CANADA – Québec

Profumo di casa!

Il “confine” tra l’Ontario e il Québec è a soli 50 km. Seguendo tranquille strade di campagna, ci arriviamo rapidamente, poi alcune piste ciclabili e due ponti ci portano sull’isola di Montréal. Seguiamo quindi la strada che costeggia il fiume San Lorenzo e concludiamo la tappa a Pointe-Claire, un elegante quartiere in zona aeroporto, dove passeremo la notte. L’indomani ripartiamo pedalando sulle altre ciclabili cittadine che ci accompagnano verso il Pont Champlain. Attraversiamo questo ponte sul fiume e, in un attimo, ci ritroviamo sulla Rive-Sud, pronti a proseguire il nostro viaggio verso casa.

Sul Pont Champlain, nel punto più alto, abbiamo una vista perfetta sul profilo — o meglio, per dirlo in italiano moderno, sulla skyline — dei grattacieli del centro città. È una Montréal molto cambiata rispetto a vent’anni fa, quando ci stabilimmo qui. All’epoca, ricordo che durante il corso per i nuovi immigrati ci avevano detto che un vero Montréalais conosce il nome di ogni “tour”… li imparammo tutti, fortunatamente all’epoca ce n’erano molte meno di adesso.

Arrivati dall’altra parte del ponte, abbandoniamo la strada lungo il fiume e, invece di prendere la via più breve verso casa, puntiamo a est, verso Granby. Se per i turisti la città è conosciuta soprattutto per il suo grande zoo, noi ci andiamo per tutt’altro motivo, rivedere Krishna. L’avevamo conosciuta un paio d’anni fa come ospite Warmshowers e da allora siamo rimasti in contatto. È stato un piacere ritrovarla e conoscere il suo compagno Louis David e la vera padrona di casa, la piccola Anna.

Manuela: Si dice che rifare sempre le stesse strade possano annoiare, ma quando si è in viaggio da tanti mesi, tornare su quelle che già si conoscono è rassicurante e piacevole, proprio come ritrovare persone che non si vedevano da tempo. Le gambe oggi non girano, sono stanca, pedalo piano con la scusa di voler guardarmi attorno. Quante mega-ville in questo quartiere, a ovest della metropoli! Case da milioni, con vista spettacolare sul fiume. Peccato che ogni due minuti ti passi un aereo sopra la testa, tanto basso da poter distinguere il logo della compagnia sul timone.

Durante la cena arriva un messaggio. Béa, la ciclista con cui abbiamo pedalato qualche giorno fa, ci invita a casa dei suoi genitori, a Sherbrooke, offrendoci ospitalità e un BBQ per la serata. Sarà una deviazione di 110 km, ma come si fa a dire di no a un invito del genere? Mi sento facilmente corruttibile! E poi ci fa davvero piacere conoscere i genitori di questa giovane adorabile. La sua famiglia è accogliente e gentilissima, ci sentiamo subito come di casa. A tavola, suo papà, appassionato di vino, aprirà una bottiglia di Brunello di Montalcino, uno dei rossi più rinomati d’Italia e uno dei miei preferiti.

Manuela: Quali sono le probabilità di incontrare una persona a migliaia di chilometri da casa, che sta facendo il nostro stesso percorso in bicicletta, scoprire che abita a due passi da casa, farsi invitare dai suoi genitori a 300 km di distanza e scoprire che suo padre era compagno di università di un nostro carissimo amico? Il caso fa giri strani! Grazie mille per la magnifica serata, ho ritrovato l’energia per pedalare fino a casa.

Purtroppo, dopo Sherbrooke, il ritorno sulla nostra strada ci obbligherà ad affrontare continui saliscendi, ma saremo sempre su una tranquilla pista ciclabile, niente più stress da traffico. Stiamo puntando verso Richmond, dove vogliamo pernottare al Motel de la Gare. È la terza volta che ci fermiamo in questo piccolo albergo di una quindicina di camere, tutte pulitissime e rinnovate, con prezzi davvero abbordabili. Il proprietario, Vincent, è una persona squisita. A chi dovesse passare da queste parti consigliamo davvero una sosta.

Manuela: Dopo aver salutato Béa e i suoi genitori, ho continuato a pensare a nostra figlia, che è quasi sua coetanea. Ho proprio voglia di riabbracciarla al più presto. Arrivati a Richmond, ho pensato ancora più intensamente a lei quando ci siamo ritrovati in mezzo a un’esposizione di auto lungo la via centrale del paesino. Nostra figlia, che adora le auto, si sarebbe divertita un sacco.


Due anni fa avevamo percorso gli ultimi 160 km che ci separano da casa in una sola tappa. Ce la faremo anche domani o ce la prenderemo comoda? Oggi una fastidiosa pioggerellina ci accompagna per buona parte della mattina, bagnandoci, ma non sarà questa la notizia del giorno.
Dopo 20 km il telefono suona.
— Buongiorno, sono Vincent.
Non lo lascio nemmeno continuare e gli chiedo subito cosa abbiamo dimenticato.
Questa volta la colpevole è la moglie di El Tonto, la famosissima La Tonta. Durante la sua ispezione pre-partenza, ha lasciato il cellulare sul letto.
Stanchezza? A El Tonto questa scusa non interessa, oggi si è guadagnato un credito per le sue solite dimenticanze!


Niente tappa lunga fino a casa, ancora una notte sulla strada e finalmente vediamo in lontananza il Pont de QuébecUn boulevard, una salita, svolta a destra e svolta a sinistra. Siamo a casa!

Manuela: Ricevo un messaggio da mio cugino Marco, ingegnere e persona molto pragmatica: «So che siete finalmente arrivati a casa. Sicuramente è un’emozione parte del viaggio anche il tornare a rivedere Lucrezia, dormire nel proprio letto, usare il proprio wc!!!» SÌÌÌÌ! Sentimenti ed emozioni a parte, la cosa concreta che più mi è mancata è stata proprio dormire nel mio letto comodo, tra lenzuola profumate, e non dover più nascondermi dietro a un cespuglio o mettermi in posizione Wi-Fi per poter andare in bagno.
Non potevo trovare frase più poetica per concludere il resoconto di questo viaggio! Ma vi assicuro che, dopo mesi di vita da nomadi, alla fine sono proprio solo le comodità più basilari a mancare. I tanti disagi non sono ciò che ricordiamo, perché sono ampiamente compensati dal piacere di vivere viaggiando. 😉

La nostra Trans Canada

La morale del viaggio
Sono partito dal Perù con il morale sotto i piedi o, meglio, sotto le ruote, deluso per non essere riuscito a realizzare il mio sogno. La Trans Canada mi ha tirato fuori dalla mia crisi mistico-esistenziale? Assolutamente no! Non so perché, ma dopo più di cinquemila chilometri di strade che non mi sono piaciute più di tanto, mi sono ritrovato anche con un mal di chiappe puntuale, ogni giorno, dopo le prime ore di pedalata e di ore in sella ne abbiamo fatte circa trecento!
Consiglierei ad altri la Trans Canada? No, in Nord America ci sono itinerari molto più interessanti, la vedrei solamente come prestazione sportiva, un coast-to-coast.

Avrò qualcosa di positivo da ricordare? Certamente! Le persone incontrate, come in ogni viaggio sono sempre il più bel ricordo: i Warmshowers Ann e famiglia di Vancouver, BC; Dean di Princeton, BC; Eliot di HK/Toronto e Jeff dello stato di Washington incontrati a Christina Lake e con i quali abbiamo percorso la tappa più bella dell’intero viaggio; i Warmshowers Rick and Sue di Kootenay, BC ; la famiglia di Ramona del Montel Lodge di Kootenay Lake che ci ha offerto una fantastica cena a base di crostacei; i Warmshowers Tara and Andrew di Cranbrook, BC; Charlie di Rivière du Loup e David di Londra con cui abbiamo bevuto un paio di buone birre a Winnipeg; i Warmshowers Viola e Dan di Winnipeg, MB; le giovani québécoises Mia e Béa incontrate a Winnipeg; lo sconosciuto in Michigan che ci ha offerto un passaggio con il suo pickup durante il temporale; i Warmshowers Isobel, Ben e il piccolo Elliot di North Bay, ON; il Warmshowers Aubrey di Deep River, ON; Krishna e la sua famiglia di Granby, QC; i genitori di Béa a Sherbrooke, QC che ci hanno viziati con BBQ e Brunello; infine Vincent il proprietario del Motel de la Gare che ha riportato il telefono a La Tonta.

