati, lavorando  insieme alla mia cara amica di liceo Luisa. Sapevo che in Perù sono presenti molte missioni, infatti Padre Ugo De Censi, fondatore del movimento visse qui per molti anni, dedicando la sua vita all’aiuto delle comunità andine.

2 giugno – Chuquicara
Ricordando il passato ed i quaranta anni di viaggi, la valle percorsa oggi potremmo classificarla tra i dieci posti più belli mai visti in vita nostra. Le fotografie penso che potranno dire di più ciò che abbiamo vissuto oggi.


Il micro villaggio di Chuquicara non è altro che un gruppo di case diroccate, un albergo, un distributore di benzina e qualche ristorante costruiti al crocevia di tre strade, la nostra via di discesa di ieri, la strada che sale dal Pacifico e la strada per Huaraz, una città di oltre 100.000 abitanti e tra le più popolate del paese.

Oggi è la festa della Repubblica Italiana, aggiungo Io non mi sento Italiano di Giorgio Gaber. Chi non la conoscesse è invitato ad ascoltarla e gli Italiani che leggono dovrebbero anche riflettere sul testo della canzone.

Manuela: Non ho davvero parole per descrivere la strada che da Pallasca scende verso Chuquicara, solo: huaooo! È una di quelle strade che ti tolgono il fiato, non solo per la bellezza, ma per la vertigine. Ci si sente come una formica solitaria sulla luna, almeno così è come me la immagino io.

3 giugno – Huallanca
Non c’è molto da dire nemmeno sulla tappa di oggi, poiché le fotografie descriveranno meglio delle parole i posti che abbiamo attraversato.
Durante la nostra pausa caffè, vediamo un polverone sulla costa ripidissima della montagna. Sono tre camion che stanno scendendo a valle e provenienti dalla miniera di rame vicina. Sono partiti alle 4 di mattina da Chimbote, 150 km più a valle, sono saliti alla miniera ed ora ridiscendono al mare. Una vita di m*** e per cosa? Ci hanno detto che il lavoro in miniera è il più pagato (700 USD al mese), ma si lavora sei giorni alla settimana, senza limiti di ore, le condizioni non sono certamente quelle dei paesi in cui risiedono le compagni proprietarie (generalmente USA, Canada e Cina). Io mi domando, se il prezzo dell’oro o del rame è uguale in tutto il mondo, perché il minatore peruviano muore di cancro ai polmoni e quello canadese guadagna molto potendosi pagare il mutuo della casa in pochi anni?


Dopo mezzogiorno, la temperatura sale a 35° C, qualcuno ha un calo di pressione, però il piccolo paesino di Yuracmarca è vicino. Ci hanno detto che, appena entrati in paese, ci aspettano un gelato ed un comodo hostal; purtroppo, arrivati davanti al fabbricato tutto è chiuso e ci tocca continuare fino al paese successivo. Alle 16:30 arriviamo a Huallanca: spesa, doccia, cena, nanna.

Manuela: Oggi doppio “huaooo” per il paesaggio! Montagne scoscese, valli profonde attraversate dal fiume. Si scorgono miniere rudimentali di carbone fossile e immagino le persone che ci lavorano in condizioni davvero dure. Ci dicono che molte sono abusive e che chi ci lavora vive lì dentro, spesso con i propri figli. Pensando a tutto questo, è difficile lamentarsi della fatica che facciamo pedalando.

4-5 giugno – Caraz
Appena usciti dal gruppo di case, la strada sale su un pendio impossibile con dei tornanti, poi si entra nel cuore del Cañón del Pato. Fortunatamente possiamo sempre pedalare lato montagna, il vuoto è impressionante, dovremo superare anche circa 35 tunnel scavati nella roccia e più o meno lunghi. Quando la valle si allarga, troviamo una piccola tiendita dove ci fermiamo per bere una bibita fresca. Appoggiamo la bicicletta al muro, alziamo la testa ed abbiamo una visione: davanti a noi, a qualche chilometro si vede la piramide dell’Alpamayo una delle cime più famose del mondo. Siamo oramai arrivati nella Cordillera Blanca.


Nella città di Caraz dormiamo in tenda nel giardino di un ospite Warmshowers, ma questa volta il posto non è tra i più “ospitali`”. Il giardino in cui piantiamo la tenda è carino, ma come doccia c’è un tubo senza soffione e una pila di mattoni per coprirsi, senza parlare del WC che è nascosto da un telo di plastica bucato e svolazzante.


