Per chi non conoscesse i brani a cui mi riferisco, ecco un paio di link: https://open.spotify.com/track/2EWT2m9XzP7jdI9QaCxuaz?utm_source=chatgpt.com e https://open.spotify.com/track/05KCNbU4GB5QzcSnBHdMGo?si=xLxh5TGOSfOaEG8QTGuhfw
25 maggio – Huaraz
Esattamente un anno fa eravamo in questa città, a 3.000 m tra le alte montagne della Cordillera Blanca. Facciamo una passeggiata a passo rapido fino a un belvedere sopra la città, 300 metri di dislivello per capire come reagiamo alla quota. Ci sentiamo bene, domani si parte!
Andiamo al mercato per gli ultimi acquisti alimentari – sicuramente abbiamo comprato troppo – sistemiamo le bici, cuciniamo qualche cosa che ci servirà come pasto lungo la strada e poi gli ultimi momenti di relax. Facendomi la doccia ho pensato che probabilmente passerà un po’ di tempo prima di farne un’altra così calda e piacevole.
Trascorriamo l’ultima serata con una coppia olandese e due amici finlandesi, potrebbero essere tutti nostri figli, ma condividono con noi “vecchi” le loro esperienze e sono qui per percorrere la stessa strada.
Manuela: da quando siamo tornati nelle montagne ho male al collo, cammino sempre con lo sguardo in alto, verso le vette innevate. Passare dal livello del mare a pedalare a più di 4.000 m di quota senza avere il fiato corto sarà dura, ma ci proviamo. Francesco freme per partire, è un po’ inquieto per le bici pesanti, gli propongo di abbandonare il suo vasetto di Nutella, mi risponde con una parolaccia😁.
26 maggio / 4 giugno – Lima
Siamo partiti, abbiamo pedalato bene in salita e senza troppa fatica per un giorno, trascorrendo la prima notte in tenda nascosti da un mucchio di pietre. Il secondo giorno dopo 3 ore e soli 25 km arriviamo faticosamente al villaggio di Conococha a 4.100m . Qualche cosa non va, io sono stanchissimo. Decidiamo di lasciare qui le biciclette e tornare a Huaraz, nonostante nessuno dei due soffra di mal di montagna è evidente che non siamo acclimatati a sufficienza; meglio passare ancora una o due notti a una quota inferiore. Il villaggio di Conococha è su un crocevia importante e passano molte auto, in poco tempo troviamo un passaggio e in un paio d’ore siamo di nuovo in città.




Manuela: Uscendo dalla città un grosso cane mi attacca facendomi quasi cadere a terra. Dopo pochi chilometri evito un primo cane, ma un secondo mi si piazza davanti: nel panico provo a scendere dalla bici per usarla come scudo, perdo l’equilibrio e finisco a terra mentre Francesco urla come un pazzo contro i due cani. Iniziamo bene!
Un altro cagnetto comincia a seguirci e corre accanto a noi per 5-6 km; ogni volta che ci fermiamo si avvicina in cerca di coccole. Devo proprio mettermi in testa che non tutti i cani peruviani sono cattivi.
Mi sento meglio nonostante la diarrea del viaggiatore, ma il mio apparato digerente non è compatibile con il cibo peruano. Torniamo in autobus a Conococha, dove pernottiamo, e a cena ritroviamo Jasper e Leike, la coppia olandese che nel frattempo ci ha raggiunto. La mattina successiva si riparte lungo questa strada da sogno.






L’ambiente è fantastico, silenzioso, ipnotico. Non c’è nessuno che disturba, in lontananza un pastore ogni tanto. Verso mezzogiorno arriviamo nel villaggio di Ticllos, ci è stato detto che alla chiesa c’è una missione dell’Operazione Mato Grosso, ne approfittiamo per andare a salutare, sicuramente troveremo un volontario italiano affaccendato in qualche lavoro. In effetti, siamo accolti da Federica e Elisa con figli al seguito, Elena e Paola; data l’ora, siamo anche invitati a pranzo. Conosceremo così Simone, marito di Federica e Padre Andrea parroco italiano che vive qui da più di trenta anni e artefice dello sviluppo della scuola di falegnameria locale, nonché di altre attività dedicate ai giovani. Dopo il caffè – rigorosamente fatto con una moka Bialetti – veniamo invitati a restare per la cena e la notte. Si potrebbe continuare a raccontare ed elogiare l’opera di questi volontari, ma il nostro viaggio deve continuare e il giorno dopo ci rimettiamo in strada.






Manuela: Mi ritrovo con Paola a chiacchierare mentre tagliamo cipolle e carote e con la signora peruviana che tutti chiamano Tía (la zia) e che dirige la cucina impartendo istruzioni precise. I grandi pentoloni si riempiono e tutto viene cotto su una grande stufa a legna: non si scherza, bisogna preparare da mangiare tre pasti al giorno per circa 80 ragazzi e ragazze affamati che vivono nel convitto della scuola.
Nei momenti di pausa coccolo il bimbo di tre mesi di Federica, mentre lei, tra un lavoro e l’altro, tiene d’occhio gli altri due figli, di due e tre anni, che scorazzano liberi e felici. Nel piazzale alcuni giovani sgranano pannocchie, altri sono nel bosco a raccogliere legna. C’è chi si fa male, chi piange e chi ride, ma qui avranno forse l’opportunità di imparare un mestiere gratuitamente e costruirsi un futuro migliore.








