“A mari usque ad mare” (“Da mare a mare”) è il motto del Canada. Sarà anche il nuovo obiettivo dell’estate: attraversare in bicicletta il nostro Paese d’adozione, dal Pacifico alla città di Québec. L’Atlantico lo avevamo già raggiunto anni fa, pedalando da casa fino alle coste del New Brunswick e della Nuova Scozia.
La delusione per la Peru Great Divide sarà difficile, anzi per me impossibile, da dimenticare. Il mio alter ego mi ha però convinto a non tornare subito a casa, non saranno le Ande, ma questo viaggio potrebbe essere il modo più originale per celebrare i nostri vent’anni di vita in Nord America.

8 giugno – Atterraggio a Vancouver
Sistemati in un hotel vicino all’aeroporto, usciamo per le solite commissioni: gas per il fornellino, un po’ di cibo, uno spray supplementare per le zanzare e uno anti-orso. Del resto, gli orsi non mancheranno lungo tutto il percorso delle prossime settimane e in tutto il Canada c’è la fabbrica mondiale di zanzare e tafani.
Il supermercato più vicino all’albergo è cinese e, per praticità, decidiamo di fare la spesa lì. Le etichette sono rigorosamente bilingue, ma non nelle lingue ufficiali del Canada, bensì in cinese e inglese. Molti commessi parlano solo mandarino e alle casse si paga anche con Alipay (app di pagamento cinese). Il lato positivo è un buon banco di piatti pronti, perfetto per la nostra prima cena post Perù.
Manuela: Malgrado il solito stress del viaggio in aereo con le biciclette, il ritorno in patria è stato senza intoppi. A Lima, l’addetta al check-in, incuriosita dalle nostre scatole per le bici, ci ha anche fatto un upgrade e chiuso un occhio su un bagaglio troppo pesante.
Abbiamo sbagliato aereo? Dallo shuttle alla reception dell’albergo, a tutte le persone che incrociamo, sono di origine asiatica. Vedo più scritte in cinese che in inglese. Scherzo con Francesco dicendogli che la nostra idea iniziale di viaggio era la Via della Seta, quindi “Welcome!”. Siamo invece nel quartiere di Richmond, vicino all’aeroporto di Vancouver, dove circa il 70% della popolazione è di origine cinese. Sembra davvero di essere arrivati in Asia. Che peccato, come vorrei esserci!
9/14 giugno – Da Vancouver a Osoyoos
Rimontate per l’ennesima volta le bici, la mattina seguente si parte. Faremo pochi chilometri, solo per arrivare in periferia della città dove trascorreremo la seconda notte a casa di un ospite Warmshowers, il gruppo di ciclisti che offre ospitalità a gente come noi. Ci dirigiamo così a Surrey arrivando a casa di Ann, insegnante e viaggiatrice, figlia di una simpaticissima coppia di francesi immigrata qui da tanti anni. Durante la cena avrò modo di chiacchierare su tutto e su nulla con il padre di Ann definito dalla moglie “un libero pensatore”. Un buon dibattito filosofico e scambio di opinioni tra persone senza peli sulla lingua.
Manuela: Il nostro coast to coast canadese non poteva iniziare meglio, accolti e sfamati da Ann e dai suoi genitori, una famiglia che ci resterà nel cuore e che speriamo un giorno di poter ricambiare per la loro ospitalità. Il giro del mondo continua: “Ehi Franz, non pensavo di aver pedalato così tanto, siamo già in Asia del Sud”. In questa zona tutto ciò che vediamo ci ricorda l’India o i paesi limitrofi e pranziamo in un parco accanto a un Gurdwara e a un gruppo di sikh che gioca a carte. Qui circa un abitante su tre è di origine sudasiatica. Evviva il multiculturalismo canadese.



