ARGENTINA – Fine del primo tempo

Cari amici vicini e lontani rieccoci qui, non siamo spariti. Qualcuno ci ha scritto per avere notizie, altri sono stati avvisati direttamente. Siamo a casa per riposarci un po’ e ripartire a breve con nostra figlia.
Perché come immagine di apertura c’è un cane? Leggete l’articolo per scoprirlo.

Nell’inverno argentino, continuiamo a pedalare attraverso altipiani semi-desertici e maestosi canyon di rocce rosse scolpite dal vento, per giungere infine tra i vigneti e oliveti di Mendoza.

9 luglio – Pagancillo
In questo tratto di Routa 40 arriviamo ad affrontare uno dei tratti più incantevoli di questa regione: la Cuesta de Miranda, trenta chilometri di salita in un canyon scolpito dal vento.
Poco dopo aver superato la prima rampa, un’auto rossa ci supera e notiamo che si ferma in una piazzola più avanti. Il conducente scende e apre il baule che contiene un enorme sacco di mandarini. Ci invita a fermarci, prende quattro mandarini e ce li offre con un sorriso: “Vi torneranno sicuramente utili“.

Il vallone della cuesta è spettacolare con le sue pareti di rocce rosse e ocra e il fiume che scorre a fondo valle; le pendenze sono moderate e, con calma, i chilometri scorrono. Una volta conclusa la salita, ci fermiamo al mirador per ammirare il panorama.
E chi incontriamo?
Il signore dei mandarini, intento a vendere noci e dolciumi. Non appena ci avviciniamo per salutarlo, ci porge un vassoio per farci assaggiare i suoi prodotti, le noci zuccherate sono davvero eccellenti. Cogliamo l’occasione per acquistare qualcosa, ricambiando così il dono della mattina. La cortesia paga!


Per il resto della cronaca, il finale prevedeva venti chilometri di sterrato su calamina (table à laver o washboard). I ricordi patagonici sono riaffiorati nella nostra mente. Siamo cotti!

Manuela: Nel giorno di riposo a Chilecito, ho convinto Francesco a visitare almeno il Cable Carril, l’attrazione più storica della città. Questa funivia, lunga oltre 35 km e che raggiunge i 4.000 metri di altitudine, fu costruita all’inizio del secolo scorso per trasportare minerali, operai e attrezzature tra le miniere in alta montagna e la valle. In disuso dagli anni ’70, fu considerata un capolavoro ingegneristico per la sua difficoltà tecnica. I piloni della funivia attraversano ancora la città, simbolo di una storia passata, mentre le miniere circostanti sono ancora attive, gestite principalmente da aziende straniere che, secondo quanto affermano gli argentini, sfruttano manodopera a basso costo e danneggiano l’ambiente, contribuendo all’inquinamento delle falde acquifere. La gestione delle risorse idriche è una preoccupazione costante in queste regioni, dove l’economia agricola è strettamente legata alla qualità e alla scarsità d’acqua.



Dopo due giorni sotto il sole del deserto
la mia pelle ha incominciato a diventare rossa
dopo tre giorni nel divertimento del deserto
io guardavo la riva del fiume

Dopo nove giorni nel deserto, ho lasciato il cavallo correre libero
uore fatto di cemento
Ma gli umani non gli daranno nessun amore

Sono alcune parole della canzone A horse with no name di America, idonea a questo ambiente. Dalla California a qui, avevamo pedalato molte volte nel deserto, ma non mi era mai venuto in mente di aggiungere questa canzone storica.

10 luglio – Los Baldecitos
In inverno, in Argentina, non piove mai… o quasi…delle nuvole nere in lontananza ci inseguiranno tutta la giornata. Non siamo più sulla Ruta 40, ma abbiamo fatto una deviazione di un centinaio di chilometri per visitare due parchi nazionali : Talampaya e Ischigualasto.
Il panorama è cambiato e inizialmente piuttosto monotono, una grande spianata desertica di terra rossa e sterpaglie attraversata da una strada piuttosto sconnessa in linea retta.


A metà percorso dopo una breve deviazione raggiungiamo l’entrata del Parque Nacional Talampaya dove si visitano formazioni rocciose di arenaria, canyon e fossili di dinosauri. Purtroppo non si può entrare nel cuore del parco in bicicletta e la prossima visita guidata disponibile sarebbe nel tardo pomeriggio. Rimanere qui e dormire in tenda o raggiungere il prossimo paesino? Il freddo, il forte vento e la pioggia prevista ci fanno abbandonare l’idea della notte in tenda. Chiediamo un po’ di acqua calda al bar della reception per farci un caffè caldo e dopo la breve sosta ci rimettiamo in strada.
Arriviamo al microscopico agglomerato di Los Baldecitos. Qui siamo in un hospedaje che ci era stato consigliato dal precedente albergatore, purtroppo si tratta di una sistemazione molto spartana, poco pulita e dal prezzo elevato. Siamo nel bel mezzo del nulla e in questo piccolo paese ci sono solo quattro case, un distributore, un ufficio turistico (mah!?), e si dice ci sia un ristorante, anche se non è chiaro se aprirà o meno. Cuciniamo della pasta in camera e poi a nanna.


Manuela: Peccato non aver fatto la visita guidata dei parchi e averli visitati solo superficialmente! Non siamo certo delle principesse con la puzza sotto il naso che dormono solo in hotel, ma l’influenza e la bronchite ci hanno ulteriormente indebolito. Siamo stanchi e non sopportiamo più il freddo; se fossimo in condizioni fisiche e meteorologiche diverse, non avremmo esitato a montare la tenda. I campeggi dei parchi in Argentina sono davvero bellissimi e, da quello che siamo riusciti a vedere pedalando sulla strada principale a bordo parco, questa zona è davvero interessante, sia dal punto di vista storico che paesaggistico. Faccio la fila con dei bambini per avere la foto davanti alla riproduzione di un dinosauro all’ingresso del piccolo museo; Francesco ogni tanto si vergogna di me, ma io mi diverto un sacco a fare queste cose, bambina nello spirito per sempre!

11 luglio – Huaco
Con la tappa di oggi saranno circa 300 km in tre giorni, ma non dovevamo venire da queste parti per riposarci?
Oggi ci sarebbe da visitare il Parque Provencial de Ischigualasto, ma il problema organizzativo è il medesimo di ieri e siamo diventati difficili o troppo stanchi per aver voglia di dormire in tenda nel nulla con temperature prossime allo zero. Continuiamo sulla strada principale riuscendo comunque ad ammirare questa zona molto particolare, una incredibile e surreale distesa di terra rossa (chiamata Valle de la Luna). Finiamo la giornata con una apprezzatissima discesa che ci porterà in un piccolo centro abitato dove faremo una nuova conoscenza.

Manuela: Terra dal colore rosso intenso, enormi formazioni rocciose scolpite dal vento e dall’erosione spuntano dal deserto, creando un paesaggio irreale. Il deserto argentino continua ad affascinarci. Una strada sterrata ci conduce fino all’Hostería Huaco, dove veniamo accolti con un grande sorriso da un giovane sulla trentina.
Quando arriviamo in piccoli centri abitati come questo, mi chiedo sempre come si viva qui: cosa fanno le persone, dove vanno a scuola i bambini? Parlando con la gente, capiamo che hanno un legame profondo con la propria terra. Si conoscono tutti, si aiutano a vicenda, mantengono vive le tradizioni, elementi essenziali per continuare a vivere in luoghi così isolati.
Alcuni giovani se ne vanno, attratti da una vita più dinamica; altri rimangono perché non hanno alternative, ma molti scelgono consapevolmente di restare, dedicandosi con passione alla terra e all’allevamento, portando avanti uno stile di vita che resiste al tempo.


12 luglio – San José de Jachal
Ieri sera, durante la nostra solita passeggia alla ricerca di pane, incrociamo un cane. Si avvicina scodinzolando, gli diamo una carezza e ci segue fino alla porta del nostro hospedaje, buona notte.
Questa mattina, chi troviamo ad aspettarci fuori dalla porta? Il cane di ieri sera! Saliamo in sella e cominciamo a pedalare. Chi ci segue? Il cane. Usciamo dal paese, chi ci segue come un’ombra? Sempre lui. Il problema è che il botolo non ha nessuna intenzione di abbandonarci; superiamo la prima salita, poi la seconda, ci fermiamo per qualche foto, passiamo un tunnel (…sicuramente lo spaventerà e tornerà indietro… penso io) e invece no. Dopo quasi 20 chilometri, finalmente ci fermiamo per una pausa caffè. Il cane è ancora con noi.
Con il cane seduto ai nostri piedi, stiamo preparando la colazione, pensando come sbarazzarci di lui in modo gentile, dato che non possiamo continuare in sua compagnia ma nemmeno abbandonarlo nel deserto.
Poco dopo si ferma uno scooter: è un giovane partito dal paese per cercare il cane di un suo amico che “…in genere segue gli sconosciuti, ma solo in paese…”. Gli diamo un po’ d’acqua e un pezzo di pane, poi lui se lo prende in braccio e riparte verso casa.
A differenza del Perù, dove i cani erano spesso aggressivi o spaventati, qui non siamo mai stati attaccati. Sono gentili, tranquilli e ignorano i ciclisti. E oggi abbiamo anche scoperto che i loro padroni si prendono cura di loro.

Oggi ascoltando un po’ di musica classica ho pensato di aggiungere Csárdás di Vincenzo Monti. Il brano forse non è tra i più conosciuti, ma anche Lady Gaga lo ha ripreso per la sua canzone Alejandro.

Manuela: Dai, non guardarmi con quegli occhi languidi… ti prego, mi si spezza il cuore. Guai a me se ti do dell’acqua o qualcosa da mangiare… ti prego, non seguirci! Perché sei così dolce e affettuoso? Cosa abbiamo di speciale? Ti piace la puzza dei cicliti? Siamo esotici, forse? Lo sai che rischio davvero di caricarti in bici e portarti a casa con me? Il nostro amico peloso, che abbiamo battezzato Huaco, ha affrontato salite e discese ripidissime, ci ha aspettato, è tornato indietro più volte per tenerci d’occhio entrambi, con la lingua che toccava terra, ma non ci ha lasciati un attimo.
Addio, adorabile Huaco.
Noi ciclisti viaggiatori spesso ci troviamo a difenderci dai cani aggressivi, ma tu ci hai ricordato che i cani sono i più fedeli amici dell’uomo.

13/14 luglio – San Juan
Tra Huaco e città di San Juan passando da San José de Jáchal, ci sono parecchi chilometri, farla in due giorni e controvento sarebbe una tirata assurda, prevediamo 3 giorni dormendo una notte in mezzo al nulla. Trascorriamo la prima notte in un hospedaje isolato il più a Sud possibile di Jáchal e poi vedremo dove ci porterà il vento per i restanti 130 chilometri in mezzo al nulla.


Un po’ più a Nord di San Juan però c’è un altro hospedaje, la mia compagna di viaggio non ha molta voglia di dormire in tenda vicino ai ruderi della vecchia ferrovia e comincia ad elencare tutti i vantaggi nel percorrere i chilometri mancanti: una doccia calda… un letto… magari un ristorante… sono quasi tutti in piano… c’è solo una salitella facile di 5 km… gli ultimi 15 km sono anche in discesa… magari il vento è a favore…
Io non commento, penso al mio “soprasella” ed alle 8:45 partiamo, il vento è leggero, ma tira dalla parte giusta ed abbastanza rapidamente, dopo 95 km, arriviamo al parador dove dovremmo cenare e montare la tenda. Il vento soffia sempre nella buona direzione, ci mangiamo qualcosa per riflettere e…… ricominciamo a pedalare!
Superata l’ultima salita, vediamo da lontano San Juan, quasi ci siamo. Qualche curva in discesa, passiamo accanto ad un’enorme miniera d’oro, oggi proprietà cinese, ma per lungo tempo proprietà canadese (ed anche su questa installazione chi ci ha lavorato, ha raccontato storie che non fanno proprio onore al nostro paese). Con 132 chilometri nelle gambe, alle 17:15 suoniamo alla porta di Martha, la proprietaria dell’hospedaje Albarda di Campo Afuera.

La signora è molto gentile, ci fa accomodare, ci prepara una tisana e ci accompagna alla panaderia vicina di proprietà dei suoi figli dove ci riforniamo di pane e dolci. In serata uno dei figli ci porta in regalo un sacchetto di noci, un altro di semi di girasole ed un baratto di miele. Credo che lo sforzo di arrivare fin qui sia stato premiato dall’accoglienza e gentilezza di queste persone.

La mattina successiva dobbiamo lasciare la “Zia Martha” perché abbiamo appuntamento con un ospite Warmshowers. Questa volta l’ospite non è un cicloturista, ma una famiglia che ha deciso di iscriversi al gruppo Warmshowers, per ricambiare l’ospitalità che uno dei suoi figli, oggi residente in Spagna, aveva ricevuto durante le sue scorribande ciclistiche in Sud America.
Grazie a tutta la famiglia Benitez per averci ospitato.

Dopo questa lunghissima pedalata ho pensato di aggiungere Follow the sun di Xavier Rudd. Oggi il sole lo abbiamo proprio seguito dall’alba al tramonto.

15-19 luglio – Mendoza
Indecisioni, ripensamenti, dopo consulti con ciclisti locali, previsioni meteo e confronto dei prezzi aerei, abbiamo deciso di concludere il nostro tour argentino a Mendoza. Non potremo proseguire lungo la Ruta 40 fino a Bariloche né attraversare le Ande verso il Cile, siamo in pieno inverno e la neve blocca i passi di montagna. La strada verso Mendoza è priva di corsia d’emergenza, molto trafficata e con diversi cantieri che restringono la carreggiata. Perché rischiare di rovinare tutto proprio all’ultimo giorno? La decisione è semplice: da oggi comincia il nostro rientro verso casa.
Il piano è prendere un autobus per Mendoza e concederci qualche giorno di meritato riposo facendo i turisti a piedi. Poi ci sposteremo sempre in autobus a Santiago del Cile, dove i voli per il Canada costano un terzo rispetto all’Argentina. Da lì voleremo verso Québec.

A casa faremo tutti un check-up completo, sia alle biciclette che al nostro chassis, dalla punta dei piedi ai capelli. Non ci resterà che aspettare che la Princess rientri dalle vacanze europee con il moroso per poter ripartire con lei a metà settembre per La Paz, Bolivia. Un regalo di laurea per la nostra “piccolina”… o forse è lei che ci fa un regalo, viaggiando ancora con noi.
Nonostante la nostra lunga esperienza con l’imballaggio delle biciclette, i voli aerei, i trasporti pubblici e i valichi di frontiera, organizzare tutto richiede sempre diverse ore, a volte anche giorni. Questa volta, la difficoltà maggiore è stata trovare qualcuno che potesse accompagnarci alla stazione degli autobus con le scatole delle bici.
Il giorno prima della partenza, decidiamo di visitare una cantina, andiamo alla Bodega Pulenta (https://www.pulentaestate.com/index.php), situata a una cinquantina di chilometri dalla città. Il fratello di un caro amico franciacortino ci aveva consigliato di incontrare il suo amico Eduardo, descrivendolo come una persona squisita e accogliente.
Le biciclette sono già imballate, così noleggiamo un’auto. Lungo l’autostrada ammiriamo le montagne innevate, con i vigneti che si estendono ai loro piedi. Arrivati al cancello d’ingresso ci dirigiamo verso la reception, dove ci accoglie Raphael, la nostra guida per la visita.
Esploriamo la cantina, oltre che dalle vasche in cemento e Inox, siamo circondati da più di 2.000 barriques, lungo i corridoi ci viene anche raccontata la storia della famiglia arrivata dalle Marche ad inizio del secolo scorso. Passiamo accanto a motori Porsche e Ferrari — la famiglia, infatti, è importatrice ufficiale Porsche in Argentina — per poi essere accompagnati alla sala degustazione. Qui ci vengono offerti quattro vini davvero straordinari: un Malbec, un Cabernet Franc, un Cabernet Sauvignon ed il fiore all’occhiello della casa, il Gran Corte.


Inutile dire che è stata una mattinata estremamente gratificante. Grazie a tutta l’équipe Pulenta, speriamo di potervi incontrare nuovamente.

Alla visita della Pulenta Estate dedico una mitica canzone di Lucio Dalla: Nuvolari. Anche se il pilota italiano non corse per la Porsche, il fondatore della casa automobilistica tedesca disse: “Nuvolari è il più grande corridore del passato, del presente e del futuro”.

Sabato 19 luglio, ci dirigiamo alla stazione dei bus, siamo partiti per la California esattamente cinque mesi fa, ma il viaggio non è finito, è solo in pausa.

Manuela: Sono già passati cinque mesi dalla nostra partenza. Non avevamo previsto di rientrare ora, ma non tutto si può pianificare… ed è proprio questo che amiamo dei viaggi avventurosi. Abbiamo visto luoghi meravigliosi, incontrato persone straordinarie, fatto tanta fatica, riso e pianto, vissuto emozioni forti, belle e difficili.
Ci sono stati momenti in cui avremmo voluto lanciare la bici in un fosso e giurato di non risalire mai più in sella. Abbiamo maledetto l’artrosi, l’età, le docce fredde, la scomodità. Abbiamo sognato la doccia di casa e una bella cena con amici e famiglia.
Ma MAI abbiamo rimpianto la scelta di vivere questa esperienza. E no, non è finita: diciamo solo che ci stiamo concedendo una breve… pausa pubblicitaria.

À LA PROCHAINE.

Per questo arrivederci all’Argentina voglio aggiungere un brano di Manu Chao, Desaparecido. Le prime parole sono le seguenti:
Me llaman el desaparecido (Mi chiamano il desaparecido)
cuando llega ya se ha ido (che quando arriva è già partito)
volando vengo, volando voy (volando vengo, volando vado)
deprisa, deprisa, a rumbo perdido. (di fretta, di fretta, senza una direzione precisa)

Speriamo di ri-sparire ben presto anche noi

Il riassunto delLA nostrA ARGENTINA

La scelta di venire in Argentina in questa stagione è stata un po’ obbligata a causa dei miei problemi alle ginocchia. La settima successiva al nostro arrivo a Salta, il paese ha battuto i record del freddo risultando il più congelato al mondo, ben più della Groenlandia. Non siamo andati oltre Mendoza, poiché scendendo più a Sud faceva ancora più freddo ed i passi erano innevati.

  • Chilometri percorsi: 1.154 (Per un totale di 6.561)
  • Metri di dislivello: 6.874 (Per un totale di 68.581)
  • Giorni totali inclusi riposi e visite: 28
  • Giorni in sella: 16
  • Notti: Tutte in albergo a da ospiti vari.

PRO
– Il Nord dell’Argentina non è molto conosciuto ma è assolutamente da visitare, abbiamo avuto solamente due o tre tappe un po’ monotone su oltre mille chilometri.
– Le québrade che abbiamo attraversato, una più affascinante dell’altra.
– Gli Argentini. Ancora una volta l’ospitalità latina si è fatta notare.
– Il nostro amico cane Huaco, ce lo saremmo portato a casa.
Manuela: L’artigianato argentino è straordinario: lana, legno, cuoio… come sempre, avrei comprato tutto! Ma la fortuna o la sfortuna di viaggiare in bicicletta è che ti costringe a guardare, sospirare e lasciare la carta di credito nel portafoglio. Il sogno di ogni marito! Ero partita dal Perù con il cuore a pezzi, senza alcuna voglia di pedalare in Argentina, ma questi paesaggi desertici mi hanno conquistata, facendomi dimenticare anche il freddo più intenso.
In Perù avevamo patito un po’ la fame, ma qui ci siamo rifatti con gli interessi. Per chi ama la carne e il buon vino, l’Argentina è una tappa obbligata. Evviva la parrilla!

CONTRO
– Il freddo è stato l’unico punto negativo. Le notti gelide ci hanno fatto desistere e non abbiamo potuto approfittare dei bei campeggi argentini e visitare meglio i parchi naturali.


Il QR code precedente permette di accedere all’applicazione Ride With GPS e visualizzare tutte le tappe argentine del nostro viaggio.

ARGENTINA – Fuga dalle salite

Le mie ginocchia chiedevano pietà, prendiamo un aereo e ci spostiamo in Argentina.

La morale del trasferimento è: “Abbiamo bisogno di una PAUSA!!!!”.

Riassunto delle puntate precedenti.
Siamo a Huaraz, nel cuore della Cordillera Bianca, punto di partenza della PGD (Perù Great Divide), siamo acclimatati ed allenati per fare questo percorso , ma le ginocchia del vecchio hanno detto stop. Se continuassi adesso su queste salite, rischierei di rompermi.
Dove andare e cosa fare per continuare a pedalare? Il deserto tra Lima ed il Cile lo abbiamo già visitato e non ci attira rifarlo in bicicletta, la Bolivia è prevista in settembre con nostra figlia la Princess, cosa rimane? Trasferirci a Salta, Provincia di Salta, Argentina ed affogare i nostri dispiaceri su 1.300 km di Ruta 40, la strada del vino più alta del mondo.

19 giugno – Huaraz / Lima / Salta
Dopo un pomeriggio a inscatolare bici e bagagli, la sera iniziamo il lungo viaggio di trasferta. Prendiamo un autobus notturno per Lima, 8 ore di sballottamenti intervallati da brevi pisolini su sedili tutto sommato comodi. Poi 12 ore di attesa in aeroporto, per finalmente imbarcarci su un aereo verso la città di Salta. Ho fatto il viaggio completo in uno stato semi-comatoso, credo che il mio mal di gola sia in realtà un’ influenza. Alle 5 del mattino montiamo le nostre bici in aeroporto, facciamo colazione con una tazza di caffè e due croissants, sublimi! Grazie Argentina, per il gradito benvenuto.
Ci ambientiamo al clima freddo di questa zona pedalando una dozzina di chilometri per arrivare in centro città. Ad ogni incrocio le auto si fermano, ci danno la precedenza e lasciano passare i pedoni. Siamo scioccati! È dal 26 marzo, data di ingresso in Colombia, che una simile cosa non succedeva.

Una delle prime cose da comperare è il nuovo casco per El Tonto, il suo è rimasto sull’autobus… Poi compramio del cibo, una doccia calda e molte nanne, le pampas dell’Argentina ci aspettano.

Oggi, per l’entrata in Argentina, non ho potuto fare altro che aggiungere un brano del fantastico Gustavo Santaolalla, De Ushuaia a La Quiaca. Un pezzo sublime del doppio premio Oscar argentino ed un ricordo al nostro passaggio a la Fin del Mundo di due anni fa.

Manuela: Perù, mi mancherai tanto. Non mi tolgo dalla testa la Perù Great Divide, mannaggia eravamo in perfette condizioni di allenamento …@#$%&! Adesso godiamoci questa pausa dalle salite e dalle alte quote. Oggi penso anche ad altro perchè inizio a non sentirmi bene. Pensavo di averla scampata bella vedendo Francesco star male ed io ancora arzilla nel ruolo di infermiera, invece era solo un appuntamento posticipato verso la discesa agli inferi. Il lungo viaggio di trasferimento con due notti insonni, non ha certo aiutato il nostro stato di salute. Fortunatamente in Argentina siamo in un bel alberghetto con acqua calda, riscaldamento ed una cucina a nostra disposizione.