Un’altra cosa che mi farà comunque ricordare con piacere la Trans Canada nonostante le rumble strips, il traffico e la noia delle Prairies è che con questo percorso abbiamo terminato il periplo del Nord America, iniziato 5 anni fa con il nostro primo viaggio in bicicletta. Avrò così la possibilità di terminare un nuovo libro (che ho già cominciato a scrivere).

Manuela: È difficile aggiungere qualcosa a quello che ha scritto Franz, perché condividiamo lo stesso pensiero. Non volevo rientrare a casa con l’amaro in bocca dopo il fallimento della Perù Divide, così ho proposto a mio marito di pedalare sulla Trans Canada, per ripartire con una nota positiva… oppure, a dire il vero, era un modo per punirlo, visto quanto ero arrabbiata con lui per aver mollato in Perù! 😜
Poi, però, il destino ha fatto la sua parte, facendogli soffrire le pene dell’inferno sulla sella… Poveretto! Con tutto quello che ha patito, direi che ha spurgato proprio tutto. 😂 La noia delle strade monotone che ho dovuto purgare io, al confronto, non era nulla!
E poi c’è sempre il nostro patto, quello che vale soprattutto quando uno dei due attraversa un momento difficile: ci si supporta e ci si sopporta e se non ci si diverte più, si cambia tipo di viaggio, senza rimproveri né rimorsi
qualche borbottamento, però, è concesso!

Vento e strada. Il periplo del Nord America a pedali

E poi? Vorrei terminare questo ultimo articolo “transcanadese” con una mia libera interpretazione del celeberrimo monologo di Rutger Hauer tratto da un ultra-celeberrimo film:
Ho visto cose che la maggior parte degli esseri umani può solo immaginare.
Ho visto valanghe sulle Alpi, la spiritualità del Potala e il cielo stellato sul Salar de Uyuni.
Ho visto fulmini balenare a pochi metri da me sulle strade del Canada.
Tutti quei momenti non potrò mai dimenticarli, sono impressi nella mia memoria.
Non è ancora tempo di morire, ma forse è tempo di cambiare modo di viaggiare?

Bye et à la prochaine!

CANADA – Ontario

Dopo la città di Sault Sainte Marie entriamo in Ontario. Manuela continua a scovare targhe, la capitale è sempre più vicina e il meteo fa le bizze.

Prima notte a Sault Sainte-Marie di là, seconda notte a Sault Sainte-Marie di qua. Tradotto, significa che all’epoca della Nouvelle-France la città era una sola, ma all’inizio dell’Ottocento, con la definizione del confine tra Stati Uniti e Canada, venne divisa in due, e il fiume divenne la linea di confine. Oggi, per distinguere le due città, si deve specificare MI per Michigan oppure ON per Ontario.
In questo giorno di riposo, la tappa è cortissima, una breve pedalata di 9 chilometri, solo per attraversare l’International Bridge.

Manuela: Anche le bici pagano il pedaggio su questo stretto ponte, ma in cambio hanno il privilegio di pedalare in mezzo alla corsia, come un’auto… Come si sente un ciclista quando rallenta il traffico a pieno diritto? Per una volta, super felice! Ho anche il tempo di ammirare il paesaggio.


Dopo una breve coda alla frontiera canadese, la poliziotta ci controlla i passaporti con un sorriso – ci parla in francese vedendo che siamo québécois – e conclude con una battuta:
Immagino che non abbiate fatto acquisti con quei pochi bagagli.

Bentornati a casa!

Manuela: Sault Sainte Marie non è una città particolarmente attraente, è molto industriale, con uno snodo ferroviario e un porto vicino al centro. Facciamo una passeggiata sul lungofiume, tra qualche angolo storico legato alle First Nations e ai primi europei arrivati qui. Visitiamo anche il Canadian Bushplane Heritage Centre, il museo degli aerei che combattono gli incendi boschivi. Proprio in tema, vista la situazione qui vicino.
La cosa più curiosa sono le Canada Geese, vere padrone della città, attraversano tranquille le strade e schittano ovunque, un vero campo minato!

E il giorno dopo? Si torna sulla Trans-Canada, il traffico è elevato, la corsia di emergenza non esiste o è spesso ridotta a 40 cm, compresa la rumble strips (la banda rumorosa che segnala il cambio di corsia) e il panorama sempre monotono e noioso.

Manuela: Costeggiamo il Lago Huron, tra piccole baie e bei scorci sull’acqua, ma noi siamo troppo occupati a sopravvivere; un occhio alle buche dell’asfalto e l’altro allo specchietto, pronti a buttarci sulla banchina sterrata appena arriva un’auto o un camion. Il nostro ricordo di questa tratta sarà più il rumore del traffico che la bellezza del lago.
Sudbury? Rivaluto tutte le altre città dei Grandi Laghi. Ciminiere, fabbriche di nichel, un enorme snodo ferroviario, e un centro con tantissime persone senza fissa dimora o intossicate e accampamenti. E proprio di fronte, sul Ramsey Lake, isole private con ville da sogno: un contrasto notevole.


Trascorriamo una tranquilla notte a North Bay in una famiglia Warmshowers e arriviamo a Mattawa, un paesino sulla Rivière Outaouais che ci divide dalla nostra provincia; dopo quasi cinque mesi di assenza, il Québec è a meno di un chilometro da noi, ma non è ancora il momento di pedalare sulle strada di casa.
Verso sera riceviamo un messaggio da Béatrice, la giovane ciclista conosciuta a Winnipeg a casa di Dan e Viola. Prima ci chiede dove siamo, forse aspettandosi di trovarci più indietro, dato che eravamo partiti il giorno successivo al suo e avevamo scelto un itinerario meno diretto, in seguito ci racconta di essersi separata dall’amica Mia per motivi logistici e di sentirsi stressata a pedalare da sola sull’orribile Hwy 17. Ci dice che vorrebbe prendere un autobus e raggiungerci per pedalare con noi per un paio di giorni.


Detto, fatto, e l’indomani si riparte in tre. La sera facciamo sosta da un Warmshowers che ospita tutto il team e ci vizia con birra e bibite fresche all’arrivo, salmone al BBQ con tortellini accompagnati da un buon bicchiere di vino a cena, oltre alla colazione del mattino seguente. Grazie Aubrey per il servizio a cinque stelle!

Manuela: A North Bay la maggior parte del traffico si dirige a sud, verso Toronto, mentre noi continuiamo verso est, quasi nel silenzio. Riusciamo anche a percorrere qualche chilometro su una bella strada di campagna, in solitudine. Ci fa molto piacere rivedere Béatrice! Tutti e tre, con i giubbotti riflettenti e le luci delle bici accese, facciamo “massa” e ci sentiamo più tranquilli. Il paesaggio è decisamente più piacevole rispetto ai giorni scorsi, mosso da tanti saliscendi. Finalmente raggiungiamo l’Algonquin Trail, dove pedaliamo tranquilli su un sentiero sterrato in perfette condizioni. Che pace, per un po’ le nostre orecchie non dovranno più sentire il rumore di motori!

È a Pembroke che salutiamo Béa, dopo i 50 km di oggi, percorsi al freddo e sotto una forte pioggia. Lei vuole proseguire ancora un po’ e si fermerà in un campeggio in campagna. Noi abbiamo bisogno di un letto all’asciutto e questo è l’ultimo albergo decente in zona (non siamo schizzinosi, ma alcuni posti sono davvero indecenti e pieni di cimici).

Manuela: Mi dispiace lasciare Béa, ma le nostre ossa rischierebbero di arrugginirsi in tenda con questo tempo. Beata gioventù e maledetta artrosi! Speriamo che le abbia fatto piacere la compagnia di questi due vecchi! Da qui il percorso segue strade sicure e piste ciclabili, quindi ci sentiamo tranquilli a separarci. Dopo un paio d’ore riceviamo sul cellulare un’allerta tornado e, da mamma chioccia, le scrivo subito. Per fortuna è già arrivata a destinazione ed è al sicuro, mi sarei sentita in colpa se si fosse trovata da sola in pericolo.

Con una lunga pedalata attraverso la campagna, arriviamo alle porte di Ottawa – la nostra capitale federale – che abbiamo visitato più volte in passato. La mattina seguente ci dirigiamo verso il punto simbolico della fiamma davanti al palazzo del parlamento. Passammo da questo posto il giorno del mio compleanno di cinque anni fa, ero appena andato in pensione ed eravamo al nostro secondo viaggio in bicicletta.