Il meteo canadese non è dei migliori in questi primi giorni: nuvole e qualche goccia di pioggia. Ma, dopo aver appena pedalato in Italia e in Perù (per noi i peggiori in fatto di rispetto per i ciclisti), qui ci sembra di essere nel Paradiso delle due ruote, con un’infinità di ciclovie, semafori dedicati a pedoni e ciclisti, auto che rispettano la distanza di sicurezza e si fermano agli incroci per lasciar attraversare due “imbecilli” in bicicletta, anche quando arrivano con il giallo. Cari Latini, vi vogliamo bene e ci mancate, ma quanto è piacevole ritrovare un po’ di educazione civica. Non a caso il Canada è considerato tra i Paesi con la migliore qualità di vita al mondo.






Arrivati a Hope entriamo nella regione montagnosa dell’ovest, le Columbia Mountains, un susseguirsi di catene prima delle più conosciute Rocky Mountains. Da qui in poi, per le prossime due settimane, sarà dura e in salita! Ci ritroviamo subito tra valli infinite, foreste fittissime, popolate da cervi, alci, castori e, ovviamente, orsi.




A proposito di orsi. A lato strada, dopo aver letto un avviso di sicurezza su questi simpatici animali, siamo in sosta per mangiarci un’arancia. Qualcosa si muove a cinquanta metri da noi, è una schiena marrone, sarà un cervo o un orso? Preferiamo non verificare, ripartiamo subito e di corsa. Non capisco come mai Manuela, che di solito mi lascia indietro in salita, oggi rimane a ruota, sorrido tra me, la Pantanina dovrà lavorare sulla sua pazienza dato che lo spray sono io ad averlo.

Questa notte dormiremo in tenda. Il guardiaparco ci suggerisce di nascondere il cibo nel retro dei contenitori per i rifiuti che sono in acciaio e dotati di sistemi antiorso. Purtroppo durante la notte abbiamo comunque una visita; un roditore mi crea un bel buco nella borsa fissata sul telaio, probabilmente attratto dall’odore del micro pezzettino di arachide che mi era caduto.
Manuela: Passare dai paesaggi peruviani al piattume dell’est canadese mi avrebbe fatto venire la depressione. Qui, invece, continuo a vedere montagne, laghetti, torrenti e boschi di abeti. Oups, un cervo… oups, un orso! La prima notte in tenda mi mette comunque un po’ di ansia. Il guardiaparco vuole rassicurarci dicendo che nel campeggio la settimana scorsa sono stati avvistati solo tre orsi neri e nessun grizzly. Mi sento mooooolto tranquilla, Ranger Smith non potevi stare zitto!!! Per fortuna le salite stancano, dormirò come un sasso senza pensare a Yoghi e Bubu.




