PERÙ – Cominciamo con le sorprese

La nostra entrata in Perù non è stata molto piacevole grazie all’incompetenza (o menefreghismo?) di un funzionario del consolato di Cuenca.

9 maggio – Tumbes (Perú)
Come apriamo la porta della nostra camera ci accoglie un “sberla” di aria calda e umida; sarà il leitmotiv fino a quando rimarremo sulla costa dell’oceano Pacifico. Il percorso sarà in piano fino a destinazione, dopo circa 40 km un ponte con due bandiere segna il confine tra Ecuador e Perù, oggi si cambia stato! All’ufficio di immigrazione della frontiera iniziamo con la prima sorpresa ed il primo fuc*** della giornata.
A Cuenca il funzionario (pensiamo fosse il console in persona), ci aveva detto che avremmo potuto avere un visto turistico di sei mesi invece di quello standard di tre mesi solo nell’ufficio di frontiera. Invece, pur dimostrandosi gentile e comprensivo, alla dogana il responsabile ci ha detto che solo i consolati, come quello in Cuenca, potevano fornirci l’estensione. Ripartiamo con un timbro sul passaporto che indica 90 giorni. L’unica soluzione sarà quella di uscire dal Perù fra tre mesi come italiani e rientrare subito come canadesi. Nulla di illegale, ci ha assicurato il funzionario, ma per noi saranno giorni e soldi buttati al vento e solo a causa di un console che…

E fin qui ci siamo arrivati

Per il resto nulla da segnalare, solo il molto caldo e la città di Tumbes che non è tra i migliori luoghi da visitare in Perù, domani cominceremo la discesa di circa 650 km verso Sud fino a Ciudad de Dios, da dove vorremmo salire nuovamente in quota per affrontare…

Sono andato a rivedere il testo di una canzone ascoltata oggi, mentre arrivavo alla frontiera tra Perù ed Ecuador: Mothers Of The Disappeared degli U2. La canzone è stata dedicata ai desaparecidos dell’America Latina, Argentini, Cileni e Salvadoregni che sparirono durante i regimi dittatoriali di un passato molto recente; regimi appoggiati spesso da chi si professa “portatore di democrazia”. Che il nuovo Papa rifletta su cosa hanno fatto i suoi compatrioti.

Manuela: PERÙ, finalmente ti ritrovo! Pedaliamo tra piantagioni di banane, ogni casco è protetto da grandi sacchetti di plastica con la scritta “banane biologiche”. Sotto tettoie di metallo si vedono vasche in cemento dove le banane vengono lavate, disinfettate, divise e inscatolate. Alcuni operai le stanno caricando su camioncini che le porteranno in capannoni refrigerati da cui grandi camion le trasporteranno verso l’aeroporto o il porto più vicino, dirette a destinazioni lontane. “Biologico” non sempre significa anche “ecologico”: l’impatto ambientale resta alto, tra plastica, trattamenti e trasporti.

10 maggio – Cancas de Punta Sal
Siamo vicino alla costa, ma l’oceano si intravede solo a tratti e il paesaggio è privo di fascino, monotono. Il nostro sguardo cade su mucchi di rifiuti abbandonati lungo la strada, che rendono l’ambiente ancora più desolante.


La barzelletta della giornata è l’hostal, sembra perfetto, con vista sulla spiaggia. All’arrivo, la signora a malapena ci degna di uno sguardo, troppo occupata con il cellulare e a seguire la discussione di alcune persone sulla strada. Controlliamo le camere, sono corrette, tranne il bagno, che è sporchissimo (la colpa è della muchacha, naturalmente); chiediamo che venga pulito, cosa che sarà sbrigata in tre minuti scarsi.
“Ah, c’è un problema con il serbatoio, l’acqua è chiusa. Quando vi serve, dovete aprire la valvola nel corridoio.”
E ancora: “Ah, Internet non funziona, ma domani dovrebbero venire a sistemarlo.”
L’unica cosa che non ha problemi è la tariffa, quella non è cambiata.


Il clou della serata arriva alle 20:30 circa, siamo già partiti verso nuove galassie e veniamo svegliati dalla prima scossa sismica. Se ne susseguono altre, ma la mattina ci svegliamo interi, niente crolli, niente tsunami.
Avremo solamente la sorpresa che l’acqua in bagno sarà definitivamente sparita, anche la famiglia che dorme nella camera vicina è incavolata nera. Sinceramente che la signora si ***, il bagno lo utilizziamo ugualmente prima di partire, a lei o alla muchacha l’opera di pulizia.

Aggiungo alla mia lista il vecchissimo (XVI secolo) brano Greensleeves nella magnifica interpretazione di Loreena mcKennitt.

Manuela: Come descrivere questa zona: povera, trascurata, molto sporca, strade disastrate, l’aria è impregnata di odore di pesce marcio e immondizia in decomposizione o in fiamme. Le spiagge sono piene di detriti e sporcizia, i posti dove dormire in sicurezza sono rari e discutibili. Manca altro? Ci consoliamo dell’hospedaje indecente (l’unico nella zona quindi o così o niente) con un ottimo piatto di pesce fritto mangiato vicino al molo.
Che boato e che salto nel letto! “Francesco, svegliati, presto è il terremoto …ma no, sarà un camion…”. Tutti fuori in strada, poi si rientra e poi di nuovo fuori, alla fine restiamo nel letto. La mattina scopriamo che l’epicentro è stato a circa 10 km da qui, che la prima scossa era di 5,2 e che in tutto ce ne sono state 7…nessun danno riportato.

11 maggio – El Alto
Perché un piccolo villaggio dovrebbe chiamarsi El Alto?
Forse perché per raggiungerlo bisogna superare una salita di 4 km al 4-7%. Non sarebbe nulla di particolare se non ci fosse una temperatura di 40 °C.


Notizia del giorno: abbiamo superato i 4.000 km di viaggio, tra circa 5.000 km saremo a destinazione.

Oggi è la festa della mamma: Beniamino Gigli, nel 1939, cantava Mamma.

Manuela: Stiamo attraversando una zona desertica e ci rimarremo per qualche giorno. Eravamo stanchi di montagne e di prendere pioggia? Eccoci serviti! Temperature infuocate, tante zanzare, strada dritta e noiosa, vento forte, costante e sempre contrario (come già ci avevano avvertito altri ciclisti). A destra, verso l’oceano, si estendono enormi bacini di evaporazione per la raccolta del sale, mentre a sinistra si vedono perforazioni di gas naturale e pozzi petroliferi. La cosa positiva è che c’è poco traffico anche se siamo sulla Panamericana.
Per la Festa della Mamma (ricorrenza molto sentita in Perù), pranziamo nell’unico ristorante del villaggio che offre un solo piatto del giorno: un eccellente capretto con riso bollito, frejoles e insalata di cipolle. Anche l’unico alberghetto è decoroso, e il proprietario, molto gentile, oltre alla chiave della camera ci consegna uno zampirone contro le zanzare.

12 maggio – Enace I
Le ultime parole famose: “Mettiamo la sveglia alle 5:30 per partire con una temperatura più accettabile e forse meno vento”. La sveglia suona la prima volta e poi ancora e ancora, alla fine saremo sulla strada alle 7:20… Tanto la tappa è corta.
Fare 16 km di deviazione per raggiungere una piccola città o fermarsi in un piccolo insediamento urbano con un solo alberghetto da 4 camere? Ovviamente non deviamo nemmeno di 100 metri! Arriviamo presto, ma in questo gruppo di case non c’è proprio nulla, recuperiamo per cenare un gelato e due scatolette di tonno al distributore.
Alle 22:30 ci svegliano gli occupanti di una stanza che, maleducatamente alzano la musica al massimo senza curarsi di nessuno… fortunatamente il proprietario del posto interviene subito.

Riflessione del giorno. Ascoltavo Disperato erotico stomp di Lucio Dalla, (divertente canzone di tanti anni fa che aggiungerò come musica del giorno). Il cantautore, ad un certo punto dice: “…Ma l’impresa eccezionale è essere normale…”. Mi ha fatto ricordare un passaggio di un vecchio libro di Reinhold Messner, Settimo grado, in cui l’alpinista diceva che ci vuole più coraggio a fare una vita considerata normale, che scalare montagne anche ad alto livello. Come non posso essere d’accordo con i due personaggi? Quali sono le nostre preoccupazioni? Programmare il percorso, pedalare, cercare un posto per mangiare e dormire. Sicuramente ci sarà qualcuno che non concorda con noi, ma vi assicuro che per noi è proprio così.

Deserto

Manuela: La strada si inoltra nell’entroterra, ma la monotonia del paesaggio non cambia, solo rocce, sabbia, mucchi di rifiuti,  sterpaglie, i caballitos che pompano lentamente il petrolio, chilometri di condotte, pale eoliche e ovviamente tanto vento forte contrario che ci sfianca anche su un tratto perfettamente pianeggiante.
Adoro la musica, è un bel sottofondo nella vita… ma qui in Sud America sembra che il volume basso non sia mai stato inventato. Nelle auto, sugli autobus, al telefono, nei ristoranti, nei negozi, ovunque si vada ed a qualsiasi ora del giorno, la musica è sparata a palla. Quanto è bello il silenzio!

13-14 maggio – Piura
Ci hanno sconsigliato di fermarci a Sullana, città di oltre 150.000 abitanti dalla pessima reputazione, oggi sono quindi previsti 110 km, ancora con il vento perfettamente contro. Alle 5:00 siamo già in piedi, pronti a partire con la prima luce, ma il vento si è svegliato prima di noi e ci facciamo i primi 30 km, in piano, a soli 9-10 km/h di media. Il paesaggio rimane desolante, con cumuli di rifiuti ai bordi della strada e il loro fetore che ci riempie le narici.
Arriviamo vivi nella città di Piura, con gli ultimi 10 chilometri abbastanza terrificanti nella circolazione cittadina; per attraversare incroci e rotonde ricorriamo al nostro collaudato metodo “Saigon”, appreso nella metropoli vietnamita: buttati nel traffico sperando che gli altri ti evitino, senza regole, devi solo pregare il tuo Dio o credere nel Karma.
Nella meritata giornata di riposo, come sempre, la mia gentil consorte vuole visitare la città: “Non vorrai stare in albergo tutto il giorno?” Il risultato sarà una salutare camminata di 6 km verso la solita piazza principale con chiesa annessa, qualche commissione, un salto in lavanderia per non puzzare troppo, e poi via a prepararci per i prossimi 300 km di deserto e vento contrario.

Manuela: Sapendo che Piura è una della città più antiche del paese, fondata nel 1532, e che è stata un importante centro commerciale e agricolo, mi aspettavo una città interessante da visitare. Forse i nostri cervelli sono troppo stanchi e abbiamo bisogno di non fare niente, ma non abbiamo visto nulla che ci abbia particolarmente colpito,una chiesa, qualche vecchia casa coloniale, ma in decadimento.
Vediamola positivamente, abbiamo mangiato tanto e dormito altrettanto, due perfette attività per un cicloviaggiatore stanco.

15-16 – Lambayeque
Non volevamo perdere la colazione che prevedeva brioscine con burro e marmellata e il sacchetto omaggio che la proprietaria dell’hotel ci aveva proposto con sei uova sode per il viaggio e altre quattro brioches. Come fare a rifiutare una simile offerta? Partenza quindi ritardata alle 9, nonostante i tanti chilometri previsti.
Superato il caos dell’uscita dalla città, torniamo sulla Panamericana. Il vento si alza, il sole pure. Inizia la nostra terza giornata nel deserto di Sechura: terzo giorno di vento in faccia, terzo giorno… puzzolente e di noia mortale.


Comprendendo la breve partenza di novembre da Los Angeles a Ensenada, MEX, oggi siamo al centesimo giorno di viaggio. Commenti e giudizi su questi tre mesi? Se ci fosse stata un po’ meno pioggia, forse avremmo apprezzato di più alcuni tratti, per il resto, ne riparleremo quando usciremo dal Perù.

Incontri sulla Panamericana

Il paesaggio non cambia, sempre squallido, immondizia ovunque e idioti al volante che strombazzano senza sosta. Verso le 4 del pomeriggio, dopo quasi 100km, entriamo in un ristorante all’incrocio con la PE-4, dove avevamo previsto di chiedere se potevamo accamparci.
Manuela si rimpinza di riso, fagioli e una misera ala di tacchino durissima, io mi accontento di tre delle uova sode regalateci a Piura.
Anche al calar del sole fa ancora caldo, montiamo la tenda dietro il ristorante, ci prepariamo un caffè e alle 19:30 ci buttiamo sui materassini completamente vestiti, siamo stanchi, sudati, appiccicosi e puzzolenti. Le salviette per neonati aiutano… ma non fanno miracoli.
Il mattino seguente il programma è il medesimo per tutti i cento prossimi chilometri: vento contro, autisti maleducati e chiappe in fiamme a causa di un’irritazione là dove non batte il sole, ma batte la sella.
Arriviamo a Lambayeque, nella diocesi del nuovo Papa Lion fourteenth quando predicava in Perù e ci ritiriamo in camera per un meritato riposo dopo queste due giornate odiose.

Musica del giorno? Niente! In questo schifo di posto non ho voglia nemmeno di ascoltare musica.

Manuela: Il deserto di Sechura, il più esteso del Perù, alterna zone di pianura, a dune di sabbia. Vicino ai letti dei fiumi, in questa stagione in secca, vediamo rare tracce di coltivazioni agricole. Ma perchè utilizzare il bordo della strada come un’ immensa discarica?
Nel tardo pomeriggio iniziamo a scrutare le dune, chiedendoci dietro quale potremmo nasconderci per dormire. In Patagonia avevamo piantato la tenda in un pollaio; stavolta, niente dune: alla fine siamo finiti tra un pollaio e un porcile. Chi puzza di più, noi o loro?
Due giornate veramente difficili, ad ogni chilometro mi chiedo “Ma che ci faccio qui?”.
Francesco ha problemi a rimanere in sella, e impreca di continuo. La motivazione è ai minimi termini, tanto che ogni tanto sbotta con frasi tipo: “Butto la bici nel fosso e prendo l’aereo per tornare a casa”. Il vento ci soffia in faccia la sabbia e la strada è una lunga linea retta, c’è poco traffico, quasi solo camion carichi e autobus di linea… A volte si vedono persone sedute dietro i pianali dei camion, li invidio (anche se penso che siano illegali venezuelani). Ogni 10 km ci imponiamo una sosta per bere, intorno, dune di sabbia a sinistra e a destra, i 3-4 posti di ristoro lungo la strada sono come oasi, dove ci scoliamo rapidamente una bottiglia di soda fresca.
Caro camionista, ma perché ogni volta che mi superi in mezzo al nulla devi suonare come un forsennato? Siamo solo io e te, nel deserto, la strada è larga, non c’è anima viva. Che bisogno c’è di farmi saltare ogni volta? Mi rompi i timpani, mi fai venire un mezzo infarto e, onestamente, ho già le palle abbastanza rotte a pedalare in questo posto assurdo. Vuoi salutarmi? Vuoi avvisarmi che arrivi? Ti ringrazio, davvero… ma posso anche farne a meno.

17 maggio – Lambayeque
Il mio culetto chiede pietà e quindi, con la scusa della cultura, ci prendiamo un altro giorno di riposo andando a visitare il Museo delle tombe del Signore di Sipan. Il fabbricato richiama la forma della piramide in cui sono state trovate 16 tombe tra le quali quella del Señor. Un pensiero va a quelle signore convinte di sistemarsi per sempre accanto al ricco consorte, spinte da puri interessi economici. Che beffa sarebbe scoprire che anche oggi, la concubina, viene seppellita con il vecchio che muore prima di lei. Altro che eredità, tutto e tutti finiscono sottoterra!
I reperti sono molto ben restaurati grazie anche all’aiuto di aziende private europee.


Manuela: Questo museo è concepito in modo eccellente, a ogni piano sono esposti i reperti ritrovati nello stesso livello della sepoltura originaria. Splendidi vasi in terracotta e oggetti decorativi in oro, argento, rame e pietre semipreziose testimoniano l’alto rango del defunto. La tomba, scoperta nel 1987 a pochi chilometri da qui, è una straordinaria testimonianza della civiltà Moche del III-IV secolo d.C. Sono state ritrovate 16 tombe, poiché alla morte del Signore si usava sacrificare mogli, concubine, figli, guerrieri e animali per accompagnarlo nell’aldilà… chissà se lo hanno seguito con devozione o se l’hanno maledetto fino all’ultimo respiro?


18 maggio – Zaña
Oggi solo una sessantina di chilometri inclusa una sosta alle tombe del Señor de Sipan, quelle in cui sono stati ritrovati i reperti che abbiamo ammirato ieri nel museo di Lambayeque.
Cominciamo la giornata con una nuova sorpresa: il mio GPS non prende più il segnale dal satellite. Garmin colpisce ancora, la qualità dei suoi dispositivi per un uso intenso come il nostro a volte lascia a desiderare. Riesco a farlo ripartire, ma è la seconda volta in questo viaggio che devo rimetterlo a zero. Mai più un prodotto Garmin.
Attraversiamo la cittadina di Chiclayo e con una bella pedalata tranquilla tra coltivazioni di canna da zucchero arriviamo al sito archeologico. Sorpresa: oggi è giornata gratuita per i musei e la polizia che sorveglia l’area, ci fa parcheggiare le biciclette davanti al loro ufficio: “Lasciate tutto qui, ci pensiamo noi.”


Alla fine, questa deviazione sarà un bell’intermezzo nel nostro lungo viaggio nel deserto verso Sud.