Molto piacevole invece, la compagnia di un gruppo di ciclisti colombiani anche loro ospiti in tenda con cui ci passeremo una piacevole mattinata. Edwin, Didier e Diana con il cane Thor, John e Paola con Alegrìa, la loro bambina di cinque anni, partiti dal loro paese e diretti a Ushuaia. Facciamo colazione assieme, parliamo dei nostri rispettivi paesi, del Grande Fratello al Nord e tante altre cose inutili, senza problemi di razza, religione, classe sociale o pensiero politico. La sera ci ritroviamo in una pizzeria con i due ciclisti tedeschi Martin e Paulina che avevamo conosciuto a Pallasca. Ci spostiamo in un albergo in centro per rilassarci meglio in vista della prossima settimana che sarà una delle più dure di tutto il viaggio: il tour del Huascaran.


Manuela: Oggi triplo “huaooo” per il paesaggio! Le pareti rocciose a strapiombo,il Río Santa che scorre impetuoso sul fondo e la strada scavata nella montagna tolgono letteralmente il fiato. A tratti si ha una sensazione di oppressione, come se le pareti rocciose potessero stritolarti da un momento all’altro. La luce si infiltra tra le cime del canyon creando suggestivi giochi di luce. Percorriamo i tunnel a razzo sperando di non incrociare nessuno nel senso opposto. Ci avevano detto che questa strada è allo stesso tempo spettacolare e impegnativa, non a caso è considerata una delle più pericolose del paese per via della carreggiata stretta, delle curve a picco e continue cadute di massi. Era stata progettata alla fine dell’Ottocento come linea ferroviaria per collegare la costa alle miniere andine, ma il progetto fu abbandonato principalmente per problemi politici e di corruzione. Oggi il traffico è scarso, composto per lo più da camion e dai soliti minibus che collegano i paesini della valle, ma non sempre arrivano a destinazione, le croci lungo la strada ci ricordano la pericolosità del posto.

6 giugno – Yungay
Solo 15 km per raggiungere la nostra destinazione, una piccola città ai piedi della Cordillera Blanca. Per fare il giro di circa una settimana nel Parco del Huascarán, abbiamo pensato di lasciare una parte dei bagagli in un albergo per poter alleggerire le biciclette, da oltre 4o kg scenderemo a 30. Per recuperarla dovremo fare una quarantina di km in più, ma data la quota a cui dovremo pedalare, riteniamo che questa sarà una saggia decisione.


Manuela: Dalla piazza del paese, alzando lo sguardo al cielo, si vedono le cime innevate svettare imponenti: Huandoy, Alpamayo, Huascarán e altre montagne famose nel mondo alpinistico, tutte attorno ai 6.000 m di quota con ghiacciai grandiosi. Sognavamo di essere in questo posto da anni. Riusciranno i nostri eroi a vederle da vicino passandoci sotto in bicicletta, superando passi a circa 4.700 m di quota? Promesso, ce la metteremo tutta.

PERÙ – Cominciamo con le sorprese

La nostra entrata in Perù non è stata molto piacevole grazie all’incompetenza (o menefreghismo?) di un funzionario del consolato di Cuenca.

9 maggio – Tumbes (Perú)
Come apriamo la porta della nostra camera ci accoglie un “sberla” di aria calda e umida; sarà il leitmotiv fino a quando rimarremo sulla costa dell’oceano Pacifico. Il percorso sarà in piano fino a destinazione, dopo circa 40 km un ponte con due bandiere segna il confine tra Ecuador e Perù, oggi si cambia stato! All’ufficio di immigrazione della frontiera iniziamo con la prima sorpresa ed il primo fuc*** della giornata.
A Cuenca il funzionario (pensiamo fosse il console in persona), ci aveva detto che avremmo potuto avere un visto turistico di sei mesi invece di quello standard di tre mesi solo nell’ufficio di frontiera. Invece, pur dimostrandosi gentile e comprensivo, alla dogana il responsabile ci ha detto che solo i consolati, come quello in Cuenca, potevano fornirci l’estensione. Ripartiamo con un timbro sul passaporto che indica 90 giorni. L’unica soluzione sarà quella di uscire dal Perù fra tre mesi come italiani e rientrare subito come canadesi. Nulla di illegale, ci ha assicurato il funzionario, ma per noi saranno giorni e soldi buttati al vento e solo a causa di un console che…