20-24 giugno – Salta
Il mio stato di salute non è proprio dei migliori, penso di non essere mai riuscito a dormire per 24 ore di fila in vita mia. In camera fa caldissimo, ma continuo a tremare mentre la mia vicina di letto dorme beatamente. Verso le otto arranco al frigorifero della cucina per mangiare qualcosa e poi continuare a sonnecchiare. Come aperitivo questa sera un sacchettino di patatine (Mamma Manuela mi ha autorizzato, perché ho perso più di 15 chili da novembre ad oggi) ed una fantastica birra IPA per tirarmi su di morale; non bevevo una vera birra dal Messico.
Comincio a sentirmi meglio, chatto un po’ con il nostro amico Aurelio che dovrebbe aver ricominciato a pedalare sulla costa e scopro che anche lui è fermo a Chimbote, stessi sintomi. Sembra che l’untrice sia la nostra conoscenza brasilera Gisele che quando l’abbiamo conosciuta sul Pastoruri era ancora malaticcia.


Oggi ci dedico Je suis malade nella versione di Dalida.

Il 24 mattina dovremmo partire, ma questa volta è Manuela in stato semi-comatoso, si posticipa a domani.

Manuela: Ma chi sono quei due ciclisti così intelligenti da iniziare a pedalare nella Pampa argentina il giorno del solstizio d’inverno? NOI! Di notte le temperature scendono sotto lo zero, e di giorno si sta bene solo al sole, all’ombra si gela.
Per non restare sempre chiusi in camera, cerchiamo di prendere un po’ d’aria passeggiando per le vie centrali di Salta che ha una splendida architettura coloniale, memoria di un passato glorioso. Oggi l’economia argentina non consente di mantenere tutti gli edifici come meriterebbero ed alcuni sono fatiscenti, che peccato!
Attorno alla Plaza 9 de Julio, che prende il nome dal giorno dell’Indipendenza dell’Argentina, si trovano caffè, ristoranti, palazzi storici e la Cattedrale. La domenica vediamo una grande folla radunata davanti alla chiesa, stanno celebrando la messa all’aperto. Non siamo più abituati a vedere così tanta gente partecipare a una funzione religiosa.
Carissima amica Marie-Charlotte, pensiamo a te. Ci dispiace non essere riusciti ad apprezzare davvero questa città a te tanto cara, l’influenza ci ha inchiodati a letto.

2526 giugno – El Carril
Finalmente si rimettono le chiappe in sella, Manuela sembra stia meglio, io sono quasi rinato. Prevediamo di fare solo una quarantina di chilometri sulla Ruta 68 per testare le nostre condizioni fisiche post influenza.
C’è un bellissimo sole, il cielo è di un azzurro intenso e verso le 11 riusciamo anche a toglierci la giacca a vento ed i guanti. Il panorama non è quello della Cordillera Blanca, ma cerchiamo di apprezzare la strada pianeggiante fiancheggiata da un paesaggio agricolo, piccole costruzioni rurali ed in lontananza le montagne.

Oggi riesco anche ad ascoltare un po’ di musica, finalmente, pensando alla storia del paese a cavallo tra gli anni ’70 ed ’80 dedico Mothers Of The Disappeared degli U2. Non c’è bisogno di commenti sul titolo della canzone.

Ed il giorno dopo siamo di nuovo fermi, Manuela non riesce ad alzarsi dal letto, forse abbiamo ripreso a pedalare troppo presto.

Aspettando la rinascita della mia metà, oggi riascolto l’intero album The Joshua Tree di U2. Il brano Red Hill Mining Town era legato agli scioperi dei minatori inglesi negli anni ’80. A quando una reazione dei loro colleghi peruviani contro l’onta dello sfruttamento da parte delle aziende del mio grande Canada?

Manuela: Mai sottovalutare un’influenza, ogni respiro d’aria fredda mi brucia i polmoni. Sono stata imprudente a pedalare oggi, ma non riuscivo più a restare ferma e così mi sono guadagnata un altro giorno di riposo forzato. Ho promesso a Francesco che ripartirò da qui solo quando starò davvero meglio. In questo paesino di quaranta case non c’è praticamente nulla. Svaligiamo il panificio e decidiamo di assaggiare tutti i dolci disponibili…alla fine si somigliano tutti: pane zuccherato farcito con dulce de leche, crema pasticcera o marmellata di membrillo (mela cotogna).

27 giugno-1 luglio – Cafayate
Ripartiamo da El Carril con Manuela che sembra stare meglio, anche se dice che l’aria fredda le brucia i polmoni. Si pedala tra zone aride e coltivazioni sparse, ogni tanto compaiono stradine sterrate che si perdono nel paesaggio, delimitate da grandi cancelli, sono gli ingressi alle fincas, immense tenute agricole. In mezzo al nulla arriviamo nell’unico posto che offre dei posti letto, un ristorante e un buffet con caffè e torte. Uhaooo! Tutto sembra invitante finché non vediamo i prezzi: “Ma questi sono pazzi! ” triplicati rispetto al solito, più un 10% se si paga con carta di credito.


Vista l’ora e il nostro stato di salute, ci fermiamo. La camera è un frigorifero, dormiremo sotto una montagna di coperte a 12°C, il piccolo frigorifero è una coltivazione di funghi, le lampadine non funzionano e la doccia un congelatore sporco. Il tutto al doppio del prezzo dell’appartamento perfetto del giorno prima. Fu** you, al bar ci concediamo una grande fetta di torta alla quale non resistiamo e ci infiliamo nel letto.
Partiamo appena fa luce, con un freddo pungente, indossiamo tutto ciò che abbiamo. La strada si infila nella Quebrada de las Conchas, una gola stretta incastonata tra pareti di roccia altissime, molto sceniche.
La percorreremo interamente fino al bivio con la leggendaria Ruta National 40 (lunga circa 5200km è l’equivalente argentino della Route 66 negli Stati Uniti). Già due anni fa pedalammo con gioie e dolori gli ultimi 600 km di questa strada nella Tierra del Fuego.
Dal Mirador de las Tres Cruces, il panorama diventa sempre più mozzafiato… e il vento sempre più forte, ovviamente contrario. Manuela fa fatica a stare in piedi. Avanziamo a fatica per una quindicina di chilometri, tra pedalate e tratti a spinta, ma il vento aumenta ancora (le previsioni danno raffiche a 70 km/h), mancano ancora 10 km alla città, ed è già tardo pomeriggio.
La salvezza arriva sotto forma di un pick-up. Spieghiamo la situazione e, quasi per magia, ci ritroviamo nel cassone, con bici e bagagli. In venti minuti siamo alle porte di Cafayate, sani e salvi.

Quale canzone poteva essere meglio ambientata al duro pomeriggio alla fine della Quebrada de las conchas se non Ride the wild Wind dei Queen?

Manuela: Sarebbe stato meglio dormire in tenda nascosti nella pampa, almeno sapevamo cosa aspettarci, La Posta de las Cabras era proprio per delle capre! Lo sbalzo termico tra l’alba e il giorno è incredibile: si passa dall’indossare tutto ciò che abbiamo nelle borse, a restare in maglietta e pantaloncini sotto il sole. Questa strada è lunare, con tante conformazioni geologiche alle quali hanno dato nomi simbolici come El Anfiteatro, El Sapo, El Fraile. Ci si sente soli nel nulla, passa qualche rara auto e sempre i passeggeri ci salutano con un cenno. Nel parcheggio della Garganda del Diablo vediamo la bici stracarica di un ciclista che però non incontriamo, sarà andato ad esplorare la gola strettissima, noi ci fermiamo all’inizio, il vento inizia a soffiare forte e la strada è ancora lunga. C’è anche qualche banchetto improvvisato di venditori locali che offrono piccoli oggetti artigianali. Ma da dove saranno spuntati? Sono decine di chilometri che non vediamo una sola casa.
Grazie alla giovane coppia russa in vacanza, senza il passaggio sul loro pick-up saremmo arrivati in città in piena notte. Il vento forte, a quanto pare, non è una leggenda solo patagonica… in Argentina soffia ovunque!

2-5 luglio – Santa Maria, Hualfin, Londres, Salicas
Ancora un giorno di sosta per permettere a Manuela di riprendersi un po’ dalla sua non-sappiamo-bene-cosa-influenza-tosse-bronchite, poi un giorno ancora per riposarci meglio e goderci una buona parilla mixta con del buon vino Torrontés. Ieri l’Argentina è stata considerata il paese più freddo al mondo ed anche qui da noi, il termometro si avvicina allo zero e si intravede la neve sulle montagne circostanti.


Lasciamo Cafayate ed ci immettiamo sulla Ruta 40, che qui è anche Ruta del vino. Per diversi chilometri pedaliamo in mezzo a vigneti nei quali spesso vediamo squadre di potatori all’opera. Poi i vigneti spariscono e noi continuiamo nella valle che qui è larga almeno una decina di chilometri, dove in mezzo al nulla si intravedono vacche, capre, asini e cavalli liberi al pascolo, qualche rarissima casa. Da queste parti ci sono solo minuscoli paesini e trovare un posto dove dormire o dove comprare qualche cosa da mangiare non è sempre facile, pane, uova, un’arancia, un ciclista affamato si arrangia sempre.
Per il resto ancora deserto, sempre deserto e sempre la Ruta 40 che è un susseguirsi di leggeri su e giù. Facciamo sosta pranzo seduti davanti ad una piccola cappella. Facendo il giro del fabbricato, vedo un ripiano con un riparo per il vento e, ben nascosta, una piccola candela che sta bruciando. Qui non c’è molto traffico, però qualche fedele si è fermato anche oggi e non deve essere una cosa rare, poiché vicino al riparo c’è una confezione di candele votive.

Manuela: In posti come questi, quando mi sento una formichina persa nel nulla, dove l’unico suono è quello delle ruote della mia bicicletta sull’asfalto e il vento che mi soffia nelle orecchie (ok, a volte c’è anche la musica sparata a tutto volume dallo speaker di Francesco), mi diverto come una bambina. I pensieri si spengono, vanno in modalità off, e io mi godo il paesaggio e la solitudine.
Qualcuno potrebbe dire: “Che noia, tutta pampa e nient’altro.” Vi assicuro che è una sensazione di libertà bellissima.


Siamo su un altipiano di una ventina di chilometri, alla fine ci appare una pista per aerei completamente asfaltata. Ingenuamente diciamo che potrebbe essere un impianto militare, ma dopo una ricerca su Internet, scopriamo che la pista è proprietà di un’azienda canadese che l’aveva costruita per gli operai della vicina miniera d’oro e rame. Poche sono le informazioni sulla chiusura della miniera per un possibile avvelenamento da metalli tossici delle sorgenti dell’intera regione. Viva le plus meilleur pays au monde (la storpiatura grammaticale è umoristicamente molto usata in Québec. Letteralmente: Il più migliore stato del mondo).
Inizia una lunghissima discesa di una trentina di chilometri per arrivare in un piccolo pueblo, Hualfin, dopo 115 km che saranno tra i più belli di questo viaggio.

Pedalando in questo deserto pensavo a chi riesce a percorrere tutta la strada “A2A” (Alaska to Argentina come alcuni la chiamano) in bicicletta. In Alaska perse la vita Christopher McCandless, il protagonista di Into the Wild. Bellissima la canzone Long Nights di Eddie Vedder, adattissima anche in questo deserto, 15.000 km più a Sud di Anchorage.


Nuovo giorno, stesso vallone desertico, guardando l’orizzonte sembra impossibile che la strada possa passare la barriera delle montagne ed invece ci addentriamo nella Québrada de Bélen, un altro canyon molto panoramico che ci permetterà anche di osservare delle magnifiche aquile che vanno e vengono da un nido posto sopra il costone roccioso ad un centinaio di metri dalla strada.

Nella quebrada non erano condor, ma “solamente” aquile però direi che El condor pasa si addice alla situazione.

Speravamo di dormire nuovamente in un’Hosteria Municipal (locale con ristorante e camere, gestito dal comune a prezzi molto onesti), come il giorno prima, purtroppo il magnifico fabbricato è stato inaugurato, ma non ancora aperto. Fortunatamente, la proprietaria di un vicino ristorante ci aiuta a trovare un alloggio dopo una decina di telefonate. Dormiremo in una camera senza riscaldamento, ma in un letto e non in tenda, le nostre vecchie ossa ringraziano.
Al chilometro 4040 incontriamo due motociclisti argentini in viaggio verso Nord con la loro nuova moto del marchio italiano Benelli.
Non facciamo che qualche chilometro che ci fermiamo a scambiare qualche parola con Mary e Bert (https://www.pedalsandpuffins.com/), due Statunitensi della Florida che arrivano da Ushuaia e sono diretti a Bogotà. Solite discussioni tra ciclisti e poi c’è chi continua verso Nord e chi verso Sud, ci auguriamo a entrambi di avere il vento alle spalle !


Manuela: Ogni scusa è buona per fare una pausa, e quindi… foto di rito sia al cartello del chilometro 4.040 che a quello del 4.000 della mitica Ruta 40!
Il cartello segnaletico e il guardrail sono ormai completamente ricoperti di adesivi lasciati da viaggiatori in moto, in bici o in motorhome che sono passati di qui prima di noi. Un piccolo rito di passaggio per dire: “ce l’ho fatta anche io”. Noi, invece, non incolliamo adesivi in questi luoghi simbolici: siamo due “vecchi ciclisti low profile”.
Oggi un altro bell’incontro ! una coppia di viaggiatori in bici, più o meno della nostra età, anche loro in giro per il mondo. Ci si capisce subito, anche con poche parole, basta uno sguardo tra “animali” dello stesso tipo per sentirsi in sintonia. Ci scambiamo i biglietti da visita, simili ai nostri, sorridiamo e siamo sicuri che ci rimarremo in contatto.


Nelle nostre prime sei-sette tappe in Argentina avevamo elogiato la civiltà degli utenti delle strade, ma sono due giorni che la quantità di sporco, bottiglie di plastica e lattine è notevolmente aumentata. All’inciviltà di queste persone dedico Plus rien di Les Cowboys fringants. Prima di buttare qualcosa per terra, bisognerebbe riflettere.

Manuela: Dobbiamo resistere ancora un paio di giorni e poi, forse, dormiremo in una camera al caldo nell’unica vera cittadina della zona. Urge anche fare un po’ di bucato, sempre con gli stessi vestiti addosso, giorno e notte, altro che romanticismo dell’avventura, qui si puzza sul serio. Perchè in Argentina per la cena si aprono i ristoranti solo verso le 21? io sono affamata e a quella ora sono già stesa sul letto, sfinita, vestita da capo a piedi sotto dieci coperte!
Quando partiamo, tra le 8 e le 9 del mattino, le strade sono completamente deserte. E tra le 13 e le 17… tutti i negozi sono chiusi e nuovamente tutti spariscono. Le finestre delle case restano sempre chiuse; è vero che luglio è il mese più freddo dell’anno da queste parti…Ogni paese ha le sue abitudini, le sue tradizioni ed è giusto così, siamo noi a doverci adattare.

6-7 giugno – Pituil, Chilecito
Ancora deserto, ancora Ruta 40. Pochi incontri e purtroppo sia ieri che oggi gli ultimi 10-15 chilometri con il vento contrario. Non impossibile, ma faticoso, molto faticoso.

Siamo migliaia di chilometri a Sud delle regioni (New York, Ontario) in cui era ambientato il film “L’ultimo dei Mohicani” e le grandi pianure Nord-Americane sono totalmente diverse. Promentory di Trevor Jones è uno dei brani più belli.

Oggi si parte alla primissima luce perché le previsioni danno ancora vento contro su quasi tutto il percorso ed invece arriviamo tranquillamente a destinazione senza troppa fatica. Mentre aspettiamo la padrona di casa che deve portarci le chiavi del miniappartamento in cui resteremo due giorni, l’occhio vigile di Manuela vede ad una cinquantina di metri un locale dove stanno cuocendo polli alla griglia, ne sognavamo uno da giorni!
Tanto buon cibo e riposo sia.

Da giorni, lungo la strada, incontriamo piccole “santelle”, cappelle improvvisate o semplici statuette incollate su una roccia, circondate da pietre, vecchi copertoni di camion, bandiere, strisce di tessuto… il tutto rigorosamente pitturato di rosso. Accanto, bottiglie d’acqua, resti di cibo, sigarette e piccoli oggetti votivi. In Argentina, sono molto venerate due figure del culto popolare: la Difunta Correa e il Gauchito Gil.
Si racconta che intorno al 1850 la Difunta Correa morì di sete nel deserto mentre seguiva a piedi il marito, arruolato con la forza. Quando il suo corpo fu ritrovato, il bambino che portava con sé era ancora vivo e attaccato al seno. È considerata una santa popolare, simbolo di fede e miracoli, e molto amata da camionisti e viaggiatori.
Il Gauchito Gil era un ex soldato diventato fuorilegge per aiutare i poveri. Fu ucciso dalla polizia nel 1878, ma prima di morire predisse la guarigione del figlio del suo carnefice. Il miracolo si avverò, e da allora Gil è venerato come un santo, protettore dei viaggiatori, portatore d’amore, buona salute e fortuna.

Manuela: Accanto ai santuari del Gauchito Gil e della Difunta Correa ci sono spesso piccoli tavolini e panche improvvisate. Noi li utilizziamo per le nostre pause caffè o pranzo, nel deserto non ci sono molti posti dove sedersi.
A forza di incontrarli lungo la strada, ci affezioniamo a queste figure, e in fondo, speriamo che portino un po’ di fortuna anche a noi.


PERÙ – Ai piedi de Los Nevados

Usciti dal Cañón del Pato, arriviamo al cospetto delle montagne che hanno fatto la storia dell’alpinismo andino. Alpamayo, Huandoy, Huascaran…

7 giugno – Laguna Chinan Cocha
Ci troviamo nella Cordillera Blanca, in centro al paesino di Yungay, a 2.500 metri di altitudine e come mettiamo la bici in strada, si comincia a pedalare in salita, sarà così fino a fine giornata… o meglio per qualche giorno.


Oggi c’è il sole e l’Huascarán è alla nostra destra, imponente con i suoi 6.768 metri di altezza. Passiamo tra gruppi di case sparsi, fortunatamente il traffico è quasi inesistente. Durante la sosta, nella tiendita di turno, siamo serviti da una ragazzina di 10-12 anni, ancora vestita con la divisa della scuola. Le chiediamo se andava o veniva dalla scuola? «Sí, vengo de la escuela. Hice la parada de la bandera !». Quella che abbiamo visto nella piazza di Yungay? «¡Sí, claro! ¿Y ustedes, de dónde vienen?» Le chiediamo se sa dove sia l’Italia? «No.» E l’Europa? … «Nada.», non sa nulla. Avevamo già avuto dei dubbi sulla qualità dell’insegnamento in precedenti conversazioni, ma oggi ne abbiamo un’ulteriore conferma, tante sfilate, cerimonie e alzabandiera con inno, ma poca sostanza. Cosa si insegna da queste parti? In alcuni paesi l’eccellenza della scuola permette di far evolvere il popolo, in altri, l’ignoranza è una scelta del potere, così ci è stato detto da alcuni peruviani parlando della pessima qualità della scuola pubblica. La logica del Panem et circenses è ancora adottata dal governo.
Dopo pochi chilometri si paga l’ingresso al Parco nazionale (Patrimonio Unesco) e raggiungiamo Yurac Corral, nei pressi della laguna Chinan Cocha. Qui vive un guardiaparco che ci accoglie e ci indica dove montare la tenda per essere riparati dal vento. Volendo, avremmo anche a disposizione una doccia calda, ma la temperatura esterna, intorno ai 10 °C, ce ne sconsiglia l’uso.


In questo paradiso, ci sono alcune vacche al pascolo, gli asini utilizzati dalle spedizioni alpinistiche ed un camper di una coppia di alpinisti tedeschi che ha in progetto la salita de Nevado Pisco come alternativa all’Huascaran che quest’anno non è in condizioni.
Noi prepariamo la nostra misera cena a base di ramen ed alle 20:30 siamo in branda.

Manuela: Obbiettivo, l’Huascarán Circuit. Circa 250 km tra vette spettacolari, ghiacciai e laghi! Dal paesino, lo sguardo viene catturato dalle due cime del Huascarán, il cui nome in quechua significa “catena di montagne”, sogno di tanti alpinisti. Salendo lentamente lungo la strada sterrata ai piedi di questa montagna imponente, non posso fare a meno di pensare alla tragedia di Yungay e dei villaggi vicini. Nel 1970 un terremoto provocò una colata di detriti, fango e ghiaccio che rasò a zero tutto in pochi minuti. Era domenica, giorno di mercato, e molte persone erano arrivate dalle campagne. Si pensa che tra 20.000 e 25.000 persone siano rimaste sepolte. Si salvarono solo i 300 bambini che si trovavano nello stadio e una novantina di persone rifugiate sulla collina del cimitero. Oggi, quel cimitero circolare con la statua del Cristo è diventato uno dei simboli della tragedia.
Il guardiaparco è anche una perfetta guida turistica, adora condividere le sue conoscenze sulla regione e sempre svolgendo i suoi lavori quotidiani chiacchiera con noi scacciando gli asini che ogni tanto si avvicinano un po’ troppo alla tenda in cerca di cibo. Purtroppo qualche giorno fa, 3 alpinisti sono stati travolti da una slavina e un gruppo di soccorritori sono ancora alla loro ricerca, la montagna non perdona.

Portachuelo de Llanganuco

8 giugno – Yanama
La mattina, molto velocemente smontiamo la tenda e cominciamo la salita al Portachuelo de Llanganuco, passo alla rispettabile quota di 4.767 m; la strada è generalmente pedalabile, il maggior problema sono i tornanti più ripidi che risultano molto sconnessi e sabbiosi a causa delle manovre dei camion più grossi.
Le montagne attorno sono maestose, l’Huascarán non è sempre visibile, ma sappiamo che svetta ad oltre 2.000 m sopra di noi, dall’altra parte della valle altre cime superano i 5.000 m.

Quasi in cima al passo, un’auto si ferma, il conducente mette dei fiori ad una croce e si ferma a dire una preghiera; molto probabilmente sarà uno degli innumerevoli morti per guida azzardata (facendo una breve ricerca abbiamo saputo che i guidatori di questo paese sono considerati i peggiori al mondo subito dopo gli Indiani).

Finalmente anche l’ultimo dei tornanti è superato, un breve rettilineo e siamo in cima dove incontriamo due ciclisti statunitensi un po’ fuori norma. Abiti etnici, capelli rasta, bici con bagagli minimi, copertoni slick (poco adatti a queste strade), sandali con piedi nudi e tremanti per il freddo. Lei, sorridendo, mostra dei denti neri piuttosto in cattivo stato, che fanno pensare alla masticazione di foglie in uso da queste parti. Ognuno è libero di viaggiare come meglio crede… ma cosa sarebbe successo se si fossero trovati in mezzo a una bufera di neve improvvisa, situazione non rara a queste altitudini?


La discesa è infinita, arriviamo a Yanama piuttosto tardi e l’unico albergo ci chiede una cifra assurda, mai pagata in un mese di Perù. Ci accontentiamo del giardino piantando la nostra tenda. Mavaffa… sempre la solita storia ci sono prezzi per i locali e prezzi per i ricchi gringos.