Oggi, Roma c’erano due finali del torneo di tennis: la maschile in cui Sinner ha perso contro Alcaraz e quella del doppio femminile vinta da Errani e Paolini, ieri la stessa Paolini aveva vinto la finale femminile. Direi che possiamo accontentarci, a loro dedico Viva l’Italia di Francesco De Gregori.

Manuela: pedaliamo su una strada secondaria non asfaltata tra canne da zucchero, finalmente il silenzio. È affascinante camminare tra gli scavi delle tombe di Huaca Rajada dove si vedono bene i tumuli funerari scavati nella terra ed i corsi disposti secondo le tradizioni del popolo Moche.
Anche la piccola città rurale di Zaña è una bella sorpresa, con il suo passato coloniale importante. Un tempo ricca e prospera grazie alla produzione di zucchero, fu quasi completamente distrutta da un’alluvione nel XVII secolo. Domani mattina convincerò Francesco a visitare le rovine delle chiese, purtroppo il Museo sulla storia degli schiavi africani portati qui dagli spagnoli è chiuso in questi giorni.

19 maggio – Ciudad de Dios
Partenza con cielo coperto per quella che dovrebbe essere la nostra ultima giornata nel piattume del deserto. Anche oggi siamo accompagnati dall’immondizia onnipresente ai lati delle strade, dentro e fuori i villaggi con relativa puzza ignobile, vicino ai centri abitati non è raro vedere gente che cerca qualcosa tra i mucchi dei rifiuti, cani scheletrici che cercano qualcosa da mangiare in compagnia degli urubù, grandi uccelli saprofagi di colore nero.
Questa mattina nel villaggio di Zaña abbiamo incrociato il camion della spazzatura che trasmetteva un messaggio governativo sull’illegalità del buttare la spazzatura ovunque, ma come pensano di convincere la gente a non farlo? È evidente una profonda mancanza di consapevolezza riguardo all’igiene e alla tutela ecologica. In tanti villaggi e piccole città mancano scuole, acqua potabile, elettricità, fognature e trattamento dei rifiuti, ma vediamo costruire grandi strade a doppia carreggiata in zone quasi disabitate e dove non passa quasi nessuno, saranno scelte politiche.

Durante una sosta caffè, nel locale è passata una canzone di Julio Iglesias, un cantante che mio suocero adorava (e che noi trovavamo molto kitsch, scusa Walter). Pensando a lui oggi non aggiungo la canzone che abbiamo sentito, ma qualcosa a me più vicino… Manuela


Manuela: Fa un certo effetto arrivare in un albergo e, alla domanda “Avete una camera matrimoniale libera?”, sentirsi rispondere: “Per quante ore?”. È l’unico albergo della zona, ha un bel garage per le bici e l’ingresso profuma di pulito, quindi qui non facciamo i difficili: “Per tutta la notte!”

20 maggio – Chilete
Alle 4:30, qualcuno lascia l’albergo facendo rumore, mi sveglio e penso che non ho voglia di rimettermi in strada e pensando alle salite in quota nelle montagne mi chiedo: come pedalerò, sarò più in forma dopo questi giorni al caldo?
Ore 6:00 suona la sveglia, come ogni mattina concedo a Manuela ancora 5 minuti, ma io salto subito giù dal letto. Fatichiamo a fare colazione, fatichiamo a partire, che poca voglia!
Ritorniamo all’incrocio con la PE-8, abbandonando la Panamericana e cominciamo a dirigerci verso le montagne. Il traffico è scarsissimo e principalmente costituito da camion, la razza di guidatore peruviano “meno peggio” (concedetemi la licenza poetica).


Più avanziamo verso le montagne altissime, più il nostro morale migliora; forse solo chi, come noi, è stato per anni ‘malato di montagna’ può capire l’effetto che ha l’avvicinarsi a una valle e a montagne così imponenti su degli alpinisti (anche se ormai dobbiamo dire ex-alpinisti).
In ogni caso, poco prima di mezzogiorno abbiamo percorso oltre la metà dei 90 km di una tappa che non pensavamo di completare per intero, ci mancano ancora 6-800 metri di dislivello; che siano troppi per farli in una volta sola dopo tutta questa pianura? La sosta per una Coca Cola in un ristorante diventa sosta pranzo con un piatto di ottimi gamberetti e Manuela (dicendo che suo papà sarebbe orgoglioso di lei) si sbafa anche un piatto di cipolle crude come insalata.
Ripartiamo dicendoci che, se non dovessimo farcela, ci fermeremo per strada da qualche parte con la nostra tenda. Invece verso le 15 arriviamo alle porte del paesino di Chilete, il venticello da dietro e la stupenda valle ci hanno rimessi in forma, ci guardiamo e concordiamo che oggi non abbiamo nemmeno fatto molta fatica dopo 91 km e 1.150 metri di dislivello positivo.

Oggi, mentre salivo nella valle, ho ascoltato Pink Floy – Live at Pompei, il brano The great gig in the sky si addiceva molto all’ambiente in cui pedalavamo.

Manuela: ho sempre avuto la sindrome di Heidi, quando vedo una montagna, una parete di roccia, capre e pecore nei pascoli, o la neve sulle vette lontane, mi sento rinascere. Il puzzo di discarica dei giorni precedenti si è trasformato in un buon profumo di terra appena arata e di fieno tagliato. Entrambi ricominciamo a sorridere. Superiamo una diga e ci ritroviamo sul bordo di una lago…
Uhaoo, non siamo proprio fatti per il deserto. Chissà se rimpiangerò queste parole quando, tra pochi giorni, mi ritroverò di nuovo al freddo, sotto un temporale o magari sotto la neve a 4.000 metri. Oggi mi godo questi paesaggi a me familiari.

21 maggio – San Juan
A parte l’essere disturbato da un maledetto gallo che ha iniziato a cantare alle 4 di mattina, iniziamo la giornata di buon umore. Ma appena ritrovate le nostre biciclette nella hall dell’alberghetto, scopriamo che la mia gomma posteriore è a terra. Sostituiamo velocemente la camera d’aria, togliamo due spine di cactus e partiamo dopo aver tolto anche dalle gomme di Manuela ben altre 4 spine.
Dopo appena un chilometro.. Boum! esplode la mia camera d’aria, una Bontrager, coincidenza? Due camere d’aria nuove, stessa marca, stesso negozio, una esplode al gonfiaggio, l’altra dopo meno di un chilometro. Sfortuna, qualità scadente o stoccaggio discutibile?
Finalmente, alle 9 ripartiamo e subito in salita, la valle si restringe, ma resta affascinante, tutta un’altra cosa rispetto al deserto.
Sosta caffè, sosta gelato, sosta caramelle, piccolo scroscio d’acqua per un chilometro ed arriviamo nel paesino di San Juan. Gli ultimi dieci chilometri sono stati duri, però non possiamo lamentarci di noi stessi 50 km x 1.400 m con le nostre bici stracariche non sono pochi e siamo arrivati a 2.300 ma di quota, domani il passo a 3.200 m e poi discesa a Cajamarca, un meritato riposo ci attende.

La musica di Eddie Vedder che fu scritta per per il film Into the wild è particolarmente ispirante, oggi aggiungo Guaranteed. Questo paese, soprattutto la valle che stiamo risalendo ci fa ammirare ad ogni chilometro la bellezza della natura che ci circonda.

Manuela: Oggi è la prova che questi viaggi mettono alla prova non solo il fisico, ma anche la testa. Se due forature fossero capitate qualche giorno fa, in pieno deserto e con il morale a terra, forse le bici sarebbero volate davvero in un fosso. Oggi non eravamo certo felici di riparare due gomme nell’arco di un quarto d’ora, ma l’abbiamo presa col sorriso: fa parte del gioco. Maledette spine di cactus… è ufficiale, noi e il deserto non siamo compatibili. Avevamo previsto di dormire in tenda lungo la strada, ma in un minuscolo paesino spunta la scritta Hostal. È quasi buio, e mentre ci dirigiamo verso l’unico ristorantino, dove la cena è Caldo de Gallina, un gruppo di bambini gioca in strada. Ridono, scherzano, e ci salutano in coro con un grande sorriso, prima di tornare a rincorrersi.

22 maggio – Cajamarca
Quando guardo fuori dalla finestra alle 5:45, ci sono ancora alcune stelle e la luna sta tramontando, non una nuvola in cielo! Il proprietario dell’hostal ieri ci aveva detto che doveva partire in viaggio presto, quindi alle 7:00 siamo in strada. Tutta salita per 25 km e 18 ripidi tornanti fino al passo Abra El Gavilán erroneamente segnato con un cartello a 3.050 mslm, mentre GPS e cartina segnano 3.230 mt. Con tutta la fatica che abbiamo fatto dal livello del mare a qui, non vogliamo certo farci fregare 200 metri di sudore.


La salita verrà ripagata con una bella discesa verso la grande città di Cajamarca dove ci riposeremo per un paio di giorni.

Oggi mi sentivo ispirato per ascoltare un po’ di lirica ed al bel risveglio dedico Mattinata di Leoncavallo in un’interpretazione di Luciano Pavarotti.

Manuela: un tornante dopo l’altro e siamo al passo. Siamo fortunati, ci sono diversi cantieri lungo la strada e la circolazione viene bloccata spesso per molti minuti, mentre ci lasciano sempre passare; ci godiamo così alcuni chilometri in solitudine, nel silenzio interrotto solo da un abbaio di cane, un “Buenos días” di un campesino o un muggito di una vacca.
Dal passo, il panorama sulla valle sottostante è magnifico, peccato che proprio in cima ci sia una grande cava, che distruzione.

ECUADOR – La pioggia e l’artrosi

Sembravano rose (e qui ne producono molte), ma invece erano ortiche.
Cambiamento di programma…

3 maggio – Ambato
Dopo una giornata di riposo, si riparte. Ma che succede a pochi chilometri dall’albergo? Inizia a piovere, BASTA! È da oltre un mese che non vediamo una vera giornata di sole, ogni giorno pioggia, pioggerella o veri diluvi. A volte per tutto il tragitto, altre a sprazzi, appena partiti, poco prima di arrivare, o di notte, obbligandoci in ogni caso a pedalare su strade bagnate.
Siamo entrati in Ecuador il 22 aprile, le tappe non sono state lunghe in termini di chilometri, ma ogni giorno abbiamo affrontato almeno 1.000 metri di dislivello, tra i 2.500 m ed i 3.500 m di altitudine, spesso su pendenze che sembrano rampe da garage. La morale?

Forse dalla foto non si capisce, ma la pendenza è oltre il 20%

Oggi ho detto basta alla pioggia e basta alle salite stile Mortirolo, almeno per qualche giorno. Dobbiamo trovare un’alternativa, perché tutta questa umidità e queste pendenze hanno risvegliato la mia povera artrosi, forse ho chiesto un po’ troppo alle mie giunture malandate, messe alla prova da anni di attività sportiva in montagna. Abbiamo promesso, a chi ce lo ha fatto notare, che ci prenderemo qualche giornata di riposo e andremo in cerca di un clima più clemente.
E adesso? Domani prenderemo un autobus per Cuenca, evitando così circa 300 km e 7.000 m di dislivello, poi riorganizzeremo il percorso delle prossime settimane. Secondo l’etica del cicloviaggiatore puro, che deve avanzare solo con la forza delle proprie gambe, questa scelta non è corretta. Lo ammetto, ho sempre criticato chi si serviva di mezzi pubblici alla prima difficoltà, non rinnego nulla, ma stavolta rischiavo davvero il KO tecnico e il rientro anticipato a casa. Voilà, mea culpa!

Ascoltate Mauvaise journée di Stromae… Me la dedico, oggi era proprio una cattiva giornata.

Manuela: Oggi ci aspettava una giornata dura, e speravamo almeno in un cielo nuvoloso, ma asciutto ed invece dopo appena 10 km di salita tosta per uscire dalla città, già fradici come pulcini, abbiamo perso la pazienza. Non ci è rimasto che fare marcia indietro e tornare in albergo. Le previsioni meteo restano disastrose per i prossimi giorni, riceviamo allerte sul cellulare per innondazioni e possibili frane. Siamo delusi, ma sappiamo che in un viaggio lungo queste cose possono succedere. C’è chi è costretto a prendere un autobus perché la bici si rompe, chi perché viene messo ko dalla “Turista”, e chi, come noi, perché pioggia e umidità hanno finito per arrugginire le articolazioni.

4 maggio – Cuenca
Questa mattina ci rifacciamo la salitona di 10 km di ieri per arrivare al terminal degli autobus dove a mezzogiorno, sotto una pioggerella fitta, partiamo alle 12h00 con puntualità svizzera.
La “zia Natalie” ci aveva chiesto quando ci saremmo fermati, adesso è stata accontentata. Natalie, se ci leggi stappa una buona bottiglia in nostro onore, io ho ormai dimenticato il sapore del vino, tra la tua amica astemia e la scarsa offerta, mi devo accontentare di birra insipida.
Mentre scrivo seduto in autobus, siamo alla stessa altezza del Monte Adamello (montagna di 3.554 m delle Alpi dietro casa nostra ), ci sono vacche al pascolo e vediamo in lontananza delle macchie di neve; è il Chimborazo (6.268 m), purtroppo non riusciamo a vederne la vetta, le nuvole sono appena al di sopra di noi.

Arriviamo a destinazione dopo ben 8 ore, fortunatamente l’albergo è a un chilometro dal terminal degli autobus. Buona notte!

In autobus stavo facendo pulizia delle mie foto, passa una foto di Lee, conosciuto sulla Baja, mi viene in mente Padre Hugo, una delle più belle persone che abbiamo conosciuto in questo viaggio. Voglio dedicargli Heaven on their mind, uno dei più bei brani del film Jesus Christ Superstar. Anche se il film è molto vecchio (1972) lo consiglio vivamente.

Manuela: Viaggiare in autobus è uno spaccato autentico di vita locale. Secondo l’orario ufficiale, il viaggio doveva durare cinque ore e mezza, con tre o quattro fermate nei paesi lungo il tragitto. In realtà sarà tutto un sali e scendi, le persone aspettano sul ciglio della strada, alzano una mano e l’autobus si ferma. A bordo il bigliettaio chiede la destinazione, incassa i soldi e consegna un biglietto che verrà ritirato al momento della discesa. Tutto avviene con un’efficienza sorprendente.
È domenica, le signore tornano dal mercato con i sacchi della spesa, ci sono famiglie con bambini, nonni e nonne, tante persone indossano abiti tradizionali colorati e ricamati, c’è chi riesce a sedersi e chi resta in piedi. Sale una nonnina trasportando un grande secchio più pesante di lei, le cedo il mio posto, mi sorride e prima di scendere mi stringe la mano con dolcezza. Attraversiamo paesaggi montani immersi nella nebbia, con nuvole basse e pioggia fitta, e guardo la strada che avremmo voluto percorrere in bicicletta. Devo ammetterlo, anche se un po’ a denti stretti, è stata una decisione saggia lasciar perdere.

5-6 maggio – Cuenca
Terminata la colazione, usciamo per far sistemare il raggio della ruota rotto sull’ultima salita di ieri e rientriamo appena in tempo per… evitare la pioggia. Usciamo a cambiare dei soldi e… rientriamo sotto una fitta pioggia. Comincio quasi a rimpiangere i 40° C del deserto sulla Baja California.


Ci prendiamo una intera giornata per visitare la città, che molti descrivono come una delle più interessanti del paese… a piedi e con molta calma.
Il giro turistico del centro storico prevede, per la gioia della mia gentil consorte, il passaggio da una decina di chiese, alcune veramente interessanti dal punto di vista architettonico, un paio di piccoli musei ed una visita al Consolato del Perù per vedere se possiamo prolungare la permanenza nel paese oltre i 90 giorni previsti per gli Italiani.


Dopo questo descanso a Cuenca, abbiamo deciso di puntare verso il Pacifico e proseguire lungo la costa, attraversando il confine con il Perù a un’altitudine più rilassante. Proveremo a tornare in quota un po’ più a Sud, non ho ancora rinunciato al sogno di percorrere il nostro ‘Everest ciclistico’. Intanto, le pastiglie prescritte a Manuela per l’artrosi alla mano, sembrano dare sollievo anche a me (lo sappiamo, i farmaci non si passano, ma certe situazioni richiedono misure… farmacologicamente discutibili).
À suivre…

Manuela: Ci avevano detto che Cuenca era una bella città, e non siamo rimasti delusi. È stata una sosta piacevole, ricca di scoperte culturali e architettoniche… e abbiamo mangiato come porcellini all’ingrasso! Avrei comprato mille cose di artigianato locale come sempre, le porterò nei miei ricordi, nessun grammo supplementare è concesso nelle borse della mia Fermenta (nome della mia bicicletta).

Pianificando le prossime tappe, ascoltavo Everything di Alanis Morissette, la cantante è canadese, ma il nesso è che questa canzone era ripetuta alla nausea nella palestra in cui andavo ad allenarmi in pausa pranzo prima di emigrare in Canada.

7 maggio – Santa Isabel
Partiamo da Cuenca, fortunatamente con poco traffico vista l’ora, e ci dirigiamo verso la destinazione decisa. Sopravvissuti all’uscita dalla città (oltre 600.000 abitanti), cominciamo a pedalare in una valle che ci ricorda l’Alta Valle Camonica nelle nostre montagne della provicnia di Brescia, la sola differenza è che qui si vendono noci di cocco…SOLE! Incredibile, questa mattina guardiamo il cielo davanti a noi, è azzurro. Continuiamo in leggera salita e la valle si fa sempre più bella, sembra proprio di essere nelle Alpi italiane, l’Ecuador è veramente un paese fantastico per chi ama la montagna.
Incontriamo due ciclisti in MTB che ci interrogano sul nostro viaggio, vogliono fare qualche foto con noi, poi loro ripartono verso casa e noi continuiamo in direzione della costa.
La ripresa del viaggio è andata bene, arriviamo a destinazione sotto il sole. Domani scenderemo ancora di più, la frontiera peruviana si avvicina.