E fin qui ci siamo arrivati

Per il resto nulla da segnalare, solo il molto caldo e la città di Tumbes che non è tra i migliori luoghi da visitare in Perù, domani cominceremo la discesa di circa 650 km verso Sud fino a Ciudad de Dios, da dove vorremmo salire nuovamente in quota per affrontare…

Sono andato a rivedere il testo di una canzone ascoltata oggi, mentre arrivavo alla frontiera tra Perù ed Ecuador: Mothers Of The Disappeared degli U2. La canzone è stata dedicata ai desaparecidos dell’America Latina, Argentini, Cileni e Salvadoregni che sparirono durante i regimi dittatoriali di un passato molto recente; regimi appoggiati spesso da chi si professa “portatore di democrazia”. Che il nuovo Papa rifletta su cosa hanno fatto i suoi compatrioti.

Manuela: PERÙ, finalmente ti ritrovo! Pedaliamo tra piantagioni di banane, ogni casco è protetto da grandi sacchetti di plastica con la scritta “banane biologiche”. Sotto tettoie di metallo si vedono vasche in cemento dove le banane vengono lavate, disinfettate, divise e inscatolate. Alcuni operai le stanno caricando su camioncini che le porteranno in capannoni refrigerati da cui grandi camion le trasporteranno verso l’aeroporto o il porto più vicino, dirette a destinazioni lontane. “Biologico” non sempre significa anche “ecologico”: l’impatto ambientale resta alto, tra plastica, trattamenti e trasporti.

10 maggio – Cancas de Punta Sal
Siamo vicino alla costa, ma l’oceano si intravede solo a tratti e il paesaggio è privo di fascino, monotono. Il nostro sguardo cade su mucchi di rifiuti abbandonati lungo la strada, che rendono l’ambiente ancora più desolante.


La barzelletta della giornata è l’hostal, sembra perfetto, con vista sulla spiaggia. All’arrivo, la signora a malapena ci degna di uno sguardo, troppo occupata con il cellulare e a seguire la discussione di alcune persone sulla strada. Controlliamo le camere, sono corrette, tranne il bagno, che è sporchissimo (la colpa è della muchacha, naturalmente); chiediamo che venga pulito, cosa che sarà sbrigata in tre minuti scarsi.
“Ah, c’è un problema con il serbatoio, l’acqua è chiusa. Quando vi serve, dovete aprire la valvola nel corridoio.”
E ancora: “Ah, Internet non funziona, ma domani dovrebbero venire a sistemarlo.”
L’unica cosa che non ha problemi è la tariffa, quella non è cambiata.


Il clou della serata arriva alle 20:30 circa, siamo già partiti verso nuove galassie e veniamo svegliati dalla prima scossa sismica. Se ne susseguono altre, ma la mattina ci svegliamo interi, niente crolli, niente tsunami.
Avremo solamente la sorpresa che l’acqua in bagno sarà definitivamente sparita, anche la famiglia che dorme nella camera vicina è incavolata nera. Sinceramente che la signora si ***, il bagno lo utilizziamo ugualmente prima di partire, a lei o alla muchacha l’opera di pulizia.

Aggiungo alla mia lista il vecchissimo (XVI secolo) brano Greensleeves nella magnifica interpretazione di Loreena mcKennitt.

Manuela: Come descrivere questa zona: povera, trascurata, molto sporca, strade disastrate, l’aria è impregnata di odore di pesce marcio e immondizia in decomposizione o in fiamme. Le spiagge sono piene di detriti e sporcizia, i posti dove dormire in sicurezza sono rari e discutibili. Manca altro? Ci consoliamo dell’hospedaje indecente (l’unico nella zona quindi o così o niente) con un ottimo piatto di pesce fritto mangiato vicino al molo.
Che boato e che salto nel letto! “Francesco, svegliati, presto è il terremoto …ma no, sarà un camion…”. Tutti fuori in strada, poi si rientra e poi di nuovo fuori, alla fine restiamo nel letto. La mattina scopriamo che l’epicentro è stato a circa 10 km da qui, che la prima scossa era di 5,2 e che in tutto ce ne sono state 7…nessun danno riportato.

11 maggio – El Alto
Perché un piccolo villaggio dovrebbe chiamarsi El Alto?
Forse perché per raggiungerlo bisogna superare una salita di 4 km al 4-7%. Non sarebbe nulla di particolare se non ci fosse una temperatura di 40 °C.