Quando ripartiamo il giorno successivo, seguiamo i consigli di Padre Andrea, che ci suggerisce una nuova strada, alcuni tratti sono ripidi, ma dovrebbe essere un po’ più corta. L’inizio della tappa è facile, pedaliamo con leggeri su è giù e poi tutta discesa fino a 2.500 m nel villaggetto di Canis. La valle è maestosa, la strada sterrata in buone condizioni, ma le pendenze e le vacche o pecore che incrociamo ci obbligano ad andare molto piano. Poi comincia una penosa risalita con vari su e giù fino a Llipa, a 3.000 m e dovremo farci a piedi una decina di chilometri a causa delle pendenze assurde e del fondo stradale molto sconnesso; ciliegina sulla torta gli oltre trenta gradi di temperatura.
Manuela: questo paesaggio mi toglie il fiato da quanto è bello o forse è lo spingere una bici di 35 kg su salite al 15 % sotto un sole cocente? Non si vede la fine della valle talmente è profonda e in lontananza si scorgono alcune case arroccate su pendii vertiginosi. La vegetazione cambia man mano che perdiamo quota, spuntano vari cactus, fiori colorati e qualche albero da frutto.
Arrivati in paese non ci sono storie, prima di trovare il posto in cui dormiremo, cerco una tiendita dove comprarmi una birra. Ci dirigiamo poi verso il municipio, sapendo che hanno anche delle camere da affittare; una signora ci apre una stanza dove ci sono due materassi, perfetti per appoggiarci i nostri sacchiletto, per i bagni evitiamo la descrizione. Il giorno dopo giù di nuovo per 10 chilometri sterrati, incontrando solamente quattro operai addetti alla manutenzione della strada comodamente seduti all’ombra del loro camioncino. Attraversato il ponte a fondovalle, arriviamo al bivio che ci porterebbe alla prossima sezione della PGD: un centinaio di chilometri di pura salita.
Durante la solitaria pausa caffè dico a Manuela che io non me la sento di continuare. Ho perennemente la nausea, il cibo di qui mi fa star male, ho quasi 66 anni e le poche calorie che riesco a introdurre non sarebbero sufficienti per pedalare due mesi a quote che vanno dai 3.000 ai 4.900 metri. Il mio sogno svanisce definitivamente, ma la cosa cosa che mi irrita di più è che sto distruggendo anche il sogno di Manuela.




Manuela: ehi cosa succede? No, non è possibile!! Smettila di lamentarti, tutti hanno il fiato corto e fanno fatica, ho letto il blog di altri ciclisti che hanno 30 anni, sono appena passati da qui, questo pezzo lo trovano difficile…tutti sono stanchi perchè si è all’ inizio, non ancora ben acclimatati…andrà meglio la settimana prossima…tra 3 giorni incrociamo un’ altra valle, dai provaci.
Niente, il mio compagno di viaggio è KO, non ne vuole sapere.
Mentre con tristezza cominciamo la discesa verso la costa del Pacifico, penso a cosa disse un giorno Anatoli Boukreev, un grande dell’alpinismo: “Le montagne non sono stadi in cui soddisfo le mie ambizioni, ma cattedrali in cui pratico la mia religione. Vado da loro come gli uomini vanno a pregare. Dall’alto delle loro cime guardo il passato, sogno il futuro e sento il momento presente con un’insolita chiarezza… La mia visione si allarga, la mia forza si rinnova. Nelle montagne celebro la creazione. Rinasco a ogni viaggio.“
È così anche per me, non c’è opera umana che possa affascinarmi più di questi passaggi montani, le Ande sono… cattedrali in cui pratico la mia religione… Purtroppo, la mia “fede” questa volta non è stata abbastanza forte.
Dai 4.200 m del passo sopra Conococha in pochi giorni ci ritroviamo a livello del mare a Lima per espletare le solite operazioni “di rientro”, purtroppo anticipato.
Sono triste? Si moltissimo. Quando ho pubblicato sul nostro conto Instagram l’ultima foto della PGD, mi sono arrivati un paio di messaggi da due ciclisti che erano passati da qui qualche mese fa e hanno capito come ci si puo sentire dopo una simile rinuncia.
Manuela: Ho pedalato per tre giorni verso Lima incavolata nera, ripetendo parolacce come un mantra a ogni pedalata. Io stavo bene; Franz, invece, ha pagato mesi di golosità. In pratica, una borsa carica in più sulla bici… o meglio, sulla pancia. E le salite del Perù ti fanno espiare tutti i peccati veniali fino all’ultimo grammo.
Durante la notte mi sono calmata e ho pensato: «E se fossi stata male io?».
La vera delusione, però, è che Franz si è fermato senza voler nemmeno tentare di andare avanti. So che sarebbe stato difficile vincere la sua battaglia con il cibo, ma io ci avrei provato ancora per qualche giorno.


A Lima, Manuela mi propone di non rientrare subito a casa — ha ragione ovviamente — così il biglietto che acquistiamo ci riporterà in Canada, dove viviamo, ma non proprio alla destinazione finale. Non sarà la stessa cosa delle Ande peruviane, ma almeno ci permetterà di continuare a pedalare.
Sono vecchio, è vero, ma non sono ancora disposto a passare il mio tempo su un divano.