Manuela: Tra un paio di giorni dovremmo raggiungere il livello del mare, il che dovrebbe tradursi in una lunghissima discesa… ma in questo paese le cose non funzionano così. Chi ha progettato le strade da queste parti? Nelle Sierra, e in tutto l’Ecuador, è un continuo tornanti e saliscendi, anche quando scendi da 2.600 metri fino a quota zero in 200 chilometri, alla fine ti ritrovi comunque con quasi 2.000 metri di dislivello nelle gambe…tutto allenamento, direbbe qualcuno.

Giornata quasi completamente sotto il sole, anche noi potevamo… I can see clearly now come Johnny Cash.


8 maggio – Santa Rosa
La notte scorsa non ho dormito bene, come diciamo noi avevo “i nervetti alle gambe”. Al mattino mi alzo e, appena sento le gambe indolenzite, subentra una depressione pensando al sogno che dovrebbe essere il clou del nostro viaggio.
Ci rimettiamo in sella, generalmente sulle salite è Pantanina Manuela che sta davanti, ma oggi dopo pochi chilometri sono richiamato all’ordine perché l’ho lasciata indietro un po’ troppo.
La prima cosa positiva è che nell’aprire la porta della camera siamo accolti da una seconda giornata con un cielo completamente azzurro. Dopo pochi chilometri entriamo in una valle disabitata, molto brulla e selvaggia, spettacolare, fantastica. Mi ricorda le fotografie che ho visto delle valli che dovremmo (condizionale d’obbligo) attraversare, risalire e scendere nelle prossime settimane quando entreremo nella sierra peruviana. Il morale ritorna ad un buon livello.


Le discese finiscono ed arriviamo a Pasaje, ci avevano consigliato di fermarci in un hotel poco prima della città, ma vedendo un’auto della Polizia, provo ad interrogare i due agenti sulla situazione “sicurezza”, sapiamo che la zona costiera la costa dell’Ecuador è problematica a causa di guerriglia e narcotraffico. Il poliziotto sul sedile del passeggero ha il mitra a tracolla, non appoggiato per terra o sul sedile posteriore, ma a tracolla. Per caso pronto all’uso?
Abbiamo già fatto 90 km, ma i due, gentilissimi e molto precisi nelle indicazioni, ci suggeriscono di continuare fino a Santa Rosa, bella cittadina tranquilla a 30 km e ci raccomandano anche di metterci in camera prima del buio. ¡No se preocupe! è da sempre la nostra regola della vita da ciclista-viaggiatore: pedala, mangia, dormi e ripeti, niente vita notturna.
All’ingresso del paese, ci fermiamo a fare la spesa e nel piccolo supermercato sento parlare italiano, mi giro e scopro di essere in compagnia di una famiglia milanese che vive qui da anni. Solite domande di curiosità sul nostro viaggio, ma abbiamo la conferma che al loro villaggio nella sierra, possono dimenticare la porta di casa aperta poiché non succede nulla, è la costa la zona problematica, non è grave manca ancora un giorno e poi si cambierà paese.

Manuela: La famiglia italiana che abbiamo incontrato ci conferma che non piove così da 50 anni, che la stagione delle piogge di solito finisce a metà aprile con qualche strascico fino a fine mese, ma niente a maggio nelle montagne. Anche nella valle dove loro vivono ci sono state tantissime frane.
Ecuador, mi sono innamorata di questo paese, ma mi hai tradito! Mi obblighi a ritornare, forse con la mia Princess che sarà contenta di rivederti.

Oggi, metto nella mia lista una vecchia canzone degli Abba, I have a dream. Anche io spero che il mio sogno si avveri; promesso che se poi dovrò andare in pensione anche come ciclista non mi lamenterò più… Forse.

Il riassunto del nostro ECUADOR

Siamo entrati in Ecuador il 22 aprile ed abbiamo attraversato il confine del Perù il 9 maggio.

  • Chilometri percorsi: 573
  • Metri di dislivello: 8.083
  • Giorni totali inclusi riposi e visite: 17
  • Giorni in sella: 11
  • Notti: Albergo e ospiti vari 17, nessun giorno in tenda. Come in Colombia, la troppa pioggia ed i prezzi economici, ci hanno spesso convinti a scegliere una camera piuttosto che la tenda.

PRO
– Il popolo ecuadoregno è estremamente accogliente, cortese e sempre sorridente.
– La città di Cuenca merita una visita.
– Le montagne e le valli dopo Cuenca, ci hanno ricordato le nostre Alpi.
– Tutta la strada che attraversa la Sierra offre paesaggi molto suggestivi.
Manuela: anche i pompieri ospitano i ciclisti nelle loro caserme… Donne, non illudetevi, nessun soggetto da calendario, solo molta gentilezza e simpatia

CONTRO
– Aggiungiamo i guidatori ecuadoregni a fianco dei colombiani nella nostra personale classifica delle persone più irrispettose nei confronti dei ciclisti.
– La meteo. Anche in questo paese non siamo stati fortunati, un vero peccato perché la pioggia ci ha rovinato buona parte del viaggio e dell’umore.
– Nessun merito gastronomico, anche se gli ingredienti a disposizione come frutta, verdura e pesce sono di ottima qualità.

Grazie Ecuador, ti ricorderemo per sempre.

Adiós Ecuador

ECUADOR – Latitudine zero

L’Ecuador, siamo alla latitudine zero. Le montagne sono sempre più alte e l’aria si fa più frizzante. Riusciranno i nostri eroi a superare anche questi 1000 km?

 22 Aprile – Tulcán
Questa mattina siamo entrati in Ecuador in compagnia di Jorge e Aurelio. Le pratiche burocratiche sono state veloci per tutto il gruppo, compreso Jorge, che aveva dimenticato a casa il certificato della vaccinazione contro la febbre gialla; ha avuto fortuna, non gli è stato richiesto. Dopo pochi chilometri di salita, abbiamo raggiunto la prima città e rapidamente ci ritroviamo nel parco principale in pieno centro.


Dovendo fare passare qualche ora, dopo l’abbondante pranzo, la nostra jefa Manuela ci propone un visita particolare: il cimitero! All’inizio ridiamo della scelta, ma appena superato il cancello ci ricrediamo, siamo in un magnifico giardino celebre per le sue siepi di cipresso potate per creare diverse forme: una vera opera d’arte. Aurelio regala a ciascuno una piccola bandiera dell’Ecuador che fissiamo dietro alla bici come simbolo di buon auspicio, poi ci dirigiamo verso la casa di Gary, nostro ospite Warmshowers.


Gary è un giornalista quarantenne che vive da solo con due cani. È una persona appassionata di educazione ed ha trasformato la sua casa (casa dei nonni che lui sta ristrutturando poco a poco) in un piccolo museo con l’intento di migliorare la vita sociale del quartiere.
La sera siamo invitati a una piccola riunione di vicinato da lui organizzata, per trovare soluzioni di sicurezza di base poiché, negli ultimi tempi, con il continuo passaggio di migranti venezuelani, si sono verificati furti e aggressioni. Ad un certo punto, anche noi siamo interrogati su cosa accade nelle nostre città, ma non siamo di molto aiuto, per nostra fortuna abitiamo in una delle città più tranquille del mondo.

Per la musica del giorno aggiungo il brano Zapateando Juyayay di Juyac, quando nostra figlia tornò dall’Ecuador, dopo un periodo di vacanze-lavoro, ci asfissiò per settimane con questa canzone.

In pratica: Ti buttiamo in una vasca con acqua gelida, ti frustiamo con le ortiche e ti bruciamo…. Tradizioni indigene…

Manuela: finalmente in Ecuador! i passaggi di frontiera, per dei vagabondi in bicicletta, sono sempre un po’ stressanti, ma oggi fila tutto liscio perchè a turno entriamo negli uffici, mentre gli altri sorvegliano le biciclette. Molti ci avevano messo in guardia su questa zona, parlando di furti e pericoli… e invece, dopo pochi chilometri in questo nuovo paese, ci sentiamo tranquilli e sereni. La prima cosa che abbiamo visitato? Un cimitero. Speriamo non sia di cattivo auspicio… ma impossibile pensarlo, il luogo è così suggestivo!

23 aprile – Bolivar
Eccoci alla prima vera tappa ecuadoregna, con molta calma partiamo dalla città natale di Carapaz, il vincitore del Giro d’Italia 2019. Oggi proseguiremo in tre, perchè Jorge ha deciso di continuare in autobus, rimarremo quindi solo in compagnia di Aurelio.
È anche l’occasione per conoscere meglio il nostro nuovo compagno di viaggio; prima di lasciare la casa di Gary, questo strano Babbo Natale dalla barba grigia, regala a ciascuno di noi un portachiavi intrecciato a mano come portafortuna. L’altro giorno, a Ipiales, aveva detto a Manuela che, dopo un anno di viaggio solitario, era la prima volta che attraversava una frontiera in compagnia.


Stiamo pedalando da pochi minuti quando siamo abbordati da un paio di ciclisti locali che vogliono una fotografia ricordo con noi, poi ci immettiamo sulla E35, la Panamericana seguiremo con qualche deviazioni fin quasi al confine peruviano. In cima alla lunga salita quotidiana, incontriamo Dayana (@dayagguerrero) una giovane ciclista che si sta allenando, chiacchieriamo qualche minuto di passioni ciclistiche, di abitudini locali e le chiediamo com’è il rapporto tra automobilisti e ciclisti da queste parti… Speriamo sia meglio che in Colombia!

Continuiamo per la nostra strada ed arriviamo così a Bolivar, dove saremo ospiti dei bomberos (I pompieri). Nel vederci arrivare, il comandante della caserma sembrava quasi ci aspettasse, infatti ci dice che questa mattina ci aveva visti vicini a Tulcán.
La nostra prima vera giornata in Ecuador è stata piacevole, la temperatura era piuttosto fredda ma asciutta, la valle è molto carina con campi coltivati a perdita d’occhio e nonostante il traffico la strada ha una buona corsia d’emergenza per pedalare in relativa sicurezza. Speriamo di continuare così.
Oggi ho finalmente ricominciato a riascoltare musica, la prima canzone è stata Naturaleza di Danit.

Manuela: Siamo sull’altipiano andino, la storica Panamericana si snoda tra colline ondulate, dovrei chiamarle colline o montagne? in questo tratto un saliscendi continuo su e giù sempre tra i 2500 e 3300 metri sul livello del mare. Il cielo è sempre minaccioso, ma arriviamo asciutti alla caserma dei pompieri che ci ospitano nel dormitorio. Dove sono i pompieri da calendario? …forse oggi non erano di turno…in compenso all’inizio del paese ci da il benvenuto la riproduzione gigante di un mammut.

24 aprile – Ibarra
Quando lasciamo la caserma dei pompieri pioviggina, ma per fortuna la pioggia smette poco prima di imboccare la E35. E, per la prima volta, intravediamo un cielo quasi azzurro. Metti la giacca togli la giacca, è il rituale che quasi ogni giorno ci accompagna fin dall’arrivo in Sud-America.


Cominciamo con una lunga discesa di una ventina di chilometri che ci porta nella valle del fiume Chota,fa caldo e tutto è coltivato. Dopo una curva vediamo una montagna in lontananza, innevata, alta, bella. Finalmente siamo nel nostro elemento.

Nel primo pomeriggio arriviamo nell cittadina di Ibarra, ospiti a casa di Elaine, un’americana della rete Warmshowers che vive qui da circa vent’anni. Elaine ci accoglie nel cortiletto della sua casa coloniale, ci mostra le due stanze in cui dormiremo e poi ci saluta velocemente dicendo che ci sentiremo al suo ritorno dal lavoro.
Dopo tanto tempo, ci faremo una magnifica, fantastica, rilassante doccia veramente calda. Quando tutti e tre saremo puliti e riscaldati partiamo per cercarci un ristorante. Questa volta torneremo alle origini, ci dirigiamo a El Horno, per mangiare una pizza cotta con un forno a legna. Il gusto non sarà come quello a cui siamo abituati, ma gli ingredienti sono naturali ed il risultato è più che eccellente. Scoprendo che siamo italiani, il padrone del locale ci offre anche delle buone banane flambées.

Manuela: sulla strada, all’ingresso di ogni paesino è comune trovare cappelle, statue o monumenti che rappresentano figure storiche, culturali o religiose significative per la comunità locale. Mi diverto a immaginare cosa rappresenterà il prossimo paese. Dopo una bella e lunga discesa con le mani incollate sui freni, cosa può aspettarsi un ciclista? Salitaaaaa ! guardando il profilo altimetrico del nostro percorso in Ecuador, credo che sarà il nostro destino per svariate settimane.
La città di Ibarra è davvero graziosa, così come la casa tipica di Elaine, che ci accoglie con grande gentilezza insieme alla sua cara mamma e ai suoi tre cani.


25 aprile – Otavalo
Oltre i confini italiani, è stata recentemente resa famosa dalla serie televisiva “La casa de papel”, ma in Italia ha sempre avuto un significato diverso. Oggi, nel giorno in cui si celebra l’ottantesimo anniversario della fine della Seconda guerra mondiale, ascolto “Bella ciao“: una canzone simbolo della nostra storia e della resistenza.

Questa mattina Elaine ci prepara la colazione e abbiamo il piacere di gustare dei pancakes con sciroppo d’acero, una delizia che ci fa ricordare il nostro Québec da cui proviene il 75% della produzione mondiale.
Di cosa si parla attorno a una tavola di ciclisti? Di viaggi in bicicletta, ovviamente. Però non siamo così monotoni. Elaine, con entusiasmo e orgoglio, ci racconta i suoi programmi di volontariato per aiutare i bambini disabili a migliorare la loro vita quotidiana, anche attraverso l’apprendimento dell’uso della bicicletta. Le proponiamo di mettersi in contatto con una nostra conoscente di Virginia Beach, impegnata in un’attività simile, e Aurelio decide di restare qualche giorno in più per offrire il suo aiuto e la sua esperienza. Ripartiamo quindi da soli: la tappa di oggi è breve, appena 25 chilometri fino a Otavalo, città famosa per il suo mercato artigianale. Siamo ospitati da Papito Papito, un motociclista viaggiatore che oltre a noi accoglie Leo, un altro motociclista argentino che sta viaggiando su una particolarissima moto. Leo e Papito ci suggeriranno le migliori strade da percorrere in Argentina.

Manuela: Non smetteremo mai di ripeterlo, le persone che incontriamo in questi viaggi rendono ogni luogo unico, la gentilezza e l’ospitalità delle persone ci sorprendono ogni volta. Come fare per non acquistare nulla visitando un immenso mercato dell’artigianato ? Viaggiare in bicicletta dove tutto è ridotto all’essenziale.


26-27 Aprile – Caluqui
Siamo diretti al villaggio dove la nostra Princess aveva trascorso un paio di settimane facendo volontariato quando frequentava il college, un’esperienza che è rimasta tra i suoi ricordi più belli. Ad accoglierci troviamo Bryan, uno dei figli di Elvia, una signora che oltre a lavorare per sostenere la sua famiglia, ha dedicato molto tempo all’organizzazione di viaggi per i giovani delle scuole del Québec. Ci viene offerto di dormire in una camera con vista sul lago San Pablo, poi visitiamo il villaggio e, la sera, siamo invitati a casa loro per la cena. Già sapevamo che questa gente (sia colombiana che ecuadoregna) era generosa ed altruista, ma ogni volta siamo colpiti per ciò che riceviamo.


Descrivere dettagliatamente in un blog queste persone e la loro vita non sempre facile, sarebbe troppo lungo, quindi ci limitiamo a ringraziarle ed a augurargli il meglio per i loro progetti futuri.

Manuela: ho capito perchè mia figlia si era innamorata di questo villaggio e della sua gente. Abbiamo assistito a una partita di calcio, impastato e cotto il pane, dato da mangiare a maiali, polli e porcellini d’India e visitato le serre di rose. Nel villaggio, dove vivono circa 300 famiglie, una ventina di piccole imprese coltivano rose (rosse, gialle, rosa e bianche) per il mercato nordamericano. Ogni rosa a gambo lungo viene venduta a soli 8 centesimi di dollaro, e in meno di 15 giorni finisce in un bouquet a New York, venduta a minimo 2 dollari cadauna. È un lavoro duro e meticoloso, 12 ore al giorno tra cura delle piante, potatura e imballaggio per un misero salario mensile.

La musica del giorno è Longuita nella versione di Apu. A mio parere è una delle più belle musiche andine, ma negli ultimi tre giorni ci ha asfissiato. Alle 5 del mattino il camion che vende bombole del gas passa nelle vie suonando questa musica per farsi riconoscere, non ne potevamo più.

28 aprile – Ascazubi
Al risveglio piove, alla partenza piove, all’arrivo smette di piovere. La sfortuna colpisce ancora!

Serre di rosai

La valle che percorriamo sembrerebbe carina, però le nuvole basse impediscono di vedere il panorama.

Incontri di viaggio: comitato ti accoglienza all’inizio di un paese.

La sosta pranzo (senza pranzo) di oggi la facciamo proprio alla latitudine zero; Il luogo non è particolarmente valorizzato, ma dopo una tisana calda per riprenderci dal freddo, ritroviamo le energie per scattare la foto di rito.


Ancora un piccolo sforzo e finalmente arriviamo a destinazione, per la seconda volta siamo ospiti dei bomberos che ci offrono una camera, una cucina e la doccia calda. Usciamo a comprare qualcosa per la cena ed al ritorno, vediamo una bicicletta fermarsi al cancello. È Laura, un’inglese che avevamo superato prima di arrivare a Ibarra e che oggi dormirà con noi.