Oggi, dopo 5 anni, provo un’emozione diversa perché arrivando qui abbiamo completato il giro del Nord America, circa 20.000 km in 250 giorni tra vento e strada…
Usciamo dalla capitale e telefoniamo a un hotel a circa 50 km dall’isola di Montréal. La sorpresa è che ci rispondono in francese e, nonostante siamo ancora in Ontario, scopriremo che nel paesino di Alfred l’80% degli abitanti è francofono ed è fiero di mantenere la lingua dei propri antenati.

Domani entreremo in Québec, casetta nostra si avvicina sempre più.

Manuela: Riconosco queste strade e, pedalando verso casa, cresce l’euforia per il rientro, ma anche una certa malinconia, un altro capitolo si chiude. So già che la strada mi mancherà, con le sue scoperte, l’adrenalina e quella sana tensione dell’ignoto; una volta rientrata ritroverò comfort, affetti cari e sicurezza, ma anche una vita più normale e prevedibile. Per adesso mi godo un po’ di quest’aria familiare e il piacere di parlare francese senza dover più pensare in un’altra lingua. Cervello in modalità risparmio energetico!

CANADA – Variante USA

I recenti incendi canadesi a Nord dei Grandi Laghi ci hanno convinto a passare la frontiera con gli Stati Uniti. Un po’ più di 1.000 km, in un paio di settimane attraverseremo Minnesota, Wisconsin e Michigan.

A Winnipeg dobbiamo decidere quale percorso seguire per superare la regione dei Grandi Laghi. A nord, gli incendi stanno devastando le foreste dell’Ontario. Inoltre, questo tratto della Trans-Canada è considerato dai cicloturisti poco sicuro, a causa del traffico intenso e delle condizioni della strada. A sud, invece, il percorso segue strade più tranquille, ma attraversa gli Stati Uniti, la decisione è semplice, passeremo dallo zio Donny.

Manuela: Ci dirigiamo verso est e, per la prima volta dopo settimane, un vento spettacolare alle spalle ci spinge a oltre 30 km/h. Uhaoooo! Superiamo il cartello di “Metà del Canada” e, sorseggiando un caffè, cosa decidono i due grandi strateghi? Di svoltare verso sud; visiteremo così una zona degli Stati Uniti che non conosciamo. Risultato? Vento laterale e velocità media in caduta libera!

Pedaliamo su strade secondarie senza traffico, tra continui saliscendi, in mezzo a campi coltivati, stagni, boschi di abeti e betulle. Ogni tanto si intravede una chiesa, qualche silos o una stazione di servizio che fa anche da negozio di alimentari e motel spartano.
Qui l’unico vero problema sono le zanzare, le mosche e i tafani che ci perseguitano, impossibile fermarsi oltre il necessario.
Iniziamo attraversando il Minnesota che sarà il 41° Stato degli USA in cui metteremo piede. Al posto di frontiera, una poliziotta ci squadra da capo a piedi con il classico sguardo truce; solo quando ci restituisce i passaporti le scappa un piccolo sorriso.

La prima cosa che notiamo appena superato il confine è che gli insetti molesti sono praticamente spariti. Che il presidente Trump abbia dato ordine all’ICE di fermare anche loro? Sembra una battuta, ma il giorno seguente sarà ancora così…
Il paesaggio non cambia molto, ritroviamo la ferrovia e aumentano laghetti e fiumiciattoli. Non per niente lo slogan del Minnesota è “10.000 Lakes”.

Nonostante l’immagine spesso controversa di questo stato, dobbiamo ammettere che le persone incontrate nei nostri viaggi in bicicletta sono sempre state affabili e gentili.

I motociclisti ci salutano al loro passaggio, le “zie” dei convenience store ci accolgono con grandi sorrisi e mille domande, mentre gli “zii”, fermi al passaggio a livello in attesa dell’ennesimo treno lungo chilometri (qualcuno ha chiesto quanto misurano questi treni: mediamente dai 2 ai 4 km), scendono dal loro pick-up per chiederci se abbiamo bisogno di qualcosa.

Manuela: Per non lasciare mai le biciclette incustodite, i nostri ruoli sono ben divisi, io entro nei supermercati a fare la spesa, mentre Francesco nei convenience store per il caffè e si occupa del check-in nei campeggi o nei motel. Stranamente ci ritroviamo sempre con le piazzole o le camere migliori, l’early check-in e il caffè accompagnato dai dolci più buoni… Questo “fascino latino” inizia a preoccuparmi!

Durante l’ennesima lunga tappa in mezzo al nulla, sostiamo per la pausa caffè sui gradini della chiesa nella “metropoli” di Birchdale, 12 abitanti circa.
Dopo cinque minuti, arriva un’auto e un signore sorridente scende per presentarsi. Il signor Olaf è di chiare origini scandinave, si ferma a chiacchierare qualche minuto e poi ci dice: “Benvenuti! Se avete bisogno del bagno, la porta della chiesa è aperta. Io abito nella casa laggiù”. Un piccolo episodio, uno dei tanti che rendono speciale il viaggiare in bicicletta.

Manuela: Questa zona è un vero paradiso per i pescatori. Non c’è praticamente nulla, ma anche le stazioni di servizio vendono esche vive e ogni tipo di attrezzatura possibile e immaginabile per pescare storioni e trote.
Ogni auto traina una barca e sulle porte dei motel, oltre al classico “vietato fumare”, troviamo un altro cartello: “vietato pulire e cucinare il pesce in camera”.
Ci chiedete se abbiamo abbandonato la tenda? Sì, in questi giorni i temporali serali, il caldo atroce, l’umidità e i chilometri nelle gambe ci fanno apprezzare un letto asciutto… anche se non sempre comodo. Certi motel sembrano rimasti ai tempi dei cercatori d’oro, odore e moquette inclusa…vintage style!

Arriviamo finalmente a Duluth, sulla riva del Lake Superior. Prima di sistemarci per due notti in un albergo di periferia, abbiamo qualche cosa da fare.
Oggi abbiamo fatto una vera caccia grossa,  lungo la strada Manuela ha trovato una carta di credito e un costosissimo cellulare ultimo modello in perfette condizioni. Portiamo la carta nel negozio che l’ha emessa, chiameranno subito il proprietario per recuperarla. Poi andiamo alla polizia per consegnare il telefono, cercheranno di rintracciare il proprietario, speriamo con successo.
Manuela: Se dovessi raccogliere tutto quello che trovo lungo la strada, mi servirebbe un rimorchio, mi limito a recuperare solo le targhe per la mia collezione. Che delusione Duluth, come del resto tutte le città che incroceremo lungo la sponda sud del Lago Superiore. Città simili tra loro, una Main Street con bei palazzi in mattoni e pietra, ma attorno quartieri trascurati, edifici abbandonati e vecchie aree industriali. Si percepisce il passato legato a miniere e porti, oggi segnato dal declino. Gli scorci poetici sul lago che immaginavo di trovare si contano sulle dita di una mano.

Di queste lunghe e umide giornate c’è ben poco da raccontare, solo chilometri e chilometri da macinare ogni giorno, spesso più di 100 per non ritrovarsi a dormire in un bosco. In questi giorni noiosi, il mio unico desiderio è arrivare a casa il più in fretta possibile, anche se qualcuno continua a dirci di rallentare. Ci vuole un gran bene… ma sta benissimo anche da sola! L’amore filiale nella sua massima espressione.

Tra i pensieri di un ciclista apatico che suda sulla Hwy 2 c’è anche il confronto con il deserto del Chihuahua, attraversato tre anni fa: siamo passati dalla monotonia color ocra della sabbia alla monotonia verde delle foreste dell’Upper Midwest. Differenze? Qui c’è più traffico.

Manuela: Questi giorni sono stati un vero test di perseveranza. Che piattume! Questa regione è un paradiso per chi ha tempo per la pesca, la caccia, la canoa o le escursioni in quad, ma per noi… che fatica. Ogni giorno cerco qualcosa di diverso da vedere, ma c’è ben poco lungo la strada, qualche pannello storico o un piccolo museo locale. I racconti si ripetono, tra ferrovie, miniere, primi insediamenti e popolazioni indigene; dopo i primi, abbiamo rinunciato a fermarci, se non come scusa per riposare.

