7 giugno – Laguna Chinan Cocha
Ci troviamo nella Cordillera Blanca, in centro al paesino di Yungay, a 2.500 metri di altitudine e come mettiamo la bici in strada, si comincia a pedalare in salita, sarà così fino a fine giornata… o meglio per qualche giorno.






Oggi c’è il sole e l’Huascarán è alla nostra destra, imponente con i suoi 6.768 metri di altezza. Passiamo tra gruppi di case sparsi, fortunatamente il traffico è quasi inesistente. Durante la sosta, nella tiendita di turno, siamo serviti da una ragazzina di 10-12 anni, ancora vestita con la divisa della scuola. Le chiediamo se andava o veniva dalla scuola? «Sí, vengo de la escuela. Hice la parada de la bandera !». Quella che abbiamo visto nella piazza di Yungay? «¡Sí, claro! ¿Y ustedes, de dónde vienen?» Le chiediamo se sa dove sia l’Italia? «No.» E l’Europa? … «Nada.», non sa nulla. Avevamo già avuto dei dubbi sulla qualità dell’insegnamento in precedenti conversazioni, ma oggi ne abbiamo un’ulteriore conferma, tante sfilate, cerimonie e alzabandiera con inno, ma poca sostanza. Cosa si insegna da queste parti? In alcuni paesi l’eccellenza della scuola permette di far evolvere il popolo, in altri, l’ignoranza è una scelta del potere, così ci è stato detto da alcuni peruviani parlando della pessima qualità della scuola pubblica. La logica del Panem et circenses è ancora adottata dal governo.
Dopo pochi chilometri si paga l’ingresso al Parco nazionale (Patrimonio Unesco) e raggiungiamo Yurac Corral, nei pressi della laguna Chinan Cocha. Qui vive un guardiaparco che ci accoglie e ci indica dove montare la tenda per essere riparati dal vento. Volendo, avremmo anche a disposizione una doccia calda, ma la temperatura esterna, intorno ai 10 °C, ce ne sconsiglia l’uso.







In questo paradiso, ci sono alcune vacche al pascolo, gli asini utilizzati dalle spedizioni alpinistiche ed un camper di una coppia di alpinisti tedeschi che ha in progetto la salita de Nevado Pisco come alternativa all’Huascaran che quest’anno non è in condizioni.
Noi prepariamo la nostra misera cena a base di ramen ed alle 20:30 siamo in branda.
Manuela: Obbiettivo, l’Huascarán Circuit. Circa 250 km tra vette spettacolari, ghiacciai e laghi! Dal paesino, lo sguardo viene catturato dalle due cime del Huascarán, il cui nome in quechua significa “catena di montagne”, sogno di tanti alpinisti. Salendo lentamente lungo la strada sterrata ai piedi di questa montagna imponente, non posso fare a meno di pensare alla tragedia di Yungay e dei villaggi vicini. Nel 1970 un terremoto provocò una colata di detriti, fango e ghiaccio che rasò a zero tutto in pochi minuti. Era domenica, giorno di mercato, e molte persone erano arrivate dalle campagne. Si pensa che tra 20.000 e 25.000 persone siano rimaste sepolte. Si salvarono solo i 300 bambini che si trovavano nello stadio e una novantina di persone rifugiate sulla collina del cimitero. Oggi, quel cimitero circolare con la statua del Cristo è diventato uno dei simboli della tragedia.
Il guardiaparco è anche una perfetta guida turistica, adora condividere le sue conoscenze sulla regione e sempre svolgendo i suoi lavori quotidiani chiacchiera con noi scacciando gli asini che ogni tanto si avvicinano un po’ troppo alla tenda in cerca di cibo. Purtroppo qualche giorno fa, 3 alpinisti sono stati travolti da una slavina e un gruppo di soccorritori sono ancora alla loro ricerca, la montagna non perdona.
8 giugno – Yanama
La mattina, molto velocemente smontiamo la tenda e cominciamo la salita al Portachuelo de Llanganuco, passo alla rispettabile quota di 4.767 m; la strada è generalmente pedalabile, il maggior problema sono i tornanti più ripidi che risultano molto sconnessi e sabbiosi a causa delle manovre dei camion più grossi.
Le montagne attorno sono maestose, l’Huascarán non è sempre visibile, ma sappiamo che svetta ad oltre 2.000 m sopra di noi, dall’altra parte della valle altre cime superano i 5.000 m.