La salita dopo la cittadina in riva al lago di Osoyoos è infinita, ma tutto va bene, non siamo più a 4.000 m di quota e la differenza di energia è evidente. Arriviamo a Princeton e siamo ospiti di un altro Warmshowers, Dean; un po’ più giovane di me, ciclista solitario e proprietario di un centro fitness. La tenda sarà piazzata nel cortiletto sul retro, ma avremo accesso a spogliatoi, WiFi, cucina, lavanderia, nonché un’eccellente birra IPA per la cena e il caffè pronto la mattina appena alzati.
Manuela: Freddo, caldo, freddo… un continuo vestirsi e svestirsi, la scusa perfetta per riprendere fiato in cima alle salite. Su questa strada c’è pochissimo traffico, incrociamo un gruppo di ciclisti del Québec, qualche pick-up e gli immensi camion del legname e delle miniere. In zona si trova una delle più grandi miniere di rame a cielo aperto del Canada, è impressionante vedere la montagna sventrata vicino a Princeton.
Nonostante un’ottima notte, la mattina mi sveglio stanchissimo e decidiamo di accorciare la tappa successiva per evitare l’ultima lunga salita sotto i 30°C previsti nel pomeriggio. Ci fermiamo in un paesino agricolo in un vecchio motel da film d’epoca. Poco distante, un ristorante ormai in chiusura (19:15, qui “si arrotolano i marciapiedi”, cioè non c’è più nessuno in giro) ci prepara due ottimi hamburger.
A cena solo acqua, le leggi provinciali vietano la vendita di birra da asporto. No comment.
Manuela: Continuo a pensare alle Ande e a paragonarle a queste montagne. Ci lasceranno qualcosa nel cuore, come ci è successo dopo i viaggi in Sud America?
Mentre arranco in salita, vengo superata dal rombo assordante di una cinquantina di Porsche, Ferrari e Lamborghini. La sera, mentre montiamo la tenda, ripenso al contrasto tra il nostro modo di viaggiare e quello dei proprietari di quelle supercar.
Siamo nati e cresciuti nel comfort, ma questa esperienza in sella ci ha riportati all’essenziale. Ci ha insegnato che la bicicletta non ci porta soltanto attraverso paesaggi meravigliosi, ci ha permesso di riscoprire il valore delle cose semplici, come un piatto di pasta al burro condiviso insieme seduti su una panchina. Soprattutto, ci ricorda il valore delle relazioni umane, offrendoci l’opportunità di condividere un piccolo tratto di vita con le persone che incontriamo lungo il cammino, grazie a quella gentilezza spontanea che, nella vita di tutti i giorni, non è sempre così naturale. Con Francesco parliamo spesso di questo tema e, pur avendo caratteri diversi, finiamo sempre per essere d’accordo.
16 giugno – Piccole differenze tra Canada e USA
Ieri abbiamo deciso di fare una breve deviazione negli Stati Uniti per seguire una strada meno trafficata lungo il fiume Kettler ed evitare anche qualche centinaio di metri di salita. Appena fuori Midway, BC arriviamo alla frontiera, siamo soli e ci fermiamo direttamente alla guardiola del controllo passaporti senza rispettare lo Stop posto esattamente tre metri prima. Primo errore! L’agente statunitense, come al solito serissimo, esce dall’ufficio masticando e con una briciola sulle labbra, probabilmente lo abbiamo disturbato durante la colazione, ci redarguisce dicendo che non ci siamo fermati allo stop dove si prende la foto della targa.
– Ci scusi – diciamo noi – vuole che torniamo indietro?
– No, non serve!
Scansiona i documenti, non ci fa nemmeno la classica domanda sul cibo fresco, sul dove andiamo e ci lascia proseguire.