Manuela: Tenda con vista sulla laguna, abbiamo dormito come angioletti. La rincorsa all’asino che ci ha rubato un sacchetto dalle borse, ci ha risvegliato a dovere. Oggi ci aspetta un’altra strada memorabile. Procediamo lentamente in salita, non solo per il fiato corto causato dall’altitudine o per le condizioni disastrose della strada sterrata, ma soprattutto per le continue soste a contemplare il paesaggio. Siamo circondati da montagne rocciose altissime, coperte da ghiacciai. Come spesso accade in queste valli, a una lunga salita segue sempre una lunga discesa. Fa freddissimo, le mani strette sui freni, il corpo in tensione per mantenere l’equilibrio, arriviamo sfiniti nell’unico paesino della zona. Niente doccia calda ad attenderci, solo il dover rimontare la tenda al freddo e al buio. Nel solo ristorante aperto per la cena, divoriamo un pollo arrosto con patate in compagnia di un giovane ragazzo tedesco, in viaggio da mesi in Sud America tra la vita di spiaggia, il surf e brevi avventure in bicicletta tra le montagne.

9 giugno – Sapcha
La strada sterrata e le pendenze assurde, ci faranno percorrere 9 km di salita praticamente tutti a spinta, oggi non viaggiamo “in” bici, ma “con” la bici. Al passo, che supera di poco i 4.000 m,  ci buttiamo nella valle successiva decidendo di fermarci al primo paesino dove sembra ci sia un hospedaje.


Purtroppo, non è così,  ci suggeriscono di andare in chiesa dove dovremmo trovare Padre Luca, un italiano originario di Flero-Brescia (la nostra città!), ma oggi non è in paese. Ci accompagnano da Federica, una volontaria brianzola dell’Operazione Mato Grosso che vive qui da 22 anni. Grazie a lei possiamo mettere la tenda sotto il portico del signor Elvio che affitta camere, anche lui con prezzi fuori mercato.

Manuela: Perchè dite che le strade sono ripidissime quando nelle foto sembrano in piano? 1) per la prospettiva fotografica 2) perchè scattiamo solo nei momenti tranquilli 3) quando stiamo sbuffando come muli, con le mani incollate al manubrio, la macchina fotografica è l’ultimo dei nostri pensieri; il cervello passa in modalità survive: respira, avanza, non cadere… e scaccia i maledetti tafani che ti stanno divorando le gambe. Le “camere” del signor Elvio sono poco più che una stalla, ma con un prezzo da cinque stelle. La nostra tenda è la migliore opzione, potremo dormire e cenare al riparo dalla pioggia. Cena di alta gastronomia: purè di patate liofilizzato con pane e ancora pane e, per dessert, il lusso di pane con un velo di marmellata.

10-12 giugno – Chacas
La notte scorsa è piovuto e la strada sterrata per scendere nella valle è in pieno rifacimento, il risultato è che ci ritroviamo con biciclette, borse e scarpe ricoperte di un fango argilloso. Una delizia! Arrivati in fondo valle, nessuna sorpresa, dobbiamo risalire sul pendio di fronte mentre pioviggina, smette e ricomincia. Questi saliscendi a quote piuttosto elevate sono molto faticosi, però i panorami ci ripagano abbondantemente.

Quando arriviamo nella Plaza Mayor di Chacas scopriamo un paesino diverso dal solito, le facciate di tante case sono rivestite di legno intarsiato ad arte, il portale della chiesa e l’altare sono una vera opera di falegnameria, tutto è curato e pulito.
E dopo tanta fatica, oggi una delle cose che più apprezziamo è la cena. Entriamo in una pizzeria con un forno a legna, quando addentiamo il primo boccone è una meraviglia ! Per qualcuno sarà banale, ma per noi, che da tre mesi mangiamo gli stessi piatti, poveri, insipidi, cotti approssimativamente, questa pizza dai sapori italiani è da tre stelle Michelin. Chiediamo al pizzaiolo dove ha imparato e la risposta è immediata: Padre Luca!


Rientrato in albergo, inizia una notte difficile, con brividi di freddo e più tempo in bagno che nel letto. Io, che ero il fortunato superstite della famiglia (Lucrezia in Perù, Manuela a Cuba), sono stato colpito dalla vendetta di Montezuma. NOOO, non è stata colpa della pizza, ma di qualcos’altro ingerito prima! Spero di rimettermi per domani, ci attende l’ultima sfida della Vuelta al Huascarán: la Punta Olimpica. Purtroppo Montezuma continua a divertirsi.
In un momento di tranquillità intestinale, usciamo a comprare del pane. Il gusto è diverso dal solito e dal retrobottega esce Brunetta, la cognata della panadera. Originaria di Firenze, vive qui da 20 anni, è sposata con un peruviano, ha sei figli e lavora per l’Operazione Mato Grosso. Ci invita a casa sua per vedere il panificio dove lavorano parecchie persone del paese, le promettiamo di andarla a trovare appena mi sentirò meglio.

Sembra che al terzo giorno anche io possa resuscitare e come promesso ci dirigiamo a casa di Brunetta per passare un po’ di tempo con lei. Persona estremamente accogliente, ci offre una tisana con dei Cantuccini e parliamo della vita nel suo paese di accoglienza. I suoi discorsi, molto amorevoli e allo stesso tempo critici, ci confermano che quando notiamo certi limiti del modo di vivere qui, non lo facciamo da gringos altezzosi, ma con il dispiacere di chi vorrebbero vedere questa gente uscire dalla loro miseria. Non parliamo di arretratezza culturale, religiosa o delle loro usanze, che anzi hanno un valore profondo, ma di aspetti concreti come igiene, salute, alimentazione, istruzione. Oggi, con la diffusione massiccia dei telefoni cellulari (la copertura in Perù supera il 100%), le opportunità di informarsi, crescere e migliorare la propria vita ci sarebbero. Eppure, la sensazione è che restino chiusi in un piccolo mondo, senza curiosità per ciò che li circonda (Ricordate un vecchio discorso di un grande industriale americano? Stay hungry, stay foolish – Siate affamati, siate “curiosi”), come se accettassero passivamente il proprio destino. Finché questo non cambia, sarà difficile immaginare un reale cambiamento.

Manuela: Brunetta, grazie per la tua accoglienza e per la squisita formaggella che ci hai regalato. Ma il dono più grande è l’avermi parlato della mia amica Luisa che ha vissuto e lavorato come volontaria proprio in questa città per anni ! Trovarmi qui mi ha fatto riportato indietro nel tempo a quarant’anni fa.
Chacas è stata il cuore dell’OMG, dove Padre Ugo De Censi ha vissuto, creato un grande ospedale, la prima scuola di artigianato Don Bosco e dato l’opportunità a tanti ragazzi e ragazze svantaggiati.

13 giugno – Carhuaz
Un paio di Immodium ed alle 7:30 siamo pronti per l’ultima tappa del giro tra Los Nevados. I primi 10 km scorrono facili, poi la strada si impenna e non molla più. Appena fuori città Manuela rischia grosso, un idiota in mototaxi fa inversione senza nemmeno guardare. L’ennesimo troglodita al volante stava facendo la prima vittima della giornata.


Alla nostra sinistra il cielo è limpido e pedaliamo con lo sguardo fisso su una cima che supera i 6.000 metri. Guadagniamo quota fino all’ingresso del Tunel de Punta Olimpica, la galleria più alta del mondo. È stretta, senza illuminazione, scavata nella roccia e con scrosci di acqua che scendono dal soffitto. 1.350 m di pedalata col fiato sospeso, sperando di non incrociare qualche pazzo alla guida.
Usciamo vivi e vegeti dall’altro lato e ci ritroviamo davanti a un nuovo versante de l’Huascaran, sempre imponente e maestoso. Ci fermiamo a lungo nel piazzale ad ammirare il paesaggio mozzafiato, poi ci copriamo bene e iniziamo la discesa. La valle è stretta, i primi chilometri sono ripidissimi.
Verso la fine attraversiamo un villaggio all’ora del rientro a casa: asini carichi, donne, giovani ed anziane, con fascine di mais sulle spalle, uomini con il machete che tagliano arbusti a lato strada. Scene che mi riportano agli anni ’60… ma qui sono ancora la quotidianità. Peccato che la videocamera fosse scarica, mi sarebbe piaciuto riprendere quei momenti con discrezione.


È quasi buio quando arriviamo in un albergo, siamo infreddoliti, mangiamo un panino in camera e ci infiliamo nel letto.

Arrivati in « vetta » e riattaccata la musica, cercavo qualcosa di adatto a questa grande giornata : The Light That Never Fails di Andra Day. La canzone è nella colonna sonora del film Meru, del grande operatore e alpinista Jimmy Chin. La nostra scalata è stata meno faticosa, ma la soddisfazione penso fosse allo stesso livello degli scalatori della Shark’s Fin Route.

Manuela: Incredibile ! non trovo le parole per descrivere la bellezza di queste valli selvagge e di queste montagne vertiginose. Non so dire se sia stata più dura la salita o la discesa con mani, piedi e viso congelati. Venire qui era il nostro sogno, e ce l’abbiamo fatta nonostante il mal di ginocchia, l’artrosi alle mani e la vendetta di Montezuma. Nulla ci ha fermato…Francesco pedalava in scioltezza in salita, leggero come una piuma dopo 3 giorni passati sul trono.

14 giugno – Yungay
Finalmente un risveglio in tranquillità, oggi pedaliamo solamente per venti chilometri di su e giù per rientrare a prendere la borsa che avevamo lasciato in albergo. Il giro dell’Huascarán è terminato, adesso dovremo decidere su quali strade proseguire il nostro viaggio.

15 giugno – Huaraz
Non avevo molta voglia di farmi i 55 km per arrivare a Huaraz su questa strada piuttosto trafficata.
Sono molto stanco, la consapevolezza di non avere più la forza né le ginocchia per la Perù Great Divide-PGD (il nostro secondo sogno) mi abbatte ancora di più. Ciliegina sulla torta, non sopporto più questi trogloditi al volante. Oggi un’auto, solo perché avevo fatto cenno di rallentare per una buca, ha stretto prima me e poi Manuela. Guidano in modo folle, senza regole, sorpassi azzardati, manovre al limite, clacson perennemente attivo. Ti sfiorano a un soffio dall’incidente, ignorando pedoni, moto e le rare biciclette: qui comanda il più grosso! Non lo fanno per cattiveria, è proprio che il senso civico non sanno cosa sia. Nemmeno il monito di tante croci lungo la strada fa cambiare le loro abitudini.
Non posso nemmeno svagarmi guardando il paesaggio, il cielo è coperto e non si vedono le montagne, testa bassa sull’asfalto che è pieno di buchi e occhio perennemente fisso sullo specchietto retrovisore per spostarmi fuori dalla strada appena arriva un’auto.

Manuela: Abbiamo parlato spesso della PGD, senza mai spiegare cosa sia a chi non è un patito di bicicletta. La Perù Great Divide è tra i percorsi più prestigiosi del Sud America; 1600km di strade sterrate e remote nella Cordillera centrale tra le città di Huaraz e Abancay. Un percorso molto esigente con circa 35 passi sopra i 4000m di quota e 36000 m di dislivello totali. Lo abbiamo sognato da anni, credo dovremo rimandarlo ancora a data da destinarsi.

Oggi siamo obbligati a restare sulla strada principale, ed è un vero stress. Francesco sporcona a ogni auto che gli passa troppo vicino ed io cerco di mantenere la calma per non alimentare la sua rabbia. Finora ce la siamo cavata su strade quasi prive di traffico, ma questo tratto della 3N è è tutt’altro. Francesco mi avvisa urlando quando arriva qualche auto “pirata”, mentre io tengo davanti tengo d’occhio i cani. Alcuni dormono, altri partono all’improvviso, ringhiando a pochi centimetri dalle nostre gambe. Passiamo la giornata tra insulti agli automobilisti e urla o lancio di finte pietre per tenere lontani i cani. Che giornatina rilassante! preferirei fare altri 1.500 m di dislivello su sterrato a 5.000 metri.

16-19 giugno Huaraz
Cerchiamo un hostal in centro, con tutte le comodità a portata di mano, vietato l’uso delle bici e solo brevi camminate, abbiamo bisogno di riposarci dopo tante salite.
Mentre siamo immersi tra itinerari e cartine alla ricerca di un’alternativa alla PGD, riceviamo un messaggio inaspettato e gradevolissimo da Aurelio , il Salvadoregno conosciuto tra Colombia e Ecuador. Per una fortunata coincidenza, anche lui si trova a Huaraz.
Usciamo a cena per festeggiare il ritrovarsi e decidiamo di fare insieme un tour organizzato al ghiacciaio Pastoruri; per una volta saremo dei normalissimi turisti.


Il tour si rivela un altro colpo al mio morale. La valle di accesso al ghiacciaio, oramai quasi scomparso, è mozzafiato e molto simile alle zone che avremmo dovuto percorrere con la PGD. Che tristezza, maledette ginocchia!
Il giorno dopo è di nuovo tempo di saluti. Aurelio rientrerà sulla costa a ritrovare la sua bici e proseguire lungo il deserto peruviano verso la Bolivia e noi… Boh! Chi lo sa… E per giunta ci sta venendo anche il raffreddore, se non peggio. La signora brasiliana seduta accanto a noi in autobus era malata fino al giorno prima: ci avrà attaccato qualche virus?

Ciao Aurelio, sei la più bella persona che abbiamo incontrato in questo viaggio, speriamo che le nostre strade si incrocino nuovamente.


Manuela: In molti ci avevano detto che Huaraz era una città bellissima. I dintorni, sì, sono spettacolari, ma la città in sé, pur essendo ben tenuta e molto turistica, punto di partenza per trekking e spedizioni alpinistiche, non ha nulla di davvero speciale.
Diciamo che, dopo settimane trascorse tra le montagne e i piccoli villaggi, qui si trova di tutto: si può mangiare e bere come animali affamati… e finalmente farsi una vera doccia con acqua calda!
Avevo già sentito parlare del Nevado Pastoruri, un tempo imponente, oggi tristemente ridotto a causa dei cambiamenti climatici. Le stime dicono che potrebbe scomparire del tutto entro 1–8 anni.
Siamo una quindicina, con autista e guida al seguito, che ci racconta la regione lungo i 40 km asfaltati (e pieni di buche) della famigerata 3N. Poi imbocchiamo una sterrata di una trentina di chilometri attraverso una valle spettacolare con montagne innevate a sinistra, un fiume al centro, pareti rocciose colorate a destra. La prima sosta è per osservare la Puya Raimondii, detta Regina delle Ande, una pianta enorme dalla forma appuntita, alta circa 10 metri che vive solo in queste regioni. Che crudele destino, vive circa 100 anni, produce circa 10mila fiori in un’unica fioritura per poi morire. Il nome fu dato da un naturalista milanese che, dopo aver combattuto nelle Cinque giornate di Milano, emigrò in Perù e qui si rifece una vita.
Facciamo una breve sosta anche presso una parete rocciosa con antichi disegni, solo io e Aurelio scendiamo a vederli. Poco dopo ci fermiamo vicino a delle sorgenti termali, dove l’acqua gorgoglia tra i ciuffi d’erba, ma è vietato toccarla o berla perchè ricca di piombo e altri minerali tossici. Finalmente arriviamo al parcheggio del Visitor center, la passeggiata è breve, circa un’ora in tutto per noi. Raggiungiamo i piedi del ghiacciaio a 5.000 metri di quota e scendiamo subito perché sta cominciando a nevicare piuttosto forte. Altri del gruppo, meno abituati alla quota, ci metteranno un bel po’ ad arrivare all’autobus, infreddoliti e affaticati.

Il riassunto del nostro PERÙ

Non abbiamo ancora deciso quali strade percorreremo nelle prossime settimane, ma è certo che sentiamo la necessità di pedalare su salite meno ripide ed a quote più basse. In Perù non abbiamo voglia di pedalare lungo il deserto sulla costa, quindi l’alternativa sarà visitare un altro paese per qualche tempo.

  • Chilometri percorsi: 1.621 (Per un totale di 5.406)
  • Metri di dislivello: 20.639 (Per un totale di 61.707)
  • Giorni totali inclusi riposi e visite: 43
  • Giorni in sella: 30
  • Notti: Albergo e ospiti vari 37, tenda 4.

PRO

– Per il nostro passato di “montagnini” il Perù è uno dei paesi più belli al mondo. È con molta tristezza che me ne sono andato da Huaraz invece di continuare sulla PGD.
– Il tour de l’Huascaran fantastico, panoramico, magnifico, faticoso. Sarà uno dei migliori ricordi di tutto il viaggio.
– Il Cañón del pato. Angosciante, opprimente, spettacolare, ma la strada è un must to ride per ogni cicloviaggiatore che passa da queste parti.
– Manuela: Adoro questo paese, i paesaggi montani mi fanno sentire bene, come in un paradiso terrestre. Da sempre chi mi conosce dice che soffro della sindrome di Heidi, confermo, tra le montagna rinasco.
I sorrisi dei bambini e delle signore con i loro abiti tradizionali ti scaldano il cuore. So che tornerò a breve da queste parti. Forse non sarà la PGD, ma la mia bicicletta un giorno pedalerà sulle strade di Cuzco. Ma siamo positivi, avevamo due sogni in Perù, l’Huascaran circuit e la PDG, uno lo abbiamo realizzato.

CONTRO
– I guidatori peruviani conquistano il gradino più alto del podio nella classifica dei peggiori guidatori. Irrispettosi, maleducati, trogloditi, dei veri bruti della strada ( come alcuni peruviani stessi li hanno descritti).
– Il non aver potuto pedalare sulla PGD. Dovrò rinascere un’altra volta per tornare qui più in forma.
– Manuela: l’acqua per lavarsi sempre fredda. I panini di base venduti ovunque che per sfamarti ne devi mangiare 10 talmente sono vuoti. Basta Caldo de Gallina, non ne posso più !

Il QR code precedente permette di accedere all’applicazione Ride With GPS e visualizzare tutte le tappe peruviane del nostro viaggio.

PERÙ – La generosità di chi non ha nulla

Il nostro viaggio continua e risaliamo nelle montagne. Finalmente arriviamo alle pendici dell’Huascaran, la montagna più alta del paese.

23, 24, 25 maggio – Cajamarca
Questa volta facciamo i bravi con i giorni di riposo, arriviamo in un alberghetto in centro città e ci sistemiamo per due giorni di completo relax.
L’unico obbligo è un po’ di manutenzione alle bici che potremmo fare da soli, ma preferiamo affidarla a un meccanico che la esegue per un prezzo irrisorio. La città è piacevole, facciamo brevi passeggiate per la spesa in un buon supermercato, un po’ di scrittura ed il piacere di non fare nulla.

Il primo giorno siamo gli unici ospiti del nostro alberghetto, purtroppo il giorno successivo arriva una giovane coppia di backpackers bulgari. In oltre trenta anni di viaggi abbiamo incontrato persone di ogni età e nazionalità; la passione comune per il vagabondaggio ha quasi sempre reso facile socializzare e scambiare opinioni. Oggi forse le cose sono cambiate, i due faticano a rivolgerci un saluto, escono dalla camera con occhi rossi e difficoltà locutorie, lasciano il lavello nella zona pranzo del giardino ed il bagno in comune sporchi. Altre tradizioni? “Io pago, quindi posso?” O forse è per questo che uno dei nostri ospiti colombiani ci disse di non voler avere nulla a che fare con i mochilleros.
Dopo due giorni, decidiamo di lasciare il centro città e spostarci a solo una decina di chilometri, nel lodge gestito da una persona con cui eravamo in contatto. Da lì, potremo ripartire con più calma, senza dover zigzagare nel traffico mattutino.

Il 25 maggio è una data speciale per noi. Esattamente quarant’anni fa, un istruttore di alpinismo si recò al distributore vicino al passaggio a livello di Iseo (in provincia di Brescia), punto di ritrovo per istruttori e allievi del CAI di Brescia. Arrivato, scoprì che i suoi allievi non erano presenti, così il direttore del corso gli affidò per l’uscita settimanale una giovane ragazza di nome Manuela.
All’allieva Manuela oggi dedico Love of my life dei Queen.

Manuela: Ho rispettato la pausa, cosa difficile per me, quando arrivo in un posto il desiderio di conoscere e scoprire prende il sopravvento . Fortunatamente le cose da vedere in città sono tutte nelle vie centrali attorno alla Plaza des Armas. Per il nostro anniversario, ci mangiamo un piatto enorme di carne mista ai ferri con patate fritte e come merenda una crêpe con crema pasticcera…si fa quel che si può 😉

26 maggio – Aguas Calientes
Ieri abbiamo trascorso un piacevole pomeriggio con la famiglia che ci ha ospitati al Lodge Villa Ventura. Mario è guida di MTB e di altre attività all’aria aperta, mentre Pamela, architetto, ha progettato la splendida e accogliente casa che ci ospita. Miki, il figlio maggiore, è un ragazzo riservato e appassionato di pianoforte. E poi c’è Sofia, 5 anni, che io definisco il clown della famiglia. È raro vedere una bambina così piccola socializzare con tanta naturalezza con adulti appena conosciuti.

Foto di famiglia a Iscoconga

Abbiamo parlato di famiglia, del loro futuro progetto di immigrazione in Canada e di cucina, trascorrendo un pomeriggio immersi nella realtà quotidiana, in compagnia di una famiglia davvero piacevole.


Negli 80 km che abbiamo previsto di percorrere oggi, affronteremo tre salite piuttosto lunghe, ma non difficili, che ci faranno arrivare vicini ai 3.000 metri di quota ad ogni passo. Il riposo di 3 giorni ci ha fatto bene e saliamo piuttosto in scioltezza. Incontriamo una coppia di svizzeri e ci fermiamo a chiacchierare con Leandra e Nando; sono partiti da Bogotá con destinazione Ushuaia, la “Fin del Mundo”. Purtroppo, Nando sta ancora guarendo dal dengue preso in Ecuador e non è in perfetta forma, ci dice che alcune giornate sono più difficili di altre. La sera ci inviano la foto scattata insieme, dicendo che hanno appena incrociato un’altra coppia di tedeschi. Speriamo di rincontrarli lungo la strada e auguriamo a Nando una rapida guarigione. Noi facciamo qualche chilometro in più perché siamo diventati pigri, non abbiamo voglia di montare la tenda sul bordo della strada e preferiamo una camera in un paesino con delle terme di acqua calda.

Gruppo vacanze italo-svizzero, Leandra e Nando

Oggi ho sentito qualche pezzo di un gruppo in voga negli anni ’70 Creedence Clearwater Revival tra i vari brani c’era Up Around the bend. Un ottimo ritmo per pedalare.

Manuela: La nostra camera si affaccia sulla piscina delle terme, chiamarle “terme” è una concessione poetica, si tratta di una semplice piscina e uno stabile malandato che sembra più un capannone per attrezzi che un centro benessere. Malgrado il colore dell’acqua non attiri molto, alcune persone fanno il bagno mentre dei tecnici sistemano dei tubi del sistema di filtraggio… preferiamo la doccia sporca del nostro hostal spartano che, malgrado non abbia il rubinetto dell’acqua calda, è piacevolmente tiepida, ci dicono che sia la stessa sorgente termale che rifornisce tutto il paese.

27 maggio – Cajabamba
Questa notte abbiamo tentato di dormire malgrado un gruppetto di giovani imbecilli abbia fatto casino fino all’1:30 della mattina, la fatica delle pedalate aiuta, ma non sempre. Prima di ripartire, ci ritroviamo in mano due avocado da parte della proprietaria del posto… perché vi faranno sicuramente piacere sulla strada…
Oggi non dovremmo avere una giornata difficile, solo una trentina di chilometri per arrivare a destinazione; la scelta è data dalla logistica delle tappe per i prossimi giorni: poca la distanza, ma tanto il dislivello…
A metà strada, ci fermiamo per un sorso d’acqua e, nel campo dall’altro lato della strada, c’è una signora che sta pascolando le pecore. Ci saluta e ci chiede da dove veniamo, attraversiamo la strada per meglio comunicare e Lucilla ci interroga sul viaggio e sulla nostra vita.