Quasi in cima al passo, un’auto si ferma, il conducente mette dei fiori ad una croce e si ferma a dire una preghiera; molto probabilmente sarà uno degli innumerevoli morti per guida azzardata (facendo una breve ricerca abbiamo saputo che i guidatori di questo paese sono considerati i peggiori al mondo subito dopo gli Indiani).
Finalmente anche l’ultimo dei tornanti è superato, un breve rettilineo e siamo in cima dove incontriamo due ciclisti statunitensi un po’ fuori norma. Abiti etnici, capelli rasta, bici con bagagli minimi, copertoni slick (poco adatti a queste strade), sandali con piedi nudi e tremanti per il freddo. Lei, sorridendo, mostra dei denti neri piuttosto in cattivo stato, che fanno pensare alla masticazione di foglie in uso da queste parti. Ognuno è libero di viaggiare come meglio crede… ma cosa sarebbe successo se si fossero trovati in mezzo a una bufera di neve improvvisa, situazione non rara a queste altitudini?



La discesa è infinita, arriviamo a Yanama piuttosto tardi e l’unico albergo ci chiede una cifra assurda, mai pagata in un mese di Perù. Ci accontentiamo del giardino piantando la nostra tenda. Mavaffa… sempre la solita storia ci sono prezzi per i locali e prezzi per i ricchi gringos.
Manuela: Tenda con vista sulla laguna, abbiamo dormito come angioletti. La rincorsa all’asino che ci ha rubato un sacchetto dalle borse, ci ha risvegliato a dovere. Oggi ci aspetta un’altra strada memorabile. Procediamo lentamente in salita, non solo per il fiato corto causato dall’altitudine o per le condizioni disastrose della strada sterrata, ma soprattutto per le continue soste a contemplare il paesaggio. Siamo circondati da montagne rocciose altissime, coperte da ghiacciai. Come spesso accade in queste valli, a una lunga salita segue sempre una lunga discesa. Fa freddissimo, le mani strette sui freni, il corpo in tensione per mantenere l’equilibrio, arriviamo sfiniti nell’unico paesino della zona. Niente doccia calda ad attenderci, solo il dover rimontare la tenda al freddo e al buio. Nel solo ristorante aperto per la cena, divoriamo un pollo arrosto con patate in compagnia di un giovane ragazzo tedesco, in viaggio da mesi in Sud America tra la vita di spiaggia, il surf e brevi avventure in bicicletta tra le montagne.
9 giugno – Sapcha
La strada sterrata e le pendenze assurde, ci faranno percorrere 9 km di salita praticamente tutti a spinta, oggi non viaggiamo “in” bici, ma “con” la bici. Al passo, che supera di poco i 4.000 m, ci buttiamo nella valle successiva decidendo di fermarci al primo paesino dove sembra ci sia un hospedaje.