Notizia del giorno: abbiamo superato i 4.000 km di viaggio, tra circa 5.000 km saremo a destinazione.

Oggi è la festa della mamma: Beniamino Gigli, nel 1939, cantava Mamma.

Manuela: Stiamo attraversando una zona desertica e ci rimarremo per qualche giorno. Eravamo stanchi di montagne e di prendere pioggia? Eccoci serviti! Temperature infuocate, tante zanzare, strada dritta e noiosa, vento forte, costante e sempre contrario (come già ci avevano avvertito altri ciclisti). A destra, verso l’oceano, si estendono enormi bacini di evaporazione per la raccolta del sale, mentre a sinistra si vedono perforazioni di gas naturale e pozzi petroliferi. La cosa positiva è che c’è poco traffico anche se siamo sulla Panamericana.
Per la Festa della Mamma (ricorrenza molto sentita in Perù), pranziamo nell’unico ristorante del villaggio che offre un solo piatto del giorno: un eccellente capretto con riso bollito, frejoles e insalata di cipolle. Anche l’unico alberghetto è decoroso, e il proprietario, molto gentile, oltre alla chiave della camera ci consegna uno zampirone contro le zanzare.

12 maggio – Enace I
Le ultime parole famose: “Mettiamo la sveglia alle 5:30 per partire con una temperatura più accettabile e forse meno vento”. La sveglia suona la prima volta e poi ancora e ancora, alla fine saremo sulla strada alle 7:20… Tanto la tappa è corta.
Fare 16 km di deviazione per raggiungere una piccola città o fermarsi in un piccolo insediamento urbano con un solo alberghetto da 4 camere? Ovviamente non deviamo nemmeno di 100 metri! Arriviamo presto, ma in questo gruppo di case non c’è proprio nulla, recuperiamo per cenare un gelato e due scatolette di tonno al distributore.
Alle 22:30 ci svegliano gli occupanti di una stanza che, maleducatamente alzano la musica al massimo senza curarsi di nessuno… fortunatamente il proprietario del posto interviene subito.

Riflessione del giorno. Ascoltavo Disperato erotico stomp di Lucio Dalla, (divertente canzone di tanti anni fa che aggiungerò come musica del giorno). Il cantautore, ad un certo punto dice: “…Ma l’impresa eccezionale è essere normale…”. Mi ha fatto ricordare un passaggio di un vecchio libro di Reinhold Messner, Settimo grado, in cui l’alpinista diceva che ci vuole più coraggio a fare una vita considerata normale, che scalare montagne anche ad alto livello. Come non posso essere d’accordo con i due personaggi? Quali sono le nostre preoccupazioni? Programmare il percorso, pedalare, cercare un posto per mangiare e dormire. Sicuramente ci sarà qualcuno che non concorda con noi, ma vi assicuro che per noi è proprio così.

Deserto

Manuela: La strada si inoltra nell’entroterra, ma la monotonia del paesaggio non cambia, solo rocce, sabbia, mucchi di rifiuti,  sterpaglie, i caballitos che pompano lentamente il petrolio, chilometri di condotte, pale eoliche e ovviamente tanto vento forte contrario che ci sfianca anche su un tratto perfettamente pianeggiante.
Adoro la musica, è un bel sottofondo nella vita… ma qui in Sud America sembra che il volume basso non sia mai stato inventato. Nelle auto, sugli autobus, al telefono, nei ristoranti, nei negozi, ovunque si vada ed a qualsiasi ora del giorno, la musica è sparata a palla. Quanto è bello il silenzio!

13-14 maggio – Piura
Ci hanno sconsigliato di fermarci a Sullana, città di oltre 150.000 abitanti dalla pessima reputazione, oggi sono quindi previsti 110 km, ancora con il vento perfettamente contro. Alle 5:00 siamo già in piedi, pronti a partire con la prima luce, ma il vento si è svegliato prima di noi e ci facciamo i primi 30 km, in piano, a soli 9-10 km/h di media. Il paesaggio rimane desolante, con cumuli di rifiuti ai bordi della strada e il loro fetore che ci riempie le narici.
Arriviamo vivi nella città di Piura, con gli ultimi 10 chilometri abbastanza terrificanti nella circolazione cittadina; per attraversare incroci e rotonde ricorriamo al nostro collaudato metodo “Saigon”, appreso nella metropoli vietnamita: buttati nel traffico sperando che gli altri ti evitino, senza regole, devi solo pregare il tuo Dio o credere nel Karma.
Nella meritata giornata di riposo, come sempre, la mia gentil consorte vuole visitare la città: “Non vorrai stare in albergo tutto il giorno?” Il risultato sarà una salutare camminata di 6 km verso la solita piazza principale con chiesa annessa, qualche commissione, un salto in lavanderia per non puzzare troppo, e poi via a prepararci per i prossimi 300 km di deserto e vento contrario.