Lucilla con le sue pecore e gli immancabili cani

E i vostri figli?
– Abbiamo una sola figlia, è grande e vive da sola, poi con questo (indico il cellulare) ci possiamo sentire tutti i giorni.
– Non è lo stesso! Qui i figli vivono in casa.

– È bello viaggiare, noi invece siamo obbligati a lavorare come schiavi. Mio marito sta tagliando la legna perché non possiamo comperare il gas per la cucina. Il cellulare costa troppo. Siamo in schiavitù qui.

– Le cose che hanno fatto gli Incas esistono ancora, quelle che fanno oggi si rompono subito.

– Vi andrebbero delle arance? Qui crescono ovunque.
– Grazie signora, molto volentieri.

La signora sparisce e ritorna con il suo sombrero pieno di frutta, saranno almeno due chili. Noi non sappiamo come ringraziare e le regaliamo alcune barrette di cereali, biscotti e crackers.
Un giorno, un agiato signore che conoscevo, negli ultimi giorni della sua vita disse alla propria moglie: “Ricordati, quando avrai bisogno di qualche cosa, non rivolgerti mai ad un ricco, sarà molto più facile che sia una persona modesta che ti aiuti”. Ho avuto molte occasioni per dargli ragione, un’altra oggi.

Manuela: La signora Lucilla aveva mani e piedi segnati dal tempo e da una vita dura, ma sul volto portava un sorriso di una dolcezza infinita. Mi raccontò che aveva 50 anni e 6 figli, come molte donne della zona indossava l’abito tradizionale, era quello di tutti i giorni perchè non era ricamato o forse era l’unico che possedeva a giudicare dallo stato di sporcizia della sua camicetta bianca e del sombrero. È sempre sorprendente come, a pochi chilometri dalla città, la vita in campagna sia così diversa, essenziale, quasi sospesa nel tempo.

28 maggio – Huamachuco
La tappa di oggi è sicuramente una tra le più belle da quando siamo partiti, stiamo entrando in una regione più montuosa, non si vedono ancora le grandi montagne, ma il panorama è affascinante.


Dopo la pausa caffè seduti vicino ad una casa, arriviamo in un paesino e decidiamo che i gradini di una scuola fanno al caso nostro per la pausa di mezzogiorno. La fine del nostro pranzo coincide con l’uscita dei bambini che, vedendo la novità, ci assalgono con decine di domande.
Appena riusciamo a liberarci dalla scolaresca, ricominciamo a pedalare per finire la nostra tappa. Oggi saremo ospiti in una “Casa del ciclista” dove metteremo la tenda in giardino, ma cominciando a piovigginare, il nostro padrone di casa ci propone di andare a dormire in una camera-ripostiglio. Il letto è piccolo, ma spostandolo, riusciamo anche a piazzare un nostro materassino a terra per dormire più confortevolmente.
Doccia, cena, nanna, domani si salirà ancora e sempre più in alto.


Alla tappa odierna assegno un brano strumentale The warming Sunrise di Kevin P Holt. Finalmente una giornata rilassante con poco traffico e bucolici scorci da cartolina.

Manuela: Il verde brillante dei prati, il giallo acceso delle ginestre in fiore, il verde scuro degli eucalipti adulti, quello argentato dei giovani, e l’azzurro intenso del cielo, il contrasto dei colori è straordinario! Sembra di pedalare dentro una cartolina. Le montagne diventano sempre più alte e imponenti e la campagna è rigogliosa. Nonostante lungo la strada ci siano alcune case sparse e campi coltivati, si ha la sensazione di essere soli, persi nel nulla, ad accoglierci ovunque i soliti cani, chi abbaia, chi ci segue scodinzolando, chi aspetta cibo in regalo. Le strade che percorriamo sono sterrate, qui è la normalità; di tanto in tanto passa una moto, un pick-up carico di merce o un minivan utilizzato come autobus locale ( chiamato “collettivo”) immancabilmente stracarico di bagagli sul tetto e di persone stipate all’interno.

29 maggio – Cachicadan
Oggi ci siamo goduti il silenzio quasi assoluto, incrociando solo raramente qualcuno. Percorriamo qualche chilometro su una strada nazionale che scenderebbe fino all’oceano, ma noi restiamo tra le montagne. Poco fuori Huamachuco, deviamo a sinistra cominciando a pedalare su sterrato. Nell’arco della giornata, attraversiamo 4-5 guadi, uno dei quali un po’ problematico e superiamo a spinta alcune rampe, non tanto per la pendenza quanto per l’altitudine sempre più elevata. Il colle di oggi si trova a 3.575 metri, da lì scendiamo fino ad un paesino di quattro case, dove troviamo un hospedaje proprio poco prima che inizi a diluviare.
La nota stonata del giorno è stato vedere l’immensa miniera (naturalmente non di proprietà peruviana, ma straniera) a poche centinaia di metri in linea d’aria.


Per il resto, le gambe e le ginocchia sono in forma anche se non so fino a quando, il fiato sembra esserci, ma i “seimila” sono ancora lontani.

Per chi non lo conoscesse Gustavo Santaolalla è un compositore argentino vincitore di due premi Oscar. Oggi aggiungo Quiebre, fuego y revelación. Musica ideale in queste montagne, ma sicuramente avrò occasione per proporre altri brani.

Manuela: Mentre mangiamo, seduti sui gradini della scuola, alcune mamme aspettano i bambini più piccoli: filano la lana, lavorano a maglia, chiacchierano tra loro e ci osservano con curiosità. Appena finisce la scuola ci ritroviamo circondati da un gruppo di zagazzini e ragazzine che ci fanno mille domande. Una bambina, in particolare, si avvicina e mi chiede: «Conosci l’inglese? Per favore, dimmi alcune parole… vorrei tanto impararlo.» Il divertimento di alcuni bambini invece è quello di provare a sollevare la bicicletta, solo un paio ci riescono con grande soddisfazione. L’altra domanda di rilievo è se sia più forte Messi, Ronaldo o Mbappé. Chissà cosa racconteranno a casa dei due ciclisti che arrivano da un lontano paese che ha la forma di ” una bota que patea un balón de fútbol”.

30 maggio – Angasmarca
Era troppo bello per essere vero, i dislivelli affrontati dal livello del mare a qui hanno avuto delle conseguenze sul mio chassis. Alle 4 di mattina mi sveglio per i forti dolori alle ginocchia, sono di pessimo umore, mi dico che questa volta è definitivo, il mio sogno per l’Huascaran e la Perù Great Divide finisce qui a Cachicadán, Distrito de Cachicadán, Provincia de Santiago de Chuco, Departamento de La Libertad, Perú.


Mi sforzo a pedalare per circa 30 chilometri in salita per arrivare a Angasmarca dove chiediamo ad un pick-up se ci carica le biciclette fino al villaggio successivo di Mollebamba. Riesco ad evitare così circa 20 chilometri di tornanti con salite ripide e di dormire in tenda sulla strada, ma in un hospedaje molto di base. L’unica idea alla quale riesco a pensare è quella di riscendere verso la costa per raggiungere la città di Lima, almeno in pianura riesco ancora a pedalare e voglio tentare di mantenere la promessa fatta ad una Princess.

In questa brutta giornata aggiungo Ain’t Gonna Drown di Elle King

Manuela: Ogni tanto ci sono giornate come queste, nere come il carbone. Viaggi del genere mettono alla prova non solo il corpo, ma anche la mente. Nei momenti in cui tutto sembra negativo, cerchiamo di sostenerci a vicenda, ma non è sempre facile. Mi chiedo come Francesco abbia fatto a pedalare oggi, sarà stata la forza della disperazione. Nella nostra camera con i muri di argilla e paglia speriamo di ritrovare un po’ di positività.
Cara signora Lucilla, non ci siamo mangiati tutte le tue deliziose arance, alcune le abbiamo regalate ad una famiglia che vive nelle montagne e che le ha accettate con un enorme sorriso; il bambino sulla porta aveva uno sguardo così disarmante che ci è sembrato il modo più giusto per onorare la tua generosità.

31 maggio – Pallasca
Dicono che la notte porti consiglio. Mi sveglio alle 4 e mi riaddormento, la bestia nera non si fa sentire, decido di riprovarci e abbandonare l’idea di andare verso Lima.

Perché ho aggiunto l’immagine precedente? I ricordi scolastici dicono che se gli angoli di un quadrato sono a 90° la diagonale crea due angoli a 45°. La strada che percorreremo oggi è stata costruita su pendenze che spesso vanno oltre la diagonale del suddetto quadrato.

Uscita da Mollebamba

Alle 7:30 l’aria è freddina, iniziamo la giornata spingendo le biciclette sulla prima rampa e poi giù verso il fondovalle su una strada sterrata in pessime condizioni, non ho contato i tornanti, ma i dieci chilometri in discesa per arrivare al fiume in fondo alla valle sono stati apprezzati. La pendenza della strada è accettabile, quella della montagna su cui passa, impossibile.
Una breve pausa per mangiare due biscotti a bordo fiume e poi si ricomincia a salire sull’altro lato della valle: 20 km, circa 1.000 m di dislivello e… 57 tornanti (il famoso Passo dello Stelvio in Italia ne ha 48,con asfalto perfetto, il dislivello è superiore, ma di solito lo si affronta con bici di 10 kg, non di oltre 40).

Questa salita è quasi tutta asfaltata, ma le numerose frane hanno danneggiato la carreggiata e in alcuni tratti il percorso è ancora coperto da detriti e grosse rocce. Qualche tratto è al 14% di pendenza, ma arriviamo vivi, vegeti e molto soddisfatti a Pallasca a circa 3.200 m s.l.m. A detta della coppia inglese Debs and Tom (https://www.debsandtom.com/) questa è stata una delle tappe più dure del loro passaggio in Perù. Vedremo se sarà così anche per noi.
Sugli ultimi tornanti incrociamo due ciclisti a bordo strada. «Ma voi siete la coppia di italiani di cui abbiamo sentito parlare!» Alla nostra domanda rispondono che vengono dalla Germania, «Ma voi siete gli amici di Nando e Leandra » Che piccolo il mondo! E siamo tutti diretti nello stesso posto.


Domani ci meritiamo una giornata di riposo con la sola verifica tecnica delle bici. Le ultime due notti tranquille mi hanno fatto cambiare idea, non voglio abbandonare il mio sogno e la destinazione della prossima settimana sarà Caraz e non la costa del Pacifico. Per auto-motivarmi voglio riportare la frase di una guida alpina bresciana che conosciamo, Roberto Parolari (https://www.guidaalpinarobi.it/). Roberto commentò il nostro ultimo articolo con queste parole: “…leggendo alcuni tratti del vostro scritto, mi è sembrato di rivivere certe situazioni in montagna dove ti dicevi che, se tornato a casa, saresti solo andato al mare… tenevi duro perché non avevi alternativa e sapevi che a breve sarebbe terminato. Credo che il vostro non mollare derivi dal passato alpinistico, veramente un plauso grandissimo alla vostra tenacia…“.

Mortacci tua Roberto, dopo queste parole come faccio a “scendere al mare” Come dicevano durante il risorgimento italiano: “Avanti Savoia”, la Cordillera Blanca si avvicina.

Le montagne sono altissime, le valli o meglio i canyon profondissimi. Oggi la musica è Alturas interpretata da Inti Illimani

Manuela: Sarà la bellezza dei paesaggi o il desiderio di non abbandonare il sogno di percorrere insieme le alte strade accanto ai ghiacciai e alle montgane tra le più belle del mondo, ma qualche cosa ha fatto rinascere Francesco dalle ceneri. A 56 e 64 anni, con qualche problema di salute, le nostre giornate non sono sempre facili né rilassanti. Incrociamo cicloviaggiatori da tutto il mondo, perlopiù giovani intorno ai trent’anni, arrivare anche loro stremati dopo certe tappe. Non neghiamo di provare un pizzico d’orgoglio quando ci fanno i complimenti. «Ma andate più veloci di noi!» oppure «Non pensavamo di rivedervi!» Bravo Franz, non mollare! So che ce la puoi fare, le alte vette innevate ti stanno aspettando.

1 giugno – Pallasca
Il problema del giorno è la tensione della catena, non sappiamo per che motivo si sia allentata, ci armiamo di pazienza per tentare di sistemarla. Un grazie particolare a Gabriele del negozio Les Vélos Roy-O di Québec (https://velosroyo.com/), che ci avevano preparato le bici per il viaggio. Nonostante fosse domenica, ci ha assistito con una chat per trovare una soluzione tecnica in mezzo al nulla e senza attrezzatura di punta.

Ieri abbiamo saputo che per vent’anni il sacerdote di questo paesino a 3.000 m era italiano, originario della provincia di Milano, la parrocchia ospita anche una delle missioni dell’Operazione Mato Grosso, organismo in cui Manuela fece volontariato in gioventù. Visitiamo la chiesa, che è in corso di restauro, osserviamo che è riccamente addobbata e, parlando con le persone del villaggio, scopriamo che una ventina di anni fa ci fu un attentato da parte del gruppo terroristico di ispirazione maoista Sendero Luminoso, i segni della sparatoria sono ancora visibili sulla facciata.


Un pochino di musica me la sono ascoltata anche oggi e On the turning away dei Pink Floyd è il brano che scelgo.

Manuela: In questo paesino abbarbicato su un pendio montano, con vista sul fiume Tablachaca, tutto scorre lento. Uomini portano a pascolare cavalli, vacche, asini e maiali, mentre le donne lavorano nei campi con i bambini avvolti nell’aguayo (telo colorato), filano la lana e raccolgono erbe varie che usano per cucinare. Che sorpresa ritrovare proprio qui l’Operazione Mato Grosso (OMG), il movimento di volontariato con cui trascorsi tante serate e estati, lavorando  insieme alla mia cara amica di liceo Luisa. Sapevo che in Perù sono presenti molte missioni, infatti Padre Ugo De Censi, fondatore del movimento visse qui per molti anni, dedicando la sua vita all’aiuto delle comunità andine.

2 giugno – Chuquicara
Ricordando il passato ed i quaranta anni di viaggi, la valle percorsa oggi potremmo classificarla tra i dieci posti più belli mai visti in vita nostra. Le fotografie penso che potranno dire di più ciò che abbiamo vissuto oggi.


Il micro villaggio di Chuquicara non è altro che un gruppo di case diroccate, un albergo, un distributore di benzina e qualche ristorante costruiti al crocevia di tre strade, la nostra via di discesa di ieri, la strada che sale dal Pacifico e la strada per Huaraz, una città di oltre 100.000 abitanti e tra le più popolate del paese.

Oggi è la festa della Repubblica Italiana, aggiungo Io non mi sento Italiano di Giorgio Gaber. Chi non la conoscesse è invitato ad ascoltarla e gli Italiani che leggono dovrebbero anche riflettere sul testo della canzone.

Manuela: Non ho davvero parole per descrivere la strada che da Pallasca scende verso Chuquicara, solo: huaooo! È una di quelle strade che ti tolgono il fiato, non solo per la bellezza, ma per la vertigine. Ci si sente come una formica solitaria sulla luna, almeno così è come me la immagino io.

3 giugno – Huallanca
Non c’è molto da dire nemmeno sulla tappa di oggi, poiché le fotografie descriveranno meglio delle parole i posti che abbiamo attraversato.
Durante la nostra pausa caffè, vediamo un polverone sulla costa ripidissima della montagna. Sono tre camion che stanno scendendo a valle e provenienti dalla miniera di rame vicina. Sono partiti alle 4 di mattina da Chimbote, 150 km più a valle, sono saliti alla miniera ed ora ridiscendono al mare. Una vita di m*** e per cosa? Ci hanno detto che il lavoro in miniera è il più pagato (700 USD al mese), ma si lavora sei giorni alla settimana, senza limiti di ore, le condizioni non sono certamente quelle dei paesi in cui risiedono le compagni proprietarie (generalmente USA, Canada e Cina). Io mi domando, se il prezzo dell’oro o del rame è uguale in tutto il mondo, perché il minatore peruviano muore di cancro ai polmoni e quello canadese guadagna molto potendosi pagare il mutuo della casa in pochi anni?


Dopo mezzogiorno, la temperatura sale a 35° C, qualcuno ha un calo di pressione, però il piccolo paesino di Yuracmarca è vicino. Ci hanno detto che, appena entrati in paese, ci aspettano un gelato ed un comodo hostal; purtroppo, arrivati davanti al fabbricato tutto è chiuso e ci tocca continuare fino al paese successivo. Alle 16:30 arriviamo a Huallanca: spesa, doccia, cena, nanna.

Manuela: Oggi doppio “huaooo” per il paesaggio! Montagne scoscese, valli profonde attraversate dal fiume. Si scorgono miniere rudimentali di carbone fossile e immagino le persone che ci lavorano in condizioni davvero dure. Ci dicono che molte sono abusive e che chi ci lavora vive lì dentro, spesso con i propri figli. Pensando a tutto questo, è difficile lamentarsi della fatica che facciamo pedalando.

4-5 giugno – Caraz
Appena usciti dal gruppo di case, la strada sale su un pendio impossibile con dei tornanti, poi si entra nel cuore del Cañón del Pato. Fortunatamente possiamo sempre pedalare lato montagna, il vuoto è impressionante, dovremo superare anche circa 35 tunnel scavati nella roccia e più o meno lunghi. Quando la valle si allarga, troviamo una piccola tiendita dove ci fermiamo per bere una bibita fresca. Appoggiamo la bicicletta al muro, alziamo la testa ed abbiamo una visione: davanti a noi, a qualche chilometro si vede la piramide dell’Alpamayo una delle cime più famose del mondo. Siamo oramai arrivati nella Cordillera Blanca.


Nella città di Caraz dormiamo in tenda nel giardino di un ospite Warmshowers, ma questa volta il posto non è tra i più “ospitali`”. Il giardino in cui piantiamo la tenda è carino, ma come doccia c’è un tubo senza soffione e una pila di mattoni per coprirsi, senza parlare del WC che è nascosto da un telo di plastica bucato e svolazzante.


Molto piacevole invece, la compagnia di un gruppo di ciclisti colombiani anche loro ospiti in tenda con cui ci passeremo una piacevole mattinata. Edwin, Didier e Diana con il cane Thor, John e Paola con Alegrìa, la loro bambina di cinque anni, partiti dal loro paese e diretti a Ushuaia. Facciamo colazione assieme, parliamo dei nostri rispettivi paesi, del Grande Fratello al Nord e tante altre cose inutili, senza problemi di razza, religione, classe sociale o pensiero politico. La sera ci ritroviamo in una pizzeria con i due ciclisti tedeschi Martin e Paulina che avevamo conosciuto a Pallasca. Ci spostiamo in un albergo in centro per rilassarci meglio in vista della prossima settimana che sarà una delle più dure di tutto il viaggio: il tour del Huascaran.


Manuela: Oggi triplo “huaooo” per il paesaggio! Le pareti rocciose a strapiombo,il Río Santa che scorre impetuoso sul fondo e la strada scavata nella montagna tolgono letteralmente il fiato. A tratti si ha una sensazione di oppressione, come se le pareti rocciose potessero stritolarti da un momento all’altro. La luce si infiltra tra le cime del canyon creando suggestivi giochi di luce. Percorriamo i tunnel a razzo sperando di non incrociare nessuno nel senso opposto. Ci avevano detto che questa strada è allo stesso tempo spettacolare e impegnativa, non a caso è considerata una delle più pericolose del paese per via della carreggiata stretta, delle curve a picco e continue cadute di massi. Era stata progettata alla fine dell’Ottocento come linea ferroviaria per collegare la costa alle miniere andine, ma il progetto fu abbandonato principalmente per problemi politici e di corruzione. Oggi il traffico è scarso, composto per lo più da camion e dai soliti minibus che collegano i paesini della valle, ma non sempre arrivano a destinazione, le croci lungo la strada ci ricordano la pericolosità del posto.

6 giugno – Yungay
Solo 15 km per raggiungere la nostra destinazione, una piccola città ai piedi della Cordillera Blanca. Per fare il giro di circa una settimana nel Parco del Huascarán, abbiamo pensato di lasciare una parte dei bagagli in un albergo per poter alleggerire le biciclette, da oltre 4o kg scenderemo a 30. Per recuperarla dovremo fare una quarantina di km in più, ma data la quota a cui dovremo pedalare, riteniamo che questa sarà una saggia decisione.


Manuela: Dalla piazza del paese, alzando lo sguardo al cielo, si vedono le cime innevate svettare imponenti: Huandoy, Alpamayo, Huascarán e altre montagne famose nel mondo alpinistico, tutte attorno ai 6.000 m di quota con ghiacciai grandiosi. Sognavamo di essere in questo posto da anni. Riusciranno i nostri eroi a vederle da vicino passandoci sotto in bicicletta, superando passi a circa 4.700 m di quota? Promesso, ce la metteremo tutta.

PERÙ – Cominciamo con le sorprese

La nostra entrata in Perù non è stata molto piacevole grazie all’incompetenza (o menefreghismo?) di un funzionario del consolato di Cuenca.

9 maggio – Tumbes (Perú)
Come apriamo la porta della nostra camera ci accoglie un “sberla” di aria calda e umida; sarà il leitmotiv fino a quando rimarremo sulla costa dell’oceano Pacifico. Il percorso sarà in piano fino a destinazione, dopo circa 40 km un ponte con due bandiere segna il confine tra Ecuador e Perù, oggi si cambia stato! All’ufficio di immigrazione della frontiera iniziamo con la prima sorpresa ed il primo fuc*** della giornata.
A Cuenca il funzionario (pensiamo fosse il console in persona), ci aveva detto che avremmo potuto avere un visto turistico di sei mesi invece di quello standard di tre mesi solo nell’ufficio di frontiera. Invece, pur dimostrandosi gentile e comprensivo, alla dogana il responsabile ci ha detto che solo i consolati, come quello in Cuenca, potevano fornirci l’estensione. Ripartiamo con un timbro sul passaporto che indica 90 giorni. L’unica soluzione sarà quella di uscire dal Perù fra tre mesi come italiani e rientrare subito come canadesi. Nulla di illegale, ci ha assicurato il funzionario, ma per noi saranno giorni e soldi buttati al vento e solo a causa di un console che…

E fin qui ci siamo arrivati

Per il resto nulla da segnalare, solo il molto caldo e la città di Tumbes che non è tra i migliori luoghi da visitare in Perù, domani cominceremo la discesa di circa 650 km verso Sud fino a Ciudad de Dios, da dove vorremmo salire nuovamente in quota per affrontare…

Sono andato a rivedere il testo di una canzone ascoltata oggi, mentre arrivavo alla frontiera tra Perù ed Ecuador: Mothers Of The Disappeared degli U2. La canzone è stata dedicata ai desaparecidos dell’America Latina, Argentini, Cileni e Salvadoregni che sparirono durante i regimi dittatoriali di un passato molto recente; regimi appoggiati spesso da chi si professa “portatore di democrazia”. Che il nuovo Papa rifletta su cosa hanno fatto i suoi compatrioti.

Manuela: PERÙ, finalmente ti ritrovo! Pedaliamo tra piantagioni di banane, ogni casco è protetto da grandi sacchetti di plastica con la scritta “banane biologiche”. Sotto tettoie di metallo si vedono vasche in cemento dove le banane vengono lavate, disinfettate, divise e inscatolate. Alcuni operai le stanno caricando su camioncini che le porteranno in capannoni refrigerati da cui grandi camion le trasporteranno verso l’aeroporto o il porto più vicino, dirette a destinazioni lontane. “Biologico” non sempre significa anche “ecologico”: l’impatto ambientale resta alto, tra plastica, trattamenti e trasporti.