Manuela: Quanta acqua, ancora pioggia, Resisteremo o prima o poi cederemo alla tentazione di caricare le bici su un autobus? A nord di Quito c’è la famosa Ciudad Mitad del Mundo, con un monumento imponente a segnare l’equatore… peccato che non sia proprio nel punto giusto! È stato costruito lì più per motivi turistici che geografici. Noi invece la foto l’abbiamo fatta sul vero Equatore—latitudine zero precisa, parola di GPS!

29 aprile – Sangolqui
La giornata di oggi non è niente di speciale; chilometri, salite e discese e come sempre un po’ di pioggia. Il maltempo ci sta rovinando la bellezza di queste montagne.

Manuela: una giornata di semplice transito, senza infamia né lode. Ci siamo premiati con una notte in un grazioso alberghetto e un pranzo luculliano (le porzioni sono da lottatore di sumo): pollo arrosto, patate, riso, fagioli e una zuppa con zampe di gallina e verdure. Come si dice da queste parti, un almuerzo completo.


30 aprile – Latacunga
In Scozia avevo sentito un proverbio: “Quando la mattina ti alzi, apri la finestra e vedi il sole, chiudila e riaprila, vedrai che piove”.
Da Bogotà a oggi è piovuto tutti i giorni, a volte su di noi, a volte di notte, a volte appena partiti o appena arrivati.
Cominciamo a pedalare su una lunghissima salita di una quarantina di chilometri, a 5 km dal colle da cui dovremmo divallare comincia a piovere, siamo a 3.500 metri di quota e ci sono circa 11 C, ci ripariamo appena in tempo sotto la tettoia di un ristorante. Decidiamo di aspettare per vedere se smette, ma la pioggia si trasforma in acquazzone e, per non ripartire, chiediamo ai proprietari due caffè. Purtroppo, abbiamo un solo biglietto da 20 $ e loro non hanno il resto:”Bevetevi il caffè, non c’è problema”.
Ci sentiamo un po’ in imbarazzo e cerchiamo qualcosa per contraccambiare, ieri avevamo comprato un pacco di pasta e glielo offriamo; così, per una volta, cambieranno menu mangiando pasta invece del solito riso bollito. Il resto della strada sarà sotto l’acqua che prenderemo dal cielo e dalle auto che ci superano.

Per democrazia colloco anche gli ecuadoregni al primo posto della mia personale classifica dei peggiori conduttori. Persone gentilissime nella vita, anche loro diventano degli **** con un volante tra le mani (mi astengo da scrivere ulteriori commenti).
Per chi fosse curioso:
PEGGIORI CONDUTTORI NEI CONFRONTI DI UN CICLISTA:
1 Colombiani e Ecuadoregni
2 Italiani
3 Cileni
4 Canadesi del Quebec
MIGLIORI
1 In assoluto i camionisti messicani
2 Canadesi delle province atlantiche
3 Statunitensi (Texani a parte)


Le nostre tenute da pioggia fortunatamente funzionano, anche se ci sentiremo addosso un’umidità oscena fino al momento di chiudere gli occhi. Domani è un altro giorno, la battuta non è: “Pioverà?”, ma: “Quanta ne prenderemo?”

Manuela: No comment ! Oggi sarebbero solo parolacce, preferisco astenermi. Nessuna deviazione per vedere il Cotopaxi da vicino, rimaniamo sulla strada principale sperando di non annegare. Latacunga ci sembra una cittadina piacevole, con alcune case antiche costruite in pietra pomice. Ma non ci fermiamo a visitare nulla, questa sera pensiamo solo a scaldarci e rifocillarci.

1-2 maggio – Ambato
Dopo la giornata di ieri, la voglia di ripartire è poca. Ma il dovere chiama (la tappa è per fortuna abbastanza breve) e ci rimettiamo in strada. Miracolo: arriviamo ad Ambato senza prendere pioggia!
La stanchezza si fa sentire, ma è soprattutto il maltempo a pesare sull’umore. Un’altra cinquantina di chilometri sull’odometro verso il sud e domani riposo totale… sempre che Manuela non mi faccia camminare chilometri per visitare la città.

Manuela: Siamo stanchi del rumore del traffico sulla Panamericana e, visto che il tempo sembra reggere, ci spostiamo su una strada parallela, ottima scelta! Attraversiamo il cantone di Salcedo, conosciuto per la coltivazione dei fiori e per il suo gelato tipico multistrato alla frutta. Una serie di bancarelle a bordo strada vendono entrambi. Nonostante io sia un vero gelato addicted, oggi proprio non ne ho voglia, ho ancora freddo da ieri.

COLOMBIA – El Trampolin de la Muerte

Bella l’immagine di apertura? Oggi l’AI fa molte cose, anche divertenti. Il perché di questa immagine lo si capirà leggendo l’articolo.

12 aprile – Trampolin de la Muerte
Il menù del giorno prevede l’inizio del Trampolin de la Muerte, tra le strade più pericolose al mondo: 80 km di carreggiata sterrata a corsia unica, una media di 18 curve per chilometro, piogge costanti, visibilità spesso scarsa, terreno instabile, frane frequenti e profondi precipizi senza protezione. Auto, moto, furgoni e camion a velocità piuttosto elevata, perché collega due città molto abitate con 140 km, l’alternativa sarebbe di farne più di 500. È una strada storica, iniziata dai missionari cappuccini nel 1909, poi fonte di conflitti tra le popolazioni indigene che cercavano di proteggere l’Amazzonia. Per chi conosce il Passo del Gavia (classica salita del Giro d’Italia) immaginate di moltiplicarlo per quattro… nel cuore della foresta sub-tropicale.

Oggi arriveremo a un colle a circa 2.300 metri. Partenza alle ore 7, i primi 15 km su asfalto, poi tutta su sterrato. Attraverseremo una decina di guadi, le pendenze medie sono accettabili, 5-7% e qualche muro intorno al 10% . Le bici sono un po’ più leggere, abbiamo spedito parte del bagaglio nella città che raggiungeremo fra 3-4 giorni. A metà salita entriamo nelle nuvole, finalmente, la temperatura scende, ma l’umidità aumenta.
Al colle dove ci hanno consigliato di dormire, c’è uno pseudo-ristorante dove chiediamo se possiamo installare la tenda sotto un tetto.

Il proprietario, un uomo sulla settantina con occhiali neri e ghigno da Padrino, ci chiede 20.000 COP (5 €) per 3 persone, non è che ci lamentiamo della cifra, ma del principio. È d’uso che i ristoranti in cui consumi, ti facciano piazzare la tenda gratuitamente. Fu*** you.
Morale della giornata: guidano come folli, forse è questa una delle principali cause di incidenti mortali e ovviamente zero rispetto per il ciclista. Fino a oggi, per me i conducenti più irrispettosi erano gli italiani, da quando sono in Colombia ho rivalutato i miei connazionali.


Manuela: Salita e strada incredibile! Mille sfumature di verde che rappresentano l’incredibile varietà della vegetazione. Più saliamo, più il paesaggio migliora e le gambe sono sempre più stanche. Per evitare di essere travolti dai camion, siamo spesso costretti a fermarci sul ciglio della strada, e ripartire su certe pendenze è una fatica extra. Ci avevano raccomandato di non pedalare mai dal lato del precipizio e se necessario di pedalare contromano, effettivamente se si scivolasse, chi ci ritrova più! Prendiamo la pioggia solo negli ultimi chilometri, ma tanto siamo già zuppi per l’umidità, chissà quando riusciremo ad asciugarci, forse tra 3 giorni.

Sdraiato sul nostro rumoroso materassino, in un locale sporco e umido, tentando di addormentarmi, pensavo alla giornata tutta in salita, in parte sotto la pioggia, cercando di evitare di farci travolgere dai pazzi al volante. Continuando con il filone franco-canadese oggi, alla mia lista, aggiungo Aujourd’hui ma vie c’est d’la marde di Lisa Leblanc.

13 aprile – Sibundoy
Cominciamo con la musica del giorno. Si parla di alba, acqua (ne abbiamo presa tanta fino ad oggi) e natura. Vediamola poeticamente. Oggi aggiungo Amanecer di Danit.
Durante i molteplici risvegli notturni, si sente sempre piovere, però nelle prime ore della mattina riusciamo a scamparla. Come in ogni buona avventura dopo soli 5 km di discesa, vediamo un altro posto dove dormire dall’aspetto decisamente migliore, peccato non averlo saputo ieri.
Piccola sosta foto, si ferma un’auto e ci vengono regalati due mandarini.
A causa di un piccolo incidente che ci ha costretto ad un breve ripiego, Jorge ci distanzia e lo ritroviamo dopo un paio d’ore seduto al tavolo di un ristorantino. Mangiamo anche noi dell’ottima pasta fritta ancora calda e ripartiamo.

Completiamo la salita sotto l’acqua, ma con due sacchettini di noccioline regalateci da un’altra auto. Iniziamo l’ultima lunga discesa verso la fine del Trampolin de la Muerte e passiamo davanti ad una tiendita: sosta con caffè caldo, e mentre ce lo beviamo con gusto comincia un diluvio. Aspettiamo in piedi sotto la tettoia per più di un’ora; la voglia di caffè è stata provvidenziale.
Siamo alla fine, magicamente riappare la strada asfaltata, ci dirigiamo al paese di Sibundoy e dopo due giorni bagnaticci dormiamo in albergo. Quello che troviamo è un po’ particolare: la carta igienica è contata e la doccia che dicevano calda, diciamo che non è congelata.

Manuela: Ieri sera abbiamo appeso i vestiti in tenda, sperando che si asciugassero un po’… Ah! Ah! Ah! Poveri illusi! Alle 6 del mattino indossare roba bagnata e fredda è davvero un piacere. La strada è tosta, ma dai racconti mi aspettavo peggio; forse ci è andata bene, a parte i conducenti dei veicoli motorizzati, pazzi da legare, il resto era tutto ok.
Piccola nota: quando parliamo di ristorantini o negozietti, sono in realtà dei buchi che, in questi luoghi, diventano posti di ristoro da sogno. Se nelle foto non si vedono parti di strada franati, precipizi o noi schiacciati contro la roccia per far passare un camion, è perché in quei momenti eravamo impegnati in altro; alle foto pensavamo solo quando non diluviava e pedalavamo tranquilli.

14 aprile – Santiago
Ripensandoci bene, perché farsi per tre giorni di seguito più di mille metri di salita? Oggi giornata relax, ci spostiamo in un secondo hotel che dovrebbe essere più decente 15 km più avanti e qui, finalmente dal 25 marzo in Messico, ci facciamo la prima doccia CALDA! Anche oggi pioggia, e domani? No comment.

Manuela: suona la sveglia, alziamo gli occhi al cielo, è grigio e piove. Basta uno sguardo tra di noi: ancora acqua e ci spuntano le branchie! Accettiamo di fare qualche chilometro in piano per raggiungere l’inizio della prossima lunga salita. Eccellente scelta, paesino tranquillo, alberghetto pulito e una signora gentilissima che ci accoglie con un sorriso smagliante.

Ieri non ci avevo pensato, ma la canzone del giorno non potrà essere che il tema del Padrino di Nino Rota.

15 aprile – El Encano
La strada si impenna dal primo chilometro e resterà empinada fino al colle da dove cominceremo a scendere. Sono 17 km, la pendenza media alla fine sarà del 8-9 % con rimontini fino al 13 %. I ciclisti lo capiranno, le bici del Giro d’Italia sono sui 7-9 kg, noi dobbiamo moltiplicare il peso per 4 o 5.
È MALEDETTAMENTE DURA! Mi sento fisicamente in forma, nonostante ci troviamo vicini ai 3.000 m di quota, ma penso alle mie ginocchia che ogni giorno peggiorano ( ho subito tre operazioni ai menischi, mi manca un bel pezzo di legamento crociato e soffro di artrosi…eh sì, l’età avanza!). Spero di non lagnarmi più fino alla tappa finale, ma oggi mi fanno veramente male.
Il GPS segna 13% di pendenza, scendo e mi faccio un chilometro a piedi.
Siamo in settimana santa, che Padre Hugo mi perdoni, ma il primo pensiero va alla III Stazione della Via Crucis quando Gesù cadde per la prima volta. noi siamo al terzo giorno di salite impegnative, incrociamo le dita. La giornata si conclude positivamente, quasi al passo ci fermiamo a fotografare una distesa di frailejones (Espeletia), le piante simbolo di queste regioni (stampate anche sul retro della banconota da 5.000 pesos), era una delle cose che avremmo voluto vedere in questo viaggio, direi che siamo stati accontentati.
Oggi arriviamo in paese asciutti, facciamo una bella doccia, nuovamente calda, mangiamo un’ottima trota e ci mettiamo in branda alle 17 per rilassarci.


Visti i pensieri negativi suggeriti dalle mie povere ginocchia distrutte dalle continue salite, oggi il mio umore era nero pensando al nostro sogno peruviano. La sola canzone che mi viene in mente è Paint it black dei Rolling Stones.

Manuela: giriamo attorno alla piazza e la strada sale come una rampa di garage, ci siamo sbagliati? Purtroppo noooo! 2-3 tornanti, poi ancora e ancora, @#§%&! “Dai che dopo spiana”… Macché, non spiana niente! Anzi, più saliamo, più si fa ripida. Francesco si lamenta delle ginocchia, anche le mie scricchiolano, ma preferisco pensare positivo: siamo a 3.000 metri, respiriamo bene e  non piove. Ottimo così! Il paesaggio è magico, la vallata sotto di noi è a perdita d’occhio, coltivazioni di mais, tomate de arbol, granadilla, lulo, vacche al pascolo, etc. Ogni tanto una casa isolata, sempre annunciata da 2-3 cani a bordo strada, ma i cani colombiani sono gentili con i ciclisti, spesso non ci considerano, al massimo un mezzo abbaio, giusto per dire al padrone che hanno fatto il loro dovere. Quasi al passo, in un páramo (ecosistema montano tipico delle Ande), compaiono i magici alberi che desideravamo vedere, che bella sorpresa!


Poi si scende e appare la laguna de la Cocha, sulla strada un gruppo di bambini sta provando un balletto con musica moderna a tutto volume. Incrociamo Nelson, un ciclista colombiano, professore universitario di inglese anche lui diretto verso El Trampolin. Con pochi pesos ci compriamo una montagna di uchuva (alchechengi), poi troviamo  un alberghetto con doccia bollente accanto ad un ristorantino dove divoriamo una eccellente trota fritta con patate. In piazza, una banda di giovani musicisti sta suonando… che dire, la grande fatica di oggi è stata ripagata da tante piccole sorprese e domani sarà un altro giorno di salite e forse di pioggia.

16 aprile – San Juan de Pasto
Nonostante la nostra stanza sia un buco, siamo riusciti ad incastrarci con le biciclette e passare una buona notte. Oggi ci concediamo una partenza posticipata di mezz’ora e ci dirigiamo dove ha dormito Jorge, un ristorante-caseificio 3 km più avanti lungo la salita. Ci gustiamo un buon tinto e, nel pagare, mi cade l’occhio su un formaggio a forma di pera. Chiedo cosa sia e la risposta è quella che speravo: provola! Peccato non avere con noi un pacchetto di riso Carnaroli.

Salitella tranquilla di altri 5 km, foto ad un mirador quasi al passo e facile discesa verso Pasto, una città di circa 400.000 abitanti. Qui saremo ospiti di Mateo, un ciclista del gruppo Vibico che ci offre un appartamento a dir poco eccezionale in centro città, spazioso e con tutte le comodità a disposizione. Il pacco con le cose spedite da Mocoa, dovrebbe arrivare solo il 19, siamo sicuri che ci dispiaccia aspettarlo? Siamo in sella dal 20 febbraio e negli ultimi 5 giorni abbiamo fatto parecchio dislivello, credo che questa sosta forzata sarà molto salutare. Il confine con l’Ecuador si avvicina.

Manuela: Tutti ci avevano parlato malissimo di Pasto: “State attenti, è una città molto pericolosa, niente cellulari in vista, niente macchina fotografica, ecc… E poi, con la Settimana Santa, sarà affollatissima!”.
Mateo ci accoglie come principi. Nel centro città tutto ci sembra simile alle altre città colombiane, anzi: le strade sono sorprendentemente pulite e tranquille. Mateo ci conferma di evitare di girare con cellulari o macchine fotografiche, meglio portare con sé solo i soldi necessari. Questo è il nostro rituale durante i giorni di riposo: far la spesa, mangiare, dormire, lavarsi, fare il bucato… e ricominciare.

È solo il titolo che rende l’idea, però nel campeggio di “Don Vito Corleone” dell’altro giorno, Jorge, avendo abbandonato il proprio materassino considerandolo irreparabile ha dormito su un paio di cartoni. Ecco l’occasione per aggiungere Sleeping on the floor di The Lumineers.

17-18 aprile – San Juan de Pasto
Alla fine il pacco è arrivato 2 giorni prima del previsto, potremmo partire subito. Pasto, città con grandi tradizioni religiose e numerose chiese, attira sia credenti che turisti, decidiamo di restare qualche giorno in più per visitarla, lavare la biancheria e riposare le rotule.
Le chiese sono architettonicamente una diversa dall’altra, visitiamo le principali, tanti fedeli entrano ed escono, nella piazza principale sono anche esposte grandi sculture che rappresentano la Via Crucis (utilizzate anche per i carri del carnevale che qui comincia il 28 dicembre). Buona Pasqua!
Passiamo una piacevole serata cenando con Mateo, si parla del più e del meno, della Colombia e delle particolarità di questa regione, nota per l’insicurezza e il coinvolgimento nel narcotraffico.