Manuela: Sapendo che Piura è una della città più antiche del paese, fondata nel 1532, e che è stata un importante centro commerciale e agricolo, mi aspettavo una città interessante da visitare. Forse i nostri cervelli sono troppo stanchi e abbiamo bisogno di non fare niente, ma non abbiamo visto nulla che ci abbia particolarmente colpito,una chiesa, qualche vecchia casa coloniale, ma in decadimento.
Vediamola positivamente, abbiamo mangiato tanto e dormito altrettanto, due perfette attività per un cicloviaggiatore stanco.

15-16 – Lambayeque
Non volevamo perdere la colazione che prevedeva brioscine con burro e marmellata e il sacchetto omaggio che la proprietaria dell’hotel ci aveva proposto con sei uova sode per il viaggio e altre quattro brioches. Come fare a rifiutare una simile offerta? Partenza quindi ritardata alle 9, nonostante i tanti chilometri previsti.
Superato il caos dell’uscita dalla città, torniamo sulla Panamericana. Il vento si alza, il sole pure. Inizia la nostra terza giornata nel deserto di Sechura: terzo giorno di vento in faccia, terzo giorno… puzzolente e di noia mortale.


Comprendendo la breve partenza di novembre da Los Angeles a Ensenada, MEX, oggi siamo al centesimo giorno di viaggio. Commenti e giudizi su questi tre mesi? Se ci fosse stata un po’ meno pioggia, forse avremmo apprezzato di più alcuni tratti, per il resto, ne riparleremo quando usciremo dal Perù.

Incontri sulla Panamericana

Il paesaggio non cambia, sempre squallido, immondizia ovunque e idioti al volante che strombazzano senza sosta. Verso le 4 del pomeriggio, dopo quasi 100km, entriamo in un ristorante all’incrocio con la PE-4, dove avevamo previsto di chiedere se potevamo accamparci.
Manuela si rimpinza di riso, fagioli e una misera ala di tacchino durissima, io mi accontento di tre delle uova sode regalateci a Piura.
Anche al calar del sole fa ancora caldo, montiamo la tenda dietro il ristorante, ci prepariamo un caffè e alle 19:30 ci buttiamo sui materassini completamente vestiti, siamo stanchi, sudati, appiccicosi e puzzolenti. Le salviette per neonati aiutano… ma non fanno miracoli.
Il mattino seguente il programma è il medesimo per tutti i cento prossimi chilometri: vento contro, autisti maleducati e chiappe in fiamme a causa di un’irritazione là dove non batte il sole, ma batte la sella.
Arriviamo a Lambayeque, nella diocesi del nuovo Papa Lion fourteenth quando predicava in Perù e ci ritiriamo in camera per un meritato riposo dopo queste due giornate odiose.

Musica del giorno? Niente! In questo schifo di posto non ho voglia nemmeno di ascoltare musica.

Manuela: Il deserto di Sechura, il più esteso del Perù, alterna zone di pianura, a dune di sabbia. Vicino ai letti dei fiumi, in questa stagione in secca, vediamo rare tracce di coltivazioni agricole. Ma perchè utilizzare il bordo della strada come un’ immensa discarica?
Nel tardo pomeriggio iniziamo a scrutare le dune, chiedendoci dietro quale potremmo nasconderci per dormire. In Patagonia avevamo piantato la tenda in un pollaio; stavolta, niente dune: alla fine siamo finiti tra un pollaio e un porcile. Chi puzza di più, noi o loro?
Due giornate veramente difficili, ad ogni chilometro mi chiedo “Ma che ci faccio qui?”.
Francesco ha problemi a rimanere in sella, e impreca di continuo. La motivazione è ai minimi termini, tanto che ogni tanto sbotta con frasi tipo: “Butto la bici nel fosso e prendo l’aereo per tornare a casa”. Il vento ci soffia in faccia la sabbia e la strada è una lunga linea retta, c’è poco traffico, quasi solo camion carichi e autobus di linea… A volte si vedono persone sedute dietro i pianali dei camion, li invidio (anche se penso che siano illegali venezuelani). Ogni 10 km ci imponiamo una sosta per bere, intorno, dune di sabbia a sinistra e a destra, i 3-4 posti di ristoro lungo la strada sono come oasi, dove ci scoliamo rapidamente una bottiglia di soda fresca.
Caro camionista, ma perché ogni volta che mi superi in mezzo al nulla devi suonare come un forsennato? Siamo solo io e te, nel deserto, la strada è larga, non c’è anima viva. Che bisogno c’è di farmi saltare ogni volta? Mi rompi i timpani, mi fai venire un mezzo infarto e, onestamente, ho già le palle abbastanza rotte a pedalare in questo posto assurdo. Vuoi salutarmi? Vuoi avvisarmi che arrivi? Ti ringrazio, davvero… ma posso anche farne a meno.