Dopo circa 40 km, ci fermiamo in un micro ristorante sperduto nel nulla. Siamo accolti da una sorridentissima signora bionda sui 40 anni, cotonata stile anni ’80, vestita con un prendisole fiorato più adatto a una spiaggia hawaiana che alle montagne del Washington. Ordiniamo due caffè con due cinnamon roll che saranno serviti tiepidi con della panna dall’altrettanto sorridente marito. Tutt’altro genere di accoglienza! E questo lo diciamo perché anche gli Yankees ci hanno sempre accolto molto bene, oggi l’ennesima dimostrazione.
Arriviamo al controllo frontaliero canadese. L’agente ci accoglie con un sorriso, mentre controlla i passaporti ci chiede dove siamo diretti e gli rispondiamo che stiamo facendo la Trans-Canada per tornare a casa in bicicletta. Ci chiede dettagli del viaggio per cinque minuti, ci fa un sacco di complimenti e, solo prima di partire, si ricorda che deve chiederci se abbiamo comprato qualcosa da dover dichiarare. In venti anni di vita in Canada, penso di non aver mai trovato un solo agente frontaliero canadese scortese.
17/25 giugno – Da Grand Forks a Crowsnest Pass
Rientrati “in patria” riprendiamo la navigazione verso Est fino a un bel campeggio a Christina lake che offre uno spazio tende per ciclisti. Qui facciamo la conoscenza di Eliot, un giovane giornalista originario di Hong Kong, ormai torontino da cinque anni. È alla prima lunga esperienza in bicicletta e dice che questo è il migliore modo per conoscere il suo paese di adozione, complimenti! Durante il tranquillo e caldo pomeriggio arriva anche Jeff, un quasi coetaneo proveniente dal vicino stato di Washington. La mattina successiva ci si saluta dandosi un potenziale RDV lungo il percorso della tappa. Noi siamo i primi a metterci in strada, pedaliamo tranquillamente fino al punto in cui incrociamo il BC Trail e, dopo la pausa caffè di metà mattina, siamo raggiunti da Jeff.
Lo sterrato è in buone condizioni e le pendenze minime; il tracciato segue una vecchia linea ferroviaria dismessa. Si procede più o meno insieme fino al lungo Bulldog Tunnel, dove siamo costretti ad accendere la luce anteriore. Subito dopo, ritroviamo sia Eliot che Jeff, dato che il primo aveva preferito aspettare per affrontare la lunga galleria in compagnia.
Manuela: Racconto a Eliot il mio incubo di ritrovarmi in un tunnel e intravedere un orso dall’altra parte, lui sorride e mi mostra un suo video, è esattamente quello che gli è successo ieri! Capisco perché non voleva fare la serie di 5 tunnels da solo, io sarei morta di paura!
Da qui in avanti la discesa in paese sarà meravigliosa, il lago sottostante è pieno di legname; sembra che da queste parti i vecchi sistemi di trasporto legna siano ancora in voga .










È a pochi chilometri dal paese che abbiamo la sorpresa: a un centinaio di metri davanti a noi c’è un giovane orso. Essendo molto giovane, potrebbe esserci vicino la madre, è quindi più prudente aspettare che si allontani da solo. I miei tre gentilissimi compagni decidono che il primo a partire sarà il più vecchio – questa è la democrazia dicono loro – tolgo la sicura allo spray antiorso e riparto pensando che in fondo un orso non è altro che un cane un po’ più grosso… O no? Purtroppo, preso dal mio ruolo di “aperitivo per orsi”, non sono stato abbastanza veloce a scattare una fotografia, dovrete credermi sulla parola.
Manuela: ero terrorizzata all’ idea di incontrare un orso su un sentiero. Alla fine non è stato terribile, eravamo in forza maggiore. Poverino! aveva più paura lui di noi, lo abbiamo incrociato in un punto in cui non riusciva a scappare tra una lunga falesia di roccia e un precipizio, correva avanti e si girava per vedere se i mostri erano spariti o no. Lo zio Franz davanti brandendo lo spray e noi vigliacchi dietro che urlavamo… chissà cosa avrà raccontato Bubu a Yoghi quella sera?
Sono gli ultimi chilometri di quella che, a nostro parere, potrebbe essere inserita nella lista delle più belle tappe dei nostri giri in bici e anche percorsa in piacevole compagnia. Due italiani, uno statunitense, un giovane cinese, la stessa passione, una giornata immersi nella natura delle montagne canadesi.
Entriamo in città, ognuno si dirige all’albergo prescelto e domani ricominceremo da soli.
La strada per Nelson è tutta un su e giù che nonostante i pochi chilometri fa aumentare il contatore dei metri di dislivello positivo. Questa sera dormiremo sulle rive del Kootenay Lake ospiti di Rick e Sue, due Warmshowers che ci fanno campeggiare nella loro proprietà vista lago.