Purtroppo, non è così, ci suggeriscono di andare in chiesa dove dovremmo trovare Padre Luca, un italiano originario di Flero-Brescia (la nostra città!), ma oggi non è in paese. Ci accompagnano da Federica, una volontaria brianzola dell’Operazione Mato Grosso che vive qui da 22 anni. Grazie a lei possiamo mettere la tenda sotto il portico del signor Elvio che affitta camere, anche lui con prezzi fuori mercato.
Manuela: Perchè dite che le strade sono ripidissime quando nelle foto sembrano in piano? 1) per la prospettiva fotografica 2) perchè scattiamo solo nei momenti tranquilli 3) quando stiamo sbuffando come muli, con le mani incollate al manubrio, la macchina fotografica è l’ultimo dei nostri pensieri; il cervello passa in modalità survive: respira, avanza, non cadere… e scaccia i maledetti tafani che ti stanno divorando le gambe. Le “camere” del signor Elvio sono poco più che una stalla, ma con un prezzo da cinque stelle. La nostra tenda è la migliore opzione, potremo dormire e cenare al riparo dalla pioggia. Cena di alta gastronomia: purè di patate liofilizzato con pane e ancora pane e, per dessert, il lusso di pane con un velo di marmellata.
10-12 giugno – Chacas
La notte scorsa è piovuto e la strada sterrata per scendere nella valle è in pieno rifacimento, il risultato è che ci ritroviamo con biciclette, borse e scarpe ricoperte di un fango argilloso. Una delizia! Arrivati in fondo valle, nessuna sorpresa, dobbiamo risalire sul pendio di fronte mentre pioviggina, smette e ricomincia. Questi saliscendi a quote piuttosto elevate sono molto faticosi, però i panorami ci ripagano abbondantemente.
Quando arriviamo nella Plaza Mayor di Chacas scopriamo un paesino diverso dal solito, le facciate di tante case sono rivestite di legno intarsiato ad arte, il portale della chiesa e l’altare sono una vera opera di falegnameria, tutto è curato e pulito.
E dopo tanta fatica, oggi una delle cose che più apprezziamo è la cena. Entriamo in una pizzeria con un forno a legna, quando addentiamo il primo boccone è una meraviglia ! Per qualcuno sarà banale, ma per noi, che da tre mesi mangiamo gli stessi piatti, poveri, insipidi, cotti approssimativamente, questa pizza dai sapori italiani è da tre stelle Michelin. Chiediamo al pizzaiolo dove ha imparato e la risposta è immediata: Padre Luca!




Rientrato in albergo, inizia una notte difficile, con brividi di freddo e più tempo in bagno che nel letto. Io, che ero il fortunato superstite della famiglia (Lucrezia in Perù, Manuela a Cuba), sono stato colpito dalla vendetta di Montezuma. NOOO, non è stata colpa della pizza, ma di qualcos’altro ingerito prima! Spero di rimettermi per domani, ci attende l’ultima sfida della Vuelta al Huascarán: la Punta Olimpica. Purtroppo Montezuma continua a divertirsi.
In un momento di tranquillità intestinale, usciamo a comprare del pane. Il gusto è diverso dal solito e dal retrobottega esce Brunetta, la cognata della panadera. Originaria di Firenze, vive qui da 20 anni, è sposata con un peruviano, ha sei figli e lavora per l’Operazione Mato Grosso. Ci invita a casa sua per vedere il panificio dove lavorano parecchie persone del paese, le promettiamo di andarla a trovare appena mi sentirò meglio.
Sembra che al terzo giorno anche io possa resuscitare e come promesso ci dirigiamo a casa di Brunetta per passare un po’ di tempo con lei. Persona estremamente accogliente, ci offre una tisana con dei Cantuccini e parliamo della vita nel suo paese di accoglienza. I suoi discorsi, molto amorevoli e allo stesso tempo critici, ci confermano che quando notiamo certi limiti del modo di vivere qui, non lo facciamo da gringos altezzosi, ma con il dispiacere di chi vorrebbero vedere questa gente uscire dalla loro miseria. Non parliamo di arretratezza culturale, religiosa o delle loro usanze, che anzi hanno un valore profondo, ma di aspetti concreti come igiene, salute, alimentazione, istruzione. Oggi, con la diffusione massiccia dei telefoni cellulari (la copertura in Perù supera il 100%), le opportunità di informarsi, crescere e migliorare la propria vita ci sarebbero. Eppure, la sensazione è che restino chiusi in un piccolo mondo, senza curiosità per ciò che li circonda (Ricordate un vecchio discorso di un grande industriale americano? Stay hungry, stay foolish – Siate affamati, siate “curiosi”), come se accettassero passivamente il proprio destino. Finché questo non cambia, sarà difficile immaginare un reale cambiamento.
Manuela: Brunetta, grazie per la tua accoglienza e per la squisita formaggella che ci hai regalato. Ma il dono più grande è l’avermi parlato della mia amica Luisa che ha vissuto e lavorato come volontaria proprio in questa città per anni ! Trovarmi qui mi ha fatto riportato indietro nel tempo a quarant’anni fa.
Chacas è stata il cuore dell’OMG, dove Padre Ugo De Censi ha vissuto, creato un grande ospedale, la prima scuola di artigianato Don Bosco e dato l’opportunità a tanti ragazzi e ragazze svantaggiati.
13 giugno – Carhuaz
Un paio di Immodium ed alle 7:30 siamo pronti per l’ultima tappa del giro tra Los Nevados. I primi 10 km scorrono facili, poi la strada si impenna e non molla più. Appena fuori città Manuela rischia grosso, un idiota in mototaxi fa inversione senza nemmeno guardare. L’ennesimo troglodita al volante stava facendo la prima vittima della giornata.