Manuela: Passiamo del tempo a parlare con nostra figlia neo laureata e festeggiarla a distanza. Brava la nostra Princess! Adesso goditi la tua libertà per un po’, ti aspettiamo a pedalare con noi in autunno. Siamo orgogliosi di te. ❤ ❤ ❤


La nostra Princess il 17 aprile 2025 ha ufficialmente finito l’università. Ancora più patita di me per la musica cominciò a suonare pianoforte parecchi anni fa, quando era adolescente adorava Cœur de Pirate ed uno dei primi pezzi che imparò a suonare fu Intermission.

19 aprile – Pedregal
Si ricomincia subito in salita e fortunatamente, le pendenze sono umane. Partiamo abbastanza presto la mattina ed alla fine della salita, appare una panadería, perfetta pausa per il nostro tinto mattutino.
Discesa di 25 km fino a Pedregal. Troviamo un piccolo hotel in centro al villaggio che è proprio vicino alla stazione della polizia. Sapendo che potremmo guadagnare un’altra decina di chilometri dormendo in un altro posto fuori dal paese, provo a chiedere informazioni sulla situazione sicurezza.

La risposta è veloce, l’hotel è isolato e ci consigliano di restare qui. Inutile riflettere, paghiamo la camera e la giornata è finita.
Domani partiremo presto, è domenica di Pasqua e come abbiamo passato una delle città più pericolose di Colombia, Soacha, senza problemi data l’ora e dato il giorno, arriveremo anche all’ultima città sul confine di questo paese.
Manuela: dopo tante salite, che bella sensazione quella di aver male alle mani per il continuo frenare in discesa!

Non so quando potrò riascoltare la mia musica in pace mentre pedalo, probabilmente nella Sierra. Su queste strade ce lo dicono tutti… No des papaya… Sii discreto… Quindi niente musica. Sdraiato sul letto in attesa dell’ora per dormire, leggo un articolo sui Pink Floyd e decido di aggiungere Comfortably numb.

20 aprile – Ipiales
Oggi un’altra bella giornatina da 45 km x 1.400 m di dislivello. Praticamente tutta salita fino a destinazione.


Essendo domenica, la strada è invasa da ciclisti, con il nostro ritmo tranquillo piano piano risaliamo la lunga valle che ci porta a Ipiales, l’ultima città in cui soggiorneremo prima di arrivare alla frontiera con l’Ecuador.
Oggi siamo ospiti di Andrés, anche lui anfitrione del gruppo Vibico. Arriviamo a casa sua, ci offre un mate di benvenuto, ceniamo e facciamo conoscenza reciproca. Sono le 19 quando Jorge ci comunica che è arrivato. Lui ha scelto di passare un giorno di più a Pasto e si è fatto in una sola tappa tutta la strada arrivando al buio. Scelta curiosa, perché ha sempre ripetuto che non è saggio viaggiare dopo il tramonto, ma è già la seconda volta che lo vediamo arrivare con il buio.
Dopo poco arrivano anche Boris, un altro anfitrione colombiano che accompagna Aurelio, un giornalista salvadoregno diretto a Ushuaia. Boris anima la serata elogiando l’ospitalità dei colombiani, dicendo che gli piacerebbe vedere più cicloturisti nel suo paese. Noi ascoltiamo, a volte ribattiamo, ma non è semplice fare capire che per noi stranieri la Colombia, in tante zone, è ancora troppo “difficile”.
Manuela: Oggi la salita non finiva più e con una pendenza costante che non ci permetteva di rilassarsi un solo attimo. Abbiamo fatto una pausa a lato strada con un gruppetto di ciclisti di una squadra, ridavamo insieme sul fatto che una nostra borsa pesava più di tutta la loro bicicletta.

21 aprile – Santuario di Las Lajas
Nella giornata di descanso andiamo a visitare una chiesa a qualche chilometro dalla città. Boris, viene a prenderci con il suo minivan e la combriccola composta da due Colombiani, un Colombiano di Germania, un Salvadoregno e due Italiani, parte per il santuario.


La chiesa ed il villaggio adiacente sono molto interessanti, ma cosa ci fa una chiesa gotica in un posto simile? Il mio pensiero è sulla vita di coloro che l’hanno costruita, quanti operai saranno precipitati in fondo a quel canyon? Era necessaria questa “cattedrale nel deserto”?
È il lunedì di Pasqua, Papa Francesco è morto la notte scorsa, farò il bravo e mi fermerò qui.
Andrés è stato un ottima guida e ci ha mostrato ogni angolo del piccolo villaggio, rientriamo a casa e prepariamo le nostre cose per il passaggio della frontiera di domani.

Il riassunto della nostra Colombia.

Siamo arrivati a Bogotá il 26 marzo ed abbiamo attraversato il confine dell’Ecuador il 22 aprile.

  • Chilometri percorsi: 875
  • Metri di dislivello: 14.000
  • Giorni totali inclusi riposi e visite: 27
  • Giorni in sella: 17
  • Notti: Albergo e ospiti vari 25, tenda 2. La troppa pioggia ed i prezzi economici, ci hanno spesso convinti a scegliere una camera piuttosto che la tenda. Dato che gli sconti per anziani mi hanno fatto capire che faccio parte della terza età, quando posso, preferisco dormire sul morbido.

PRO
– Il popolo colombiano si è dimostrato gentilissimo, operai della strada che ti invitano a mangiare, sconosciuti che ti offrono frutta, negozianti che non si fanno pagare il caffè. Grazie soprattutto a Camilo di Bogotà, Angie e Jeison di Verdeyaco, Mateo di Pasto e Andrés di Ipiales per l’accoglienza ricevuta.
– I musei di Botero e dell’oro, fantastici.
– Il deserto di Tatacoa, deviazione obbligatoria per chi decide di venire in Colombia.
– Il Trampolin de la Muerte. Ne valeva proprio la pena, due giorni ed 80 km da ricordare; per me rimarrà uno tra i percorsi più belli della mia vita da ciclista.
Manuela: la varietà di piante e fiori è incredibile. Quanto gustosa è la frutta e gradevole la zuppa calda che viene sempre servita all’ inizio di ogni pasto.

CONTRO
– Fino all’arrivo in questo paese, pensavo che i peggiori guidatori al mondo nei confronti dei ciclisti, fossero i miei compatrioti italiani, da oggi il trofeo lo assegno ai Colombiani (Cari Colombiani, non insultatemi🙂).
– La meteo. Preferisco spalare neve a -30 C, che pedalare per giorni nell’umidità, sotto la pioggia ed a temperature sub-tropicali.
– Il perenne senso di insicurezza che ti accompagna. No des papaya, è la frase che abbiamo sentito ripetere ogni giorno passato in Colombia. Cosa significa? Tieni un profilo basso, non esporti, sii discreto. Vorrei pedalare per il piacere, non per continuare a guardarmi attorno.
Manuela: svegliarsi sempre al freddo e tutto è sempre umido o per l’umidità o per la pioggia.

Adios Colombia

COLOMBIA – Caldo, pioggia e las maravillas de la naturaleza

La nostra discesa verso Sud continua ed inizia aprile, il mese più piovoso dell’anno, ma come dice Camilo: No somos de azucar.

1 aprile – Natagaima
Sembrava dovesse piovere, invece la tappa inizia e finisce sotto il sole. Pedaliamo in sandali fin dal primo chilometro e scarpe nelle borse che quando riapriremo ci provocheranno un malessere momentaneo: sentono ancora di formaggio stagionato in decomposizione.
Volevamo dormire in tenda sulla strada all’inizio del deserto de la Tatacoa, ma i 35º C e l’umidità sopra l’80% ci fanno preferire una camera nella città prima del bivio. Siamo due vecchi pensionati, possiamo rimandare ancora per un po’ le scelte da veri duri.
Manuela: Cielo azzurro, cosa rara da queste parti dove sembra piovere sempre. Attraversiamo vaste distese di risaie e penso al duro lavoro degli agricoltori, immersi tutto il giorno nell’acqua tra serpenti, sanguisughe, zanzare e non certo equipaggiati con tenute impermeabili, che vita! Lungo la strada, negozietti vendono oggetti in argilla fatti a mano, il più gettonato? Il porcellino salvadanaio anche in versione gigante. Ieri avevo lavato velocemente le scarpe, illudendomi di ritrovarle profumate alla lavanda, pesce d’aprile ! riusciranno mai i nostri eroi a riutilizzarle senza asfissiarsi?


Qualche giorno fa vedevamo ovunque baracchini che vendevano chicha, oggi ho sentito una vecchia canzone di Inti Illimani: Señora Chichera.

2 aprile – Villavieja
Lo so, sono monotono, però la prima cosa che faccio ogni mattina è riverificare Windy per la meteo (che è altrettanto monotonamente fissa sul piovoso) e oggi cosa ci suggerisce? Forse non la prenderemo!
Pronti, partenza, via verso il deserto. Solita carretera rumorosa, ma con un asfalto ottimo. Arriviamo al bivio per Patá e La Victoria, da dove raggiungeremo un ferry per attraversare il Rio Magdalena.


Una ventina di chilometri di sterrato in un ambiente desertico, ma verde, diverso dal solito. Ci sono 30° C, ma sembra meno caldo degli altri giorni. Sostiamo per un bibita fresca da Jaime, un anziano signore che ha un negozietto sulla strada, parliamo un po’ con lui, gli promettiamo di mettere la sua tienda su iOverlander e prima di partire ci regala un paio di chewing-gum.
Raggiungiamo un villaggio, sembra molto tranquillo, cerchiamo il posto in cui dormire e ci rilassiamo per la giornata successiva.

Manuela: Ferry? parliamone. Una piccola chiatta che ci fa attraversare il fiume con acque torbide cariche di argilla e sedimenti, meglio non caderci dentro, non ci ritroverebbero mai più, la corrente è molto forte. Finalmente siamo su una strada sterrata, solo il rumore della natura. Osserviamo il deserto… ma è verde ! ovvio c’è acqua, ritroviamo vari cactus, dune di sabbia grigia coperte di erba e vacche al pascolo. Nell’ultimo paese, la proprietaria dell’albergo ci parla con entusiasmo di questa zona di 370 km² che la popolazione indigena cerca di valorizzare. Esiste una parte del deserto con sabbia e rocce rosse; domani in base al caldo, decideremo se allungare il percorso di un giorno oppure no.

3, 4, 5 aprile – Rivera, Gigante
Oggi tappa dura, non tanto per la strada, quanto per il caldo. Come dissi ad un Colombiano: “Mi sento più a mio agio nella neve ed a -30º C che a queste temperature“.


Un paio di persone ci hanno sconsigliato di dormire nella cittadina che avevamo scelto così abbiamo fatto una deviazione di 5 chilometri al 3-5 % con 35° C. Io mi sono sciolto Pantanina-Manuela pedalava in scioltezza.

Manuela: Niente deserto rosso, caldo e umidità atroci! Attraversiamo la città di Neiva, poco rassicurante e poco attraente. Mangiando un gelato, chiacchieriamo con un ragazzo venezuelano gentilissimo che ci consiglia il paesino dove fermarci per la notte, non tutti i centri abitati nella zona sono sicuri per due turisti… e nemmeno per i locali.

Rivera

Era da un po’ che non ascoltavo il mio cantautore preferito, Fabrizio De Andrè, oggi ho passato un’oretta con le sue canzoni e dedico Bocca di rosa alla nostra amica Roberta originaria di Genova , mi sembra di ricordare che al suo matrimonio pranzammo vicino a Sant’Ilario, nello stesso “paesino” della canzone. Ciao Robi.

Sveglia, partiamo, piove, no non piove, facciamo tappa corta… Questi sono i discorsi di due ciclisti, accaldati, umidi fino alle ossa, un po’ stanchi e che non hanno voglia di buttarsi in strada.
Alla fine, a svegliarci definitivamente, ci pensa il campanile della chiesa. Ci rimettiamo sulla carretera 45 e ci dirigiamo verso Gigante.
Il caldo aumenta e saranno 70 km x 1.000 m. Come qualcuno di cui non faccio il nome ha scritto ad un amico: “Francesco cola sudore da lasciare una scia che sembra la bava di una lumaca“.


Abbiamo quasi terminato la nostra giornata che incontriamo Jorge, un ingegnere colombiano che vive a Dusseldorf che si sta dirigendo in Perù. Restiamo in contatto e la sera  ci incontriamo per bere qualcosa assieme, dopo varie discussioni filosofiche, programmiamo di continuare assieme per un po’.

La signora non era molto abile con i cellulari

La giornata di riposo a Gigante passa tranquillamente e mentre discutiamo sul programma della prossima settimana, si fa vivo anche Gus, l’olandese incontrato già nei giorni scorsi. Ceniamo assieme parlando della vita nei rispettivi paesi e verso le 20 ognuno si ritira nei propri alloggi.

Manuela: Panaderia y Pasteleria, un sogno per chi adora i dolci! in ogni paesino ad ogni angolo ce ne è una, i dolci sono buoni anche se un po’ monotoni, il paradiso dello zucchero di canna, arequipe (dulche de leche) e Guayaba. Anche il pane è dolce al nostro palato, ma il ciclista affamato divora tutto.

6, 7, 8 aprile – Altamira, Bruselas, San Juan Villalobos
Da oggi iniziamo a pedalare con Jorge, pur non avendo molta esperienza come cicloturista, fisicamente è in forma, ci ha detto che in passato correva la maratona in 3:30.


Saliscendi piacevoli, nessun “rimontino ignorante” e poco dopo mezzogiorno arriviamo a destinazione. Finalmente, siamo in una cittadina carina, a parte il solito caos della via principale, il quartiere residenziale che attraversiamo a piedi è tranquillo, le case sono ben tenute e le persone che incrociamo salutano cordialmente. Qui non si ha l’idea di essere in un paese con la fama che tutti conosciamo.
Devo ammettere che oggi non ho sudato come sempre, questa sera “appena” 25º C. Aprendo la finestra al mattino, in lontananza, vedo una cima innevata, sarà il miraggio della voglia di vedere le montagne? L’idea mi fa già sentire meglio.

Manuela: siamo nella zona di coltivazione del cacao e del caffè. Si dice che il miglior caffè colombiano provenga da Brusselas. Io, che adoro questa bevanda, non perderò l’occasione di assaggiare tanti tinto (tazzina di caffe nero). Questo pomeriggio, ad Altamira, iniziamo con la degustazione di una bella tazza di cioccolato caldo servito con biscottini a forma di grissino stranamente non dolci e bocconi di formaggio fresco: eccellente!

Cercando la lista da ascoltare sulla strada decido per musica franco-canadese e così per queste giornate calde, troppo calde, vada per Lit vert di Plume Latraverse che mi fa ricordare la primavera québécoises con la sua slush.

Cronaca ciclistica della tappa verso Bruselas: 1.000 m di salita con alcuni tratti piuttosto ripidi, un passaggio da Timaná per fotografare il monumento alla Gaitana, l’eroina indigena del XIV secolo che diede filo da torcere agli invasori spagnoli. Poi è la volta di Pitalito, una città in cui, si dice, si può gustare il miglior caffè di Colombia.
Jorge preferisce fare un lunga sosta per il pranzo, noi preferiamo soste brevi e arrivare presto per evitare i temporali pomeridiani. Giunti a destinazione, io e Manuela decidiamo di aspettare il nostro compagno di viaggio in piazza, preferiamo sia lui a negoziare il prezzo dell’hotel, a volte, spesso, i gringos hanno prezzi differenti dai locali.


Dopo una colazione senza caffè, cominciamo subito con 17 km di salita costante, qualche impennata nelle curve più strette, ma alla fine arriviamo al posto di blocco dell’esercito per il cambio di regione. Il seguito sarà una bella discesa fino a San Juan. È da quando siamo partiti da Bogotá che la carretera 45 è un cantiere continuo ed osserviamo. Ci sono una miriade di operai che lavorano manualmente. Giusto? Sì, dai lavoro a molte persone. Sbagliato? Sì. La qualità del lavoro non sarà mai come quella fatta da macchine specializzate. Osserviamo, passiamo oltre ed apprezziamo i tratti di strada nuovi.

Come sempre, in salita non riesco ad ascoltare musica, ma appena arrivato al colle, ricomincio e continuo ad ascoltare la lista di lettura di ieri. La prima canzone è La fin du show dei Cowboy fringants. La consiglio, veramente bella!

Manuela: da 3 giorni stiamo attraversando delle bellissime valli; si pedala in salita tutto il giorno, ma quasi non me ne accorgo, passo il tempo a osservare la natura che ci circonda: maestosa, rigogliosa. Piante di caffè intervallate da palme di banane, tutto coltivato su pendenze così ripide che le scenderei solo in corda doppia! Grazie a Jorge stiamo scoprendo aspetti di questo paese che difficilmente avremmo conosciuto da soli: cibi, tradizioni, abitudini di vita. Ora inizio ad apprezzarlo. Purtroppo, all’inizio non è stato facile coglierne il vero valore, l’insicurezza e il clima, piovoso e afoso, ci avevano un po’ offuscato le idee.