Come ci insegnavano le nonne, quando fa molto caldo prima o poi scoppia un forte temporale. Le previsioni hanno annunciato pioggia da metà mattina, così sveglia alle 5:30 e partenza alle… Merda! la gomma di Manuela è a terra. Troviamo subito il microscopico filo metallico di 1 cm che ha provocato la foratura e alle 6:45 siamo già in strada. Facciamo solo una decina di chilometri, il cielo diventa nero, piove, diluvia, grandina e ci sono troppi fulmini per i nostri gusti. Decidiamo di tornare verso la cittadina appena attraversata, dove ci ripariamo al distributore sull’incrocio principale e proviamo a chiedere un passaggio ai pickup diretti nella nostra stessa direzione.

Riders ion the storm

Dopo due tentativi falliti, al terzo dico alla signora di provare lei a chiedere al tipo appena arrivato, vediamo se avrà più fortuna di me. La risposta sarà la seguente: “Dovrei andare solo a un paio di chilometri da qui, ma salite vi porto un po’ più in là” . È così che ci ritroviamo 35 km “un po’ più in là”, oltre il temporale, in perfetto orario sulla tabella di marcia, il sole è tornato e possiamo ricominciare a sudare.

Gli statunitensi avranno anche un presidente “particolare”, ma il cittadino comune continua a sorprenderci per la sua disponibilità…e non solo…Dopo tanti anni trascorsi qui, ci sono ancora alcuni comportamenti della vita quotidiana che, per noi cresciuti in Europa, fanno sorridere. Qualche esempio?

Manuela deve comprare un paio di piatti pronti per la nostra cena in stile microonde nella camera dell’ennesimo motel. Chiede “permesso” a una signora ferma, con aria dubbiosa, davanti alla porta del frigorifero (da notare che ce ne sono due corsie intere). La signora si scusa dicendo che è indecisa su cosa CUCINARE questa sera. Abbiamo un concetto diverso di cucina.

Sto aspettando Manuela fuori dal McDonald’s per i nostri due caffè del mattino. Osservo la fauna locale, arrivano in auto, parcheggiano e, pochi istanti dopo, esce un commesso con il caffè per consegnarlo direttamente al cliente appena arrivato. NEMMENO PER UN CAFFÈ FANNO DUE PASSI! Banche, fast-food, farmacia, vendita di birra, tutto drive thru.

Il riciclaggio; nel 2026 va meglio di cinque anni fa, ma c’è ancora molta strada da fare. Nell’Unione Europea hanno imposto i tappi di plastica attaccati alle bottiglie; qui, invece, fai colazione con fette di pancarrè avvolte una a una nella pellicola di plastica.

L’ultima chicca. In un ristorante, la cameriera, una ragazza di una squisita cortesia che non credo avesse ancora vent’anni, ci chiede da dove arriviamo in bicicletta. Rispondiamo: Vancouver… British Columbia… Ma il suo sguardo dice chiaramente che non sa dove siano. Proviamo allora con: vicino a Seattle… nello Stato di Washington… Niente. Oregon? California? Ci sorride, si scusa: «Non so dove siano», e se ne va.

Sto scrivendo queste ultime righe a un centinaio di chilometri dal confine di Sault Ste Marie, ON; se tutto va bene domani sera saremo al confine canadese. Cosa ricorderò di questo passaggio negli USA? Penso solo l’affabilità delle persone, il panorama era noioso, sempre uguale dall’inizio alla fine. Purtroppo dopo l’Alberta non abbiamo più visto panorami degni di nota, solo tanto caldo, tanto traffico e l’insopportabile rumore delle bande sonore sull’asfalto.

Manuela: Riassumerei così la mia “variante USA”, circa 1.200 km di verde dalle tonalità uniformi, acqua, stagni, asfalto e tantissimo caldo. Un simpatico incontro con un giovane ciclista americano che in quattro anni ha già superato i 100.000 km attraversando il suo Paese in lungo e in largo. Motel dagli odori antichi, cene al microonde, caffè nelle stazioni di servizio e pause all’ ombra sugli scalini delle chiese luterane, le più nunerose. Non ne posso piùùùù!

CANADA – Les Prairies

Saskatchewan e Manitoba non crediamo siano le province canadesi più conosciute fuori dal nostro paese. In genere, si dice che debbano essere attraversate almeno una volta nella vita. Noi lo avevamo fatto undici anni fa e avevamo detto: “Mai più”. Rieccoci qui è sicuramente non con i mezzi più veloci.

1 / 10 luglio – Saskatchewan

Dopo un’interminabile giornata sotto il diluvio e due giorni di riposo a Medicine Hat, la città che deve il suo nome a una leggenda sul cappello di uno sciamano dei Piedi Neri, ripartiamo verso Est entrando nelle vaste pianure delle Prairies, il cuore del Canada.

La prima provincia che attraverseremo è il Saskatchewan (in lingua Cree: “fiume che scorre rapidamente”), conosciuto come Land of Living Skies (“la terra dei cieli viventi”) per i suoi infiniti orizzonti. È il principale produttore canadese di grano duro e quando la produzione italiana scarseggia, questo grano arriva anche nelle riserve dei pastifici nazionali.

L’altra grande produzione di queste regioni è la canola (Canadian Oil Low Acid) una variante della colza che permette di produrre l’olio alimentare più usato in Nord America. Le immense macchie gialle che vediamo ai lati della strada ci allietano la vista in queste interminabili e noiose giornate.

Inizio comunicato “saccente” – Prima del “sentito dire” sui social: la canola non è tossica e il suo olio, dal gusto neutro, è anche una buona fonte di grassi insaturi. (Da italiani noi preferiamo usare altri tipi di olio) – Fine comunicato “saccente”.

Manuela: Ci siamo! Questa parte del Canada è temuta da molti ciclisti e non per le salite o gli incontri con i grizzly, ma per il vento, i temporali, il caldo e soprattutto la noia. Insieme, il territorio del Saskatchewan e del Manitoba è grande quanto il Perù e oltre quattro volte l’Italia; attraversarlo lungo la via più breve significa pedalare per circa 1.600 km in mezzo alla campagna e su lunghi rettilinei interminabili.

Cominciamo a pedalare sulla corsia di emergenza della Hwy 1 e la nostra speranza è quella di un po’ di vento alle spalle per farci aumentare l’andatura. Le giornate sono interminabili. A Regina – la capitale provinciale – faremo una giornata di riposo, ma non è una bella città, niente tour turistici; in un viaggio passato, avevamo già visitato l’unica cosa interessante: la casa del Governatore generale del sovrano d’Inghilterra.

Manuela: Giallo a sinistra, verde a destra e una lunga striscia d’asfalto in mezzo. Per arrivare a Winnipeg ci aspettano ancora circa 750 km: pedaliamo a testa bassa sulla Hwy 1, accompagnati dal rumore di auto, camion e dei treni merci che attraversano le praterie.
Partiamo presto ogni mattina perché il caldo è intenso… tranne una volta: i due geni hanno montato la tenda senza tendere il telo — tanto c’è il sole — e il temporale notturno ci ha bagnato tutto. Per fortuna il vento caldo del mattino ha asciugato ogni cosa in un’ora.

Per evitare per un po’ la rumorosa TransCanada, decidiamo di ripartire su strade secondarie per circa una settimana, qualcuno ci aveva consigliato di stare a Sud, noi abbiamo optato per il Nord.

La prima tappa sarà Fort Qu’Appelle, dove dormiremo in riva al lago nello stesso campeggio comunale in cui sostammo in una precedente attraversata. Proviamo entrambi a pagare sul sito della municipalità, ma i nostri cellulari si bloccano. Chiediamo come fare a una signora vicino all’area tende, che ci dice di non preoccuparci perché gli incaricati passano tutti i giorni a riscuotere il dovuto.

L’indomani, le bici sono pronte, ma nessuno si è visto. Ripartiamo — proprio come undici anni fa — Fort Qu’Appelle ci ha ospitato gratuitamente. Merci, thank you, grazie.

La giornata è dura, dopo soli venti chilometri io ricomincio a soffrire per il mio sopra-sella che mi infastidisce da Vancouver. Oggi è veramente infernale, la sera sono esausto, psicologicamente scoraggiato e l’unica soluzione a cui penso è quella di rientrare a Regina e terminare qui il viaggio. C’è chi dice che la notte porti consiglio, proviamo con una diagnosi aiutati da ChatGpt e la mattina decido di continuare, forse andrà meglio.