Manuela: Penso a nostra figlia, che anni fa aveva fatto uno scambio scolastico nella cittadina di Nelson. Nata con il boom dell’argento, conserva splendidi edifici storici e uno spirito un po’ hippy che la rende caratteristica.
Sveglia con calma, per attraversare il lago dobbiamo fare solo 7 km e prendere un piccolo traghetto gratuito che salperà poco prima delle 10. Appena rimontiamo in sella su una salita molto ripida vediamo alla nostra destra un giovane cervo, poi una mamma con il suo piccolo. La giornata comincia bene, ma la temperatura elevatissima e la totale mancanza di vento mi stancano molto. A 35 km da quella che sarebbe stata la nostra destinazione odierna, propongo alla mia boss di fermarci all’ultimo albergo su tutta la strada. L’albergo è pieno, ma non perdo la speranza e provo a chiedere informazioni alla casa accanto.
La signora con cui parlo è originaria del Québec e per decenni è stata la proprietaria dell’hotel, ora passato alla nipote. Con grande disponibilità, Ramona ci offre una camera in casa sua a un prezzo irrisorio. Manuela è meno convinta della scelta, ma non ci sono alternative, io sono esausto – a quanto mi hanno detto, si vedeva chiaramente – non vedo l’ora di farmi una doccia e buttarmi su un letto.
Al risveglio dalla siesta, cominciano le sorprese. Entro in cucina e trovo uno dei figli di Ramona che sta pulendo una decina di trote pescate la mattina. Dopo meno di 10 minuti, mi ritrovo nel piatto un bel pesce appena cotto. Mentre mangio arriva da Calgary la seconda figlia con il marito e, dopo qualche scambio, finalmente in francese, ci ritroviamo invitati a cena. E che cena! Questa sera mangeremo un BBQ di astice, granchio delle nevi e ostriche.
Cosa dire di quest’ultima giornata? Forse sarà uno stereotipo da film, ma la cordialità di certe persone non si è smentita. La signora che ci ha ospitato non aveva sicuramente bisogno di “affittarci” quella camera, ma ci ha aperto la porta di casa, ci ha invitati a cena e offerto anche la colazione. Questi fatti non sono una rarità.
La mia stanchezza cronica ha portato qualcosa di positivo! Domani tappa corta e poi, finalmente, la prima vera giornata di riposo dopo la partenza da Vancouver di 13 giorni fa.
A Fernie dormiamo per l’ultima volta in BC. Questa piccola cittadina è uno dei punti di passaggio della Tour Divide, il mitico percorso che, seguendo la Continental Divide, collega Banff, in Alberta, ad Antelope Wells, nel New Mexico, al confine con il Messico.
Manuela: La famosa gara di bikepacking è iniziata qualche giorno fa e i concorrenti sono ormai lontani. Mi sarebbe piaciuto incrociare questi atleti, il vincitore completerà i circa 4.400 km, con oltre 60.000 metri di dislivello, per gran parte su sterrato, in poco più di undici giorni. Ci accontentiamo di dormire nello stesso ostello, pedaleremo più forte anche noi domani?
La mattina scendo nel locale bici a prendere i nostri mezzi e incontro un ragazzo giovane. Saluti… In inglese mi chiede se stiamo facendo la Tour Divide… Con le mie scarse capacità rispondo che andiamo lungo la Trans Canada… Mi chiede, in francese, se parlo francese… Sì… Gli chiedo da dove viene… Kelowna, ma sono italiano… Di dove? Friulano… Come la nonna di mia moglie e la mia… Lavoro nel settore vitivinicolo… Come me, anni fa… Pratico anche alpinismo e arrampicata… Come me anni fa… Sono informatico… Come me anni fa… Ah! Mi chiamo Francesco… Come me!
La voglia di continuare a parlare e tanta, ma il dovere ci chiama, oggi si rischia un temporale prima di entrare in Alberta e dobbiamo partire, abbiamo ancora qualche migliaio di chilometri da percorrere prima di arrivare a casa.




Manuela: Lasciamo la British Columbia con il ricordo di tanti piccoli centri abitati nati con miniere, ferrovia e legname, su terre delle popolazioni indigene, oggi in parte riserve. Alcuni si sono reinventati con il turismo, altri sono quasi dimenticati. Amo la montagna e la solitudine, ma non so se riuscirei oggi a vivere in luoghi così remoti.