9, 10 aprile – Verdeyaco, Mocoa
Di notte comincia a piovere, già l’umidità dell’alberghetto in cui alloggiamo non aiuta, ma ci si mette anche la pioggia.
Se penso che da queste parti vivono costantemente in ammollo, mi sento male.
Ci si sveglia, nessuna voglia di partire, “si apre… “dice Jorge… Lo guardo e la mia lunga esperienza da montagnino mi dice che: cielo grigio uniforme, niente vento, come vuoi che smetta?
Durante una piccola pausa tra uno scroscio più violento dell’altro, decidiamo di partire, sono le 11:30 e dopo solo 3-4 chilometri ricomincia a piovere. Prima piccola sosta per un caffè che bevo senza nemmeno togliere il casco per non fare movimenti con i vestiti bagnati, poi si riparte. Su questo pezzo di strada non c’è nulla, solo foresta, dietro una curva vediamo una piccola tiendita, è ricominciato a piovere forte e chiediamo ai proprietari, spaparanzati sotto il porticato, se possiamo ripararci. Restiamo in attesa per una decina di minuti e decidiamo per un secondo caffè, la signora ce lo porta e dopo aver chiesto il conto, ci risponde che non dobbiamo nulla “Sono solo tre caffé“. Un negozio, una coppia che vive di quel poco che possono ricavare dal loro minuscolo giro di affari ed il caffè è gratis!
Il consiglio italo-canadese-colombiano-tedesco decide che proseguire fino a destinazione potrebbe comportare un arrivo al buio (una delle regole base della sicurezza in Colombia e quella di essere a destinazione con la luce), quindi riprese le bici cominciamo a divallare decidendo di fermarci alla prima casa o ristorante a chiedere un posto per la tenda.
Incrociamo un hospedaje che scartiamo subito per chiara insalubrità ed arriviamo davanti ad una chiesa episcopale. Esce il pastore con la moglie che ci propongono una fantastica tettoia sul retro della loro chiesa-abitazione, ma non finisce qui. Mentre montiamo le tende, la signora arriva con tre caffè e ci chiede se abbiamo da mangiare. Pur rispondendo affermativamente, lei ci propone di andare a cenare da un’amica che ha un hospedaje poco lontano. Ci incamminiamo, lei ci segue con i due bambini ed alla fine siamo seduti a tavola serviti e riveriti in un posto magnifico in mezzo alla foresta. Magnifica serata in compagnia di gente cordialissima. Abbiamo cenato, assaggiato il miele prodotto dalle melipone, particolari api selvatiche senza pungiglione.


La mattina, appena sorge il sole vado a scrutare il cielo che, finalmente, è quasi tutto sereno. (E con questa occasione nella mia lista di lettura oggi ci sarà Mattinata di  Leoncavallo interpretata da Luciano Pavarotti). È tutto schifosamente umido, ma sicuramente abbiamo dormito meglio nei nostri sacchi-letto.
Passiamo vicino alla tenda dove si riuniscono gli operai di un cantiere stradale e ci sentiamo gridare: “Venite qui, c’è cibo caldo se volete”. Ieri a Manuela e Jorge altri operai avevano offerto una bottiglia d’acqua.


In queste zone spesso c’è un’economia di sussistenza, la vita è estremamente semplice, però ci sono negozianti che ti offrono il caffè, operai che ti propongono di dividere la loro colazione e gente che ti apre la porta della loro casa con un grande sorriso. Anche questa è la Colombia.

Manuela: i muri della camera in cui abbiamo dormito erano ricoperti di muffa, noi eravamo bagnati fradici e rimarremo così, niente si asciuga. Qualcuno direbbe:” ma non avete cose impermeabili, ciclisti sprovveduti !” Si, abbiamo tutto, ma preferiamo prenderla, perché qui non piove, è come essere sotto una cascata, ci stanno crescendo muschio e funghetti addosso, chissà quando ritorneremo asciutti. Grazie per l’ospitalità della chiesa di Verdeyaco, grazie per averci fatto scoprire il vostro angolo di paradiso, vi auguriamo di realizzare grandi progetti per la vostra comunità.

Monica Consolini

Questo articolo è dedicato a Monica Consolini, una veronese con la quale siamo in contatto da tempo. Lei, partita da casa è arrivata a Pechino e da Vancouver ha pedalato fino a San Diego prima di trasferirsi in Sud America.

Non ricordiamo esattamente come siamo entrati in contatto con Monica, forse guardando un video in cerca di informazioni per il nostro prossimo viaggio. Italiana, originaria di una città vicina a dove siamo nati noi, donna giovane che viaggia da sola, l’abbiamo seguita da Verona a Pechino, da Vancouver a Los Angeles e fino in Perù dove si trova ora. Dopo aver scambiato qualche consiglio in chat ( la comunità di cicloviaggiatori si sostiene sempre), le abbiamo chiesto di compilare la nostra scheda “Storie di cicloturisti”.

Sono Monica Consolini, un’appassionata  di viaggi in bicicletta ed estremamente curiosa di conoscere tutto ciò che che si può imparare. Amo viaggiare in bicicletta e adoro ascoltare storie.. o meglio storie di persone, di popoli, storie antiche e storie attuali.. per ritrovarmi poi dopo ogni racconto, a capire che in fondo sono ancora più curiosa di prima di conoscere. Viaggiare in bicicletta per me è un viaggio senza fine, uno stile di vita!
A gennaio 2024 sono partita per fare il giro del mondo in bicicletta in 2 anni. È un progetto nato in tanti anni di sogni, idee e finalmente diventato realtà. Due anni in cui ho iniziato dirigendomi a est verso la costa balcanica ed entrando poi nel continente asiatico percorrendolo dalla Turchia fino a Pechino, da dove ho volato a Vancouver per poi proseguire verso Sud, lungo la costa pacifica americana fino a San Diego. Ho poi volato in Ecuador da dove ho iniziato a percorrere la cordigliera delle Ande con l’obiettivo di arrivare ad Ushuaia in autunno 2025. Da lì volerò in Spagna e rientrerò in Italia lungo la costa mediterranea per i primi mesi del 2026.

Monica Consolini

Instagram: ridesmiles.world
Facebook: RidesmileS
YouTube: https://www.youtube.com/@ridesmiles_world

 

NomeMonica
NazionalitàItaliana
Anno di nascita1990
OccupazioneAttualmente viaggiatrice
Sito Web
Il piu bel viaggio in biciAd oggi quello attuale.. il giro del mondo in bici
Durata del viaggio2 anni
Quanti nel gruppoViaggio da sola
Distanza totalePrevisti circa 35000km
Il giorno più lungoQuando ho volato da Pechino a Vancouver per via del fuso orario, una giornata infinita con più di 24h effettive
Il giorno più belloTantissimi sono i giorni piu belli ed è  molto difficile sceglierne uno solo! Se proprio devo scegliere, penso che direi l’arrivo al lago Sonkul in Kirghizistan! Un posto fuori dal tempo, meraviglioso, sconfinato e dai colori scintillanti! Ho piazzato la tenda dietro una collina e nonostante un meteo molto variabile, è uno dei posti in cui ho assaporato maggiormente la sensazione di libertà e contatto con la natura.
Il giorno peggioreI giorni in Mongolia ferma con la polmonite e senza sapere quando avrei potuto riprendere a pedalare
Il più grande mal di testaNel Pamir per l’alta quota con un cattivo acclimatamento
Il più grande erroreNon avere montato i freni a disco prima della partenza
Una piacevole sorpresaTutte le volte in cui il clima mi mette alla prova e fatalità appare qualcuno quando meno te lo aspetti, che ti aiuta o ti ospita in un luogo caldo e asciutto
Modello di biciBressan Terranova in acciaio
ModificheRealizzata su misura
Cosa avresti voluto avereFreni a disco
PneumaticiSchwalbe marathon Mondial DD 622×50
Setup bagagliBorsa sotto manubrio da 20lt + due borse forcelle anteriori Miss Grape 4lt + borsa telaio custom Miss Grape + 2x borse posteriori Miss Grape 20lt + sacca impermeabile 10lt per il cibo
Contento di aver portatoDiario di viaggio
Cosa avresti voluto avereThermos. Comprato poi in America dopo 10 mesi di viaggio
Cosa non avresti voluto avereHo pochissime cose, sto usando tutto
IncidentiPolmonite in Mongolia in agosto 2024 e caduta dalla bici sulle Ande peruviane in febbraio 2025 con microfrattura ulna e perdita di un dente
Problemi alla biciNulla di troppo grave al momento! Sto prevedendo un cambio cerchioni a breve
Stessa bici la prossima volta?Si, ma con i freni a disco
Qualche consiglio per un nuovo cicloturistaNon avere paura di partire.. parti, poi le cose accadono!
Filosofia di viaggioRiporto una frase che hanno detto a me prima di partire.. “puoi immaginarti il viaggio nei minimi dettagli, ma in realtà sarà sempre meglio di quello che immagini!”
RaccomandazioniNon preoccuparti di sbagliare attrezzatura, copertoni, strada, itinerario, ecc. Programma, pianifica e organizza, ma ti raccomando soprattutto di vivere l’esperienza!

E si ricomincia in America del Sud, Colombia

Siamo in Sud-America, il primo paese è la Colombia. Arriviamo nella capitale e facciamo i turisti, poi si risale in sella e si prosegue verso Sud.

26 marzo – Bogotà
Dopo un consulto familiare ed una valutazione sulle opzioni logistiche, abbiamo deciso di inscatolare tutto e accellerare l’arrivo in Sud America, per trovarci sulle Ande nella stagione ideale. Il resto del Messico e gli Stati dell’America Centrale ci rivedranno quando farà meno caldo, sperando che le nostre ossa sopravviveranno alle alte quote.
I nostri ospiti Liliana e Paco ci hanno ancora una volta viziato, prima ci fanno trovare davanti alla porta due scatole per le bici, poi ci organizzano il trasporto alla stazione degli autobus con un loro pickup. Nel pomeriggio lasciamo Xalisco e a mezzanotte dall’aeroporto di Guadalajara decolliamo per Bogotá, la capitale della Colombia.
Sì, lo sappiamo, certi paesi non hanno una buona reputazione ed il primo commento che abbiamo ricevuto: “…il Messico è pericoloso e la Colombia ancora di più….”. Per cercare di tranquillizzare amici e parenti, possiamo dire che per viaggiare in Colombia si devono rispettare alcune regole e prendere alcune precauzioni. Certo, tutto può succedere, il tasso di criminalità è alto, ma abbiamo una rete di ciclisti locali che ci tiene aggiornati e, come abbiamo sempre fatto, non andiamo a cercare guai.
Alle 9:30 arriviamo a Bogotà, tutto è stato facile e veloce, sia l’immigrazione che il ritiro dei bagagli. Un appunto per i viaggiatori: se voleste venire in Colombia ricordatevi che bisogna compilare un modulo in linea ed avere un biglietto aereo di ritorno (anche per coloro che usciranno via terra, ma esiste un sistema diverso).
Il taxi che avevamo prenotato ci preleva e ci porta al nostro albergo in un quartiere che sembra tranquillo. Trascorriamo il pomeriggio rimontando le biciclette e ricontattiamo il ciclista che ci aveva invitato a passare qualche giorno a casa sua.
Manuela: viaggiare in un paese nuovo è sempre un’incognita, viaggiare con delle biciclette come bagaglio è stressante, sapere di arrivare in una città dove molti quartieri sono inaccessibili ai turisti aggiunge ancora più tensione. In poche ore, dover capire gli usi e i costumi di un paese per non fare errori nelle prime ore rende il tutto ancora più complesso…Insomma, giornatina mentalmente difficile, condita da 24 ore senza dormire. Un grazie infinito ai nostri ospiti messicani che ci hanno facilitato la prima parte del trasferimento.

27 marzo – Bogotà
Ci dirigiamo verso la strada indicataci, la città finora non ci entusiasma molto. Il traffico è intenso, tuttavia ci sono molte ciclabili. Negli attraversamenti, bisogna essere decisi, ma le auto generalmente si fermano. Incontriamo Camilo, il nostro ospite, conosciuto tramite la rete WhatsApp dei ciclisti in Colombia organizzata dal sito Vibico.org. Camilo ci precede ed arriviamo al gruppo di case popolari dove abita. L’appartamento, che condivide con un altro ragazzo, ha tutto ciò che ci serve, ci offre una delle camere dove trascorreremo le prossime tre notti. La sera ci darà indicazioni sul percorso di 800 km che ci porterà al confine con l’Ecuador, rivelandoci dettagli che solo un ciclista del posto conosce: per uscire da Bogotá, prendi questa strada invece di quella, passando per la città di…; al bivio, gira a sinistra e visita il deserto di…; quando arriverai a…, continua verso…. Dopo aver fatto la spesa accompagnati da Camillo, ceniamo in compagnia gustando il pollo arrosto appena acquistato e poi a nanna.
Manuela: che traffico, che caos! Auto, moto, biciclette, bicitaxi, autobus , tutti a velocità pazzesca ed in aggiunta i pedoni. Per fortuna ci sono delle ciclabili, anche se il loro tracciato è alquanto discutibile. Lo stress diminuisce quando, grazie alle indicazioni di Camilo, iniziamo a capire meglio come funziona questa città immensa. Meglio smettere di cercare informazioni su Internet, si leggono solo commenti negativi, mentre i primi approcci con la gente del posto sono cordiali e di grande gentilezza. Che freddo appena scende il sole e che umidità ! Ovvio: piove quasi tutti i giorni e siamo a 2.582 mt di altitudine.

28 marzo – Bogotà
Partenza in compagnia di Camilo per visitare il centro città e uno dei luoghi che sognavo da tempo. Ci immettiamo su una ciclabile trafficatissima, dopo qualche chilometro, con bicilette che ci superano a destra e a sinistra, passiamo accanto ad una decina di negozi di biciclette in sequenza. Questo non deve sembrare strano, la Colombia ha una tradizione ciclistica notevole, è di queste parti un certo Nairo Quintana che ha vinto un Giro, una Vuelta ed ha tre podi al Tour de France. Parcheggiamo le bici nella Biblioteca Luis Ángel Arango (una delle più importanti di tutta l’America Latina), dove in passato Camilo lavorò come restauratore di quotidiani antichi. Subito di fronte c’è il Museo Botero, essendo statale l’ingresso è gratuito; qui si trova una collezione dell’artista colombiano morto recentemente, che non ha paragoni.
Visitando le varie sale, scopriamo che oltre alle opere di Botero, ci sono anche capolavori di artisti del calibro di Picasso, Klimt, Degas, Matisse, Monet, Dalì, Mirò e gli italiani Manzù e De Chirico.


Una visita rapida al Museo Casa de la Moneda, dedicato alla storia monetaria e della numismatica del paese, per poi dirigerci a piedi verso il Museo del Oro. La Colombia, infatti, è stata uno dei paesi sfruttati dall’impero spagnolo nella ricerca dell’oro. Come ordine di grandezza possiamo dire che di bacheche simili a quella della foto seguente, ce ne saranno state oltre un centinaio.


La piccola nota sportiva: quando passiamo da un piano all’altro, salendo velocemente le scale, la differenza di quota si fa sentire considerando che solo 2 giorni fa eravamo a livello del mare. All’uscita, l’acquazzone è finito e ritorniamo a casa, zizzagando nel solito traffico caotico per usare un eufemismo.
Dopo questa prima giornata, devo dire che Bogotà non mi ha convinto. Ciò che mi ha davvero affascinato sono i tre musei visitati. Solo per loro, mi sento di consigliare a chiunque stia programmando un viaggio in queste zone di fare una tappa a Bogotá per visitarli.
Manuela: Primo test di guida di bicicletta nel traffico caotico di questa città durante l’ora di punta mattinale: superato, siamo sopravvissuti ! Passando vicino ad alcuni quartieri off-limits, capiamo il perchè. Il più temibile è separato dalla zona più turistica solo da una strada, e il nome parla da sé: la Caldera del Diablo. I musei… WOW ! Botero è stupendo, interessante anche quello della Moneda (in memoria di mio papà) e inaspettatamente affascinante quello dell’Oro con una incredibile collezione di oreficeria e oggetti in ceramica, pietra, conchiglia, osso e tessuti provenienti da diverse culture indigene, risalenti a prima dell’arrivo degli europei. Testato anche il caffè colombiano, squisito! Che dire della città in generale? Le mie impressioni sono ancora contrastanti… a seguire…

29 marzo – Bogotá
Oggi, da turisti solitari, abbiamo preso la linea di bus super efficente (Nota per gli amici di Québec: bus moderni, alimentazione a gas, tre vagoni, corsie preferenziali. E noi aspettiamo ancora da anni un tramway) per ritornare nel quartiere la Candelaria da dove inizia la salita per la collina di Monserrate a 3.200 m.
È sabato e c’è tanta gente, turisti, sportivi e pellegrini che salgono fino al Santuario per assistere alla messa o per vedere la città dall’alto o per fare un’attività sportiva percorrendo il ripido sentiro. La scelta per noi è facile, salita e discesa in funicolare, giornata relax. La vista dall’alto è spettacolare, da un lato la città e dall’altro montagne verdi, facciamo un giro a piedi tra i piccoli ristorantini e negozietti arroccati accanto al santuario, qualche foto d’obbligo e riscendiamo.


Pausa caffè in centro e rientriamo a casa per la spesa ed i preparativi della partenza. Domani si comincia la Colombia ciclistica, ci aspettano 800 km di vegetazione tropicale, deserto, pioggia e montagne che superano i tremila metri.
Suerte!
Manuela: già oggi la città mi sembra diversa, più piacevole. Mi sto abituando al rumore di questa megalopoli che accompagna ogni ora del giorno e della notte. Il dedalo delle vie del centro è delizioso, così come l’idea di mescolarsi con le numerose persone: giovani, anziani, famiglie con bambini che trascorrono insieme il sabato, salendo sulla montagna che domina la città. Vivrei in una città come Bogotà? Mai, ma merita certamente una visita.

Musica del giorno. Who wants yo live Forever dei Queen. Il rapporto “filosofico” del brano del giorno è solamente nel titolo. Ricordo bene le scene del film Highlander in cui questo brano faceva da sottofondo. Si potrebbe dire che quando si viaggia come facciamo noi, incontrando persone piacevoli e visitando luoghi sempre diversi, forse l’immortalità dell’Highlander sarebbe una cosa positiva.