Manuela: Gli avvisi meteo parlano di caldo intenso, forti temporali e possibili tornado. Siamo ricoperti di punture di zanzare e tafani e, in più, Franz ha un’irritazione e dolori al fondoschiena, come un brufolo può rovinarti un viaggio 🤭🤬 Cosa altro?
Si consiglia di attraversare il Canada da Ovest a Est per avere il vento delle Prairies alle spalle… ma, per noi, sarà vento contrario per un’intera settimana. Come conforto, cerchiamo di abbandonare i campeggi e dormire nei motel di campagna, tutti fuori dal tempo, alcuni ben tenuti, altri decisamente vissuti, frequentati da viaggiatori di passaggio con stivaloni e pick-up. Quasi sempre costruiti accanto alla ferrovia, i treni merci passano tutta la notte, ma noi dormiamo come sassi.

Cosa dire di questo tratto di strada? Piatto, con colture tutte uguali e nubi di zanzare e tafani pronti ad assalirci a ogni sosta (in un mese siamo già al terzo spray repellente). Un tratto decisamente di una noia mortale.

Due cose però le possiamo scrivere, atrimenti anche il blog rischia i diventare noioso come il panorama.

Viviamo in Nord America da ventuno anni e in ogni stazione di servizio, anche nei luoghi più sperduti, abbiamo sempre trovato un caffè o almeno una tazza di “acqua marrone” (il nostro vecchio amico Kader lo chiama pisse de chevreuil tanto per rendere l’idea), sappiamo che non è come quello italiano, ma qui di Espresso non c’è nemmeno il treno! Qui in Saskatchewan, abbiamo trovato l’eccezione alla regola : in una piccola stazione di servizio ci hanno risposto: “Lo facciamo solo in inverno”.

Secondo aneddoto: il rispetto dei ciclisti. Non c’è stato un solo veicolo che non ci abbia superato mantenendo almeno tre metri di distanza e rallentando; quando non era possibile occupare l’altra corsia, gli automobilisti aspettavano pazientemente il momento giusto per farlo. Il Saskatchewan conquista il primo posto per cortesia.

Meditate, guidatori italiani, meditate.

Manuela: Franz brontola per il dolore al fondoschiena, io mi gratto le decine di punture di zanzara. Odori di campagna non sempre piacevoli e caldo afoso. Siamo stati fortunati a scegliere questo itinerario a Nord, abbiamo evitato le strade allagate e i violenti acquazzoni trovati da altri ciclisti più a Sud. Vento a parte, ci è andata bene. Anche i rari motel sperduti sono accettabili… a qualcuno farebbero inorridire, ma siamo molto adattabili quando si tratta di non montare la tenda sotto i 40° C.

10/14 luglio – Shoal Lake/Winnipeg

Siamo entrati in Manitoba. Differenze? Nessuna, a parte le targhe delle auto. Ritroviamo il verde dei campi, il giallo della canola e le immancabili zanzare. L’unica novità è il caldo: sempre più intenso. Cerchiamo di partire presto, ma alle 7 del mattino ci sono già temperature elevate e arriviamo a destinazione completamente fradici di sudore. Le tappe sono sempre oltre i 100 km perché tra un paesino e l’altro ci sono solo fattorie o coltivazioni. Nelle rarissime stazioni di servizio dove facciamo pausa, niente caffè, solo Gatorade, bibite fredde, granite e gelati.

Manuela: Avete mai incrociato in un distributore di benzina due ciclisti dopo 90 km di vento contrario o laterale, sotto un caldo disgustoso con 36°C, percepiti 47°C per l’umidità? Non è un bello spettacolo!  Nell’unico ristoro della tappa, che non era ancora finita, ci siamo gettati su tutto ciò che era commestibile e freddo.

Siamo a Shoal Lake, dirigendoci verso la camera dell’ennesimo motel, vediamo una e-bike, è quella di Robert Fletcher, 83 anni (https://octoodyssey.com/). Sta facendo la TransCanada dopo essersi fatto registrare nel Guinnes dei primati per aver compiuto, sempre in e-bike, la mitica A2A (Alaska to Argentina) fino a Panama. Naturalmente, ci fermiamo a parlare con lui e la moglie di origine colombiana, che gli fa da supporto seguendolo in auto. Una bella coppia che oggi vive in Costa Rica e con la quale passeremo la serata; avrò anche l’occasione di rinfrescare lo spagnolo con la simpatica signora Gloria. Loro prenderanno un’altra strada meno isolata, ma li ritroveremo con piacere anche due giorni dopo insieme a altre loro due amiche cicliste “non più giovani” Bernice e Johan.

In Canada anche i macchinisti dei treni ti salutano

Nella città di Winnipeg ci sistemiamo in una casa nel quartiere francofono di Saint Boniface. Il nostro programma è di restare qui due-tre giorni per riposarci e fare manutenzione alla bici di Manuela che deve cambiare la catena. Ci incontriamo per una birra o due o tre, con una coppia di viaggiatori conosciuta ieri. David un terapeuta londoniano che è anche un sarto di grandissima classe e esperto ciclo viaggiatore. Con lui c’è Charles, un giovanissimo diciannovenne di Rimouski che è alla sua prima esperienza, complimenti a Charlie che è da quando aveva una decina di anni che sognava di partire in bicicletta ispirato dal suo idolo dell’epoca.

L’ indomani ci concediamo una parentesi culturale visitando la casa di Gabrielle Roy, una delle nostre autrici preferite. Scopriamo la vita della scrittrice canadese e il contesto storico e locale del periodo in cui visse. Una visita davvero interessante.

Manuela: A differenza di Regina, Winnipeg è una città molto piacevole, con un’architettura interessante, ampi spazi verdi e panorami suggestivi alla confluenza del Red River e dell’Assiniboine. Ogni tanto fa bene allo spirito e al cervello fare attività diverse dal pedalare… e per l’olfatto, fare una lavatrice!

Nel pomeriggio ci trasferiamo a casa di Violet e Dan, due ospiti Warmshowers che vivono in un bellissimo quartiere affacciato sul fiume. Qui conosciamo Mia e Béatrice, due giovani cicliste québécoises che stanno percorrendo il nostro stesso itinerario. Scopriamo che una di loro abita addirittura a due passi da casa nostra.

Manuela: Le prodezze di El tonto in vacanza. Il genio decide di seguire una ciclabile in città, passando sotto un ponte lungo il fiume… Risultato: impantanati, ruote bloccate dal fango, lerci fino all’inverosimile e costretti a finire in un car wash. @#%&! a chi diceva: “Dai, si passa, non vedi che è secco!”.

Domani sarebbe la partenza dalla capitale del Manitoba, ma la pioggia che continua fino a mezzogiorno, la gentilezza e l’ accoglienza dei due ospiti, ci convince a restare un’altra notte all’asciutto. Le ragazze partono oggi sotto l’acqua, beata gioventù.

Manuela: Ci fa sempre piacere incontrare persone nuove e gli ultimi incontri sono stati molto gradevoli. Chi è giovane o meno giovane, chi pedala per un sogno, chi per passione, chi per mettersi alla prova o per sostenere una causa, sulle due ruote siamo tutti uguali, semplicemente cicloviaggiatori.

Ripartiamo sotto il sole e con una brezza nella giusta direzione che ci fa arrivare velocemente al pannello del centro longitudinale del Canada. Abbiamo percorso circa 2.500 km da Vancouver e ce ne restano altrettanti per arrivare a Québec.

Le ultime notizie ci informano che il Nord dei Grandi Laghi è difficile da percorrere a causa degli incendi, ci dirigiamo quindi verso Sud, domani si entra negli USA, la via più breve per tornare a casa passa da qui.

Manuela: Evviva, le Prairies sono finite!!! Iniziavo a non farcela più. Per passare il tempo mi sono messa a contare gli animali morti sul bordo della strada in ordine di quantità: tanti uccelli, farfalle, cani della prateria, rane, serpenti, anatre, puzzole, procioni, cervi, istrici, un gallo, un gatto, un lupo e un orso… ma nessuna nuova targa.

CANADA – Alberta

Superata la Continental Divide, si comincia a scendere. I primi mille chilometri sono dietro di noi.

Quando si pensa all’Alberta, vengono in mente le montagne da spot pubblicitario del turismo canadese, ma quelle sono a Nord, molto più a Nord.

Noi attraverseremo questa provincia nel Sud per poco meno di 400 km e in un paesaggio completamente diverso. Dopo le Rockies, la strada scende gradualmente verso i 700–800 metri, tra ondulazioni continue e praterie immense, con fattorie isolate, mandrie al pascolo e la lunga linea dritta della Hwy 1, la Trans-Canada. I veri protagonisti saranno vento e pioggia e, se non saranno favorevoli, ci faranno rimpiangere in fretta le montagne appena lasciate.