10 maggio – Cancas de Punta Sal
Siamo vicino alla costa, ma l’oceano si intravede solo a tratti e il paesaggio è privo di fascino, monotono. Il nostro sguardo cade su mucchi di rifiuti abbandonati lungo la strada, che rendono l’ambiente ancora più desolante.


La barzelletta della giornata è l’hostal, sembra perfetto, con vista sulla spiaggia. All’arrivo, la signora a malapena ci degna di uno sguardo, troppo occupata con il cellulare e a seguire la discussione di alcune persone sulla strada. Controlliamo le camere, sono corrette, tranne il bagno, che è sporchissimo (la colpa è della muchacha, naturalmente); chiediamo che venga pulito, cosa che sarà sbrigata in tre minuti scarsi.
“Ah, c’è un problema con il serbatoio, l’acqua è chiusa. Quando vi serve, dovete aprire la valvola nel corridoio.”
E ancora: “Ah, Internet non funziona, ma domani dovrebbero venire a sistemarlo.”
L’unica cosa che non ha problemi è la tariffa, quella non è cambiata.


Il clou della serata arriva alle 20:30 circa, siamo già partiti verso nuove galassie e veniamo svegliati dalla prima scossa sismica. Se ne susseguono altre, ma la mattina ci svegliamo interi, niente crolli, niente tsunami.
Avremo solamente la sorpresa che l’acqua in bagno sarà definitivamente sparita, anche la famiglia che dorme nella camera vicina è incavolata nera. Sinceramente che la signora si ***, il bagno lo utilizziamo ugualmente prima di partire, a lei o alla muchacha l’opera di pulizia.

Aggiungo alla mia lista il vecchissimo (XVI secolo) brano Greensleeves nella magnifica interpretazione di Loreena mcKennitt.

Manuela: Come descrivere questa zona: povera, trascurata, molto sporca, strade disastrate, l’aria è impregnata di odore di pesce marcio e immondizia in decomposizione o in fiamme. Le spiagge sono piene di detriti e sporcizia, i posti dove dormire in sicurezza sono rari e discutibili. Manca altro? Ci consoliamo dell’hospedaje indecente (l’unico nella zona quindi o così o niente) con un ottimo piatto di pesce fritto mangiato vicino al molo.
Che boato e che salto nel letto! “Francesco, svegliati, presto è il terremoto …ma no, sarà un camion…”. Tutti fuori in strada, poi si rientra e poi di nuovo fuori, alla fine restiamo nel letto. La mattina scopriamo che l’epicentro è stato a circa 10 km da qui, che la prima scossa era di 5,2 e che in tutto ce ne sono state 7…nessun danno riportato.

11 maggio – El Alto
Perché un piccolo villaggio dovrebbe chiamarsi El Alto?
Forse perché per raggiungerlo bisogna superare una salita di 4 km al 4-7%. Non sarebbe nulla di particolare se non ci fosse una temperatura di 40 °C.


Notizia del giorno: abbiamo superato i 4.000 km di viaggio, tra circa 5.000 km saremo a destinazione.

Oggi è la festa della mamma: Beniamino Gigli, nel 1939, cantava Mamma.

Manuela: Stiamo attraversando una zona desertica e ci rimarremo per qualche giorno. Eravamo stanchi di montagne e di prendere pioggia? Eccoci serviti! Temperature infuocate, tante zanzare, strada dritta e noiosa, vento forte, costante e sempre contrario (come già ci avevano avvertito altri ciclisti). A destra, verso l’oceano, si estendono enormi bacini di evaporazione per la raccolta del sale, mentre a sinistra si vedono perforazioni di gas naturale e pozzi petroliferi. La cosa positiva è che c’è poco traffico anche se siamo sulla Panamericana.
Per la Festa della Mamma (ricorrenza molto sentita in Perù), pranziamo nell’unico ristorante del villaggio che offre un solo piatto del giorno: un eccellente capretto con riso bollito, frejoles e insalata di cipolle. Anche l’unico alberghetto è decoroso, e il proprietario, molto gentile, oltre alla chiave della camera ci consegna uno zampirone contro le zanzare.

12 maggio – Enace I
Le ultime parole famose: “Mettiamo la sveglia alle 5:30 per partire con una temperatura più accettabile e forse meno vento”. La sveglia suona la prima volta e poi ancora e ancora, alla fine saremo sulla strada alle 7:20… Tanto la tappa è corta.
Fare 16 km di deviazione per raggiungere una piccola città o fermarsi in un piccolo insediamento urbano con un solo alberghetto da 4 camere? Ovviamente non deviamo nemmeno di 100 metri! Arriviamo presto, ma in questo gruppo di case non c’è proprio nulla, recuperiamo per cenare un gelato e due scatolette di tonno al distributore.
Alle 22:30 ci svegliano gli occupanti di una stanza che, maleducatamente alzano la musica al massimo senza curarsi di nessuno… fortunatamente il proprietario del posto interviene subito.

Riflessione del giorno. Ascoltavo Disperato erotico stomp di Lucio Dalla, (divertente canzone di tanti anni fa che aggiungerò come musica del giorno). Il cantautore, ad un certo punto dice: “…Ma l’impresa eccezionale è essere normale…”. Mi ha fatto ricordare un passaggio di un vecchio libro di Reinhold Messner, Settimo grado, in cui l’alpinista diceva che ci vuole più coraggio a fare una vita considerata normale, che scalare montagne anche ad alto livello. Come non posso essere d’accordo con i due personaggi? Quali sono le nostre preoccupazioni? Programmare il percorso, pedalare, cercare un posto per mangiare e dormire. Sicuramente ci sarà qualcuno che non concorda con noi, ma vi assicuro che per noi è proprio così.

Deserto

Manuela: La strada si inoltra nell’entroterra, ma la monotonia del paesaggio non cambia, solo rocce, sabbia, mucchi di rifiuti,  sterpaglie, i caballitos che pompano lentamente il petrolio, chilometri di condotte, pale eoliche e ovviamente tanto vento forte contrario che ci sfianca anche su un tratto perfettamente pianeggiante.
Adoro la musica, è un bel sottofondo nella vita… ma qui in Sud America sembra che il volume basso non sia mai stato inventato. Nelle auto, sugli autobus, al telefono, nei ristoranti, nei negozi, ovunque si vada ed a qualsiasi ora del giorno, la musica è sparata a palla. Quanto è bello il silenzio!

13-14 maggio – Piura
Ci hanno sconsigliato di fermarci a Sullana, città di oltre 150.000 abitanti dalla pessima reputazione, oggi sono quindi previsti 110 km, ancora con il vento perfettamente contro. Alle 5:00 siamo già in piedi, pronti a partire con la prima luce, ma il vento si è svegliato prima di noi e ci facciamo i primi 30 km, in piano, a soli 9-10 km/h di media. Il paesaggio rimane desolante, con cumuli di rifiuti ai bordi della strada e il loro fetore che ci riempie le narici.
Arriviamo vivi nella città di Piura, con gli ultimi 10 chilometri abbastanza terrificanti nella circolazione cittadina; per attraversare incroci e rotonde ricorriamo al nostro collaudato metodo “Saigon”, appreso nella metropoli vietnamita: buttati nel traffico sperando che gli altri ti evitino, senza regole, devi solo pregare il tuo Dio o credere nel Karma.
Nella meritata giornata di riposo, come sempre, la mia gentil consorte vuole visitare la città: “Non vorrai stare in albergo tutto il giorno?” Il risultato sarà una salutare camminata di 6 km verso la solita piazza principale con chiesa annessa, qualche commissione, un salto in lavanderia per non puzzare troppo, e poi via a prepararci per i prossimi 300 km di deserto e vento contrario.

Manuela: Sapendo che Piura è una della città più antiche del paese, fondata nel 1532, e che è stata un importante centro commerciale e agricolo, mi aspettavo una città interessante da visitare. Forse i nostri cervelli sono troppo stanchi e abbiamo bisogno di non fare niente, ma non abbiamo visto nulla che ci abbia particolarmente colpito,una chiesa, qualche vecchia casa coloniale, ma in decadimento.
Vediamola positivamente, abbiamo mangiato tanto e dormito altrettanto, due perfette attività per un cicloviaggiatore stanco.

15-16 – Lambayeque
Non volevamo perdere la colazione che prevedeva brioscine con burro e marmellata e il sacchetto omaggio che la proprietaria dell’hotel ci aveva proposto con sei uova sode per il viaggio e altre quattro brioches. Come fare a rifiutare una simile offerta? Partenza quindi ritardata alle 9, nonostante i tanti chilometri previsti.
Superato il caos dell’uscita dalla città, torniamo sulla Panamericana. Il vento si alza, il sole pure. Inizia la nostra terza giornata nel deserto di Sechura: terzo giorno di vento in faccia, terzo giorno… puzzolente e di noia mortale.


Comprendendo la breve partenza di novembre da Los Angeles a Ensenada, MEX, oggi siamo al centesimo giorno di viaggio. Commenti e giudizi su questi tre mesi? Se ci fosse stata un po’ meno pioggia, forse avremmo apprezzato di più alcuni tratti, per il resto, ne riparleremo quando usciremo dal Perù.

Incontri sulla Panamericana

Il paesaggio non cambia, sempre squallido, immondizia ovunque e idioti al volante che strombazzano senza sosta. Verso le 4 del pomeriggio, dopo quasi 100km, entriamo in un ristorante all’incrocio con la PE-4, dove avevamo previsto di chiedere se potevamo accamparci.
Manuela si rimpinza di riso, fagioli e una misera ala di tacchino durissima, io mi accontento di tre delle uova sode regalateci a Piura.
Anche al calar del sole fa ancora caldo, montiamo la tenda dietro il ristorante, ci prepariamo un caffè e alle 19:30 ci buttiamo sui materassini completamente vestiti, siamo stanchi, sudati, appiccicosi e puzzolenti. Le salviette per neonati aiutano… ma non fanno miracoli.
Il mattino seguente il programma è il medesimo per tutti i cento prossimi chilometri: vento contro, autisti maleducati e chiappe in fiamme a causa di un’irritazione là dove non batte il sole, ma batte la sella.
Arriviamo a Lambayeque, nella diocesi del nuovo Papa Lion fourteenth quando predicava in Perù e ci ritiriamo in camera per un meritato riposo dopo queste due giornate odiose.

Musica del giorno? Niente! In questo schifo di posto non ho voglia nemmeno di ascoltare musica.

Manuela: Il deserto di Sechura, il più esteso del Perù, alterna zone di pianura, a dune di sabbia. Vicino ai letti dei fiumi, in questa stagione in secca, vediamo rare tracce di coltivazioni agricole. Ma perchè utilizzare il bordo della strada come un’ immensa discarica?
Nel tardo pomeriggio iniziamo a scrutare le dune, chiedendoci dietro quale potremmo nasconderci per dormire. In Patagonia avevamo piantato la tenda in un pollaio; stavolta, niente dune: alla fine siamo finiti tra un pollaio e un porcile. Chi puzza di più, noi o loro?
Due giornate veramente difficili, ad ogni chilometro mi chiedo “Ma che ci faccio qui?”.
Francesco ha problemi a rimanere in sella, e impreca di continuo. La motivazione è ai minimi termini, tanto che ogni tanto sbotta con frasi tipo: “Butto la bici nel fosso e prendo l’aereo per tornare a casa”. Il vento ci soffia in faccia la sabbia e la strada è una lunga linea retta, c’è poco traffico, quasi solo camion carichi e autobus di linea… A volte si vedono persone sedute dietro i pianali dei camion, li invidio (anche se penso che siano illegali venezuelani). Ogni 10 km ci imponiamo una sosta per bere, intorno, dune di sabbia a sinistra e a destra, i 3-4 posti di ristoro lungo la strada sono come oasi, dove ci scoliamo rapidamente una bottiglia di soda fresca.
Caro camionista, ma perché ogni volta che mi superi in mezzo al nulla devi suonare come un forsennato? Siamo solo io e te, nel deserto, la strada è larga, non c’è anima viva. Che bisogno c’è di farmi saltare ogni volta? Mi rompi i timpani, mi fai venire un mezzo infarto e, onestamente, ho già le palle abbastanza rotte a pedalare in questo posto assurdo. Vuoi salutarmi? Vuoi avvisarmi che arrivi? Ti ringrazio, davvero… ma posso anche farne a meno.

17 maggio – Lambayeque
Il mio culetto chiede pietà e quindi, con la scusa della cultura, ci prendiamo un altro giorno di riposo andando a visitare il Museo delle tombe del Signore di Sipan. Il fabbricato richiama la forma della piramide in cui sono state trovate 16 tombe tra le quali quella del Señor. Un pensiero va a quelle signore convinte di sistemarsi per sempre accanto al ricco consorte, spinte da puri interessi economici. Che beffa sarebbe scoprire che anche oggi, la concubina, viene seppellita con il vecchio che muore prima di lei. Altro che eredità, tutto e tutti finiscono sottoterra!
I reperti sono molto ben restaurati grazie anche all’aiuto di aziende private europee.


Manuela: Questo museo è concepito in modo eccellente, a ogni piano sono esposti i reperti ritrovati nello stesso livello della sepoltura originaria. Splendidi vasi in terracotta e oggetti decorativi in oro, argento, rame e pietre semipreziose testimoniano l’alto rango del defunto. La tomba, scoperta nel 1987 a pochi chilometri da qui, è una straordinaria testimonianza della civiltà Moche del III-IV secolo d.C. Sono state ritrovate 16 tombe, poiché alla morte del Signore si usava sacrificare mogli, concubine, figli, guerrieri e animali per accompagnarlo nell’aldilà… chissà se lo hanno seguito con devozione o se l’hanno maledetto fino all’ultimo respiro?


18 maggio – Zaña
Oggi solo una sessantina di chilometri inclusa una sosta alle tombe del Señor de Sipan, quelle in cui sono stati ritrovati i reperti che abbiamo ammirato ieri nel museo di Lambayeque.
Cominciamo la giornata con una nuova sorpresa: il mio GPS non prende più il segnale dal satellite. Garmin colpisce ancora, la qualità dei suoi dispositivi per un uso intenso come il nostro a volte lascia a desiderare. Riesco a farlo ripartire, ma è la seconda volta in questo viaggio che devo rimetterlo a zero. Mai più un prodotto Garmin.
Attraversiamo la cittadina di Chiclayo e con una bella pedalata tranquilla tra coltivazioni di canna da zucchero arriviamo al sito archeologico. Sorpresa: oggi è giornata gratuita per i musei e la polizia che sorveglia l’area, ci fa parcheggiare le biciclette davanti al loro ufficio: “Lasciate tutto qui, ci pensiamo noi.”


Alla fine, questa deviazione sarà un bell’intermezzo nel nostro lungo viaggio nel deserto verso Sud.

Oggi, Roma c’erano due finali del torneo di tennis: la maschile in cui Sinner ha perso contro Alcaraz e quella del doppio femminile vinta da Errani e Paolini, ieri la stessa Paolini aveva vinto la finale femminile. Direi che possiamo accontentarci, a loro dedico Viva l’Italia di Francesco De Gregori.

Manuela: pedaliamo su una strada secondaria non asfaltata tra canne da zucchero, finalmente il silenzio. È affascinante camminare tra gli scavi delle tombe di Huaca Rajada dove si vedono bene i tumuli funerari scavati nella terra ed i corsi disposti secondo le tradizioni del popolo Moche.
Anche la piccola città rurale di Zaña è una bella sorpresa, con il suo passato coloniale importante. Un tempo ricca e prospera grazie alla produzione di zucchero, fu quasi completamente distrutta da un’alluvione nel XVII secolo. Domani mattina convincerò Francesco a visitare le rovine delle chiese, purtroppo il Museo sulla storia degli schiavi africani portati qui dagli spagnoli è chiuso in questi giorni.

19 maggio – Ciudad de Dios
Partenza con cielo coperto per quella che dovrebbe essere la nostra ultima giornata nel piattume del deserto. Anche oggi siamo accompagnati dall’immondizia onnipresente ai lati delle strade, dentro e fuori i villaggi con relativa puzza ignobile, vicino ai centri abitati non è raro vedere gente che cerca qualcosa tra i mucchi dei rifiuti, cani scheletrici che cercano qualcosa da mangiare in compagnia degli urubù, grandi uccelli saprofagi di colore nero.
Questa mattina nel villaggio di Zaña abbiamo incrociato il camion della spazzatura che trasmetteva un messaggio governativo sull’illegalità del buttare la spazzatura ovunque, ma come pensano di convincere la gente a non farlo? È evidente una profonda mancanza di consapevolezza riguardo all’igiene e alla tutela ecologica. In tanti villaggi e piccole città mancano scuole, acqua potabile, elettricità, fognature e trattamento dei rifiuti, ma vediamo costruire grandi strade a doppia carreggiata in zone quasi disabitate e dove non passa quasi nessuno, saranno scelte politiche.

Durante una sosta caffè, nel locale è passata una canzone di Julio Iglesias, un cantante che mio suocero adorava (e che noi trovavamo molto kitsch, scusa Walter). Pensando a lui oggi non aggiungo la canzone che abbiamo sentito, ma qualcosa a me più vicino… Manuela


Manuela: Fa un certo effetto arrivare in un albergo e, alla domanda “Avete una camera matrimoniale libera?”, sentirsi rispondere: “Per quante ore?”. È l’unico albergo della zona, ha un bel garage per le bici e l’ingresso profuma di pulito, quindi qui non facciamo i difficili: “Per tutta la notte!”

20 maggio – Chilete
Alle 4:30, qualcuno lascia l’albergo facendo rumore, mi sveglio e penso che non ho voglia di rimettermi in strada e pensando alle salite in quota nelle montagne mi chiedo: come pedalerò, sarò più in forma dopo questi giorni al caldo?
Ore 6:00 suona la sveglia, come ogni mattina concedo a Manuela ancora 5 minuti, ma io salto subito giù dal letto. Fatichiamo a fare colazione, fatichiamo a partire, che poca voglia!
Ritorniamo all’incrocio con la PE-8, abbandonando la Panamericana e cominciamo a dirigerci verso le montagne. Il traffico è scarsissimo e principalmente costituito da camion, la razza di guidatore peruviano “meno peggio” (concedetemi la licenza poetica).


Più avanziamo verso le montagne altissime, più il nostro morale migliora; forse solo chi, come noi, è stato per anni ‘malato di montagna’ può capire l’effetto che ha l’avvicinarsi a una valle e a montagne così imponenti su degli alpinisti (anche se ormai dobbiamo dire ex-alpinisti).
In ogni caso, poco prima di mezzogiorno abbiamo percorso oltre la metà dei 90 km di una tappa che non pensavamo di completare per intero, ci mancano ancora 6-800 metri di dislivello; che siano troppi per farli in una volta sola dopo tutta questa pianura? La sosta per una Coca Cola in un ristorante diventa sosta pranzo con un piatto di ottimi gamberetti e Manuela (dicendo che suo papà sarebbe orgoglioso di lei) si sbafa anche un piatto di cipolle crude come insalata.
Ripartiamo dicendoci che, se non dovessimo farcela, ci fermeremo per strada da qualche parte con la nostra tenda. Invece verso le 15 arriviamo alle porte del paesino di Chilete, il venticello da dietro e la stupenda valle ci hanno rimessi in forma, ci guardiamo e concordiamo che oggi non abbiamo nemmeno fatto molta fatica dopo 91 km e 1.150 metri di dislivello positivo.

Oggi, mentre salivo nella valle, ho ascoltato Pink Floy – Live at Pompei, il brano The great gig in the sky si addiceva molto all’ambiente in cui pedalavamo.

Manuela: ho sempre avuto la sindrome di Heidi, quando vedo una montagna, una parete di roccia, capre e pecore nei pascoli, o la neve sulle vette lontane, mi sento rinascere. Il puzzo di discarica dei giorni precedenti si è trasformato in un buon profumo di terra appena arata e di fieno tagliato. Entrambi ricominciamo a sorridere. Superiamo una diga e ci ritroviamo sul bordo di una lago…
Uhaoo, non siamo proprio fatti per il deserto. Chissà se rimpiangerò queste parole quando, tra pochi giorni, mi ritroverò di nuovo al freddo, sotto un temporale o magari sotto la neve a 4.000 metri. Oggi mi godo questi paesaggi a me familiari.

21 maggio – San Juan
A parte l’essere disturbato da un maledetto gallo che ha iniziato a cantare alle 4 di mattina, iniziamo la giornata di buon umore. Ma appena ritrovate le nostre biciclette nella hall dell’alberghetto, scopriamo che la mia gomma posteriore è a terra. Sostituiamo velocemente la camera d’aria, togliamo due spine di cactus e partiamo dopo aver tolto anche dalle gomme di Manuela ben altre 4 spine.
Dopo appena un chilometro.. Boum! esplode la mia camera d’aria, una Bontrager, coincidenza? Due camere d’aria nuove, stessa marca, stesso negozio, una esplode al gonfiaggio, l’altra dopo meno di un chilometro. Sfortuna, qualità scadente o stoccaggio discutibile?
Finalmente, alle 9 ripartiamo e subito in salita, la valle si restringe, ma resta affascinante, tutta un’altra cosa rispetto al deserto.
Sosta caffè, sosta gelato, sosta caramelle, piccolo scroscio d’acqua per un chilometro ed arriviamo nel paesino di San Juan. Gli ultimi dieci chilometri sono stati duri, però non possiamo lamentarci di noi stessi 50 km x 1.400 m con le nostre bici stracariche non sono pochi e siamo arrivati a 2.300 ma di quota, domani il passo a 3.200 m e poi discesa a Cajamarca, un meritato riposo ci attende.

La musica di Eddie Vedder che fu scritta per per il film Into the wild è particolarmente ispirante, oggi aggiungo Guaranteed. Questo paese, soprattutto la valle che stiamo risalendo ci fa ammirare ad ogni chilometro la bellezza della natura che ci circonda.

Manuela: Oggi è la prova che questi viaggi mettono alla prova non solo il fisico, ma anche la testa. Se due forature fossero capitate qualche giorno fa, in pieno deserto e con il morale a terra, forse le bici sarebbero volate davvero in un fosso. Oggi non eravamo certo felici di riparare due gomme nell’arco di un quarto d’ora, ma l’abbiamo presa col sorriso: fa parte del gioco. Maledette spine di cactus… è ufficiale, noi e il deserto non siamo compatibili. Avevamo previsto di dormire in tenda lungo la strada, ma in un minuscolo paesino spunta la scritta Hostal. È quasi buio, e mentre ci dirigiamo verso l’unico ristorantino, dove la cena è Caldo de Gallina, un gruppo di bambini gioca in strada. Ridono, scherzano, e ci salutano in coro con un grande sorriso, prima di tornare a rincorrersi.

22 maggio – Cajamarca
Quando guardo fuori dalla finestra alle 5:45, ci sono ancora alcune stelle e la luna sta tramontando, non una nuvola in cielo! Il proprietario dell’hostal ieri ci aveva detto che doveva partire in viaggio presto, quindi alle 7:00 siamo in strada. Tutta salita per 25 km e 18 ripidi tornanti fino al passo Abra El Gavilán erroneamente segnato con un cartello a 3.050 mslm, mentre GPS e cartina segnano 3.230 mt. Con tutta la fatica che abbiamo fatto dal livello del mare a qui, non vogliamo certo farci fregare 200 metri di sudore.