30 marzo – Fusagasugà
Il meteo sarà orribile per i prossimi 2-3 giorni, ma alle 7:15 partiamo per la nostra prima tappa colombiana. Camilo oggi ci accompagna su una parte del tragitto, la prima città che attraverseremo, Soachà, ha una reputazione piuttosto negativa. La nota positiva è che oggi è domenica, molte strade sono chiuse al traffico e trasformate in ciclabili, c’è molta polizia in giro e, come dice Camilo, i delinquenti a quest’ora dormono.
Grazie alla nostra guida riusciamo ad uscire dalla città evitando molti tratti di strada trafficata e superando rapidamente il tratto più pericoloso. Dopo qualche salitella in una zona agricola tra colline verdissime, arriviamo al punto deciso per dividerci. Camilo è stato un eccellente incontro, grazie a lui abbiamo girato il centro della capitale senza perdere tempo ed abbiamo evitato i quartieri “delicati” di Bogotà e dintorni. Speriamo di continuare a fare questi incontri. Grazie Camilo!

Camilo, Fabio e i due ciclisti italiani

Cominciamo la discesa ed i due furbi che hanno ottimi pantaloni da pioggia, non li indossano prendendosi un acquazzone per qualche chilometro. Ci ripariamo sotto il portico di un negozio per aspettare che finisca il peggio e ricominciamo; la discesa fino alla prossima città sarebbe molto piacevole, peccato essere inzuppati come il classico pulcino.
Una considerazione sulla passione ciclistica colombiana, mai viste in vita nostra così tante bici sulla strada, impossibile contarle erano centinaia.
Manuela: sapendo di dover attraversare una delle cittadine piu pericolose della Colombia ero preoccupata, grazie Camilo per aver pedalato con noi! e che fortuna averlo fatto di domenica, incredibile quante persone si mettono in bici sulle strade, anche sotto la pioggia torrenziale, tutti fuori! Che contrasto, girato l’angolo e tutto diventa verde, coltivazioni di fragole a perdita d’occhio e baracchini che vendono bicchieri di panna con fragole fresche. Ma chi riesce a fermarsi, oggi pedalata con doccia inclusa nel prezzo!


Quale poteva essere la canzone del giorno, se non Who’ll Stop the Rain dei Creedence Clearwater Revival?

31 marzo – El Espinal
Passare il pomeriggio sul letto a scrivere diario e blog, pianificare le due prossime tappe, chattare con qualcuno lontano, anche questo è il piacere del cicloturismo. Alzarsi sudaticci, indossare le scarpe e le calze ancora umide, bere acqua a colazione e sapere che anche oggi prenderemo tanta pioggia ti fa sognare per qualche istante un all inclusive ai Caraibi.

Camera di ciclisti bagnati

Poi ci si rassegna e si parte. Il caffè lo beviamo in un baretto in periferia e, subito dopo inizia una lunga discesa di oltre 20 km in autostrada: asfalto nuovo e pendenze piacevoli. Il sogno di ogni ciclista!

Rio Sumapaz

Vediamo due altri ciclisti che stanno riparando una foratura. Ci fermiamo per chiedere se va tutto bene e conosciamo Oswaldo che sta pedalando con suo padre di 73 anni (che a detta del figlio va più di lui). Ci chiede da dove veniamo e scopriamo che Oswaldo vive a Toronto. Discutiamo sull’orribile freddo canadese ed io ribatto con commenti sul caldo-umido colombiano.

Oswaldo colombiano di Toronto

A fine mattinata arriva il consueto acquazzone che questa volta non ci sorprende. Calziamo i sandali e mettiamo le nostre scarpe ancora umide nelle borse. Peccato che l’immersione di ieri ed il caldo umido di questa mattina abbiano creato un puzzo di cadavere che infesterà la nostra camera per tutto il pomeriggio. Speriamo di risvegliarci domattina e non morire nel sonno soffocati.
Manuela: Oggi Giove ha deciso che una lavata non sarebbe stata sufficiente, così, appena dopo la prima, quando iniziavamo a sperare di arrivare a destinazione quasi asciutti, è arrivato il secondo temporale. Arriviamo fradici, sporchi e puzzolenti come un cane bagnato a El Espinal. Si dice che le prime persone che abitarono la zona trovarono un paesaggio arido e ricoperto di piante spinose…arido ???? ma se qui c’è un umidità assurda !

Per la musica del giorno non avevo molte difficoltà, con il primo tuono ho scelto una delle mie canzoni preferite del gruppo The Doors, Riders on the storm.

Peccato che non lo abbiano inventato prima

L’articolo di oggi è dedicato ai cicloviaggiatori, quindi chiediamo scusa “ai non addetti”. Consideratelo come una pausa pubblicitaria.

Domanda: Perché un cicloviaggiatore dovrebbe acquistare un gadget come il Biri, quando esistono i classici cavalletti che tutti conosciamo fin dalla nostra prima biciclettina?
Risposta: Perché il Biri è semplicemente una soluzione migliore, e i motivi non mancano.

Durante i nostri viaggi ci capitava spesso di dover parcheggiare la bici in assenza di muri, pali o alberi a cui appoggiarla. Senza cavalletto, finivamo per metterla a terra, una soluzione tutt’altro che ideale o pratica.
Poi vedemmo un famoso cicloviaggiatore italiano con un bastone di legno al seguito e copiammo subito l’idea, anche se non era un’alternativa perfetta. Tempo dopo, incontrammo un americano che usava un bastone pieghevole in metallo, ma a nostro avviso aveva il difetto di essere pesante e poco versatile, perchè con altezza fissa.
Facendo qualche ricerca su internet, siamo capitati quasi per caso sul BIRI, è stata come una piccola rivelazione così abbiamo deciso di contattare direttamente il produttore per avere più informazioni.

L’azienda italiana Bikerando ha ideato un “cavalletto telescopico” che rispondeva perfettamente a tutte le nostre esigenze e ci ha offerto un paio di esemplari da portare con noi nel nostro viaggio in Sud America.
Di seguito riportiamo le schede tecniche dei due modelli disponibili, così come presentate sul sito del produttore.

Il BIRI Pro è dotato di un sistema di bloccaggio chiamato Light Lock System, che garantisce una sicurezza e una robustezza senza precedenti. Grazie a questo sistema, non ci sarà più il rischio di vedere la propria bici a terra, anche in caso di vento o di terreno irregolare.
Questo cavalletto in carbonio è perfetto per ciclo viaggiatori e bikepackers, ma anche per ciclisti urbani che vogliono parcheggiare la propria bici in modo sicuro e comodo. Il BIRI Pro è leggero e facile da trasportare, e si adatta a qualsiasi tipo di bici, dalle gravel alle mountain bike ed anche le e-bike.

Il BIRI Advanced in alluminio aeronautico è un prodotto innovativo e rivoluzionario nel mondo delle biciclette. Si tratta del primo cavalletto per bici al mondo telescopico e portatile, che si adatta a tutte le bici, di qualunque peso e dimensione. È un brevetto italiano, fabbricato in Italia con i migliori materiali in commercio.
Il BIRI Advanced è dotato di un sistema di bloccaggio chiamato Light Lock System, che garantisce una sicurezza e una robustezza senza precedenti. Grazie a questo sistema, non ci sarà più il rischio di vedere la propria bici a terra, anche in caso di vento o di terreno irregolare. Questo cavalletto in alluminio aeronautico è perfetto per ciclo viaggiatori e bikepackers, ma anche per ciclisti urbani che vogliono parcheggiare la propria bici in modo sicuro e comodo. Il BIRI Advanced è leggero e facile da trasportare, e si adatta a qualsiasi tipo di bici, dalle gravel alle mountain bike ed anche le e-bike.

 BIRI PROBIRI ADVANCED
PESO130 gr170 gr
LUNGHEZZA CHIUSO50 cm
LUNGHEZZA MAX110 cm
MATERIALECarbonio al 90%Alluminio Aeronautico Verniciato Nero
DIAMETRO1,8 cm
CAPACITA’ DI CARICO100 kgfino a 60 kg

Nella confezione l’azienda offre un supporto in plastica per fissarlo al telaio, noi preferiamo metterlo sotto il manubrio per poterlo estrarre velocemente in caso di bisogno, inoltre il nostro telaio è già completamente occupato dagli strap della frame bag.


Ora veniamo al motivo per cui abbiamo abbandonato del tutto l’idea di usare un cavalletto classico, singolo o doppio: spesso non è abbastanza robusto per sostenere una bici carica ed il suo peso va dai 150 grammi a più di 500. Inoltre, potrebbe non essere compatibile con una nuova bici, risulta scomodo da spostare da un telaio all’altro in caso di bisogno e, cosa più importante, è poco stabile su terreni irregolari a causa del baricentro troppo basso.

Il BIRI, al contrario, è telescopico e regolabile, leggero e poco ingombrante, caratteristiche importanti quando si viaggia con una minuziosa gestione del carico.
Oltre all’eccellente stabilità che ci ha subito convinti, dopo lunghi mesi di viaggio nelle Americhe abbiamo scoperto anche un uso alternativo e inaspettato di questo gadget. In zone dove è comune incontrare cani aggressivi (un vero incubo per i cicloviaggiatori e lo scriviamo pensando a un paio di spaventi e un attacco da parte di un pitbull), il BIRI, tenuto a portata di mano sulla borsa da manubrio, può essere sfilato rapidamente per difendersi. Siamo amanti degli animali e crediamo che non si debba mai far loro del male; per esperienza, spesso basta un semplice gesto senza nemmeno sfiorarli. Il BIRI non è nato per questo, ma in certe situazioni può davvero tornare utile. Tanti viaggiatori sanno di cosa stiamo parlando per esperienze vissute, meglio della pietra invisibile.

Che altro dire? A noi è piaciuto dalla prima sosta e dopo cinque mesi ed oltre 6.500 km di uso continuo, ci sentiamo di dire che è una eccellente scelta per tutti i cicloviaggiatori e lo consigliamo a tutti. È il più piacevole peso che carichiamo sulla nostra bici, senza rimpianti.


Goodbye Hotel California

Attraversato il Mar de Cortez, cominciamo subito a dirigerci verso Sud per raggiungere Puerto Vallarta e….

18-19 marzo – Partenza da La Paz e arrivo a El Rosario
Il nostro titolo è una licenza poetica per presentare il brano del giorno, la famosissima Hotel California degli Eagles. Per la cronaca, il gruppo ha più volte detto che tale albergo non esiste; il loro brano è pieno di riferimenti a chi ama un altro genere di viaggio. Lo abbiamo usato perché abbiamo dormito per tre notti proprio all’hotel California.


Dopo aver atteso per tre giorni il traghetto che ci porterà a Mazatlán, nel primo pomeriggio lasciamo la Pension California per dirigerci al porto, pedalando lungo la costa che dal Malecón continua verso Sud per una ventina di chilometri.
Parcheggiamo le biciclette sul secondo ponte e saliamo nella zona poltrone, dove ci sistemiamo nei posti assegnati, pronti a trascorrere le prossime 17 ore! Piano piano la saletta si riempie: famiglie con bambini, coppie, ma la maggior parte sono gli autisti dei camion che vengono parcheggiati nei ponti sottostanti con una precisione da gioco del Tetris.


Alle televisioni vengono trasmessi due film che sembra nessuno guardi, si sentono video ad alto volume da diversi cellulari e tutti parlano ad alta voce. Per poter leggere tranquillamente Manuela si mette i tappi ed io gli auricolari con la musica (qui l’uso di questi arcani strumenti è praticamente sconosciuto). La cena è compresa nel prezzo del biglietto; non ci aspettavamo niente di memorabile, ma da ciclisti sempre affamati, apprezziamo tutto ciò che è commestibile.
Verso le dieci le luci vengono spente e scopriamo di viaggiare con una banda di russatori assatanati, che passeranno l’intera notte (uno si sveglierà 10 minuti prima dell’attracco) a rumoreggiare, superando in decibel il rumore di un gruppo di boscaioli con le loro motoseghe al massimo dei giri.

Condomini da crociera

Notte quasi insonne a parte, verso le 10 siamo in sella e ricominciamo a pedalare. Passiamo a fianco del terminal crociere, dove al di sopra dei tetti degli uffici si vedono un paio di condomini galleggianti.
Il traffico di Mazatlán è caotico, usciamo velocemente dalla città lungo una superstrada a 4 vie, rumorosa e trafficata, ma con una larghissima corsia di emergenza che ci fa sentire al sicuro. Purtroppo quando la MEX 15 diventa 15D e cioè autopista a pagamento, noi restiamo sulla strada vecchia con la temperatura che sale fino a 39° C ed un traffico non proprio cortese.

Incontro in autostrada

Ieri sera/notte ho terminato la rilettura di un grandissimo libro di Walter Bonatti, I giorni grandi. Lo avevo già letto una quarantina di anni fa, ma oggi dopo più di mezzo secolo (ammazza quanto sso vecchio) dalla pubblicazione, vi ho trovato riflessioni attualissime, sulla ricerca dell’essere invece che dell’apparire e sulla falsità del modo di vivere di molte persone troppo legate al materialismo… E dire che fu pubblicato nel 1971.
E tra i brani che sono passati ieri sera, ho ascoltato Stairway to haven dei Led Zeppelin . Anche in questa canzone ci sono riferimenti a chi ricerca solamente le cose materiali.

Manuela: ¡Adiós Baja California! Ho passato anni a dormire nelle camerate dei rifugi con gente che russava, ma mai, e dico mai, mi è capitato di sentire una concentrazione di russamenti di tale volume e intensità. La tentazione, nel cuore della notte, di gridare ‘Bastaaaaa! Adesso sono io che vi tengo svegli!’ è stata fortissima!

Camera caotica dei ciclisti con pizza sul letto, la cena è pronta!

20 marzo – Acaponeta
Inizio con la canzone del giorno, che dedico al nostro grande amico Boné, da decenni padovano di adozione ma originario del quartiere di Centocelle a Roma. Quando, un mese fa, noi partimmo da Québec era il suo compleanno e ci dimenticammo di fargli gli auguri, quindi, ‘Auguri Boné!’ Spero che la canzone ti piaccia: Roma capoccia di Antonello Venditti.


Ieri sera eravamo cotti, abbiamo cenato in camera, preparato le borse e siamo andati a dormire verso le 20:30 con l’intenzione di partire molto presto per evitare un po’ il caldo. Oggi, dopo un paio di “peli” fatti da due autobus, abbiamo visto l’entrata dell’autopista 15D e non ci abbiamo pensato due volte. Asfalto bello, corsia di emergenza larghissima e poco traffico (le autostrade a pagamento sono care in Messico). Niente possibilità di acquistare bevande fresche in qualche paesino, ma in cambio la sicurezza; la tappa è stata noiosa, però alle 13 eravamo a destinazione ed interi. Domani si ripete.

Manuela: campi di alberi di mango a perdita d’occhio, penso alla mia bambina ormai grande e lontana che adora questo frutto. Lucrezia, non è stagione, gli alberi sono in fiore, ti aspetterò per farne una bella scorpacciata. La cittadina di Acaponeta ci accoglie con opere d’arte lungo la strada e, nella piazza, principale una quantità incredibile di uccelli ha trovato rifugio tra i magnifici Ficus Benjamina che circondano questo luogo, assordante il cinguettio. Canti, musiche, prove di danza, baracchini che vendono tacos, la chiesa aperta con la messa in corso, gente di tutte le età che chiacchiera seduta sulle panchine della piazza… uno scorcio di vita autentica.


21 marzo – Tijuanita (Ruiz)
Ancora una volta, anticipiamo la sveglia per evitare la calura tropicale e poco dopo le 6:30 siamo già in sella. Si ritorna in autostrada ed avvicinandosi al Pacifico ci ritroviamo immersi in una nebbiolina che ci ricorda la Pianura Padana, l’umidità è insopportabile, la temperatura di 18C sarebbe ideale, ma . Un paio di salitelle, una riasfaltatura, poco traffico, principalmente di camion, nulla di interessante.

Nebbia in Val Padana

Arriviamo a destinazione a fine mattinata, avremo più ore di riposo in vista del tappone di montagna di domani. Ci fermiamo in un piccolo hotel appena fuori dall’autostrada, vicino c’è un ristorante ed un supermercato, per oggi è tutto quello che chiediamo.

Manuela: Chiamo tappe come queste di trasferimento”, una strada e un panorama senza infamia e senza lode. Solo un dettaglio tiene vivo il mio cervello: il peperone verde! È da giorni che, a bordo strada, vediamo sparsi qua e là dei peperoni verdi. Siamo in una zona agricola, quindi la logica suggerisce che qualcuno, nel trasporto, li abbia persi. Ma il mio animo da bambina mi fa pensare alla fiaba di Charles Perrault: il Pollicino messicano, per tornare a casa, non usa briciole di pane, ma peperoni verdi!

Brano del giorno: Settanta chilometri di piattume, permettono di ascoltare molta musica e riflettere. Ho ascoltato un vecchio brano di attualità nonostante sia uscito nel 1985  Russian di Sting. Cercate le parole delle canzone, nulla di nuovo dopo 40 anni.  Una volta, il filosofo Gian Battista Vico parlava di “Corsi e ricorsi storici” per periodi ciclici di crescita e decadenza delle civiltà; oggi, purtroppo, ci si è dimenticati di ciò che successe in Germania nel ’33 ed in Italia nel ’22, non è bastata quello che i nostri padri hanno vissuto dal ’39 al ’45, dobbiamo ripeterci.
E noi dovremmo essere l’animale più intelligente?