25 giugno / 1 luglio – Crowsnest Pass/Saskatchewan

In programma c’era una notte in campeggio, ma l’acquazzone che vedevamo in lontananza, ci ha dato la scusa per dormire anche questa notte in un letto d’hotel (e non che la cosa mi dispiaccia…). Foto di rito al cartello di benvenuto in Alberta e poi via più veloci della luce o, meglio, più veloci del temporale che si avvicina.

La salita al passo non è stata difficile e il panorama ci ricordava le Alpi. Con il superamento della Continental Divide, oltre all’acqua dei fiumi, anche noi cominciamo a scendere a Est. Domani si vedrà se sarà vero.

Se ieri sera abbiamo evitato per un pelo un acquazzone, oggi ripartiamo con nuvole non rassicuranti, la cosa positiva è che il profilo altimetro favorisce la velocità.

L’Alberta, possiede una delle maggiori riserve mondiali di petrolio, ma continuando sulla Hwy 3 attraversiamo parchi eolici e impianti fotovoltaici, forse anche qui cominciano a pensare che il futuro non sia solo “fossile”? Tralasciando pensieri filosofico-sociali, lasciamo sulla sinistra la deviazione verso il
Head-Smashed-In Buffalo Jump World Heritage Site. Un sito valorizzato dall’UNESCO per ricordare quando in epoche non troppo lontane, i cacciatori delle First Nations, spingevano verso una falesia le mandrie di bisonti per ucciderli.

Manuela: O visitare il piccolo museo del forte a destinazione o una deviazione di 40 km su sterrato in leggera salita per il sito-museo dei bisonti?
Pigrizia vs cultura: 1–0

Arrivati a Fort Macleod, Manuela vuole visitare il museo ricavato in un vecchio forte della Gendarmerie Royal di Canada (la famosa Royal Canadian Mounted Police o Giubbe Rosse, per gli italiani). La storia narrata sui vari pannelli è interessante, ma come Québécois francofono mi ha piuttosto irritato trovare solo descrizioni in inglese, dato che questa è un’istituzione federale quindi mantenuta con le tasse di tutti i Canadesi.

Manuela: Uscendo da Fernie, per l’ultima volta ammiriamo le pareti rocciose e le fitte foreste della BC. Continuo a sperare di vedere un alce che si abbevera nel fiume, ma anche oggi niente. Non avrò questo regalo, ma a pochi chilometri dal confine con l’Alberta trovo a terra una targa  automobilistica per la mia collezione 🥰. A Sparwood ci fermiamo per un caffè e, da perfetti rimbambiti, ripartiamo senza fotografare il Terex Titan, per anni il più grande camion da miniera del mondo. Siamo in una zona dove ancora oggi si estrae carbone e i pannelli lungo la strada raccontano la dura vita dei minatori di ieri e di oggi. Noi abbiamo una vita più facile, speriamo solo di salvarci dall’acquazzone e di non farci divorare dalle zanzare che ci tormentano. Poco dopo attraversiamo il Frank Slide, la strada passa ancora tra l’immenso ammasso di rocce della frana del 1903 che sommerse gran parte del paesino. Gli unici a salvarsi furono i lavoratori che si trovavano nella miniera.

Tapponi di oltre 100 km per altri due giorni, ma la meteo non sarà dalla nostra parte. La mattina della tappa più lunga, ci svegliamo con la conferma che i 115 km previsti saranno umidi. Dopo soli pochi minuti di pedalata – fortunatamente oggi è domenica e il traffico è ridotto – comincia a piovere e sarà così fino all’arrivo. Sosta uno a 30 chilometri e siamo già bagnati, sosta due a 60 chilometri, sempre più bagnati, il vento fortunatamente soffia nella buona direzione, la media a 90 km è di 24,5 km/h, non male per le nostre bici pesanti e sotto la pioggia. Purtroppo faremo gli ultimi chilometri più lentamente a causa del forte vento laterale, vedo rivoli di acqua che scendono dal cappuccio della giacca direttamente sugli occhiali, per fortuna non fa freddo 12-14° C. 

Arriviamo in vista dell’albergo a Medicine Hat, sono solo le 13 e il check-in è previsto per le 15 , ma il receptionist – impietosito? – decide di darci subito la camera. Questa sera cena con quello che abbiamo in borsa, domani niente sveglia.

Manuela: quando il cielo è nero e le previsioni alla TV dicono “Allerta pioggia molto forte, possibili allagamenti delle strade”, i ciclisti normali cosa fanno? Si girano nel letto e continuano a dormire, mentre noi partiamo per una giornata di 115 km. Abbiamo dell’ottimo abbigliamento antipioggia, ma credo non concepito per il diluvio universale! Siamo arrivati fradici e le bici lavate come in un carwash. Cosa positiva, pur di arrivare il prima possibile e riscaldarci le ossa, abbiamo pedalato senza lunghe soste, concedendoci solo qualche pit stop per un po’ di broda calda.

Analizzando i vari programmi meteorologici decidiamo di aggiungere un secondo giorno di riposo per avere più chances di sole nelle prossime 3-4 tappe e ripartire anche ben riposati da Medicine Hat per dirigerci verso il confine con la prossima provincia.

Tepee Samis

Prima di imboccare la Trans Canada, deviazione “zanzarosa” per una fotografia al più grande tepee del mondo il Tepee Samis, alto 65 m e costruito per le olimpiadi di Calgary del 1988. Poi si parte veramente, ci sono le Prairies di Saskatchewan e il Manitoba da attraversare per circa 1.800 km prima di arrivare a Thunder Bay sulle rive dei Grandi Laghi, le prossime 3-4 settimane sarnno molto lunghe e noiose.

Manuela: Si dice che Medicine Hat sia una delle città più soleggiate e “desertiche” del Canada; per confermare questa fama, naturalmente, ha piovuto per due giorni. Fortunatamente anni fa avevamo già visitato Medalta, l’antica fabbrica di ceramica attiva dall’inizio del Novecento, e il museo dedicato ai Blackfoot, dove si racconta anche l’origine del nome della città, legato al copricapo tradizionale dei loro guaritori spirituali. Usciamo dall’albergo solo per fare la spesa. Ogni tanto il totale ozio è un’eccellente attività fisica e mentale, me lo dice spesso il nostro caro amico Denis… e se lo dice uno psichiatra, bisogna fidarsi!

CANADA – British Columbia

Dopo la delusione causata dalla rinuncia alla PGD, torniamo sulla costa Ovest del Canada per affrontare la traversata del nostro paese.

“A mari usque ad mare” (“Da mare a mare”) è il motto del Canada. Sarà anche il nuovo obiettivo dell’estate: attraversare in bicicletta il nostro Paese d’adozione, dal Pacifico alla città di Québec. L’Atlantico lo avevamo già raggiunto anni fa, pedalando da casa fino alle coste del New Brunswick e della Nuova Scozia.

La delusione per la Peru Great Divide sarà difficile, anzi per me impossibile, da dimenticare. Il mio alter ego mi ha però convinto a non tornare subito a casa, non saranno le Ande, ma questo viaggio potrebbe essere il modo più originale per celebrare i nostri vent’anni di vita in Nord America.

8 giugno – Atterraggio a Vancouver

Sistemati in un hotel vicino all’aeroporto, usciamo per le solite commissioni: gas per il fornellino, un po’ di cibo, uno spray supplementare per le zanzare e uno anti-orso. Del resto, gli orsi non mancheranno lungo tutto il percorso delle prossime settimane e in tutto il Canada c’è la fabbrica mondiale di zanzare e tafani.

Il supermercato più vicino all’albergo è cinese e, per praticità, decidiamo di fare la spesa lì. Le etichette sono rigorosamente bilingue, ma non nelle lingue ufficiali del Canada, bensì in cinese e inglese. Molti commessi parlano solo mandarino e alle casse si paga anche con Alipay (app di pagamento cinese). Il lato positivo è un buon banco di piatti pronti, perfetto per la nostra prima cena post Perù.

Manuela: Malgrado il solito stress del viaggio in aereo con le biciclette, il ritorno in patria è stato senza intoppi. A Lima, l’addetta al check-in, incuriosita dalle nostre scatole per le bici, ci ha anche fatto un upgrade e chiuso un occhio su un bagaglio troppo pesante.

Abbiamo sbagliato aereo? Dallo shuttle alla reception dell’albergo, a tutte le persone che incrociamo, sono di origine asiatica. Vedo più scritte in cinese che in inglese. Scherzo con Francesco dicendogli che la nostra idea iniziale di viaggio era la Via della Seta, quindi “Welcome!”. Siamo invece nel quartiere di Richmond, vicino all’aeroporto di Vancouver, dove circa il 70% della popolazione è di origine cinese. Sembra davvero di essere arrivati in Asia. Che peccato, come vorrei esserci!