17 maggio – Lambayeque
Il mio culetto chiede pietà e quindi, con la scusa della cultura, ci prendiamo un altro giorno di riposo andando a visitare il Museo delle tombe del Signore di Sipan. Il fabbricato richiama la forma della piramide in cui sono state trovate 16 tombe tra le quali quella del Señor. Un pensiero va a quelle signore convinte di sistemarsi per sempre accanto al ricco consorte, spinte da puri interessi economici. Che beffa sarebbe scoprire che anche oggi, la concubina, viene seppellita con il vecchio che muore prima di lei. Altro che eredità, tutto e tutti finiscono sottoterra!
I reperti sono molto ben restaurati grazie anche all’aiuto di aziende private europee.


Manuela: Questo museo è concepito in modo eccellente, a ogni piano sono esposti i reperti ritrovati nello stesso livello della sepoltura originaria. Splendidi vasi in terracotta e oggetti decorativi in oro, argento, rame e pietre semipreziose testimoniano l’alto rango del defunto. La tomba, scoperta nel 1987 a pochi chilometri da qui, è una straordinaria testimonianza della civiltà Moche del III-IV secolo d.C. Sono state ritrovate 16 tombe, poiché alla morte del Signore si usava sacrificare mogli, concubine, figli, guerrieri e animali per accompagnarlo nell’aldilà… chissà se lo hanno seguito con devozione o se l’hanno maledetto fino all’ultimo respiro?


18 maggio – Zaña
Oggi solo una sessantina di chilometri inclusa una sosta alle tombe del Señor de Sipan, quelle in cui sono stati ritrovati i reperti che abbiamo ammirato ieri nel museo di Lambayeque.
Cominciamo la giornata con una nuova sorpresa: il mio GPS non prende più il segnale dal satellite. Garmin colpisce ancora, la qualità dei suoi dispositivi per un uso intenso come il nostro a volte lascia a desiderare. Riesco a farlo ripartire, ma è la seconda volta in questo viaggio che devo rimetterlo a zero. Mai più un prodotto Garmin.
Attraversiamo la cittadina di Chiclayo e con una bella pedalata tranquilla tra coltivazioni di canna da zucchero arriviamo al sito archeologico. Sorpresa: oggi è giornata gratuita per i musei e la polizia che sorveglia l’area, ci fa parcheggiare le biciclette davanti al loro ufficio: “Lasciate tutto qui, ci pensiamo noi.”


Alla fine, questa deviazione sarà un bell’intermezzo nel nostro lungo viaggio nel deserto verso Sud.

Oggi, Roma c’erano due finali del torneo di tennis: la maschile in cui Sinner ha perso contro Alcaraz e quella del doppio femminile vinta da Errani e Paolini, ieri la stessa Paolini aveva vinto la finale femminile. Direi che possiamo accontentarci, a loro dedico Viva l’Italia di Francesco De Gregori.

Manuela: pedaliamo su una strada secondaria non asfaltata tra canne da zucchero, finalmente il silenzio. È affascinante camminare tra gli scavi delle tombe di Huaca Rajada dove si vedono bene i tumuli funerari scavati nella terra ed i corsi disposti secondo le tradizioni del popolo Moche.
Anche la piccola città rurale di Zaña è una bella sorpresa, con il suo passato coloniale importante. Un tempo ricca e prospera grazie alla produzione di zucchero, fu quasi completamente distrutta da un’alluvione nel XVII secolo. Domani mattina convincerò Francesco a visitare le rovine delle chiese, purtroppo il Museo sulla storia degli schiavi africani portati qui dagli spagnoli è chiuso in questi giorni.