Alla nostra sinistra il cielo è limpido e pedaliamo con lo sguardo fisso su una cima che supera i 6.000 metri. Guadagniamo quota fino all’ingresso del Tunel de Punta Olimpica, la galleria più alta del mondo. È stretta, senza illuminazione, scavata nella roccia e con scrosci di acqua che scendono dal soffitto. 1.350 m di pedalata col fiato sospeso, sperando di non incrociare qualche pazzo alla guida.
Usciamo vivi e vegeti dall’altro lato e ci ritroviamo davanti a un nuovo versante de l’Huascaran, sempre imponente e maestoso. Ci fermiamo a lungo nel piazzale ad ammirare il paesaggio mozzafiato, poi ci copriamo bene e iniziamo la discesa. La valle è stretta, i primi chilometri sono ripidissimi.
Verso la fine attraversiamo un villaggio all’ora del rientro a casa: asini carichi, donne, giovani ed anziane, con fascine di mais sulle spalle, uomini con il machete che tagliano arbusti a lato strada. Scene che mi riportano agli anni ’60… ma qui sono ancora la quotidianità. Peccato che la videocamera fosse scarica, mi sarebbe piaciuto riprendere quei momenti con discrezione.






È quasi buio quando arriviamo in un albergo, siamo infreddoliti, mangiamo un panino in camera e ci infiliamo nel letto.
Arrivati in « vetta » e riattaccata la musica, cercavo qualcosa di adatto a questa grande giornata : The Light That Never Fails di Andra Day. La canzone è nella colonna sonora del film Meru, del grande operatore e alpinista Jimmy Chin. La nostra scalata è stata meno faticosa, ma la soddisfazione penso fosse allo stesso livello degli scalatori della Shark’s Fin Route.
Manuela: Incredibile ! non trovo le parole per descrivere la bellezza di queste valli selvagge e di queste montagne vertiginose. Non so dire se sia stata più dura la salita o la discesa con mani, piedi e viso congelati. Venire qui era il nostro sogno, e ce l’abbiamo fatta nonostante il mal di ginocchia, l’artrosi alle mani e la vendetta di Montezuma. Nulla ci ha fermato…Francesco pedalava in scioltezza in salita, leggero come una piuma dopo 3 giorni passati sul trono.
14 giugno – Yungay
Finalmente un risveglio in tranquillità, oggi pedaliamo solamente per venti chilometri di su e giù per rientrare a prendere la borsa che avevamo lasciato in albergo. Il giro dell’Huascarán è terminato, adesso dovremo decidere su quali strade proseguire il nostro viaggio.