La salita verrà ripagata con una bella discesa verso la grande città di Cajamarca dove ci riposeremo per un paio di giorni.

Oggi mi sentivo ispirato per ascoltare un po’ di lirica ed al bel risveglio dedico Mattinata di Leoncavallo in un’interpretazione di Luciano Pavarotti.

Manuela: un tornante dopo l’altro e siamo al passo. Siamo fortunati, ci sono diversi cantieri lungo la strada e la circolazione viene bloccata spesso per molti minuti, mentre ci lasciano sempre passare; ci godiamo così alcuni chilometri in solitudine, nel silenzio interrotto solo da un abbaio di cane, un “Buenos días” di un campesino o un muggito di una vacca.
Dal passo, il panorama sulla valle sottostante è magnifico, peccato che proprio in cima ci sia una grande cava, che distruzione.

ECUADOR – La pioggia e l’artrosi

Sembravano rose (e qui ne producono molte), ma invece erano ortiche.
Cambiamento di programma…

3 maggio – Ambato
Dopo una giornata di riposo, si riparte. Ma che succede a pochi chilometri dall’albergo? Inizia a piovere, BASTA! È da oltre un mese che non vediamo una vera giornata di sole, ogni giorno pioggia, pioggerella o veri diluvi. A volte per tutto il tragitto, altre a sprazzi, appena partiti, poco prima di arrivare, o di notte, obbligandoci in ogni caso a pedalare su strade bagnate.
Siamo entrati in Ecuador il 22 aprile, le tappe non sono state lunghe in termini di chilometri, ma ogni giorno abbiamo affrontato almeno 1.000 metri di dislivello, tra i 2.500 m ed i 3.500 m di altitudine, spesso su pendenze che sembrano rampe da garage. La morale?

Forse dalla foto non si capisce, ma la pendenza è oltre il 20%

Oggi ho detto basta alla pioggia e basta alle salite stile Mortirolo, almeno per qualche giorno. Dobbiamo trovare un’alternativa, perché tutta questa umidità e queste pendenze hanno risvegliato la mia povera artrosi, forse ho chiesto un po’ troppo alle mie giunture malandate, messe alla prova da anni di attività sportiva in montagna. Abbiamo promesso, a chi ce lo ha fatto notare, che ci prenderemo qualche giornata di riposo e andremo in cerca di un clima più clemente.
E adesso? Domani prenderemo un autobus per Cuenca, evitando così circa 300 km e 7.000 m di dislivello, poi riorganizzeremo il percorso delle prossime settimane. Secondo l’etica del cicloviaggiatore puro, che deve avanzare solo con la forza delle proprie gambe, questa scelta non è corretta. Lo ammetto, ho sempre criticato chi si serviva di mezzi pubblici alla prima difficoltà, non rinnego nulla, ma stavolta rischiavo davvero il KO tecnico e il rientro anticipato a casa. Voilà, mea culpa!

Ascoltate Mauvaise journée di Stromae… Me la dedico, oggi era proprio una cattiva giornata.

Manuela: Oggi ci aspettava una giornata dura, e speravamo almeno in un cielo nuvoloso, ma asciutto ed invece dopo appena 10 km di salita tosta per uscire dalla città, già fradici come pulcini, abbiamo perso la pazienza. Non ci è rimasto che fare marcia indietro e tornare in albergo. Le previsioni meteo restano disastrose per i prossimi giorni, riceviamo allerte sul cellulare per innondazioni e possibili frane. Siamo delusi, ma sappiamo che in un viaggio lungo queste cose possono succedere. C’è chi è costretto a prendere un autobus perché la bici si rompe, chi perché viene messo ko dalla “Turista”, e chi, come noi, perché pioggia e umidità hanno finito per arrugginire le articolazioni.

4 maggio – Cuenca
Questa mattina ci rifacciamo la salitona di 10 km di ieri per arrivare al terminal degli autobus dove a mezzogiorno, sotto una pioggerella fitta, partiamo alle 12h00 con puntualità svizzera.
La “zia Natalie” ci aveva chiesto quando ci saremmo fermati, adesso è stata accontentata. Natalie, se ci leggi stappa una buona bottiglia in nostro onore, io ho ormai dimenticato il sapore del vino, tra la tua amica astemia e la scarsa offerta, mi devo accontentare di birra insipida.
Mentre scrivo seduto in autobus, siamo alla stessa altezza del Monte Adamello (montagna di 3.554 m delle Alpi dietro casa nostra ), ci sono vacche al pascolo e vediamo in lontananza delle macchie di neve; è il Chimborazo (6.268 m), purtroppo non riusciamo a vederne la vetta, le nuvole sono appena al di sopra di noi.

Arriviamo a destinazione dopo ben 8 ore, fortunatamente l’albergo è a un chilometro dal terminal degli autobus. Buona notte!

In autobus stavo facendo pulizia delle mie foto, passa una foto di Lee, conosciuto sulla Baja, mi viene in mente Padre Hugo, una delle più belle persone che abbiamo conosciuto in questo viaggio. Voglio dedicargli Heaven on their mind, uno dei più bei brani del film Jesus Christ Superstar. Anche se il film è molto vecchio (1972) lo consiglio vivamente.

Manuela: Viaggiare in autobus è uno spaccato autentico di vita locale. Secondo l’orario ufficiale, il viaggio doveva durare cinque ore e mezza, con tre o quattro fermate nei paesi lungo il tragitto. In realtà sarà tutto un sali e scendi, le persone aspettano sul ciglio della strada, alzano una mano e l’autobus si ferma. A bordo il bigliettaio chiede la destinazione, incassa i soldi e consegna un biglietto che verrà ritirato al momento della discesa. Tutto avviene con un’efficienza sorprendente.
È domenica, le signore tornano dal mercato con i sacchi della spesa, ci sono famiglie con bambini, nonni e nonne, tante persone indossano abiti tradizionali colorati e ricamati, c’è chi riesce a sedersi e chi resta in piedi. Sale una nonnina trasportando un grande secchio più pesante di lei, le cedo il mio posto, mi sorride e prima di scendere mi stringe la mano con dolcezza. Attraversiamo paesaggi montani immersi nella nebbia, con nuvole basse e pioggia fitta, e guardo la strada che avremmo voluto percorrere in bicicletta. Devo ammetterlo, anche se un po’ a denti stretti, è stata una decisione saggia lasciar perdere.

5-6 maggio – Cuenca
Terminata la colazione, usciamo per far sistemare il raggio della ruota rotto sull’ultima salita di ieri e rientriamo appena in tempo per… evitare la pioggia. Usciamo a cambiare dei soldi e… rientriamo sotto una fitta pioggia. Comincio quasi a rimpiangere i 40° C del deserto sulla Baja California.


Ci prendiamo una intera giornata per visitare la città, che molti descrivono come una delle più interessanti del paese… a piedi e con molta calma.
Il giro turistico del centro storico prevede, per la gioia della mia gentil consorte, il passaggio da una decina di chiese, alcune veramente interessanti dal punto di vista architettonico, un paio di piccoli musei ed una visita al Consolato del Perù per vedere se possiamo prolungare la permanenza nel paese oltre i 90 giorni previsti per gli Italiani.


Dopo questo descanso a Cuenca, abbiamo deciso di puntare verso il Pacifico e proseguire lungo la costa, attraversando il confine con il Perù a un’altitudine più rilassante. Proveremo a tornare in quota un po’ più a Sud, non ho ancora rinunciato al sogno di percorrere il nostro ‘Everest ciclistico’. Intanto, le pastiglie prescritte a Manuela per l’artrosi alla mano, sembrano dare sollievo anche a me (lo sappiamo, i farmaci non si passano, ma certe situazioni richiedono misure… farmacologicamente discutibili).
À suivre…

Manuela: Ci avevano detto che Cuenca era una bella città, e non siamo rimasti delusi. È stata una sosta piacevole, ricca di scoperte culturali e architettoniche… e abbiamo mangiato come porcellini all’ingrasso! Avrei comprato mille cose di artigianato locale come sempre, le porterò nei miei ricordi, nessun grammo supplementare è concesso nelle borse della mia Fermenta (nome della mia bicicletta).

Pianificando le prossime tappe, ascoltavo Everything di Alanis Morissette, la cantante è canadese, ma il nesso è che questa canzone era ripetuta alla nausea nella palestra in cui andavo ad allenarmi in pausa pranzo prima di emigrare in Canada.

7 maggio – Santa Isabel
Partiamo da Cuenca, fortunatamente con poco traffico vista l’ora, e ci dirigiamo verso la destinazione decisa. Sopravvissuti all’uscita dalla città (oltre 600.000 abitanti), cominciamo a pedalare in una valle che ci ricorda l’Alta Valle Camonica nelle nostre montagne della provicnia di Brescia, la sola differenza è che qui si vendono noci di cocco…SOLE! Incredibile, questa mattina guardiamo il cielo davanti a noi, è azzurro. Continuiamo in leggera salita e la valle si fa sempre più bella, sembra proprio di essere nelle Alpi italiane, l’Ecuador è veramente un paese fantastico per chi ama la montagna.
Incontriamo due ciclisti in MTB che ci interrogano sul nostro viaggio, vogliono fare qualche foto con noi, poi loro ripartono verso casa e noi continuiamo in direzione della costa.
La ripresa del viaggio è andata bene, arriviamo a destinazione sotto il sole. Domani scenderemo ancora di più, la frontiera peruviana si avvicina.

Manuela: Tra un paio di giorni dovremmo raggiungere il livello del mare, il che dovrebbe tradursi in una lunghissima discesa… ma in questo paese le cose non funzionano così. Chi ha progettato le strade da queste parti? Nelle Sierra, e in tutto l’Ecuador, è un continuo tornanti e saliscendi, anche quando scendi da 2.600 metri fino a quota zero in 200 chilometri, alla fine ti ritrovi comunque con quasi 2.000 metri di dislivello nelle gambe…tutto allenamento, direbbe qualcuno.

Giornata quasi completamente sotto il sole, anche noi potevamo… I can see clearly now come Johnny Cash.


8 maggio – Santa Rosa
La notte scorsa non ho dormito bene, come diciamo noi avevo “i nervetti alle gambe”. Al mattino mi alzo e, appena sento le gambe indolenzite, subentra una depressione pensando al sogno che dovrebbe essere il clou del nostro viaggio.
Ci rimettiamo in sella, generalmente sulle salite è Pantanina Manuela che sta davanti, ma oggi dopo pochi chilometri sono richiamato all’ordine perché l’ho lasciata indietro un po’ troppo.
La prima cosa positiva è che nell’aprire la porta della camera siamo accolti da una seconda giornata con un cielo completamente azzurro. Dopo pochi chilometri entriamo in una valle disabitata, molto brulla e selvaggia, spettacolare, fantastica. Mi ricorda le fotografie che ho visto delle valli che dovremmo (condizionale d’obbligo) attraversare, risalire e scendere nelle prossime settimane quando entreremo nella sierra peruviana. Il morale ritorna ad un buon livello.


Le discese finiscono ed arriviamo a Pasaje, ci avevano consigliato di fermarci in un hotel poco prima della città, ma vedendo un’auto della Polizia, provo ad interrogare i due agenti sulla situazione “sicurezza”, sapiamo che la zona costiera la costa dell’Ecuador è problematica a causa di guerriglia e narcotraffico. Il poliziotto sul sedile del passeggero ha il mitra a tracolla, non appoggiato per terra o sul sedile posteriore, ma a tracolla. Per caso pronto all’uso?
Abbiamo già fatto 90 km, ma i due, gentilissimi e molto precisi nelle indicazioni, ci suggeriscono di continuare fino a Santa Rosa, bella cittadina tranquilla a 30 km e ci raccomandano anche di metterci in camera prima del buio. ¡No se preocupe! è da sempre la nostra regola della vita da ciclista-viaggiatore: pedala, mangia, dormi e ripeti, niente vita notturna.
All’ingresso del paese, ci fermiamo a fare la spesa e nel piccolo supermercato sento parlare italiano, mi giro e scopro di essere in compagnia di una famiglia milanese che vive qui da anni. Solite domande di curiosità sul nostro viaggio, ma abbiamo la conferma che al loro villaggio nella sierra, possono dimenticare la porta di casa aperta poiché non succede nulla, è la costa la zona problematica, non è grave manca ancora un giorno e poi si cambierà paese.

Manuela: La famiglia italiana che abbiamo incontrato ci conferma che non piove così da 50 anni, che la stagione delle piogge di solito finisce a metà aprile con qualche strascico fino a fine mese, ma niente a maggio nelle montagne. Anche nella valle dove loro vivono ci sono state tantissime frane.
Ecuador, mi sono innamorata di questo paese, ma mi hai tradito! Mi obblighi a ritornare, forse con la mia Princess che sarà contenta di rivederti.

Oggi, metto nella mia lista una vecchia canzone degli Abba, I have a dream. Anche io spero che il mio sogno si avveri; promesso che se poi dovrò andare in pensione anche come ciclista non mi lamenterò più… Forse.

Il riassunto del nostro ECUADOR

Siamo entrati in Ecuador il 22 aprile ed abbiamo attraversato il confine del Perù il 9 maggio.

  • Chilometri percorsi: 573
  • Metri di dislivello: 8.083
  • Giorni totali inclusi riposi e visite: 17
  • Giorni in sella: 11
  • Notti: Albergo e ospiti vari 17, nessun giorno in tenda. Come in Colombia, la troppa pioggia ed i prezzi economici, ci hanno spesso convinti a scegliere una camera piuttosto che la tenda.

PRO
– Il popolo ecuadoregno è estremamente accogliente, cortese e sempre sorridente.
– La città di Cuenca merita una visita.
– Le montagne e le valli dopo Cuenca, ci hanno ricordato le nostre Alpi.
– Tutta la strada che attraversa la Sierra offre paesaggi molto suggestivi.
Manuela: anche i pompieri ospitano i ciclisti nelle loro caserme… Donne, non illudetevi, nessun soggetto da calendario, solo molta gentilezza e simpatia

CONTRO
– Aggiungiamo i guidatori ecuadoregni a fianco dei colombiani nella nostra personale classifica delle persone più irrispettose nei confronti dei ciclisti.
– La meteo. Anche in questo paese non siamo stati fortunati, un vero peccato perché la pioggia ci ha rovinato buona parte del viaggio e dell’umore.
– Nessun merito gastronomico, anche se gli ingredienti a disposizione come frutta, verdura e pesce sono di ottima qualità.

Grazie Ecuador, ti ricorderemo per sempre.

Il QR code precedente permette di accedere all’applicazione Ride With GPS e visualizzare tutte le tappe ecuadoregne del nostro viaggio.

Adiós Ecuador

ECUADOR – Latitudine zero

L’Ecuador, siamo alla latitudine zero. Le montagne sono sempre più alte e l’aria si fa più frizzante. Riusciranno i nostri eroi a superare anche questi 1000 km?

 22 Aprile – Tulcán
Questa mattina siamo entrati in Ecuador in compagnia di Jorge e Aurelio. Le pratiche burocratiche sono state veloci per tutto il gruppo, compreso Jorge, che aveva dimenticato a casa il certificato della vaccinazione contro la febbre gialla; ha avuto fortuna, non gli è stato richiesto. Dopo pochi chilometri di salita, abbiamo raggiunto la prima città e rapidamente ci ritroviamo nel parco principale in pieno centro.


Dovendo fare passare qualche ora, dopo l’abbondante pranzo, la nostra jefa Manuela ci propone un visita particolare: il cimitero! All’inizio ridiamo della scelta, ma appena superato il cancello ci ricrediamo, siamo in un magnifico giardino celebre per le sue siepi di cipresso potate per creare diverse forme: una vera opera d’arte. Aurelio regala a ciascuno una piccola bandiera dell’Ecuador che fissiamo dietro alla bici come simbolo di buon auspicio, poi ci dirigiamo verso la casa di Gary, nostro ospite Warmshowers.


Gary è un giornalista quarantenne che vive da solo con due cani. È una persona appassionata di educazione ed ha trasformato la sua casa (casa dei nonni che lui sta ristrutturando poco a poco) in un piccolo museo con l’intento di migliorare la vita sociale del quartiere.
La sera siamo invitati a una piccola riunione di vicinato da lui organizzata, per trovare soluzioni di sicurezza di base poiché, negli ultimi tempi, con il continuo passaggio di migranti venezuelani, si sono verificati furti e aggressioni. Ad un certo punto, anche noi siamo interrogati su cosa accade nelle nostre città, ma non siamo di molto aiuto, per nostra fortuna abitiamo in una delle città più tranquille del mondo.

Per la musica del giorno aggiungo il brano Zapateando Juyayay di Juyac, quando nostra figlia tornò dall’Ecuador, dopo un periodo di vacanze-lavoro, ci asfissiò per settimane con questa canzone.

In pratica: Ti buttiamo in una vasca con acqua gelida, ti frustiamo con le ortiche e ti bruciamo…. Tradizioni indigene…

Manuela: finalmente in Ecuador! i passaggi di frontiera, per dei vagabondi in bicicletta, sono sempre un po’ stressanti, ma oggi fila tutto liscio perchè a turno entriamo negli uffici, mentre gli altri sorvegliano le biciclette. Molti ci avevano messo in guardia su questa zona, parlando di furti e pericoli… e invece, dopo pochi chilometri in questo nuovo paese, ci sentiamo tranquilli e sereni. La prima cosa che abbiamo visitato? Un cimitero. Speriamo non sia di cattivo auspicio… ma impossibile pensarlo, il luogo è così suggestivo!

23 aprile – Bolivar
Eccoci alla prima vera tappa ecuadoregna, con molta calma partiamo dalla città natale di Carapaz, il vincitore del Giro d’Italia 2019. Oggi proseguiremo in tre, perchè Jorge ha deciso di continuare in autobus, rimarremo quindi solo in compagnia di Aurelio.
È anche l’occasione per conoscere meglio il nostro nuovo compagno di viaggio; prima di lasciare la casa di Gary, questo strano Babbo Natale dalla barba grigia, regala a ciascuno di noi un portachiavi intrecciato a mano come portafortuna. L’altro giorno, a Ipiales, aveva detto a Manuela che, dopo un anno di viaggio solitario, era la prima volta che attraversava una frontiera in compagnia.


Stiamo pedalando da pochi minuti quando siamo abbordati da un paio di ciclisti locali che vogliono una fotografia ricordo con noi, poi ci immettiamo sulla E35, la Panamericana seguiremo con qualche deviazioni fin quasi al confine peruviano. In cima alla lunga salita quotidiana, incontriamo Dayana (@dayagguerrero) una giovane ciclista che si sta allenando, chiacchieriamo qualche minuto di passioni ciclistiche, di abitudini locali e le chiediamo com’è il rapporto tra automobilisti e ciclisti da queste parti… Speriamo sia meglio che in Colombia!

Continuiamo per la nostra strada ed arriviamo così a Bolivar, dove saremo ospiti dei bomberos (I pompieri). Nel vederci arrivare, il comandante della caserma sembrava quasi ci aspettasse, infatti ci dice che questa mattina ci aveva visti vicini a Tulcán.
La nostra prima vera giornata in Ecuador è stata piacevole, la temperatura era piuttosto fredda ma asciutta, la valle è molto carina con campi coltivati a perdita d’occhio e nonostante il traffico la strada ha una buona corsia d’emergenza per pedalare in relativa sicurezza. Speriamo di continuare così.
Oggi ho finalmente ricominciato a riascoltare musica, la prima canzone è stata Naturaleza di Danit.

Manuela: Siamo sull’altipiano andino, la storica Panamericana si snoda tra colline ondulate, dovrei chiamarle colline o montagne? in questo tratto un saliscendi continuo su e giù sempre tra i 2500 e 3300 metri sul livello del mare. Il cielo è sempre minaccioso, ma arriviamo asciutti alla caserma dei pompieri che ci ospitano nel dormitorio. Dove sono i pompieri da calendario? …forse oggi non erano di turno…in compenso all’inizio del paese ci da il benvenuto la riproduzione gigante di un mammut.

24 aprile – Ibarra
Quando lasciamo la caserma dei pompieri pioviggina, ma per fortuna la pioggia smette poco prima di imboccare la E35. E, per la prima volta, intravediamo un cielo quasi azzurro. Metti la giacca togli la giacca, è il rituale che quasi ogni giorno ci accompagna fin dall’arrivo in Sud-America.


Cominciamo con una lunga discesa di una ventina di chilometri che ci porta nella valle del fiume Chota,fa caldo e tutto è coltivato. Dopo una curva vediamo una montagna in lontananza, innevata, alta, bella. Finalmente siamo nel nostro elemento.

Nel primo pomeriggio arriviamo nell cittadina di Ibarra, ospiti a casa di Elaine, un’americana della rete Warmshowers che vive qui da circa vent’anni. Elaine ci accoglie nel cortiletto della sua casa coloniale, ci mostra le due stanze in cui dormiremo e poi ci saluta velocemente dicendo che ci sentiremo al suo ritorno dal lavoro.
Dopo tanto tempo, ci faremo una magnifica, fantastica, rilassante doccia veramente calda. Quando tutti e tre saremo puliti e riscaldati partiamo per cercarci un ristorante. Questa volta torneremo alle origini, ci dirigiamo a El Horno, per mangiare una pizza cotta con un forno a legna. Il gusto non sarà come quello a cui siamo abituati, ma gli ingredienti sono naturali ed il risultato è più che eccellente. Scoprendo che siamo italiani, il padrone del locale ci offre anche delle buone banane flambées.

Manuela: sulla strada, all’ingresso di ogni paesino è comune trovare cappelle, statue o monumenti che rappresentano figure storiche, culturali o religiose significative per la comunità locale. Mi diverto a immaginare cosa rappresenterà il prossimo paese. Dopo una bella e lunga discesa con le mani incollate sui freni, cosa può aspettarsi un ciclista? Salitaaaaa ! guardando il profilo altimetrico del nostro percorso in Ecuador, credo che sarà il nostro destino per svariate settimane.
La città di Ibarra è davvero graziosa, così come la casa tipica di Elaine, che ci accoglie con grande gentilezza insieme alla sua cara mamma e ai suoi tre cani.


25 aprile – Otavalo
Oltre i confini italiani, è stata recentemente resa famosa dalla serie televisiva “La casa de papel”, ma in Italia ha sempre avuto un significato diverso. Oggi, nel giorno in cui si celebra l’ottantesimo anniversario della fine della Seconda guerra mondiale, ascolto “Bella ciao“: una canzone simbolo della nostra storia e della resistenza.

Questa mattina Elaine ci prepara la colazione e abbiamo il piacere di gustare dei pancakes con sciroppo d’acero, una delizia che ci fa ricordare il nostro Québec da cui proviene il 75% della produzione mondiale.
Di cosa si parla attorno a una tavola di ciclisti? Di viaggi in bicicletta, ovviamente. Però non siamo così monotoni. Elaine, con entusiasmo e orgoglio, ci racconta i suoi programmi di volontariato per aiutare i bambini disabili a migliorare la loro vita quotidiana, anche attraverso l’apprendimento dell’uso della bicicletta. Le proponiamo di mettersi in contatto con una nostra conoscente di Virginia Beach, impegnata in un’attività simile, e Aurelio decide di restare qualche giorno in più per offrire il suo aiuto e la sua esperienza. Ripartiamo quindi da soli: la tappa di oggi è breve, appena 25 chilometri fino a Otavalo, città famosa per il suo mercato artigianale. Siamo ospitati da Papito Papito, un motociclista viaggiatore che oltre a noi accoglie Leo, un altro motociclista argentino che sta viaggiando su una particolarissima moto. Leo e Papito ci suggeriranno le migliori strade da percorrere in Argentina.