19 maggio – Ciudad de Dios
Partenza con cielo coperto per quella che dovrebbe essere la nostra ultima giornata nel piattume del deserto. Anche oggi siamo accompagnati dall’immondizia onnipresente ai lati delle strade, dentro e fuori i villaggi con relativa puzza ignobile, vicino ai centri abitati non è raro vedere gente che cerca qualcosa tra i mucchi dei rifiuti, cani scheletrici che cercano qualcosa da mangiare in compagnia degli urubù, grandi uccelli saprofagi di colore nero.
Questa mattina nel villaggio di Zaña abbiamo incrociato il camion della spazzatura che trasmetteva un messaggio governativo sull’illegalità del buttare la spazzatura ovunque, ma come pensano di convincere la gente a non farlo? È evidente una profonda mancanza di consapevolezza riguardo all’igiene e alla tutela ecologica. In tanti villaggi e piccole città mancano scuole, acqua potabile, elettricità, fognature e trattamento dei rifiuti, ma vediamo costruire grandi strade a doppia carreggiata in zone quasi disabitate e dove non passa quasi nessuno, saranno scelte politiche.

Durante una sosta caffè, nel locale è passata una canzone di Julio Iglesias, un cantante che mio suocero adorava (e che noi trovavamo molto kitsch, scusa Walter). Pensando a lui oggi non aggiungo la canzone che abbiamo sentito, ma qualcosa a me più vicino… Manuela


Manuela: Fa un certo effetto arrivare in un albergo e, alla domanda “Avete una camera matrimoniale libera?”, sentirsi rispondere: “Per quante ore?”. È l’unico albergo della zona, ha un bel garage per le bici e l’ingresso profuma di pulito, quindi qui non facciamo i difficili: “Per tutta la notte!”

20 maggio – Chilete
Alle 4:30, qualcuno lascia l’albergo facendo rumore, mi sveglio e penso che non ho voglia di rimettermi in strada e pensando alle salite in quota nelle montagne mi chiedo: come pedalerò, sarò più in forma dopo questi giorni al caldo?
Ore 6:00 suona la sveglia, come ogni mattina concedo a Manuela ancora 5 minuti, ma io salto subito giù dal letto. Fatichiamo a fare colazione, fatichiamo a partire, che poca voglia!
Ritorniamo all’incrocio con la PE-8, abbandonando la Panamericana e cominciamo a dirigerci verso le montagne. Il traffico è scarsissimo e principalmente costituito da camion, la razza di guidatore peruviano “meno peggio” (concedetemi la licenza poetica).


Più avanziamo verso le montagne altissime, più il nostro morale migliora; forse solo chi, come noi, è stato per anni ‘malato di montagna’ può capire l’effetto che ha l’avvicinarsi a una valle e a montagne così imponenti su degli alpinisti (anche se ormai dobbiamo dire ex-alpinisti).
In ogni caso, poco prima di mezzogiorno abbiamo percorso oltre la metà dei 90 km di una tappa che non pensavamo di completare per intero, ci mancano ancora 6-800 metri di dislivello; che siano troppi per farli in una volta sola dopo tutta questa pianura? La sosta per una Coca Cola in un ristorante diventa sosta pranzo con un piatto di ottimi gamberetti e Manuela (dicendo che suo papà sarebbe orgoglioso di lei) si sbafa anche un piatto di cipolle crude come insalata.
Ripartiamo dicendoci che, se non dovessimo farcela, ci fermeremo per strada da qualche parte con la nostra tenda. Invece verso le 15 arriviamo alle porte del paesino di Chilete, il venticello da dietro e la stupenda valle ci hanno rimessi in forma, ci guardiamo e concordiamo che oggi non abbiamo nemmeno fatto molta fatica dopo 91 km e 1.150 metri di dislivello positivo.

Oggi, mentre salivo nella valle, ho ascoltato Pink Floy – Live at Pompei, il brano The great gig in the sky si addiceva molto all’ambiente in cui pedalavamo.