9/14 giugno – Da Vancouver a Osoyoos

Rimontate per l’ennesima volta le bici, la mattina seguente si parte. Faremo pochi chilometri, solo per arrivare in periferia della città dove trascorreremo la seconda notte a casa di un ospite Warmshowers, il gruppo di ciclisti che offre ospitalità a gente come noi. Ci dirigiamo così a Surrey arrivando a casa di Ann, insegnante e viaggiatrice, figlia di una simpaticissima coppia di francesi immigrata qui da tanti anni. Durante la cena avrò modo di chiacchierare su tutto e su nulla con il padre di Ann definito dalla moglie “un libero pensatore”. Un buon dibattito filosofico e scambio di opinioni tra persone senza peli sulla lingua.

Manuela: Il nostro coast to coast canadese non poteva iniziare meglio, accolti e sfamati da Ann e dai suoi genitori, una famiglia che ci resterà nel cuore e che speriamo un giorno di poter ricambiare per la loro ospitalità. Il giro del mondo continua: “Ehi Franz, non pensavo di aver pedalato così tanto, siamo già in Asia del Sud”. In questa zona tutto ciò che vediamo ci ricorda l’India o i paesi limitrofi e pranziamo in un parco accanto a un Gurdwara e a un gruppo di sikh che gioca a carte. Qui circa un abitante su tre è di origine sudasiatica. Evviva il multiculturalismo canadese.

Il meteo canadese non è dei migliori in questi primi giorni: nuvole e qualche goccia di pioggia. Ma, dopo aver appena pedalato in Italia e in Perù (per noi i peggiori in fatto di rispetto per i ciclisti), qui ci sembra di essere nel Paradiso delle due ruote, con un’infinità di ciclovie, semafori dedicati a pedoni e ciclisti, auto che rispettano la distanza di sicurezza e si fermano agli incroci per lasciar attraversare due “imbecilli” in bicicletta, anche quando arrivano con il giallo. Cari Latini, vi vogliamo bene e ci mancate, ma quanto è piacevole ritrovare un po’ di educazione civica. Non a caso il Canada è considerato tra i Paesi con la migliore qualità di vita al mondo.

Arrivati a Hope entriamo nella regione montagnosa dell’ovest, le Columbia Mountains, un susseguirsi di catene prima delle più conosciute Rocky Mountains. Da qui in poi, per le prossime due settimane, sarà dura e in salita! Ci ritroviamo subito tra valli infinite, foreste fittissime, popolate da cervi, alci, castori e, ovviamente, orsi.

A proposito di orsi. A lato strada, dopo aver letto un avviso di sicurezza su questi simpatici animali, siamo in sosta per mangiarci un’arancia. Qualcosa si muove a cinquanta metri da noi, è una schiena marrone, sarà un cervo o un orso? Preferiamo non verificare, ripartiamo subito e di corsa. Non capisco come mai Manuela, che di solito mi lascia indietro in salita, oggi rimane a ruota, sorrido tra me, la Pantanina dovrà lavorare sulla sua pazienza dato che lo spray sono io ad averlo.

Questa notte dormiremo in tenda. Il guardiaparco ci suggerisce di nascondere il cibo nel retro dei contenitori per i rifiuti che sono in acciaio e dotati di sistemi antiorso. Purtroppo durante la notte abbiamo comunque una visita; un roditore mi crea un bel buco nella borsa fissata sul telaio, probabilmente attratto dall’odore del micro pezzettino di arachide che mi era caduto.

Manuela: Passare dai paesaggi peruviani al piattume dell’est canadese mi avrebbe fatto venire la depressione. Qui, invece, continuo a vedere montagne, laghetti, torrenti e boschi di abeti. Oups, un cervo… oups, un orso! La prima notte in tenda mi mette comunque un po’ di ansia. Il guardiaparco vuole rassicurarci dicendo che nel campeggio la settimana scorsa sono stati avvistati solo tre orsi neri e nessun grizzly. Mi sento mooooolto tranquilla, Ranger Smith non potevi stare zitto!!! Per fortuna le salite stancano, dormirò come un sasso senza pensare a Yoghi e Bubu.

La salita dopo la cittadina in riva al lago di Osoyoos è infinita, ma tutto va bene, non siamo più a 4.000 m di quota e la differenza di energia è evidente. Arriviamo a Princeton e siamo ospiti di un altro Warmshowers, Dean; un po’ più giovane di me, ciclista solitario e proprietario di un centro fitness. La tenda sarà piazzata nel cortiletto sul retro, ma avremo accesso a spogliatoi, WiFi, cucina, lavanderia, nonché un’eccellente birra IPA per la cena e il caffè pronto la mattina appena alzati.

Manuela: Freddo, caldo, freddo… un continuo vestirsi e svestirsi, la scusa perfetta per riprendere fiato in cima alle salite. Su questa strada c’è pochissimo traffico, incrociamo un gruppo di ciclisti del Québec, qualche pick-up e gli immensi camion del legname e delle miniere. In zona si trova una delle più grandi miniere di rame a cielo aperto del Canada, è impressionante vedere la montagna sventrata vicino a Princeton.

Nonostante un’ottima notte, la mattina mi sveglio stanchissimo e decidiamo di accorciare la tappa successiva per evitare l’ultima lunga salita sotto i 30°C previsti nel pomeriggio. Ci fermiamo in un paesino agricolo in un vecchio motel da film d’epoca. Poco distante, un ristorante ormai in chiusura (19:15, qui “si arrotolano i marciapiedi”, cioè non c’è più nessuno in giro) ci prepara due ottimi hamburger.
A cena solo acqua, le leggi provinciali vietano la vendita di birra da asporto. No comment.

Manuela: Continuo a pensare alle Ande e a paragonarle a queste montagne. Ci lasceranno qualcosa nel cuore, come ci è successo dopo i viaggi in Sud America?
Mentre arranco in salita, vengo superata dal rombo assordante di una cinquantina di Porsche, Ferrari e Lamborghini. La sera, mentre montiamo la tenda, ripenso al contrasto tra il nostro modo di viaggiare e quello dei proprietari di quelle supercar.
Siamo nati e cresciuti nel comfort, ma questa esperienza in sella ci ha riportati all’essenziale. Ci ha insegnato che la bicicletta non ci porta soltanto attraverso paesaggi meravigliosi, ci ha permesso di riscoprire il valore delle cose semplici, come un piatto di pasta al burro condiviso insieme seduti su una panchina. Soprattutto, ci ricorda il valore delle relazioni umane, offrendoci l’opportunità di condividere un piccolo tratto di vita con le persone che incontriamo lungo il cammino, grazie a quella gentilezza spontanea che, nella vita di tutti i giorni, non è sempre così naturale. Con Francesco parliamo spesso di questo tema e, pur avendo caratteri diversi, finiamo sempre per essere d’accordo.

16 giugno – Piccole differenze tra Canada e USA

Ieri abbiamo deciso di fare una breve deviazione negli Stati Uniti per seguire una strada meno trafficata lungo il fiume Kettler ed evitare anche qualche centinaio di metri di salita. Appena fuori Midway, BC arriviamo alla frontiera, siamo soli e ci fermiamo direttamente alla guardiola del controllo passaporti senza rispettare lo Stop posto esattamente tre metri prima. Primo errore! L’agente statunitense, come al solito serissimo, esce dall’ufficio masticando e con una briciola sulle labbra, probabilmente lo abbiamo disturbato durante la colazione, ci redarguisce dicendo che non ci siamo fermati allo stop dove si prende la foto della targa.

Ci scusi diciamo noi – vuole che torniamo indietro?

No, non serve!

Scansiona i documenti, non ci fa nemmeno la classica domanda sul cibo fresco, sul dove andiamo e ci lascia proseguire.

Dopo circa 40 km, ci fermiamo in un micro ristorante sperduto nel nulla. Siamo accolti da una sorridentissima signora bionda sui 40 anni, cotonata stile anni ’80, vestita con un prendisole fiorato più adatto a una spiaggia hawaiana che alle montagne del Washington. Ordiniamo due caffè con due cinnamon roll che saranno serviti tiepidi con della panna dall’altrettanto sorridente marito. Tutt’altro genere di accoglienza! E questo lo diciamo perché anche gli Yankees ci hanno sempre accolto molto bene, oggi l’ennesima dimostrazione.