Manuela: Non smetteremo mai di ripeterlo, le persone che incontriamo in questi viaggi rendono ogni luogo unico, la gentilezza e l’ospitalità delle persone ci sorprendono ogni volta. Come fare per non acquistare nulla visitando un immenso mercato dell’artigianato ? Viaggiare in bicicletta dove tutto è ridotto all’essenziale.


26-27 Aprile – Caluqui
Siamo diretti al villaggio dove la nostra Princess aveva trascorso un paio di settimane facendo volontariato quando frequentava il college, un’esperienza che è rimasta tra i suoi ricordi più belli. Ad accoglierci troviamo Bryan, uno dei figli di Elvia, una signora che oltre a lavorare per sostenere la sua famiglia, ha dedicato molto tempo all’organizzazione di viaggi per i giovani delle scuole del Québec. Ci viene offerto di dormire in una camera con vista sul lago San Pablo, poi visitiamo il villaggio e, la sera, siamo invitati a casa loro per la cena. Già sapevamo che questa gente (sia colombiana che ecuadoregna) era generosa ed altruista, ma ogni volta siamo colpiti per ciò che riceviamo.


Descrivere dettagliatamente in un blog queste persone e la loro vita non sempre facile, sarebbe troppo lungo, quindi ci limitiamo a ringraziarle ed a augurargli il meglio per i loro progetti futuri.

Manuela: ho capito perchè mia figlia si era innamorata di questo villaggio e della sua gente. Abbiamo assistito a una partita di calcio, impastato e cotto il pane, dato da mangiare a maiali, polli e porcellini d’India e visitato le serre di rose. Nel villaggio, dove vivono circa 300 famiglie, una ventina di piccole imprese coltivano rose (rosse, gialle, rosa e bianche) per il mercato nordamericano. Ogni rosa a gambo lungo viene venduta a soli 8 centesimi di dollaro, e in meno di 15 giorni finisce in un bouquet a New York, venduta a minimo 2 dollari cadauna. È un lavoro duro e meticoloso, 12 ore al giorno tra cura delle piante, potatura e imballaggio per un misero salario mensile.

La musica del giorno è Longuita nella versione di Apu. A mio parere è una delle più belle musiche andine, ma negli ultimi tre giorni ci ha asfissiato. Alle 5 del mattino il camion che vende bombole del gas passa nelle vie suonando questa musica per farsi riconoscere, non ne potevamo più.

28 aprile – Ascazubi
Al risveglio piove, alla partenza piove, all’arrivo smette di piovere. La sfortuna colpisce ancora!

Serre di rosai

La valle che percorriamo sembrerebbe carina, però le nuvole basse impediscono di vedere il panorama.

Incontri di viaggio: comitato ti accoglienza all’inizio di un paese.

La sosta pranzo (senza pranzo) di oggi la facciamo proprio alla latitudine zero; Il luogo non è particolarmente valorizzato, ma dopo una tisana calda per riprenderci dal freddo, ritroviamo le energie per scattare la foto di rito.


Ancora un piccolo sforzo e finalmente arriviamo a destinazione, per la seconda volta siamo ospiti dei bomberos che ci offrono una camera, una cucina e la doccia calda. Usciamo a comprare qualcosa per la cena ed al ritorno, vediamo una bicicletta fermarsi al cancello. È Laura, un’inglese che avevamo superato prima di arrivare a Ibarra e che oggi dormirà con noi.

Manuela: Quanta acqua, ancora pioggia, Resisteremo o prima o poi cederemo alla tentazione di caricare le bici su un autobus? A nord di Quito c’è la famosa Ciudad Mitad del Mundo, con un monumento imponente a segnare l’equatore… peccato che non sia proprio nel punto giusto! È stato costruito lì più per motivi turistici che geografici. Noi invece la foto l’abbiamo fatta sul vero Equatore—latitudine zero precisa, parola di GPS!

29 aprile – Sangolqui
La giornata di oggi non è niente di speciale; chilometri, salite e discese e come sempre un po’ di pioggia. Il maltempo ci sta rovinando la bellezza di queste montagne.

Manuela: una giornata di semplice transito, senza infamia né lode. Ci siamo premiati con una notte in un grazioso alberghetto e un pranzo luculliano (le porzioni sono da lottatore di sumo): pollo arrosto, patate, riso, fagioli e una zuppa con zampe di gallina e verdure. Come si dice da queste parti, un almuerzo completo.


30 aprile – Latacunga
In Scozia avevo sentito un proverbio: “Quando la mattina ti alzi, apri la finestra e vedi il sole, chiudila e riaprila, vedrai che piove”.
Da Bogotà a oggi è piovuto tutti i giorni, a volte su di noi, a volte di notte, a volte appena partiti o appena arrivati.
Cominciamo a pedalare su una lunghissima salita di una quarantina di chilometri, a 5 km dal colle da cui dovremmo divallare comincia a piovere, siamo a 3.500 metri di quota e ci sono circa 11 C, ci ripariamo appena in tempo sotto la tettoia di un ristorante. Decidiamo di aspettare per vedere se smette, ma la pioggia si trasforma in acquazzone e, per non ripartire, chiediamo ai proprietari due caffè. Purtroppo, abbiamo un solo biglietto da 20 $ e loro non hanno il resto:”Bevetevi il caffè, non c’è problema”.
Ci sentiamo un po’ in imbarazzo e cerchiamo qualcosa per contraccambiare, ieri avevamo comprato un pacco di pasta e glielo offriamo; così, per una volta, cambieranno menu mangiando pasta invece del solito riso bollito. Il resto della strada sarà sotto l’acqua che prenderemo dal cielo e dalle auto che ci superano.

Per democrazia colloco anche gli ecuadoregni al primo posto della mia personale classifica dei peggiori conduttori. Persone gentilissime nella vita, anche loro diventano degli **** con un volante tra le mani (mi astengo da scrivere ulteriori commenti).
Per chi fosse curioso:
PEGGIORI CONDUTTORI NEI CONFRONTI DI UN CICLISTA:
1 Colombiani e Ecuadoregni
2 Italiani
3 Cileni
4 Canadesi del Quebec
MIGLIORI
1 In assoluto i camionisti messicani
2 Canadesi delle province atlantiche
3 Statunitensi (Texani a parte)


Le nostre tenute da pioggia fortunatamente funzionano, anche se ci sentiremo addosso un’umidità oscena fino al momento di chiudere gli occhi. Domani è un altro giorno, la battuta non è: “Pioverà?”, ma: “Quanta ne prenderemo?”

Manuela: No comment ! Oggi sarebbero solo parolacce, preferisco astenermi. Nessuna deviazione per vedere il Cotopaxi da vicino, rimaniamo sulla strada principale sperando di non annegare. Latacunga ci sembra una cittadina piacevole, con alcune case antiche costruite in pietra pomice. Ma non ci fermiamo a visitare nulla, questa sera pensiamo solo a scaldarci e rifocillarci.

1-2 maggio – Ambato
Dopo la giornata di ieri, la voglia di ripartire è poca. Ma il dovere chiama (la tappa è per fortuna abbastanza breve) e ci rimettiamo in strada. Miracolo: arriviamo ad Ambato senza prendere pioggia!
La stanchezza si fa sentire, ma è soprattutto il maltempo a pesare sull’umore. Un’altra cinquantina di chilometri sull’odometro verso il sud e domani riposo totale… sempre che Manuela non mi faccia camminare chilometri per visitare la città.

Manuela: Siamo stanchi del rumore del traffico sulla Panamericana e, visto che il tempo sembra reggere, ci spostiamo su una strada parallela, ottima scelta! Attraversiamo il cantone di Salcedo, conosciuto per la coltivazione dei fiori e per il suo gelato tipico multistrato alla frutta. Una serie di bancarelle a bordo strada vendono entrambi. Nonostante io sia un vero gelato addicted, oggi proprio non ne ho voglia, ho ancora freddo da ieri.

COLOMBIA – El Trampolin de la Muerte

Bella l’immagine di apertura? Oggi l’AI fa molte cose, anche divertenti. Il perché di questa immagine lo si capirà leggendo l’articolo.

12 aprile – Trampolin de la Muerte
Il menù del giorno prevede l’inizio del Trampolin de la Muerte, tra le strade più pericolose al mondo: 80 km di carreggiata sterrata a corsia unica, una media di 18 curve per chilometro, piogge costanti, visibilità spesso scarsa, terreno instabile, frane frequenti e profondi precipizi senza protezione. Auto, moto, furgoni e camion a velocità piuttosto elevata, perché collega due città molto abitate con 140 km, l’alternativa sarebbe di farne più di 500. È una strada storica, iniziata dai missionari cappuccini nel 1909, poi fonte di conflitti tra le popolazioni indigene che cercavano di proteggere l’Amazzonia. Per chi conosce il Passo del Gavia (classica salita del Giro d’Italia) immaginate di moltiplicarlo per quattro… nel cuore della foresta sub-tropicale.

Oggi arriveremo a un colle a circa 2.300 metri. Partenza alle ore 7, i primi 15 km su asfalto, poi tutta su sterrato. Attraverseremo una decina di guadi, le pendenze medie sono accettabili, 5-7% e qualche muro intorno al 10% . Le bici sono un po’ più leggere, abbiamo spedito parte del bagaglio nella città che raggiungeremo fra 3-4 giorni. A metà salita entriamo nelle nuvole, finalmente, la temperatura scende, ma l’umidità aumenta.
Al colle dove ci hanno consigliato di dormire, c’è uno pseudo-ristorante dove chiediamo se possiamo installare la tenda sotto un tetto.

Il proprietario, un uomo sulla settantina con occhiali neri e ghigno da Padrino, ci chiede 20.000 COP (5 €) per 3 persone, non è che ci lamentiamo della cifra, ma del principio. È d’uso che i ristoranti in cui consumi, ti facciano piazzare la tenda gratuitamente. Fu*** you.
Morale della giornata: guidano come folli, forse è questa una delle principali cause di incidenti mortali e ovviamente zero rispetto per il ciclista. Fino a oggi, per me i conducenti più irrispettosi erano gli italiani, da quando sono in Colombia ho rivalutato i miei connazionali.


Manuela: Salita e strada incredibile! Mille sfumature di verde che rappresentano l’incredibile varietà della vegetazione. Più saliamo, più il paesaggio migliora e le gambe sono sempre più stanche. Per evitare di essere travolti dai camion, siamo spesso costretti a fermarci sul ciglio della strada, e ripartire su certe pendenze è una fatica extra. Ci avevano raccomandato di non pedalare mai dal lato del precipizio e se necessario di pedalare contromano, effettivamente se si scivolasse, chi ci ritrova più! Prendiamo la pioggia solo negli ultimi chilometri, ma tanto siamo già zuppi per l’umidità, chissà quando riusciremo ad asciugarci, forse tra 3 giorni.

Sdraiato sul nostro rumoroso materassino, in un locale sporco e umido, tentando di addormentarmi, pensavo alla giornata tutta in salita, in parte sotto la pioggia, cercando di evitare di farci travolgere dai pazzi al volante. Continuando con il filone franco-canadese oggi, alla mia lista, aggiungo Aujourd’hui ma vie c’est d’la marde di Lisa Leblanc.

13 aprile – Sibundoy
Cominciamo con la musica del giorno. Si parla di alba, acqua (ne abbiamo presa tanta fino ad oggi) e natura. Vediamola poeticamente. Oggi aggiungo Amanecer di Danit.
Durante i molteplici risvegli notturni, si sente sempre piovere, però nelle prime ore della mattina riusciamo a scamparla. Come in ogni buona avventura dopo soli 5 km di discesa, vediamo un altro posto dove dormire dall’aspetto decisamente migliore, peccato non averlo saputo ieri.
Piccola sosta foto, si ferma un’auto e ci vengono regalati due mandarini.
A causa di un piccolo incidente che ci ha costretto ad un breve ripiego, Jorge ci distanzia e lo ritroviamo dopo un paio d’ore seduto al tavolo di un ristorantino. Mangiamo anche noi dell’ottima pasta fritta ancora calda e ripartiamo.

Completiamo la salita sotto l’acqua, ma con due sacchettini di noccioline regalateci da un’altra auto. Iniziamo l’ultima lunga discesa verso la fine del Trampolin de la Muerte e passiamo davanti ad una tiendita: sosta con caffè caldo, e mentre ce lo beviamo con gusto comincia un diluvio. Aspettiamo in piedi sotto la tettoia per più di un’ora; la voglia di caffè è stata provvidenziale.
Siamo alla fine, magicamente riappare la strada asfaltata, ci dirigiamo al paese di Sibundoy e dopo due giorni bagnaticci dormiamo in albergo. Quello che troviamo è un po’ particolare: la carta igienica è contata e la doccia che dicevano calda, diciamo che non è congelata.

Manuela: Ieri sera abbiamo appeso i vestiti in tenda, sperando che si asciugassero un po’… Ah! Ah! Ah! Poveri illusi! Alle 6 del mattino indossare roba bagnata e fredda è davvero un piacere. La strada è tosta, ma dai racconti mi aspettavo peggio; forse ci è andata bene, a parte i conducenti dei veicoli motorizzati, pazzi da legare, il resto era tutto ok.
Piccola nota: quando parliamo di ristorantini o negozietti, sono in realtà dei buchi che, in questi luoghi, diventano posti di ristoro da sogno. Se nelle foto non si vedono parti di strada franati, precipizi o noi schiacciati contro la roccia per far passare un camion, è perché in quei momenti eravamo impegnati in altro; alle foto pensavamo solo quando non diluviava e pedalavamo tranquilli.

14 aprile – Santiago
Ripensandoci bene, perché farsi per tre giorni di seguito più di mille metri di salita? Oggi giornata relax, ci spostiamo in un secondo hotel che dovrebbe essere più decente 15 km più avanti e qui, finalmente dal 25 marzo in Messico, ci facciamo la prima doccia CALDA! Anche oggi pioggia, e domani? No comment.

Manuela: suona la sveglia, alziamo gli occhi al cielo, è grigio e piove. Basta uno sguardo tra di noi: ancora acqua e ci spuntano le branchie! Accettiamo di fare qualche chilometro in piano per raggiungere l’inizio della prossima lunga salita. Eccellente scelta, paesino tranquillo, alberghetto pulito e una signora gentilissima che ci accoglie con un sorriso smagliante.

Ieri non ci avevo pensato, ma la canzone del giorno non potrà essere che il tema del Padrino di Nino Rota.

15 aprile – El Encano
La strada si impenna dal primo chilometro e resterà empinada fino al colle da dove cominceremo a scendere. Sono 17 km, la pendenza media alla fine sarà del 8-9 % con rimontini fino al 13 %. I ciclisti lo capiranno, le bici del Giro d’Italia sono sui 7-9 kg, noi dobbiamo moltiplicare il peso per 4 o 5.
È MALEDETTAMENTE DURA! Mi sento fisicamente in forma, nonostante ci troviamo vicini ai 3.000 m di quota, ma penso alle mie ginocchia che ogni giorno peggiorano ( ho subito tre operazioni ai menischi, mi manca un bel pezzo di legamento crociato e soffro di artrosi…eh sì, l’età avanza!). Spero di non lagnarmi più fino alla tappa finale, ma oggi mi fanno veramente male.
Il GPS segna 13% di pendenza, scendo e mi faccio un chilometro a piedi.
Siamo in settimana santa, che Padre Hugo mi perdoni, ma il primo pensiero va alla III Stazione della Via Crucis quando Gesù cadde per la prima volta. noi siamo al terzo giorno di salite impegnative, incrociamo le dita. La giornata si conclude positivamente, quasi al passo ci fermiamo a fotografare una distesa di frailejones (Espeletia), le piante simbolo di queste regioni (stampate anche sul retro della banconota da 5.000 pesos), era una delle cose che avremmo voluto vedere in questo viaggio, direi che siamo stati accontentati.
Oggi arriviamo in paese asciutti, facciamo una bella doccia, nuovamente calda, mangiamo un’ottima trota e ci mettiamo in branda alle 17 per rilassarci.


Visti i pensieri negativi suggeriti dalle mie povere ginocchia distrutte dalle continue salite, oggi il mio umore era nero pensando al nostro sogno peruviano. La sola canzone che mi viene in mente è Paint it black dei Rolling Stones.

Manuela: giriamo attorno alla piazza e la strada sale come una rampa di garage, ci siamo sbagliati? Purtroppo noooo! 2-3 tornanti, poi ancora e ancora, @#§%&! “Dai che dopo spiana”… Macché, non spiana niente! Anzi, più saliamo, più si fa ripida. Francesco si lamenta delle ginocchia, anche le mie scricchiolano, ma preferisco pensare positivo: siamo a 3.000 metri, respiriamo bene e  non piove. Ottimo così! Il paesaggio è magico, la vallata sotto di noi è a perdita d’occhio, coltivazioni di mais, tomate de arbol, granadilla, lulo, vacche al pascolo, etc. Ogni tanto una casa isolata, sempre annunciata da 2-3 cani a bordo strada, ma i cani colombiani sono gentili con i ciclisti, spesso non ci considerano, al massimo un mezzo abbaio, giusto per dire al padrone che hanno fatto il loro dovere. Quasi al passo, in un páramo (ecosistema montano tipico delle Ande), compaiono i magici alberi che desideravamo vedere, che bella sorpresa!


Poi si scende e appare la laguna de la Cocha, sulla strada un gruppo di bambini sta provando un balletto con musica moderna a tutto volume. Incrociamo Nelson, un ciclista colombiano, professore universitario di inglese anche lui diretto verso El Trampolin. Con pochi pesos ci compriamo una montagna di uchuva (alchechengi), poi troviamo  un alberghetto con doccia bollente accanto ad un ristorantino dove divoriamo una eccellente trota fritta con patate. In piazza, una banda di giovani musicisti sta suonando… che dire, la grande fatica di oggi è stata ripagata da tante piccole sorprese e domani sarà un altro giorno di salite e forse di pioggia.

16 aprile – San Juan de Pasto
Nonostante la nostra stanza sia un buco, siamo riusciti ad incastrarci con le biciclette e passare una buona notte. Oggi ci concediamo una partenza posticipata di mezz’ora e ci dirigiamo dove ha dormito Jorge, un ristorante-caseificio 3 km più avanti lungo la salita. Ci gustiamo un buon tinto e, nel pagare, mi cade l’occhio su un formaggio a forma di pera. Chiedo cosa sia e la risposta è quella che speravo: provola! Peccato non avere con noi un pacchetto di riso Carnaroli.

Salitella tranquilla di altri 5 km, foto ad un mirador quasi al passo e facile discesa verso Pasto, una città di circa 400.000 abitanti. Qui saremo ospiti di Mateo, un ciclista del gruppo Vibico che ci offre un appartamento a dir poco eccezionale in centro città, spazioso e con tutte le comodità a disposizione. Il pacco con le cose spedite da Mocoa, dovrebbe arrivare solo il 19, siamo sicuri che ci dispiaccia aspettarlo? Siamo in sella dal 20 febbraio e negli ultimi 5 giorni abbiamo fatto parecchio dislivello, credo che questa sosta forzata sarà molto salutare. Il confine con l’Ecuador si avvicina.

Manuela: Tutti ci avevano parlato malissimo di Pasto: “State attenti, è una città molto pericolosa, niente cellulari in vista, niente macchina fotografica, ecc… E poi, con la Settimana Santa, sarà affollatissima!”.
Mateo ci accoglie come principi. Nel centro città tutto ci sembra simile alle altre città colombiane, anzi: le strade sono sorprendentemente pulite e tranquille. Mateo ci conferma di evitare di girare con cellulari o macchine fotografiche, meglio portare con sé solo i soldi necessari. Questo è il nostro rituale durante i giorni di riposo: far la spesa, mangiare, dormire, lavarsi, fare il bucato… e ricominciare.

È solo il titolo che rende l’idea, però nel campeggio di “Don Vito Corleone” dell’altro giorno, Jorge, avendo abbandonato il proprio materassino considerandolo irreparabile ha dormito su un paio di cartoni. Ecco l’occasione per aggiungere Sleeping on the floor di The Lumineers.

17-18 aprile – San Juan de Pasto
Alla fine il pacco è arrivato 2 giorni prima del previsto, potremmo partire subito. Pasto, città con grandi tradizioni religiose e numerose chiese, attira sia credenti che turisti, decidiamo di restare qualche giorno in più per visitarla, lavare la biancheria e riposare le rotule.
Le chiese sono architettonicamente una diversa dall’altra, visitiamo le principali, tanti fedeli entrano ed escono, nella piazza principale sono anche esposte grandi sculture che rappresentano la Via Crucis (utilizzate anche per i carri del carnevale che qui comincia il 28 dicembre). Buona Pasqua!
Passiamo una piacevole serata cenando con Mateo, si parla del più e del meno, della Colombia e delle particolarità di questa regione, nota per l’insicurezza e il coinvolgimento nel narcotraffico.

Manuela: Passiamo del tempo a parlare con nostra figlia neo laureata e festeggiarla a distanza. Brava la nostra Princess! Adesso goditi la tua libertà per un po’, ti aspettiamo a pedalare con noi in autunno. Siamo orgogliosi di te. ❤ ❤ ❤


La nostra Princess il 17 aprile 2025 ha ufficialmente finito l’università. Ancora più patita di me per la musica cominciò a suonare pianoforte parecchi anni fa, quando era adolescente adorava Cœur de Pirate ed uno dei primi pezzi che imparò a suonare fu Intermission.

19 aprile – Pedregal
Si ricomincia subito in salita e fortunatamente, le pendenze sono umane. Partiamo abbastanza presto la mattina ed alla fine della salita, appare una panadería, perfetta pausa per il nostro tinto mattutino.
Discesa di 25 km fino a Pedregal. Troviamo un piccolo hotel in centro al villaggio che è proprio vicino alla stazione della polizia. Sapendo che potremmo guadagnare un’altra decina di chilometri dormendo in un altro posto fuori dal paese, provo a chiedere informazioni sulla situazione sicurezza.

La risposta è veloce, l’hotel è isolato e ci consigliano di restare qui. Inutile riflettere, paghiamo la camera e la giornata è finita.
Domani partiremo presto, è domenica di Pasqua e come abbiamo passato una delle città più pericolose di Colombia, Soacha, senza problemi data l’ora e dato il giorno, arriveremo anche all’ultima città sul confine di questo paese.
Manuela: dopo tante salite, che bella sensazione quella di aver male alle mani per il continuo frenare in discesa!

Non so quando potrò riascoltare la mia musica in pace mentre pedalo, probabilmente nella Sierra. Su queste strade ce lo dicono tutti… No des papaya… Sii discreto… Quindi niente musica. Sdraiato sul letto in attesa dell’ora per dormire, leggo un articolo sui Pink Floyd e decido di aggiungere Comfortably numb.

20 aprile – Ipiales
Oggi un’altra bella giornatina da 45 km x 1.400 m di dislivello. Praticamente tutta salita fino a destinazione.