15 giugno – Huaraz
Non avevo molta voglia di farmi i 55 km per arrivare a Huaraz su questa strada piuttosto trafficata.
Sono molto stanco, la consapevolezza di non avere più la forza né le ginocchia per la Perù Great Divide-PGD (il nostro secondo sogno) mi abbatte ancora di più. Ciliegina sulla torta, non sopporto più questi trogloditi al volante. Oggi un’auto, solo perché avevo fatto cenno di rallentare per una buca, ha stretto prima me e poi Manuela. Guidano in modo folle, senza regole, sorpassi azzardati, manovre al limite, clacson perennemente attivo. Ti sfiorano a un soffio dall’incidente, ignorando pedoni, moto e le rare biciclette: qui comanda il più grosso! Non lo fanno per cattiveria, è proprio che il senso civico non sanno cosa sia. Nemmeno il monito di tante croci lungo la strada fa cambiare le loro abitudini.
Non posso nemmeno svagarmi guardando il paesaggio, il cielo è coperto e non si vedono le montagne, testa bassa sull’asfalto che è pieno di buchi e occhio perennemente fisso sullo specchietto retrovisore per spostarmi fuori dalla strada appena arriva un’auto.
Manuela: Abbiamo parlato spesso della PGD, senza mai spiegare cosa sia a chi non è un patito di bicicletta. La Perù Great Divide è tra i percorsi più prestigiosi del Sud America; 1600km di strade sterrate e remote nella Cordillera centrale tra le città di Huaraz e Abancay. Un percorso molto esigente con circa 35 passi sopra i 4000m di quota e 36000 m di dislivello totali. Lo abbiamo sognato da anni, credo dovremo rimandarlo ancora a data da destinarsi.
Oggi siamo obbligati a restare sulla strada principale, ed è un vero stress. Francesco sporcona a ogni auto che gli passa troppo vicino ed io cerco di mantenere la calma per non alimentare la sua rabbia. Finora ce la siamo cavata su strade quasi prive di traffico, ma questo tratto della 3N è è tutt’altro. Francesco mi avvisa urlando quando arriva qualche auto “pirata”, mentre io tengo davanti tengo d’occhio i cani. Alcuni dormono, altri partono all’improvviso, ringhiando a pochi centimetri dalle nostre gambe. Passiamo la giornata tra insulti agli automobilisti e urla o lancio di finte pietre per tenere lontani i cani. Che giornatina rilassante! preferirei fare altri 1.500 m di dislivello su sterrato a 5.000 metri.
16-19 giugno Huaraz
Cerchiamo un hostal in centro, con tutte le comodità a portata di mano, vietato l’uso delle bici e solo brevi camminate, abbiamo bisogno di riposarci dopo tante salite.
Mentre siamo immersi tra itinerari e cartine alla ricerca di un’alternativa alla PGD, riceviamo un messaggio inaspettato e gradevolissimo da Aurelio , il Salvadoregno conosciuto tra Colombia e Ecuador. Per una fortunata coincidenza, anche lui si trova a Huaraz.
Usciamo a cena per festeggiare il ritrovarsi e decidiamo di fare insieme un tour organizzato al ghiacciaio Pastoruri; per una volta saremo dei normalissimi turisti.



Il tour si rivela un altro colpo al mio morale. La valle di accesso al ghiacciaio, oramai quasi scomparso, è mozzafiato e molto simile alle zone che avremmo dovuto percorrere con la PGD. Che tristezza, maledette ginocchia!
Il giorno dopo è di nuovo tempo di saluti. Aurelio rientrerà sulla costa a ritrovare la sua bici e proseguire lungo il deserto peruviano verso la Bolivia e noi… Boh! Chi lo sa… E per giunta ci sta venendo anche il raffreddore, se non peggio. La signora brasiliana seduta accanto a noi in autobus era malata fino al giorno prima: ci avrà attaccato qualche virus?
Ciao Aurelio, sei la più bella persona che abbiamo incontrato in questo viaggio, speriamo che le nostre strade si incrocino nuovamente.