Manuela: ho sempre avuto la sindrome di Heidi, quando vedo una montagna, una parete di roccia, capre e pecore nei pascoli, o la neve sulle vette lontane, mi sento rinascere. Il puzzo di discarica dei giorni precedenti si è trasformato in un buon profumo di terra appena arata e di fieno tagliato. Entrambi ricominciamo a sorridere. Superiamo una diga e ci ritroviamo sul bordo di una lago…
Uhaoo, non siamo proprio fatti per il deserto. Chissà se rimpiangerò queste parole quando, tra pochi giorni, mi ritroverò di nuovo al freddo, sotto un temporale o magari sotto la neve a 4.000 metri. Oggi mi godo questi paesaggi a me familiari.

21 maggio – San Juan
A parte l’essere disturbato da un maledetto gallo che ha iniziato a cantare alle 4 di mattina, iniziamo la giornata di buon umore. Ma appena ritrovate le nostre biciclette nella hall dell’alberghetto, scopriamo che la mia gomma posteriore è a terra. Sostituiamo velocemente la camera d’aria, togliamo due spine di cactus e partiamo dopo aver tolto anche dalle gomme di Manuela ben altre 4 spine.
Dopo appena un chilometro.. Boum! esplode la mia camera d’aria, una Bontrager, coincidenza? Due camere d’aria nuove, stessa marca, stesso negozio, una esplode al gonfiaggio, l’altra dopo meno di un chilometro. Sfortuna, qualità scadente o stoccaggio discutibile?
Finalmente, alle 9 ripartiamo e subito in salita, la valle si restringe, ma resta affascinante, tutta un’altra cosa rispetto al deserto.
Sosta caffè, sosta gelato, sosta caramelle, piccolo scroscio d’acqua per un chilometro ed arriviamo nel paesino di San Juan. Gli ultimi dieci chilometri sono stati duri, però non possiamo lamentarci di noi stessi 50 km x 1.400 m con le nostre bici stracariche non sono pochi e siamo arrivati a 2.300 ma di quota, domani il passo a 3.200 m e poi discesa a Cajamarca, un meritato riposo ci attende.

La musica di Eddie Vedder che fu scritta per per il film Into the wild è particolarmente ispirante, oggi aggiungo Guaranteed. Questo paese, soprattutto la valle che stiamo risalendo ci fa ammirare ad ogni chilometro la bellezza della natura che ci circonda.

Manuela: Oggi è la prova che questi viaggi mettono alla prova non solo il fisico, ma anche la testa. Se due forature fossero capitate qualche giorno fa, in pieno deserto e con il morale a terra, forse le bici sarebbero volate davvero in un fosso. Oggi non eravamo certo felici di riparare due gomme nell’arco di un quarto d’ora, ma l’abbiamo presa col sorriso: fa parte del gioco. Maledette spine di cactus… è ufficiale, noi e il deserto non siamo compatibili. Avevamo previsto di dormire in tenda lungo la strada, ma in un minuscolo paesino spunta la scritta Hostal. È quasi buio, e mentre ci dirigiamo verso l’unico ristorantino, dove la cena è Caldo de Gallina, un gruppo di bambini gioca in strada. Ridono, scherzano, e ci salutano in coro con un grande sorriso, prima di tornare a rincorrersi.

22 maggio – Cajamarca
Quando guardo fuori dalla finestra alle 5:45, ci sono ancora alcune stelle e la luna sta tramontando, non una nuvola in cielo! Il proprietario dell’hostal ieri ci aveva detto che doveva partire in viaggio presto, quindi alle 7:00 siamo in strada. Tutta salita per 25 km e 18 ripidi tornanti fino al passo Abra El Gavilán erroneamente segnato con un cartello a 3.050 mslm, mentre GPS e cartina segnano 3.230 mt. Con tutta la fatica che abbiamo fatto dal livello del mare a qui, non vogliamo certo farci fregare 200 metri di sudore.


La salita verrà ripagata con una bella discesa verso la grande città di Cajamarca dove ci riposeremo per un paio di giorni.

Oggi mi sentivo ispirato per ascoltare un po’ di lirica ed al bel risveglio dedico Mattinata di Leoncavallo in un’interpretazione di Luciano Pavarotti.

Manuela: un tornante dopo l’altro e siamo al passo. Siamo fortunati, ci sono diversi cantieri lungo la strada e la circolazione viene bloccata spesso per molti minuti, mentre ci lasciano sempre passare; ci godiamo così alcuni chilometri in solitudine, nel silenzio interrotto solo da un abbaio di cane, un “Buenos días” di un campesino o un muggito di una vacca.
Dal passo, il panorama sulla valle sottostante è magnifico, peccato che proprio in cima ci sia una grande cava, che distruzione.