Essendo domenica, la strada è invasa da ciclisti, con il nostro ritmo tranquillo piano piano risaliamo la lunga valle che ci porta a Ipiales, l’ultima città in cui soggiorneremo prima di arrivare alla frontiera con l’Ecuador.
Oggi siamo ospiti di Andrés, anche lui anfitrione del gruppo Vibico. Arriviamo a casa sua, ci offre un mate di benvenuto, ceniamo e facciamo conoscenza reciproca. Sono le 19 quando Jorge ci comunica che è arrivato. Lui ha scelto di passare un giorno di più a Pasto e si è fatto in una sola tappa tutta la strada arrivando al buio. Scelta curiosa, perché ha sempre ripetuto che non è saggio viaggiare dopo il tramonto, ma è già la seconda volta che lo vediamo arrivare con il buio.
Dopo poco arrivano anche Boris, un altro anfitrione colombiano che accompagna Aurelio, un giornalista salvadoregno diretto a Ushuaia. Boris anima la serata elogiando l’ospitalità dei colombiani, dicendo che gli piacerebbe vedere più cicloturisti nel suo paese. Noi ascoltiamo, a volte ribattiamo, ma non è semplice fare capire che per noi stranieri la Colombia, in tante zone, è ancora troppo “difficile”.
Manuela: Oggi la salita non finiva più e con una pendenza costante che non ci permetteva di rilassarsi un solo attimo. Abbiamo fatto una pausa a lato strada con un gruppetto di ciclisti di una squadra, ridavamo insieme sul fatto che una nostra borsa pesava più di tutta la loro bicicletta.

21 aprile – Santuario di Las Lajas
Nella giornata di descanso andiamo a visitare una chiesa a qualche chilometro dalla città. Boris, viene a prenderci con il suo minivan e la combriccola composta da due Colombiani, un Colombiano di Germania, un Salvadoregno e due Italiani, parte per il santuario.


La chiesa ed il villaggio adiacente sono molto interessanti, ma cosa ci fa una chiesa gotica in un posto simile? Il mio pensiero è sulla vita di coloro che l’hanno costruita, quanti operai saranno precipitati in fondo a quel canyon? Era necessaria questa “cattedrale nel deserto”?
È il lunedì di Pasqua, Papa Francesco è morto la notte scorsa, farò il bravo e mi fermerò qui.
Andrés è stato un ottima guida e ci ha mostrato ogni angolo del piccolo villaggio, rientriamo a casa e prepariamo le nostre cose per il passaggio della frontiera di domani.

Il riassunto della nostra Colombia.

Siamo arrivati a Bogotá il 26 marzo ed abbiamo attraversato il confine dell’Ecuador il 22 aprile.

  • Chilometri percorsi: 875
  • Metri di dislivello: 14.000
  • Giorni totali inclusi riposi e visite: 27
  • Giorni in sella: 17
  • Notti: Albergo e ospiti vari 25, tenda 2. La troppa pioggia ed i prezzi economici, ci hanno spesso convinti a scegliere una camera piuttosto che la tenda. Dato che gli sconti per anziani mi hanno fatto capire che faccio parte della terza età, quando posso, preferisco dormire sul morbido.

PRO
– Il popolo colombiano si è dimostrato gentilissimo, operai della strada che ti invitano a mangiare, sconosciuti che ti offrono frutta, negozianti che non si fanno pagare il caffè. Grazie soprattutto a Camilo di Bogotà, Angie e Jeison di Verdeyaco, Mateo di Pasto e Andrés di Ipiales per l’accoglienza ricevuta.
– I musei di Botero e dell’oro, fantastici.
– Il deserto di Tatacoa, deviazione obbligatoria per chi decide di venire in Colombia.
– Il Trampolin de la Muerte. Ne valeva proprio la pena, due giorni ed 80 km da ricordare; per me rimarrà uno tra i percorsi più belli della mia vita da ciclista.
Manuela: la varietà di piante e fiori è incredibile. Quanto gustosa è la frutta e gradevole la zuppa calda che viene sempre servita all’ inizio di ogni pasto.

CONTRO
– Fino all’arrivo in questo paese, pensavo che i peggiori guidatori al mondo nei confronti dei ciclisti, fossero i miei compatrioti italiani, da oggi il trofeo lo assegno ai Colombiani (Cari Colombiani, non insultatemi🙂).
– La meteo. Preferisco spalare neve a -30 C, che pedalare per giorni nell’umidità, sotto la pioggia ed a temperature sub-tropicali.
– Il perenne senso di insicurezza che ti accompagna. No des papaya, è la frase che abbiamo sentito ripetere ogni giorno passato in Colombia. Cosa significa? Tieni un profilo basso, non esporti, sii discreto. Vorrei pedalare per il piacere, non per continuare a guardarmi attorno.
Manuela: svegliarsi sempre al freddo e tutto è sempre umido o per l’umidità o per la pioggia.

Adios Colombia

COLOMBIA – Caldo, pioggia e las maravillas de la naturaleza

La nostra discesa verso Sud continua ed inizia aprile, il mese più piovoso dell’anno, ma come dice Camilo: No somos de azucar.

1 aprile – Natagaima
Sembrava dovesse piovere, invece la tappa inizia e finisce sotto il sole. Pedaliamo in sandali fin dal primo chilometro e scarpe nelle borse che quando riapriremo ci provocheranno un malessere momentaneo: sentono ancora di formaggio stagionato in decomposizione.
Volevamo dormire in tenda sulla strada all’inizio del deserto de la Tatacoa, ma i 35º C e l’umidità sopra l’80% ci fanno preferire una camera nella città prima del bivio. Siamo due vecchi pensionati, possiamo rimandare ancora per un po’ le scelte da veri duri.
Manuela: Cielo azzurro, cosa rara da queste parti dove sembra piovere sempre. Attraversiamo vaste distese di risaie e penso al duro lavoro degli agricoltori, immersi tutto il giorno nell’acqua tra serpenti, sanguisughe, zanzare e non certo equipaggiati con tenute impermeabili, che vita! Lungo la strada, negozietti vendono oggetti in argilla fatti a mano, il più gettonato? Il porcellino salvadanaio anche in versione gigante. Ieri avevo lavato velocemente le scarpe, illudendomi di ritrovarle profumate alla lavanda, pesce d’aprile ! riusciranno mai i nostri eroi a riutilizzarle senza asfissiarsi?


Qualche giorno fa vedevamo ovunque baracchini che vendevano chicha, oggi ho sentito una vecchia canzone di Inti Illimani: Señora Chichera.

2 aprile – Villavieja
Lo so, sono monotono, però la prima cosa che faccio ogni mattina è riverificare Windy per la meteo (che è altrettanto monotonamente fissa sul piovoso) e oggi cosa ci suggerisce? Forse non la prenderemo!
Pronti, partenza, via verso il deserto. Solita carretera rumorosa, ma con un asfalto ottimo. Arriviamo al bivio per Patá e La Victoria, da dove raggiungeremo un ferry per attraversare il Rio Magdalena.


Una ventina di chilometri di sterrato in un ambiente desertico, ma verde, diverso dal solito. Ci sono 30° C, ma sembra meno caldo degli altri giorni. Sostiamo per un bibita fresca da Jaime, un anziano signore che ha un negozietto sulla strada, parliamo un po’ con lui, gli promettiamo di mettere la sua tienda su iOverlander e prima di partire ci regala un paio di chewing-gum.
Raggiungiamo un villaggio, sembra molto tranquillo, cerchiamo il posto in cui dormire e ci rilassiamo per la giornata successiva.

Manuela: Ferry? parliamone. Una piccola chiatta che ci fa attraversare il fiume con acque torbide cariche di argilla e sedimenti, meglio non caderci dentro, non ci ritroverebbero mai più, la corrente è molto forte. Finalmente siamo su una strada sterrata, solo il rumore della natura. Osserviamo il deserto… ma è verde ! ovvio c’è acqua, ritroviamo vari cactus, dune di sabbia grigia coperte di erba e vacche al pascolo. Nell’ultimo paese, la proprietaria dell’albergo ci parla con entusiasmo di questa zona di 370 km² che la popolazione indigena cerca di valorizzare. Esiste una parte del deserto con sabbia e rocce rosse; domani in base al caldo, decideremo se allungare il percorso di un giorno oppure no.

3, 4, 5 aprile – Rivera, Gigante
Oggi tappa dura, non tanto per la strada, quanto per il caldo. Come dissi ad un Colombiano: “Mi sento più a mio agio nella neve ed a -30º C che a queste temperature“.


Un paio di persone ci hanno sconsigliato di dormire nella cittadina che avevamo scelto così abbiamo fatto una deviazione di 5 chilometri al 3-5 % con 35° C. Io mi sono sciolto Pantanina-Manuela pedalava in scioltezza.

Manuela: Niente deserto rosso, caldo e umidità atroci! Attraversiamo la città di Neiva, poco rassicurante e poco attraente. Mangiando un gelato, chiacchieriamo con un ragazzo venezuelano gentilissimo che ci consiglia il paesino dove fermarci per la notte, non tutti i centri abitati nella zona sono sicuri per due turisti… e nemmeno per i locali.

Rivera

Era da un po’ che non ascoltavo il mio cantautore preferito, Fabrizio De Andrè, oggi ho passato un’oretta con le sue canzoni e dedico Bocca di rosa alla nostra amica Roberta originaria di Genova , mi sembra di ricordare che al suo matrimonio pranzammo vicino a Sant’Ilario, nello stesso “paesino” della canzone. Ciao Robi.

Sveglia, partiamo, piove, no non piove, facciamo tappa corta… Questi sono i discorsi di due ciclisti, accaldati, umidi fino alle ossa, un po’ stanchi e che non hanno voglia di buttarsi in strada.
Alla fine, a svegliarci definitivamente, ci pensa il campanile della chiesa. Ci rimettiamo sulla carretera 45 e ci dirigiamo verso Gigante.
Il caldo aumenta e saranno 70 km x 1.000 m. Come qualcuno di cui non faccio il nome ha scritto ad un amico: “Francesco cola sudore da lasciare una scia che sembra la bava di una lumaca“.


Abbiamo quasi terminato la nostra giornata che incontriamo Jorge, un ingegnere colombiano che vive a Dusseldorf che si sta dirigendo in Perù. Restiamo in contatto e la sera  ci incontriamo per bere qualcosa assieme, dopo varie discussioni filosofiche, programmiamo di continuare assieme per un po’.

La signora non era molto abile con i cellulari

La giornata di riposo a Gigante passa tranquillamente e mentre discutiamo sul programma della prossima settimana, si fa vivo anche Gus, l’olandese incontrato già nei giorni scorsi. Ceniamo assieme parlando della vita nei rispettivi paesi e verso le 20 ognuno si ritira nei propri alloggi.

Manuela: Panaderia y Pasteleria, un sogno per chi adora i dolci! in ogni paesino ad ogni angolo ce ne è una, i dolci sono buoni anche se un po’ monotoni, il paradiso dello zucchero di canna, arequipe (dulche de leche) e Guayaba. Anche il pane è dolce al nostro palato, ma il ciclista affamato divora tutto.

6, 7, 8 aprile – Altamira, Bruselas, San Juan Villalobos
Da oggi iniziamo a pedalare con Jorge, pur non avendo molta esperienza come cicloturista, fisicamente è in forma, ci ha detto che in passato correva la maratona in 3:30.


Saliscendi piacevoli, nessun “rimontino ignorante” e poco dopo mezzogiorno arriviamo a destinazione. Finalmente, siamo in una cittadina carina, a parte il solito caos della via principale, il quartiere residenziale che attraversiamo a piedi è tranquillo, le case sono ben tenute e le persone che incrociamo salutano cordialmente. Qui non si ha l’idea di essere in un paese con la fama che tutti conosciamo.
Devo ammettere che oggi non ho sudato come sempre, questa sera “appena” 25º C. Aprendo la finestra al mattino, in lontananza, vedo una cima innevata, sarà il miraggio della voglia di vedere le montagne? L’idea mi fa già sentire meglio.

Manuela: siamo nella zona di coltivazione del cacao e del caffè. Si dice che il miglior caffè colombiano provenga da Brusselas. Io, che adoro questa bevanda, non perderò l’occasione di assaggiare tanti tinto (tazzina di caffe nero). Questo pomeriggio, ad Altamira, iniziamo con la degustazione di una bella tazza di cioccolato caldo servito con biscottini a forma di grissino stranamente non dolci e bocconi di formaggio fresco: eccellente!

Cercando la lista da ascoltare sulla strada decido per musica franco-canadese e così per queste giornate calde, troppo calde, vada per Lit vert di Plume Latraverse che mi fa ricordare la primavera québécoises con la sua slush.

Cronaca ciclistica della tappa verso Bruselas: 1.000 m di salita con alcuni tratti piuttosto ripidi, un passaggio da Timaná per fotografare il monumento alla Gaitana, l’eroina indigena del XIV secolo che diede filo da torcere agli invasori spagnoli. Poi è la volta di Pitalito, una città in cui, si dice, si può gustare il miglior caffè di Colombia.
Jorge preferisce fare un lunga sosta per il pranzo, noi preferiamo soste brevi e arrivare presto per evitare i temporali pomeridiani. Giunti a destinazione, io e Manuela decidiamo di aspettare il nostro compagno di viaggio in piazza, preferiamo sia lui a negoziare il prezzo dell’hotel, a volte, spesso, i gringos hanno prezzi differenti dai locali.


Dopo una colazione senza caffè, cominciamo subito con 17 km di salita costante, qualche impennata nelle curve più strette, ma alla fine arriviamo al posto di blocco dell’esercito per il cambio di regione. Il seguito sarà una bella discesa fino a San Juan. È da quando siamo partiti da Bogotá che la carretera 45 è un cantiere continuo ed osserviamo. Ci sono una miriade di operai che lavorano manualmente. Giusto? Sì, dai lavoro a molte persone. Sbagliato? Sì. La qualità del lavoro non sarà mai come quella fatta da macchine specializzate. Osserviamo, passiamo oltre ed apprezziamo i tratti di strada nuovi.

Come sempre, in salita non riesco ad ascoltare musica, ma appena arrivato al colle, ricomincio e continuo ad ascoltare la lista di lettura di ieri. La prima canzone è La fin du show dei Cowboy fringants. La consiglio, veramente bella!

Manuela: da 3 giorni stiamo attraversando delle bellissime valli; si pedala in salita tutto il giorno, ma quasi non me ne accorgo, passo il tempo a osservare la natura che ci circonda: maestosa, rigogliosa. Piante di caffè intervallate da palme di banane, tutto coltivato su pendenze così ripide che le scenderei solo in corda doppia! Grazie a Jorge stiamo scoprendo aspetti di questo paese che difficilmente avremmo conosciuto da soli: cibi, tradizioni, abitudini di vita. Ora inizio ad apprezzarlo. Purtroppo, all’inizio non è stato facile coglierne il vero valore, l’insicurezza e il clima, piovoso e afoso, ci avevano un po’ offuscato le idee.

9, 10 aprile – Verdeyaco, Mocoa
Di notte comincia a piovere, già l’umidità dell’alberghetto in cui alloggiamo non aiuta, ma ci si mette anche la pioggia.
Se penso che da queste parti vivono costantemente in ammollo, mi sento male.
Ci si sveglia, nessuna voglia di partire, “si apre… “dice Jorge… Lo guardo e la mia lunga esperienza da montagnino mi dice che: cielo grigio uniforme, niente vento, come vuoi che smetta?
Durante una piccola pausa tra uno scroscio più violento dell’altro, decidiamo di partire, sono le 11:30 e dopo solo 3-4 chilometri ricomincia a piovere. Prima piccola sosta per un caffè che bevo senza nemmeno togliere il casco per non fare movimenti con i vestiti bagnati, poi si riparte. Su questo pezzo di strada non c’è nulla, solo foresta, dietro una curva vediamo una piccola tiendita, è ricominciato a piovere forte e chiediamo ai proprietari, spaparanzati sotto il porticato, se possiamo ripararci. Restiamo in attesa per una decina di minuti e decidiamo per un secondo caffè, la signora ce lo porta e dopo aver chiesto il conto, ci risponde che non dobbiamo nulla “Sono solo tre caffé“. Un negozio, una coppia che vive di quel poco che possono ricavare dal loro minuscolo giro di affari ed il caffè è gratis!
Il consiglio italo-canadese-colombiano-tedesco decide che proseguire fino a destinazione potrebbe comportare un arrivo al buio (una delle regole base della sicurezza in Colombia e quella di essere a destinazione con la luce), quindi riprese le bici cominciamo a divallare decidendo di fermarci alla prima casa o ristorante a chiedere un posto per la tenda.
Incrociamo un hospedaje che scartiamo subito per chiara insalubrità ed arriviamo davanti ad una chiesa episcopale. Esce il pastore con la moglie che ci propongono una fantastica tettoia sul retro della loro chiesa-abitazione, ma non finisce qui. Mentre montiamo le tende, la signora arriva con tre caffè e ci chiede se abbiamo da mangiare. Pur rispondendo affermativamente, lei ci propone di andare a cenare da un’amica che ha un hospedaje poco lontano. Ci incamminiamo, lei ci segue con i due bambini ed alla fine siamo seduti a tavola serviti e riveriti in un posto magnifico in mezzo alla foresta. Magnifica serata in compagnia di gente cordialissima. Abbiamo cenato, assaggiato il miele prodotto dalle melipone, particolari api selvatiche senza pungiglione.


La mattina, appena sorge il sole vado a scrutare il cielo che, finalmente, è quasi tutto sereno. (E con questa occasione nella mia lista di lettura oggi ci sarà Mattinata di  Leoncavallo interpretata da Luciano Pavarotti). È tutto schifosamente umido, ma sicuramente abbiamo dormito meglio nei nostri sacchi-letto.
Passiamo vicino alla tenda dove si riuniscono gli operai di un cantiere stradale e ci sentiamo gridare: “Venite qui, c’è cibo caldo se volete”. Ieri a Manuela e Jorge altri operai avevano offerto una bottiglia d’acqua.


In queste zone spesso c’è un’economia di sussistenza, la vita è estremamente semplice, però ci sono negozianti che ti offrono il caffè, operai che ti propongono di dividere la loro colazione e gente che ti apre la porta della loro casa con un grande sorriso. Anche questa è la Colombia.

Manuela: i muri della camera in cui abbiamo dormito erano ricoperti di muffa, noi eravamo bagnati fradici e rimarremo così, niente si asciuga. Qualcuno direbbe:” ma non avete cose impermeabili, ciclisti sprovveduti !” Si, abbiamo tutto, ma preferiamo prenderla, perché qui non piove, è come essere sotto una cascata, ci stanno crescendo muschio e funghetti addosso, chissà quando ritorneremo asciutti. Grazie per l’ospitalità della chiesa di Verdeyaco, grazie per averci fatto scoprire il vostro angolo di paradiso, vi auguriamo di realizzare grandi progetti per la vostra comunità.

Monica Consolini

Questo articolo è dedicato a Monica Consolini, una veronese con la quale siamo in contatto da tempo. Lei, partita da casa è arrivata a Pechino e da Vancouver ha pedalato fino a San Diego prima di trasferirsi in Sud America.

Non ricordiamo esattamente come siamo entrati in contatto con Monica, forse guardando un video in cerca di informazioni per il nostro prossimo viaggio. Italiana, originaria di una città vicina a dove siamo nati noi, donna giovane che viaggia da sola, l’abbiamo seguita da Verona a Pechino, da Vancouver a Los Angeles e fino in Perù dove si trova ora. Dopo aver scambiato qualche consiglio in chat ( la comunità di cicloviaggiatori si sostiene sempre), le abbiamo chiesto di compilare la nostra scheda “Storie di cicloturisti”.

Sono Monica Consolini, un’appassionata  di viaggi in bicicletta ed estremamente curiosa di conoscere tutto ciò che che si può imparare. Amo viaggiare in bicicletta e adoro ascoltare storie.. o meglio storie di persone, di popoli, storie antiche e storie attuali.. per ritrovarmi poi dopo ogni racconto, a capire che in fondo sono ancora più curiosa di prima di conoscere. Viaggiare in bicicletta per me è un viaggio senza fine, uno stile di vita!
A gennaio 2024 sono partita per fare il giro del mondo in bicicletta in 2 anni. È un progetto nato in tanti anni di sogni, idee e finalmente diventato realtà. Due anni in cui ho iniziato dirigendomi a est verso la costa balcanica ed entrando poi nel continente asiatico percorrendolo dalla Turchia fino a Pechino, da dove ho volato a Vancouver per poi proseguire verso Sud, lungo la costa pacifica americana fino a San Diego. Ho poi volato in Ecuador da dove ho iniziato a percorrere la cordigliera delle Ande con l’obiettivo di arrivare ad Ushuaia in autunno 2025. Da lì volerò in Spagna e rientrerò in Italia lungo la costa mediterranea per i primi mesi del 2026.

Monica Consolini

Instagram: ridesmiles.world
Facebook: RidesmileS
YouTube: https://www.youtube.com/@ridesmiles_world

 

NomeMonica
NazionalitàItaliana
Anno di nascita1990
OccupazioneAttualmente viaggiatrice
Sito Web
Il piu bel viaggio in biciAd oggi quello attuale.. il giro del mondo in bici
Durata del viaggio2 anni
Quanti nel gruppoViaggio da sola
Distanza totalePrevisti circa 35000km
Il giorno più lungoQuando ho volato da Pechino a Vancouver per via del fuso orario, una giornata infinita con più di 24h effettive
Il giorno più belloTantissimi sono i giorni piu belli ed è  molto difficile sceglierne uno solo! Se proprio devo scegliere, penso che direi l’arrivo al lago Sonkul in Kirghizistan! Un posto fuori dal tempo, meraviglioso, sconfinato e dai colori scintillanti! Ho piazzato la tenda dietro una collina e nonostante un meteo molto variabile, è uno dei posti in cui ho assaporato maggiormente la sensazione di libertà e contatto con la natura.
Il giorno peggioreI giorni in Mongolia ferma con la polmonite e senza sapere quando avrei potuto riprendere a pedalare
Il più grande mal di testaNel Pamir per l’alta quota con un cattivo acclimatamento
Il più grande erroreNon avere montato i freni a disco prima della partenza
Una piacevole sorpresaTutte le volte in cui il clima mi mette alla prova e fatalità appare qualcuno quando meno te lo aspetti, che ti aiuta o ti ospita in un luogo caldo e asciutto
Modello di biciBressan Terranova in acciaio
ModificheRealizzata su misura
Cosa avresti voluto avereFreni a disco
PneumaticiSchwalbe marathon Mondial DD 622×50
Setup bagagliBorsa sotto manubrio da 20lt + due borse forcelle anteriori Miss Grape 4lt + borsa telaio custom Miss Grape + 2x borse posteriori Miss Grape 20lt + sacca impermeabile 10lt per il cibo
Contento di aver portatoDiario di viaggio
Cosa avresti voluto avereThermos. Comprato poi in America dopo 10 mesi di viaggio
Cosa non avresti voluto avereHo pochissime cose, sto usando tutto
IncidentiPolmonite in Mongolia in agosto 2024 e caduta dalla bici sulle Ande peruviane in febbraio 2025 con microfrattura ulna e perdita di un dente
Problemi alla biciNulla di troppo grave al momento! Sto prevedendo un cambio cerchioni a breve
Stessa bici la prossima volta?Si, ma con i freni a disco
Qualche consiglio per un nuovo cicloturistaNon avere paura di partire.. parti, poi le cose accadono!
Filosofia di viaggioRiporto una frase che hanno detto a me prima di partire.. “puoi immaginarti il viaggio nei minimi dettagli, ma in realtà sarà sempre meglio di quello che immagini!”
RaccomandazioniNon preoccuparti di sbagliare attrezzatura, copertoni, strada, itinerario, ecc. Programma, pianifica e organizza, ma ti raccomando soprattutto di vivere l’esperienza!