Manuela: In molti ci avevano detto che Huaraz era una città bellissima. I dintorni, sì, sono spettacolari, ma la città in sé, pur essendo ben tenuta e molto turistica, punto di partenza per trekking e spedizioni alpinistiche, non ha nulla di davvero speciale.
Diciamo che, dopo settimane trascorse tra le montagne e i piccoli villaggi, qui si trova di tutto: si può mangiare e bere come animali affamati… e finalmente farsi una vera doccia con acqua calda!
Avevo già sentito parlare del Nevado Pastoruri, un tempo imponente, oggi tristemente ridotto a causa dei cambiamenti climatici. Le stime dicono che potrebbe scomparire del tutto entro 1–8 anni.
Siamo una quindicina, con autista e guida al seguito, che ci racconta la regione lungo i 40 km asfaltati (e pieni di buche) della famigerata 3N. Poi imbocchiamo una sterrata di una trentina di chilometri attraverso una valle spettacolare con montagne innevate a sinistra, un fiume al centro, pareti rocciose colorate a destra. La prima sosta è per osservare la Puya Raimondii, detta Regina delle Ande, una pianta enorme dalla forma appuntita, alta circa 10 metri che vive solo in queste regioni. Che crudele destino, vive circa 100 anni, produce circa 10mila fiori in un’unica fioritura per poi morire. Il nome fu dato da un naturalista milanese che, dopo aver combattuto nelle Cinque giornate di Milano, emigrò in Perù e qui si rifece una vita.
Facciamo una breve sosta anche presso una parete rocciosa con antichi disegni, solo io e Aurelio scendiamo a vederli. Poco dopo ci fermiamo vicino a delle sorgenti termali, dove l’acqua gorgoglia tra i ciuffi d’erba, ma è vietato toccarla o berla perchè ricca di piombo e altri minerali tossici. Finalmente arriviamo al parcheggio del Visitor center, la passeggiata è breve, circa un’ora in tutto per noi. Raggiungiamo i piedi del ghiacciaio a 5.000 metri di quota e scendiamo subito perché sta cominciando a nevicare piuttosto forte. Altri del gruppo, meno abituati alla quota, ci metteranno un bel po’ ad arrivare all’autobus, infreddoliti e affaticati.
Il riassunto del nostro PERÙ
Non abbiamo ancora deciso quali strade percorreremo nelle prossime settimane, ma è certo che sentiamo la necessità di pedalare su salite meno ripide ed a quote più basse. In Perù non abbiamo voglia di pedalare lungo il deserto sulla costa, quindi l’alternativa sarà visitare un altro paese per qualche tempo.
- Chilometri percorsi: 1.621 (Per un totale di 5.406)
- Metri di dislivello: 20.639 (Per un totale di 61.707)
- Giorni totali inclusi riposi e visite: 43
- Giorni in sella: 30
- Notti: Albergo e ospiti vari 37, tenda 4.
PRO
– Per il nostro passato di “montagnini” il Perù è uno dei paesi più belli al mondo. È con molta tristezza che me ne sono andato da Huaraz invece di continuare sulla PGD.
– Il tour de l’Huascaran fantastico, panoramico, magnifico, faticoso. Sarà uno dei migliori ricordi di tutto il viaggio.
– Il Cañón del pato. Angosciante, opprimente, spettacolare, ma la strada è un must to ride per ogni cicloviaggiatore che passa da queste parti.
– Manuela: Adoro questo paese, i paesaggi montani mi fanno sentire bene, come in un paradiso terrestre. Da sempre chi mi conosce dice che soffro della sindrome di Heidi, confermo, tra le montagna rinasco.
I sorrisi dei bambini e delle signore con i loro abiti tradizionali ti scaldano il cuore. So che tornerò a breve da queste parti. Forse non sarà la PGD, ma la mia bicicletta un giorno pedalerà sulle strade di Cuzco. Ma siamo positivi, avevamo due sogni in Perù, l’Huascaran circuit e la PDG, uno lo abbiamo realizzato.
CONTRO
– I guidatori peruviani conquistano il gradino più alto del podio nella classifica dei peggiori guidatori. Irrispettosi, maleducati, trogloditi, dei veri bruti della strada ( come alcuni peruviani stessi li hanno descritti).
– Il non aver potuto pedalare sulla PGD. Dovrò rinascere un’altra volta per tornare qui più in forma.
– Manuela: l’acqua per lavarsi sempre fredda. I panini di base venduti ovunque che per sfamarti ne devi mangiare 10 talmente sono vuoti. Basta Caldo de Gallina, non ne posso più !





































































































