Arriviamo al controllo frontaliero canadese. L’agente ci accoglie con un sorriso, mentre controlla i passaporti ci chiede dove siamo diretti e gli rispondiamo che stiamo facendo la Trans-Canada per tornare a casa in bicicletta. Ci chiede dettagli del viaggio per cinque minuti, ci fa un sacco di complimenti e, solo prima di partire, si ricorda che deve chiederci se abbiamo comprato qualcosa da dover dichiarare. In venti anni di vita in Canada, penso di non aver mai trovato un solo agente frontaliero canadese scortese.

17/25 giugno – Da Grand Forks a Crowsnest Pass

Rientrati “in patria” riprendiamo la navigazione verso Est fino a un bel campeggio a Christina lake che offre uno spazio tende per ciclisti. Qui facciamo la conoscenza di Eliot, un giovane giornalista originario di Hong Kong, ormai torontino da cinque anni. È alla prima lunga esperienza in bicicletta e dice che questo è il migliore modo per conoscere il suo paese di adozione, complimenti! Durante il tranquillo e caldo pomeriggio arriva anche Jeff, un quasi coetaneo proveniente dal vicino stato di Washington. La mattina successiva ci si saluta dandosi un potenziale RDV lungo il percorso della tappa. Noi siamo i primi a metterci in strada, pedaliamo tranquillamente fino al punto in cui incrociamo il BC Trail e, dopo la pausa caffè di metà mattina, siamo raggiunti da Jeff.

Lo sterrato è in buone condizioni e le pendenze minime; il tracciato segue una vecchia linea ferroviaria dismessa. Si procede più o meno insieme fino al lungo Bulldog Tunnel, dove siamo costretti ad accendere la luce anteriore. Subito dopo, ritroviamo sia Eliot che Jeff, dato che il primo aveva preferito aspettare per affrontare la lunga galleria in compagnia.

Manuela: Racconto a Eliot il mio incubo di ritrovarmi in un tunnel e intravedere un orso dall’altra parte, lui sorride e mi mostra un suo video, è esattamente quello che gli è successo ieri! Capisco perché non voleva fare  la serie di 5 tunnels da solo, io sarei morta di paura!

Da qui in avanti la discesa in paese sarà meravigliosa, il lago sottostante è pieno di legname; sembra che da queste parti i vecchi sistemi di trasporto legna siano ancora in voga .

È a pochi chilometri dal paese che abbiamo la sorpresa: a un centinaio di metri davanti a noi c’è un giovane orso. Essendo molto giovane, potrebbe esserci vicino la madre, è quindi più prudente aspettare che si allontani da solo. I miei tre gentilissimi compagni decidono che il primo a partire sarà il più vecchio – questa è la democrazia dicono loro – tolgo la sicura allo spray antiorso e riparto pensando che in fondo un orso non è altro che un cane un po’ più grosso… O no? Purtroppo, preso dal mio ruolo di “aperitivo per orsi”, non sono stato abbastanza veloce a scattare una fotografia, dovrete credermi sulla parola.

Manuela: ero terrorizzata all’ idea di incontrare un orso su un sentiero. Alla fine non è stato terribile, eravamo in forza maggiore. Poverino! aveva più paura lui di noi, lo abbiamo incrociato in un punto in cui non riusciva a scappare tra una lunga falesia di roccia e un precipizio, correva avanti e si girava per vedere se i mostri erano spariti o no. Lo zio Franz davanti brandendo lo spray e noi vigliacchi dietro che urlavamo… chissà cosa avrà raccontato Bubu a Yoghi quella sera?

Sono gli ultimi chilometri di quella che, a nostro parere, potrebbe essere inserita nella  lista delle più belle tappe dei nostri giri in bici e anche percorsa in piacevole compagnia. Due italiani, uno statunitense, un giovane cinese, la stessa passione, una giornata immersi nella natura delle montagne canadesi.

Entriamo in città, ognuno si dirige all’albergo prescelto e domani ricominceremo da soli.

La strada per Nelson è tutta un su e giù che nonostante i pochi chilometri fa aumentare il contatore dei metri di dislivello positivo. Questa sera dormiremo sulle rive del Kootenay Lake ospiti di Rick e Sue, due Warmshowers che ci fanno campeggiare nella loro proprietà vista lago.

Manuela: Penso a nostra figlia, che anni fa aveva fatto uno scambio scolastico nella cittadina di Nelson. Nata con il boom dell’argento, conserva splendidi edifici storici e uno spirito un po’ hippy che la rende caratteristica.

Sveglia con calma, per attraversare il lago  dobbiamo fare solo 7 km e prendere un piccolo traghetto gratuito che salperà poco prima delle 10. Appena rimontiamo in sella su una salita molto ripida vediamo alla nostra destra un giovane cervo, poi una mamma con il suo piccolo. La giornata comincia bene, ma la temperatura elevatissima e la totale mancanza di vento mi stancano molto. A 35 km da quella che sarebbe stata la nostra destinazione odierna, propongo alla mia boss di fermarci all’ultimo albergo su tutta la strada. L’albergo è pieno, ma non perdo la speranza e provo a chiedere informazioni alla casa accanto.

La signora con cui parlo è originaria del Québec e per decenni è stata la proprietaria dell’hotel, ora passato alla nipote. Con grande disponibilità, Ramona ci offre una camera in casa sua a un prezzo irrisorio. Manuela è meno convinta della scelta, ma non ci sono alternative, io sono esausto – a quanto mi hanno detto, si vedeva chiaramente – non vedo l’ora di farmi una doccia e buttarmi su un letto.

Al risveglio dalla siesta, cominciano le sorprese. Entro in cucina e trovo uno dei figli di Ramona che sta pulendo una decina di trote pescate la mattina. Dopo meno di 10 minuti, mi ritrovo nel piatto un bel pesce appena cotto. Mentre mangio arriva da Calgary la seconda figlia con il marito e, dopo qualche scambio, finalmente in francese, ci ritroviamo invitati a cena. E che cena! Questa sera mangeremo un BBQ di astice, granchio delle nevi e ostriche.

Cosa dire di quest’ultima giornata? Forse sarà uno stereotipo da film, ma la cordialità di certe persone non si è smentita. La signora che ci ha ospitato non aveva sicuramente bisogno di “affittarci” quella camera, ma ci ha aperto la porta di casa, ci ha invitati a cena e offerto anche la colazione. Questi fatti non sono una rarità.

La mia stanchezza cronica ha portato qualcosa di positivo! Domani tappa corta e poi, finalmente, la prima vera giornata di riposo dopo la partenza da Vancouver di 13 giorni fa.

A Fernie dormiamo per l’ultima volta in BC. Questa piccola cittadina è uno dei punti di passaggio della Tour Divide, il mitico percorso che, seguendo la Continental Divide, collega Banff, in Alberta, ad Antelope Wells, nel New Mexico, al confine con il Messico.

Manuela: La famosa gara di bikepacking è iniziata qualche giorno fa e i concorrenti sono ormai lontani. Mi sarebbe piaciuto incrociare questi atleti, il vincitore completerà i circa 4.400 km, con oltre 60.000 metri di dislivello, per gran parte su sterrato, in poco più di undici giorni.  Ci accontentiamo di dormire nello stesso ostello, pedaleremo più forte anche noi domani?

La mattina scendo nel locale bici a prendere i nostri mezzi e incontro un ragazzo giovane. Saluti… In inglese mi chiede se stiamo facendo la Tour Divide… Con le mie scarse capacità rispondo che andiamo lungo la Trans Canada… Mi chiede, in francese, se parlo francese… Sì… Gli chiedo da dove viene… Kelowna, ma sono italiano… Di dove? Friulano… Come la nonna di mia moglie e la mia… Lavoro nel settore vitivinicolo… Come me, anni fa… Pratico anche alpinismo e arrampicata… Come me anni fa… Sono informatico… Come me anni fa… Ah! Mi chiamo Francesco… Come me!

La voglia di continuare a parlare e tanta, ma il dovere ci chiama, oggi si rischia un temporale prima di entrare in Alberta e dobbiamo partire, abbiamo ancora qualche migliaio di chilometri da percorrere prima di arrivare a casa.

Manuela: Lasciamo la British Columbia con il ricordo di tanti piccoli centri abitati nati con miniere, ferrovia e legname, su terre delle popolazioni indigene, oggi in parte riserve. Alcuni si sono reinventati con il turismo, altri sono quasi dimenticati. Amo la montagna e la solitudine, ma non so se riuscirei oggi a vivere in luoghi così remoti.