Ruiz molte donne usano vestiti tradizionali Huichol

22 marzo – Xalisco (Tepic)
Siamo in viaggio da più di un mese, pedaliamo, incontriamo nuove persone, mangiamo, dormiamo… e ricominciamo.
In italiano moderno, stiamo vivendo come in un “road movie”. Non ci servono borsette di Gucci, parrucchiere (io nemmeno prima🙂), auto e tante cose della vita stanziale. Stiamo bene? Siamo felici? Direi proprio di sì. Ci manca qualcosa? Sì, molto raramente, qualche comfort materiale, ma ciò che ci manca di più è la presenza di certe persone.
Questi sono alcuni pensieri di un ciclo-viaggiatore un po’ stanco, in attesa del giorno dopo: chi ha voglia di ascoltarsi un bel brano, oggi consiglio Society di Eddie Vedder e consiglio anche di leggere il libro di John Krakauer “Into the Wild” che narra la storia di Chris McCandless, per chi non ama i libri c’è anche il bel film omonimo (Eddie Vedder scrisse le canzoni del film).

Chilometri percorsi: 66; Dislivello in salita: 1359 m; Temperatura massima raggiunta: 38,1 C.
Partenza piacevole alle 6 del mattino con un aria fresca che accompagna i primi facili 20 km, poi iniziano le danze, cominciamo a salire e non smetteremo più per 40 km ininterrotti, una media dal 4 al 6% continui, siamo sempre in autostrada per pedalare in sicurezza, i camion ci superano sempre molto cortesemente spostandosi a sinistra. La cosa peggiore è stato il caldo, il clima è tropicale, avere molto più verde serve a poco, FA CALDISSIMO!!!

Il profilo della nostra seconda salita

Quando arriviamo a Xalisco, ci attende il nostro ospite Warmshawers, si chiama Paco, un mio omonimo; abbiamo a disposizione un bellissimo monolocale che affitta ai turisti e che offre ai cicloturisti. La sera usciamo a cena accompagnati da sua moglie Liliana, anche lei ciclista.
Giornata faticosa e come diceva la mia gentil consorte nei sui compiti delle elementari: ‘Stanchi, ma soddisfatti, anche oggi abbiamo passato una bella giornata’.

Manuela: ieri sera la breve passeggiata nel paesino di Ruiz ci ha fatto scoprire che qui, giovani e vecchi, portano ancora con orgoglio i tradizionali vestiti Huichol. Che belle le loro borse artigianali, vere opere d’arte! Per arrivre a Tepic, credevamo scioglierci: Francesco sembrava appena uscito da una doccia. Caldo, asfalto nero, salita e umidità creano un connubio esplosivo.

23-25 marzo – Xalisco (Tepic)
Liliana e Paco ci hanno ospitati per  tre giorni ed oggi si riparte. Dopo averci suggerito un itinerario per Puerto Vallarta, prediamo una decisione diversa ed apportiamo al nostro programma un piccolo cambiamento.

Conto Instagram di Voile Straps (@voilestraps)

Cosa succederà è deducibile dalla precedente foto, i dettagli nel prossimo articolo.
Sicuramente vogliamo dire che Liliana e Paco hanno confermato quello che da più di un mese osserviamo in tutto il popolo messicano: la loro ospitalità è fuori dal normale, indescrivibile. Domenica scorsa siamo stati invitati per un pranzo-merenda-cena a casa loro; eravamo a tavola con i loro familiari ed amici, abbiamo mangiato delle costate superlative cotte al BBQ (abbiamo evitato le salse, che un non messicano potrebbe utilizzare solo come carburante per una Formula 1). Abbiamo trascorso un eccellente pomeriggio come se facessimo parte della loro famiglia.
Speriamo un giorno di poter contraccambiare l’ospitalità.

GRAZIE LILIANA E PACO!

Baja California ✅ check

Siamo arrivati alla fine del nostro itinerario sulla Bja California. Domani prenderemo il traghetto per continuare verso Puerto Vallarta.

10-11 marzo
A Loreto volevamo fermarci solo un giorno per riposare e invece no! Dopo una tranquilla colazione nel giardinetto della Posada, ci mettiamo a lavare le bici, la mia da qualche giorno cigola. Smontando la ruota posteriore, mi accorgo che la vite tendi-cavo del Rolhoff si è rotta. Come dice il proverbio: “La fortuna è cieca, ma la sfiga ci vede benissimo!”; portiamo con noi molti pezzi di ricambio, ma questo non era nella lista.
Il proprietario dell’albergo, un ex ciclista della mia età, si offre di accompagnarmi in auto da un suo amico, un ottimo meccanico che ha un negozio di biciclette. Purtroppo oggi è molto occupato, ma ci diamo appuntamento per domattina.

Una vite da meno di un Euro di valore…

Guardiamo insieme un video, piazziamo la bici sul treppiede ed il meccanico-chirurgo comincia a operare ! Manny, altro mio coetaneo, ha già visto questo tipo di cambio, ma non ci ha mai messo le mani; la sua lunga esperienza si nota e nonostante il pezzo sostituito non sia uguale all’originale, tutto è funzionante. Ora siamo più tranquilli. (Bicitaller Manny).
Stiamo pedalando quasi arrivati all’ hotel quando qualcuno grida dietro di noi: “Ehi, Italians!”. È Tom, l’americano di Tucson incontrato alcuni giorni fa, che ha appena concluso una sezione della Baja Divide. Ci diamo appuntamento per festeggiare il suo rientro a casa bevendo un’ottima birra IPA e finiamo la giornata chiacchierando di bici e di passioni comuni quali l’arrampicata. Scopriamo che questo giovincello (anche lui over 60) in passato ha scalato in solitaria il Denali e la leggendaria Salathé Wall su El Capitan, una delle grandi vie della Yosemite Valley.
Nonostante la sfortuna, anche oggi è stata un’eccellente giornata. Un grazie particolare va a Manny, l’esperto meccanico ed a Felipe, il proprietario della Posada San Martin che non solo ci ha dato l’indicazione, ma che ci ha anche caricato la bici rotta sulla sua auto e fatto da taxi fino al negozio.
I Messicani si sono dimostrati ancora una volta persone sempre pronte ad aiutarti…
Manuela: la legge di Murphy ha colpito ! ovviamente si rompe proprio uno dei pochi pezzi di cui non abbiamo il ricambio, e questa vite è difficile da trovare nella misura giusta. Speriamo che la riparazione, eseguita come un’opera d’arte da Manny, regga. Loreto è un piccolo angolo di paradiso, peccato non essercelo goduto al meglio, con la giusta serenità.

La musica del giorno non la volevo suggerire nelle giornate di pausa, ma, pensando al mio guaio, vada per: Troubles di Drew Holcomb & The Neighbors

12 marzo – Restaurante El Parguito
Aspettiamo le 8:00 per salutare il gentilissimo Felipe e poi via, oggi sarà un tappa breve, ma intesa: solo una sessantina di chilometri con un bel salitone di dieci al 4-7 %. Restando nei commenti tecnici: sole cuocente e durante la salita temperatura a 32° C.

Verso El Parguito


Cosa è successo oggi? Arriviamo ad un mirador sul mare e qui la vergogna della nostra vita. Come al solito, tra turisti educati ci si scambia il favore di farsi una foto ricordo, la coppia di oggi sono due messicani sulla sessantina, lei vive a Tijuana, lui in Nevada. Foto di qui e foto di là, senza e con noi mentre ci chiede informazioni sul nostro viaggio. Mentre stiamo risalendo in bicicletta, lui ci mette in mano 500 pesos dicendo di andare a mangiare alla loro salute.


Noi proviamo a rifiutare, ma è impossibile non ne vogliono sapere. Comunque, non preoccupatevi, domani saremo da Padre Hugo ed abbiamo deciso di offrire quei soldi a qualche opera pia. Nota: 500 pesos corrispondono a circa 25 Euro.
Alla fine della salita, nel nulla assoluto, arriviamo al ristorante El Parguito verso le due e decidiamo di fermarci qui, montiamo la tenda sotto il porticato del ristorante e dopo aver cenato (200 pesos in due) ci infiliamo nei nostri sacchi letto.
Manuela: in viaggio è già la seconda volta che ci offrono dei soldi, eppure non mi sembra di avere l’aspetto cosi trasandato ! A Loreto avevamo anche lavato i vestiti, profumavamo di lavanda ! Grazie signori, i vostri soldi finiranno in buone mani ed onoreremo la vostra generosità.
Sonaglio a vento fatto con le conchiglie che decori il portico, questa notte con il vento hai rotto proprio le @%$#@%$#

La sera ristorante, la notte posto tenda.

Alle 18 il ristorante chiude (siamo su una strada nel deserto, non a Portofino), il sole è calato, tutto e buio. Due cani ci fanno compagnia, direi che Hi ho nobody’s home di David Bearwald con in più la fantastica voce di LP.

Verso Cd. Insurgentes

13 marzo – Ciudad Constitution
Mettere la tenda sul pavimento in cemento è stata un’ottima idea ed i muri ci hanno protetto dal vento forte. Oggi sarebbe una tappa da sogno, quasi esclusivamente con pendenze negative, peccato che ci svegliamo con un bel vento contrario che, anche se non a livello di quelli già incontrati in Patagonia, ci obbliga ad uno sforzo maggiore.

La bella valle che porta a Loreto

L’ambiente di oggi è molto bello, nonostante si sia sempre in mezzo a sabbia, cactus e sassi.

Abitanti del deserto, i Caracara

Passiamo da Ciudad Insurgentes, sosta pranzo con alette di pollo piccanti, curva di 90 a sinistra e finalmente il vento è nella buona direzione.
Ci prendiamo delle grandi nubi di sabbia, passiamo chilometrici campi di pannelli solari e la nostra media passa da 12-16 km/h in discesa a 20-30 km/h in piano. Ogni tanto dei cani partono di corsa nella nostra direzione abbaiando. Semplicemente fermandoci, ma con lo spray anti-cane in mano, i perros perdono interesse, una volta gridiamo talmente forte che il botolo si spaventa e fa dietro-front.
Nel primo pomeriggio arriviamo a destinazione. Oggi saremo ospiti di Padre Hugo Chavira, il sacerdote del Santuario di Nuestra Señora de Guadalupe. Padre Hugo è un’istituzione tra i ciclisti, offre ospitalità a chiunque passi da queste parti e, come già ci avevano detto nel nostro gruppo WhatsApp dei cicloviaggiatori messicani, il suo servizio è a cinque stelle. Una delle prime cose che facciamo e di offrire i 500 pesos ricevuti come offerta per la sua chiesa, così la nostra morale è in pace.
Manuela: ieri tanta fatica per superare le montagne, una notte difficile tra cani che abbaiavano, camion che facevano rombare il motore e vento che scuoteva gli scacciapensieri di conchiglie, fino a quando Francesco, in un raptus notturno, non li ha imbavagliati con un cordino.
Partenza al mattino convinta di affrontare 65 km di discesa ed invece li si fa tutti controvento pedalando con fatica e mangiando sabbia. Pranzo con ali di pollo divorate in piedi sulla soglia del supermercato… forse c’era un perché al fatto che ieri ci hanno regalato dei soldi per mangiare.

Cominciando la discesa, ho pensato che Through the Dark di Alexi Murdoch fosse l’ideale come musica del giorno. Il testo non è sicuramente legato alla nostra tappa, ma il ritmo si addiceva molto al momento.

14 marzo – Las Pocitas
Padre Hugo ci ha sorpreso ancora una volta ieri sera: dopo aver adempiuto ai suoi doveri sacerdotali, ci ha invitati a cena in un bel ristorante, ma le sorprese non sono finite lì. Ci salutiamo con l’intento di ritrovarci in cucina la mattina seguente per condividere un caffè prima della partenza, ma il suo senso dell’ospitalità non si è fermato qui. Quando entriamo in cucina, la tavola è piena di dolci: “…sai Padre Hugo, come italiani siamo abituati a mangiare dolce a colazione, domani ci basterà il caffè, noi abbiamo pane e marmellata…”
Il caffè è già pronto e bollente, preparato prima che lui andasse a celebrare la prima messa della giornata.

Denis, Padre Alberto, Manuela, Padre Hugo e yo


Manuela: Se il buon giorno si vede dal mattino, oggi è una giornata risplendente! Ieri sera ho cenato divinamente, ho dormito come un angioletto e questa mattina una gentile signora mi ha insegnato a fare le tortillas.
Inoltre, ho ricevuto in regalo una bandiera del Messico e dei braccialetti in legno. Senza considerare le credenze di ciascuno di noi, l’ospitalità è una virtù del cuore, dell’anima o come insegna il Vangelo: “Perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto” (Matteo 25:34-35).
Grazie di tutto a Padre Hugo, Padre Alberto e al seminarista Denis.

Il brano che che è sembrato più consono oggi è Confutatis tratto dal Requiem di Wolfgang Amadeus Mozart. Che si rifletta su quei “ladroni” di Messicani (come li definisce qualcuno al Nord del Messico), questa è l’accoglienza che riceviamo nelle loro case. Aggiungo che la chiesa ieri aveva le porte spalancate ed abbiamo visto gironzolare più di un barbone nelle vicinanze. Amen!

Un centinaio di chilometri sul piatto e con un buon vento alle spalle ed arriviamo a destinazione quasi riposati. Niente altro da raccontare sulla giornata. Arriviamo alla chiesa dedicata a San Antonio de Padua e suoniamo a Padre Berny che ci offre una stanzetta.
Entrando in cortile troviamo un gruppo di militari del Genio dell’esercito, stanno costruendo una strada e loro pernottano qui. Questa notte saremo sicuramente al sicuro.
Manuela: se sulla bici avessi il pilota automatico, il manubrio sarebbe rimasto immobile tutto il giorno: todo recto, señora ! Gli unici zigzag sono per evitare i crateri nell’asfalto o i cani che partono all’attacco, la tecnica di chi abbaia più forte oggi ha funzionato: ringhio più forte io !

Santelle e … galline

15 marzo – La Paz
Oggi ci aspetta un’altra lunga tappa per arrivare a La Paz, con un totale di 111 chilometri e circa 700 metri di dislivello in salita. Nelle ultime tre giornate abbiamo percorso un po’ più di 300 km, e i due giorni che prevedevano lunghe discese sono stati con forte vento contrario. Ma alla fine, anche il buon Fantozzi con la sua fedele Pina (per i non italiani, Fantozzi è un celebre attore comico italiano, noto per la sua infinita serie di sfortune e disgrazie, simboleggia la lotta della persona mediocre contro le assurdità della vita) è arrivato a La Paz, la Baja California per noi è finita. Ora ci cercheremo un albergo e martedì prossimo prenderemo un traghetto per raggiungere il Messico continentale. Manuela: questa notte le mie amiche ormai inseparabili Arthrosie e Arthry mi hanno tenuta sveglia, ma vediamo chi è più testarda! Oggi non riuscirete a fermarmi, mi meriterò qualche giorno di riposo in attesa del traghetto e mi consolerò con tanti gelati.
Nel frattempo, dimenticando che la bici pesa quasi quanto lei, spostandola per fare una foto, la stordita si è impressa i pin del pedale sullo stinco, un vero tatuaggio da ciclista ! “Mamma mia, che dolore forte!”

E finalmente a La Paz

Questa mattina uscendo dalla camera, i soldati del genio stavano ascoltando musica facendo colazione. Una canzone iniziava con…
Proscedentes de colombia
Una avioneta llegaba
Una pista clandestina
Que hisieron en las montañas… Colombia? Montañas? Avioneta?
Ritmo latino, canzone su Messico e Colombia. Non potevo fare altro che sceglierla con musica del giorno: El aquila real del Grupo laberinto.

Le tre fotografie seguenti sono state pubblicate sul conto Instagram di Bikerando che ci ha regalato il Biri. Il nostro supporto che consigliamo a tutti. Grazie Roberto Adami!

Il riassunto della nostra Baja California – Considerando la nostra partenza da L.A., i dati tecnici:
  • Chilometri percorsi: 2.000.
  • Metri di dislivello: 17.000.
  • Giorni fino a La Paz 38, di cui 26 in bicicletta.
  • Notti: Albergo 24, Ospiti 6, Campeggio 8. Dormire in albergo in Messico attira molto visti i prezzi. Le nostre artrosi e artrite ringraziano.
  • Qualcuno, voleva contare le santelle e le croci lungo la strada… Ha perso il conto dopo pochi chilometri.

PRO
– Il Messicani, un fantastico popolo. Gentili, cordiali ed altruisti. Speriamo di non dover cambiare idea sulla parte continentale.
– Le immagini da cartolina delle spiagge lungo la strada. La magia della varietà di cactus che crescono nel deserto.
– Gli automobilisti, ma soprattutto i camionisti. Nella Baja ( a nord) direi di essermi sentito in sicurezza al 99% (per i camion al 100%). Nella Baja Sur, la percentuale scende a circa il 60-70%, un po’ troppa gente impaziente.
– Il cibo ! come soddisfare la fame atavica di ogni ciclista anche con un budget limitato.
CONTRO
– L’immondizia sul bordo della strada, arbusti e cactus magnifici ma ricoperti di sacchetti di plastica.
– Un po’ troppo deserto per i miei gusti di italo-canadese abituato a montagne e freddo.
– Troppi cani lasciati liberi che anche se non hanno mai raggiunto i nostri polpacci ci hanno spesso fatto accelerare il nostro ritmo cardiaco.

Suggerirei questo itinerario? Sicuramente sì, ma a chi si sente in forma direi di seguire la Baja Divide, un itinerario off road per uomini e donne veri 😁 e soprattutto bici con bagagli super minimalisti e ruote adatte.